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	<title>Labouratorio &#187; sicurezza</title>
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	<description>Magazine di sperimentazione alchemica per una generazione che non c&#039;è</description>
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		<title>[Nucleare] Perchè da nuclearista convinto voto SI al referendum…</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 08:14:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Isidoro Niola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nucleare sì o nucleare no è l’ultimo tormentone che affligge il Belpaese che venticinque anni ha deciso di mettere una pietra sopra alla produzione di energia elettrica da fonte nucleare e che oggi è chiamato di nuovo a pronunciarsi sul tema. E così, ovviamente, non poteva mancare la divisione da stadio tra chi evoca scenari apocalittici… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/06/09/nucleare-perche-da-nuclearista-convinto-voto-si-al-referendum%e2%80%a6/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
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<p style="text-align: justify;">Nucleare sì o nucleare no è l’ultimo tormentone che affligge il Belpaese che venticinque anni ha deciso di mettere una pietra sopra alla produzione di energia elettrica da fonte nucleare e che oggi è chiamato di nuovo a pronunciarsi sul tema.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/06/berlunucl.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4551" title="berlunucl" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/06/berlunucl.jpg" alt="" width="263" height="191" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">E così, ovviamente, non poteva mancare la divisione da stadio tra chi evoca scenari apocalittici in caso di ritorno al nucleare e chi, invece, in assenza di tale ritorno, preannuncia un’Italia alla canna del gas (non solo in senso metaforico, in quanto senza nucleare la dipendenza italiana dal gas – prevalentemente russo e libico &#8211; sarebbe ancora molto marcata).</p>
<p style="text-align: justify;">Ad avere la meglio è stata però la disinformazione sia da parte di chi sostiene il nucleare sia da parte di chi lo avversa.</p>
<p style="text-align: justify;">E quindi cominciamo col dire che il Piano di ritorno al nucleare è quanto di più strampalato Governo e Parlamento abbiano potuto produrre. Il tema è certamente delicato e, proprio per questo, imponeva chiarezza e ricerca del consenso (non quello dei sondaggi della Piepoli!) così da giungere all’attuazione del Piano in un clima di condivisione che fosse la più ampia possibile. E, invece, la partenza è stata contraddistinta da una serie di annunci roboanti e altisonanti che lasciavano chiaramente intendere che un’ottima occasione era stata persa: prima pietra entro il 2013, primo KWh prodotto entro il 2018; abbattimento della bolletta energetica del 20-30%! Del resto, dubito che questo Governo e questa maggioranza abbiano mai creduto veramente al nucleare in quanto se l’avessero fatto veramente, i suoi membri sarebbero andati in giro per il Paese a spiegare che i &#8220;pro&#8221; erano superiori ai &#8220;contro&#8221;, senza negare che esistano dei &#8220;contro&#8221; (ad. es. le spese di smantellamento o la localizzazione delle scorie). E se avessero creduto veramente nel nucleare avrebbero individuato nei tempi originariamente previsti i siti per la localizzazione degli impianti e delle scorie evidenziando le cd. “misure di compensazione” previste dal Piano, vale a dire i vantaggi economici che i territori che avrebbero ospitato centrali o siti di smaltimento ne avrebbero ricavato.  Però, la data individuata per tali annunci era troppo a ridosso delle elezioni regionali e il rischio <em>debacle</em> elettorale era troppo grande per potersi esporre individuando i territori interessati, che poi di fatto non sono stati più individuati. Alla faccia della politica industriale che guardi al lungo periodo! Senza contare poi che alla famosa Agenzia per la sicurezza del nucleare, scelti (dopo non poche liti nel Governo) i membri (presidente il senatore PD Umberto Veronesi), non è stato concesso un euro per svolgere la propria attività tanto che non ha neanche una sede (i membri si riunivano al tavolo di un bar!). Alla faccia della piena fiducia nel rilancio del nucleare!</p>
