[Labouracultura]Ebrei e pregiudizi: fanatici integralisti e ricchi usurai. Ecco perché non è vero.
| lunedì 26 gennaio 2009 | Scritto da Redazione - 1.100 letture |
articolo di Andreas
Pubblichiamo questo interessante intervento apparso su perlarosanelpugno.it dove si è sviluppato un’interessante dibattito sulla cultura ebraica e su come questa sia legata ai caratteri dello stato di Israele. Sperando che a questo seguano altri approfonditi contributi da parte dei forumisti o di chiunque volesse replicare

Alcuni dei pregiudizi nei confronti degli ebrei risiedono in un supposto deficit di laicità della cultura ebraica, avvertito come indice di irrimediabile difformità con le altre culture occidentali.
Nel patrimonio culturale ebraico riveste fondamentale importanza la distinzione fra idee e prassi. Le prime sono tutte lecite e sostenibili, secondo un concetto fatto discendere dalla Torah. La «prassi», cioè l’osservanza delle regole date, è costituita dalla legge ebraica, somma dell’Halakhah con i responsa rabbinici, e rappresenta i segni distintivi più esteriori, ossia i comportamenti, dell’ identità di gruppo, altrimenti impossibile da individuarsi attraverso le idee, data la liceità delle opinioni divergenti. D’altra parte il senso della religiosità ebraica è dato dalla ricerca compiuta sulla propria individualità, come irriducibilità dell’io al conformismo dei valori sociali e collettivi vigenti. Questo è ciò che equivale alla scoperta di Dio e alla realizzazione dei suoi voleri. In altre parole, nella religione ebraica, e quindi nella sua cultura, esiste la ricerca e l’esaltazione della diversità. Il ché può apparire paradossale solo ad una superficiale considerazione del patrimonio culturale ebraico.

Si fa un gran parlare a sinistra e anche su labouratorio di riformismo, se ne riempiono la bocca quotidianamente Veltroni e anche Silvio che si ritiene un riformista DOC. Ma in realtà come spesso succede anche in politica la perdita di significato delle parole causa gravi incomprensioni, il termine riformista, ormai inflazionato, mai come oggi ha subito una storpiatura del significato impressionante. Occorre quindi rintracciare nel passato i valori e le idee riformiste per dargli nuova dignità politica. Innanzitutto va specificato che il riformismo nel’900 è sempre stato la bandiere delle socialdemocrazie infatti nell’agire politico della socialdemocrazia il riformismo è insito per definizione. Già dai primi del 900 ma già con Andrea Costa larghe aree del movimento operaio compresero che l’entrare nei parlamenti delle democrazie più o meno borghesi non avrebbe significato tradire le aspettative della classe operaia ma avrebbe bensì favorito una legiferazione di tutela verso le classi lavoratrici. Rispetto quindi a coloro che non ritenevano opportuno far parte di un sistema che andava abbattuto dalle fondamenta i riformisti si posero in un’ottica totalmente diversa ritenendo che l’avvento del socialismo sarebbe potuto avvenire attraverso la democrazia e non con la rivoluzione violenta. A guidare il movimento riformista erano all’ora non tanto il partito ma il sindacato che essendo quotidianamente a contatto con i soprusi subiti dagli operai comprese la necessità di migliorare nell’immediato e concretamente la condizione dei lavoratori senza aspettare la scintilla rivoluzionaria. Già da allora i riformisti furono considerati nemici di classe dai massimalisti poiché attenuavano il conflitto di classe migliorando le condizione dei lavoratori senza però mutare i rapporti di produzione; i massimalisti puntavano all’estensione del proletariato industriale per far scattare la scintilla rivoluzionaria il più violentemente possibile senza che fosse attenuata da possibilità di riforme o di compromesso con il padronato.

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