[La fine di..tangentopoli] I “compagni” son corrotti? E’ colpa del piano regolatore!
| mercoledì 9 novembre 2011 | Scritto da Redazione - 25 letture |
riceviamo e volentieri pubblichiamo
da Gazebos
Del “caso Penati” e di Sesto San Giovanni si è discusso molto. Qualcuno ha parlato di una nuova “tangentopoli”, altri di contiguità tra partiti della sinistra e attività economiche di tipo cooperativo ad essa tradizionalmente vicine, e quindi di finanziamento illecito ai partiti. Altri ancora (come Antonio Polito sul Corriere della Sera) hanno argomentato la non esistenza di presunte e dichiarate superiorità morali di alcune forze politiche rispetto ad altre. Gli attacchi al PD sono venuti da destra, ma anche da da sinistra, si pensi all’ex ministro Fabio Mussi che ha fatto allusioni sul fatto che i soldi del “sistema Sesto” possano aver condizionato il congresso DS del 2001 vinto da Fassino. Fin qui la politica. Ci sono però ulteriori osservazioni da fare su cui finora nessuno si è soffermato. Riguardano le politiche, le politche urbane legate ai progetti di trasformazione dell’area “ex Falck”, e quindi alle azioni della Milano-Serravalle e al ruolo della provincia di Milano nei confronti del gruppo Gavio.
Il filone che interessa in questa sede è proprio quello dell’area ex Falck , perché c’è un aspetto poco considerato e da cui trae origine tutta la vicenda: riguarda la natura dei piani regolatori e il ruolo del soggetto pubblico nei confronti del soggetto privato. La città di Sesto San Giovanni era definita la “Stalingrado d’Italia”, non solo per i comportamenti elettorali che assegnavano al PCI percentuali “bulgare”, ma per il fatto che la presenza operaia era nell’ordine di decine di migliaia di unità, le aree industriali occupavano gran parte del territorio comunale. Una tale presenza di attività produttive ha assicurato per circa cento anni condizioni di benessere. Venute meno le industrie, la città ha dovuto inventarsi un nuovo ruolo e nuove prospettive di sviluppo, dovendosi però scontrare con piani regolatori vecchi e superati, concepiti per la città industriale che non c’era più. La strumentazione urbanistica inadeguata a guidare i nuovi processi, ha costituito dunque un “vulnus” rilevante, anche per le vicende giudiziarie e i presunti episodi corruttivi che hanno riempito le cronache degli ultimi tempi. Negli atti dell’inchiesta si parla spesso di volumetrie e di strumenti urbanistici, di prezzi di acquisto, di mediatori, di prezzi, di scambi di favori in cambio di possibili plusvalori derivanti da cambiamenti di destinazioni d’uso.
Una cosa va dunque riconosciuta. Non sono rari i casi, In Italia, in cui nuove possibilità di sviluppo hanno trovato un ostacolo insormontabile nella rigidità dei piani (spesso superati); opportunità anche di tipo finanziario sono svanite di fronte all’impossibilità di realizzare le opere per vischiosità burocratiche. La verità è che il piano urbanistico, non rappresenta lo strumento adatto ad individuare nuovi scenari di tipo imprenditoriale. Il rischio più grande sta nel fatto che il piano comunale è costantemente in ritardo, rincorre continuamente l’evoluzione economica e sociale, non è in grado di prevedere scenari e quadri di futuro concretizzabili, per tutto questo non può divenire motore di opportunità economiche. Questo, soprattutto oggi, con trasformazioni sempre più rapide, dove ci si deve confrontare con fenomeni di globalizzazione sempre più spinta e a scala sempre più vasta che hanno effetti tangibili sul locale. In un quadro in cui le risorse per lo sviluppo (imprese, capitali, persone) possono facilmente spostarsi da un luogo all’altro ed esiste una forte competizione per intercettare funzioni pregiate, un sistema di pianificazione eccessivamente rigido e vincolistico appare certamente superato.
Ma il caso di Sesto San Giovanni (se le ipotesi investigative saranno confermate) dimostra anche come la mancata elasticità (entro certi limiti) dei piani, cui si cerca in ogni modo di derogare, conferisce un potere discrezionale al soggetto pubblico che può (o meno) prendere decisioni che hanno rilevanza economica. Troppo spazio del ruolo pubblico nel campo delle trasformazioni urbane, senza quadri e una griglia (più o meno elastica) di regole certe può dunque essere uno degli elementi (certo non il solo) che alimenta episodi di malaffare. Talvolta gli interessi pubblici sono troppo blandi rispetto agli interessi privati che vengono mobilitati (questo a prescindere dalle culture politiche, dalle tradizioni civiche e amministrative), altre volte sono troppo forti rispetto ai singoli soggetti privati (specie bel quadro economico e di crisi attuale).
Dunque piani meno rigidi, e con meno previsioni di dettaglio. ma nei quali si esplicitano i criteri attraverso cui valutare l’ammissibilità delle proposte di trasformazione degli usi, possono certamente ridurre episodi di corruzione e concussione, oltre ad accelerare le trasformazioni di aree che rischiano di rimanere inutilizzate per decenni. Come è il caso, per l’appunto, della famigerata area Ex Falck.
Francesco Gastaldi 42 anni, ricercatore e docente universitario, rifiuta e rifugge letture della realtà socio-politica, stereotipate e ideologiche






Commenti recenti