<p style="text-align: justify;">Per convincere i più scettici, si è allora puntato il dito sulla forte dipendenza energetica dell’Italia dall’estero (dato inconfutabile) e sul peso che lo sviluppo delle fonti rinnovabili aveva nella bolletta degli italiani (anche questo dato inconfutabile). Ma, del resto, neanche il nucleare poteva essere a costo zero per gli utenti finali visti gli ingentissimi costi necessari per la realizzazione delle centrali, per assicurarle in caso di incidenti, per smaltirne i residui e per bonificarle dopo la loro chiusura (eh sì, perché un impianto nucleare non dura per sempre!). Ad esempio, sui costi finanziari per costruire le centrali (cioè, il costo del denaro che i costruttori avrebbero richiesto alle banche) e sui costi assicurativi nulla si è detto come se non entrassero anch’essi in gioco e non fossero tra quelli più onerosi da sopportare. Ragion per cui era inevitabile (ma, in realtà, anche giusto) che (almeno in parte) questi costi sarebbero stati poi traslati in bolletta (come, del resto, accade in tutto il mondo).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche sul fronte dei detrattori non è mancata la disinformazione. In primis, questa famosa alternativa nucleare/rinnovabili è una panzana. Gli impianti nucleari permettono una produzione cd. &#8220;baseload&#8221; (cioè costante durante l&#8217;arco della giornata essendo fonti cd. programmabili). Al contrario, l&#8217;energia rinnovabile (tranne l&#8217;idroelettrico) è per definizione non programmabile in quanto per produrre i relativi impianti hanno bisogno che ci sia il sole o che soffi il vento (e questo non lo si può prevedere). Inoltre, ad oggi, non è ancora possibile l’accumulo di energia prodotta, la quale quindi deve essere consumata nello stesso momento in cui viene prodotta. La stessa Germania, ad esempio (a prescindere dalla scelta scellerata di chiudere le centrali entro il 2022 dopo aver indotto un bel po&#8217; di investitori a spendere miliardi di euro) combina nucleare e rinnovabili. Le rinnovabili da sole non bastano e non possono sostituire le fonti di produzione convenzionali.</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo, non si può tacere circa il fatto che senza nucleare l&#8217;Italia non raggiungerà mai gli obiettivi del famoso 20-20-20 concordati a livello comunitario. Infatti, gli impianti di produzione da energia nucleare sono a emissioni zero così che proprio il raggiungimento di obiettivi di politica ambientale potrebbe spingere gli Stati membri nella direzione del nucleare.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto ciò, orientarsi al voto al referendum è difficile. Per quanto mi riguarda, io voto SI&#8217; al referendum, pur non avendo niente di contrario al nucleare, perchè piuttosto che tornare al nucleare come pensa(va) di fare il Governo, preferisco farne a meno. Gli investimenti richiesti sono troppo elevati per affidarli ad un manipolo di dilettanti allo sbaraglio. So che la vittoria dei SI&#8217; (e, ovviamente, il raggiungimento del quorum) di fatto sarebbe per almeno altri 25 anni la pietra tombale sul ritorno al nucleare ma, se così fosse, la responsabilità più grande non sarebbe di ambientalisti e comitati referendari (che difendono le loro legittime idee) quanto di chi ha proposto il rilancio del nucleare non credendoci fino in fondo e non avendo la più pallida idea della materia di cui stava trattando. Se questi ultimi avessero sin da subito cominciato quell’opera necessaria di (corretta) informazione al fine di coinvolgere l’intera società nel progetto di rilancio del nucleare, gli italiani non si sarebbero fatti spaventare dall’incidente di Fukushima perché si sarebbero resi conto che esso aveva riguardato un impianto vetusto (non come quelli che sarebbero dovuti essere costruiti da noi) e, per lo più,  situato in una zona sismica (dove la legge italiana espressamente vieta la costruzione di infrastrutture di questo tipo). E poi si sarebbero resi conto che in Giappone 17 delle 18 centrali nucleari installate avevano resistito ad uno tsunami! E, invece, tocca sentire Chicco Testa che dice in televisione che è vero che a Chernobyl ci sono stati dopo l’incidente del 1986 4.000 bambini malati di cancro ma solo 15 di questi sono morti. Come