[Nord-Africa in fiamme] E’ una nuova era geopolitica. Anche se non sappiamo ancora bene quale.
| lunedì 28 febbraio 2011 | Scritto da Gionny - 57 letture |
I più fessi sperano nell’emulazione in Italia di quanto sta avvenendo nel Nord Africa, sperando nelle loro miope ed ottusa ottica, volutamente alimentata da Berlusconi medesimo, che anche qui in Italia la piazza butti giù il Rais che, secondo la vulgata di certa sinistra, sultaneggia da 20 anni.
Io, sinceramente, nonostante le mie scarsissime nozioni di geopolitica guardo con altro interesse i risvolti che potrebbero prendere le vicende nord africane. Fino a qualche mese fa Tunisia, Libia ed Egitto erano retti da regimi autoritari con una forte impronta nazionalsocialista tipica dei regimi arabi non sciiti. Infischiandosene dei diritti umani, i Rais locali erano riusciti a reprimere le forze dell’islam radicale Sciita per cui archiviate le scaramucce degli anni 80 con Gheddafi, l’Occidente ha tollerato questi regimi anche perché, non dimentichiamolo, oltre alla Russia il nostro petrolio proviene tutto dalla Libia e dall’Algeria.
Ora, al netto dei dissesti finanziari che potrebbero colpire l’Italia per i fortissimi interessi in Libia,il rischio più grave, e spero remoto, è quello di vedere avverato l’incubo dello scontro di civiltà di cui tanto si è discusso negli anni passati e che ha portato a nefasti sentimenti xenofobi anche in Italia. Ma guardando al passato ci sono elementi che possono rassicurarci.
Osservando cosa è avvenuto in Iran, notiamo alcune diversità che dovrebbero confortarci rispetto a quanto sta avvenendo nei paesi oggi in subbuglio; infatti la rivoluzione islamica trionfò,fra gli applausi delle sinistre europee, soprattutto per il fortissimo legame che vi era fra gli Stati Uniti e Reza Pahlavi. L’odioso regime dello Scià infatti aveva al suo interno una forte opposizione laica e democratica che però in breve fu travolta dal radicalismo Sciita. Ma all’epoca vigeva la polarizzazione dei due blocchi e il medioriente, da poco affrancato dai protettorati inglesi e francesi, cercava una via terza fra comunismo e democrazia occidentale. Via che fu trovata nel nazionalismo laico e autoritario che però ha portato ad una matura democrazia in Turchia.
Il mondo arabo, sotto il velo islamista cela un fortissimo sentimento laico e progressista di cui da sempre si sono fatte portatrici come per l’Europa napoleonica,le forze armate che non a caso in Egitto oggi sono al potere, perché durante il governo di Mubarak hanno avuto una grande autonomia politica ed economica avendo un privilegiato rapporto con la Casa Bianca. Certo questa breve ricostruzione storica non tiene conto delle specificità nazionali di ogni paese ma il forte sentimento nazionale che c’è nel mondo arabo difficilmente è assoggettabile al radicalismo sciita che anche in Iran sopravvive ormai solo col pugno di ferro.
Tuttavia, tenendo anche conto dei focolai islamisti in Algeria, risulta ovvio constatare che oggi Tunisia,Libia ed Egitto possano essere a rischio di infiltrazioni del radicalismo islamico ma con un monitoraggio dell’Europa e dell’ONU ciò sarebbe facilmente evitabile. Certo la questione si fa più importante se dietro queste rivolte ci vogliamo vedere lo zampino della Cina, che ha tutti gli interessi nell’avere vicinissimo all’Europa alleati che destabilizzino la già precaria situazione politico finanziaria europea. I dati che, quindi, possiamo trarre sono due: in primis, l’ennesima prova della totale miopia delle diplomazie e dei servizi segreti occidentali che denotano una debolezza politica allarmante. E, in secondo luogo, l’affermarsi sullo scenario mediterraneo ,sempre più centrale nel mondo globale, di potenze come l’Egitto, che conta popolazioni oltre 77 milioni di abitanti per il 40% rappresentati da giovani,che per fortuna preferiscono almeno per ora facebook e il calcio italiano alla Jiihad, e non guardano certo agli stili di vita Cinesi o Iraniani.
Credo infatti che l’appeal culturale possa garantirci sonni tranquilli, con buona pace per gli apprendisti stregoni che sperano di poter speculare su imminenti invasioni islamiche. In tutto ciò non vorrei mai, comunque, essere in un israeliano.
In Kosovo nasce un fiore chiamato bozur. E’ un fiore rosso dal colore sanguigno che il folklore popolare attribuisce al sangue che innumerevoli volte ha macchiato la terra della regione. Nel 1389 il principe serbo Lazar Hrebeljanović formò una coalizione di signori cristiani per fronteggiare le armate del sultano ottomano Murad I. Sebbene Lazar venne ucciso ed il suo esercito sgominato, la morte del sultano lasciò una situazione incerta ed instabile in tutta la regione. Quella battaglia, nella Kosovo Polje (la Piana dei merli), viene ricordata ancora oggi dai Serbi come l’inizio della fine della loro indipendenza ma anche allegoricamente come il sacrificio del popolo serbo per salvare l’Europa dall’avanzata ottomana. E’ una mitologia pericolosa, che vede il nazionalismo più feroce mischiarsi alla dimensione cristologica del sacrificio. Il Kosovo dunque è una delle sedi originarie della cultura e del folklore serbi, ma anche il luogo dei più importanti centri di culto della chiesa serbo-ortodossa come il monastero di Dečani e pur tuttavia la maggioranza della sua popolazione nell’ultimo secolo è di origine albanese. I due popoli sono ferocemente divisi per cultura e tradizioni e lingua ma uniti da una storia comune che rende il Kosovo, mai come altro luogo, l’esempio più eclatante della condizione della polveriera balcanica.
Luigi Barzini su “l’Europeo” n. 14 del ’63 affermava riferendosi alla popolazione italiana di quegli anni: “molti elettori italiani hanno idee politiche rozze, primitive, in gran parte infantili: essi votano per lo più spinti da odi, risentimenti, nostalgie sentimentali, cause occasionali, speranze irragionevoli o paure. [...] Le donne votano spinte da motivi profondi, nobili, irrazionali, motivi legati alla loro vita sentimentale e religiosa. Vi sono circa cinque voti femminili per due maschili tra i voti della DC. [...] L’elettorato preferisce i partiti di massa che promettono impossibili paradisi terrestri e rivoluzioni che trasformino ogni cosa dalle fondamenta a partiti più seri che vogliono risolvere realisticamente i problemi con i mezzi a disposizione…”. Ritengo questo spaccato molto attuale per rappresentare la realtà americana. Il cardine della politica di questo paese è la mancanza di ideologie di riferimento: tutto si basa sulle opinioni personali dei candidati sui singoli temi. Ci viene presentato un bipartitismo chiuso. Che non garantisce affatto “un’alternanza per l’alternativa” ma permette un inciucio tra le parti che si passano il testimone lasciando sostanzialmente ogni cosa invariata.

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