se un cancro è un raffreddore e come se un cancro (come un raffreddore) è qualcosa che va via da solo o con cui ci si convive senza troppe preoccupazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Tirando le somme, direi che l’argomento è troppo importante e gli investimenti in ballo troppo ingenti per affidarli a questo manipolo di sbandati e se il SI’ al referendum significa buttare via il bambino con l’acqua sporca, poco importa, quel bambino è ormai affogato da tempo nelle acque torbide della demagogia e della disinformazione così si tratterebbe di buttare via un cadavere, al quale va garantita una degna sepoltura…Come al progetto di italiano di tornare al nucleare.</p>
<p><strong>Isidoro Niola_azzeccagarbugli, in realtà non ne azzecca davvero una, facendo perdere a Labouratorio tutti i ricorsi per le multe per divieto di sosta.</strong></p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>[Nucleare] Perchè da nuclearista per niente convinto voto NO al referendum&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 08:12:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Plex</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Io non so se il nucleare sia o meno una fonte di energia conveniente i termini economici. Trovo che sia un dibattito per specialisti e persone che hanno studiato la questione. Il punto è che ritengo con buona cognizione di causa che una condizione analoga alla mia la si possa trovare nella stragrande maggioranza delle persone… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/06/09/nucleare-perche-da-nuclearista-per-niente-convinto-voto-no-al-referendum/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io non so se il nucleare sia o meno una fonte di energia conveniente i termini economici. Trovo che sia un dibattito per specialisti e persone che hanno studiato la questione. Il punto è che ritengo con buona cognizione di causa che una condizione analoga alla mia la si possa trovare nella stragrande maggioranza delle persone che accorreranno al seggio ad esprimere in modo netto il loro SI, in virtù di un unica, particolarmente sentita argomentazione: “il nucleare è pericoloso”.</p>
<p>Io ritengo, e passerò il resto dell’articolo ad argomentarne il perchè, che la produzione di energia nucleare non sia più pericolosa rispetto a molte altre fonti di energie, e comunque non sufficientemente pericolosa da generare questo plebiscitario impeto a votare per cancellarne l’utilizzo. Mi sento pertanto titolato a votare NO senza una completa conoscenza dei pro e dei contro altri dal tema sicurezza, per compensare almeno uno degli innumerevoli voti a favore parimenti privi di tale conoscenza. Fair enough, direbbero gli inglesi.</p>
<p>Presenterò dunque alcune delle osservazioni che mi hanno indotto a considerare esagerato ed allarmistico il comportamento della stragrande maggioranza dei miei concittadini a riguardo del tema nucleare.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Roma è (sempre stata) più radioattiva di Tokyo</strong></p>
<p>Il dubbio lo coltivo come scelta da una vita,  e dunque ne ho anche sul nucleare. L’incidente alla centrale giapponese di Fukushima ha stratificato però, le mie certezze su un punto: del nucleare si ha una paura irrazionalmente eccessiva.</p>
<p>Prova ne è il fatto che in tantissimi ritengono e hanno ritenuto pericolosa o pericolossima la permanenza o la visita temporanea nella città di Tokyo, a più di 250 km di distanza dalla sorgente delle radiazioni. Ebbene, Tokyo non era e non è pericolosa, tanto che Roma per tutta la durata della crisi, fatte salve alcune ore del 15/3, ha registrato una radioattività nell’aria di molto superiore (0,25 microSv/h contro 0,05-0,10 microSv/h). In questi due ultimi mesi, se avete vissuto a Tokyo, avrete assorbito circa 0,35 mSv in meno che se fossi stati a Roma.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/06/japan.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-4548" title="japan" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/06/japan.png" alt="" width="1000" height="703" /></a></p>
<p>In tutte le prefetture del Giappone, escluse alcune aree di quella di Fukushima, ovvero la zona di esclusione di 20 km attorno alla centrale ed alcune localizzate aree fuori da questo perimetro, la radioattività nell’aria è assolutamente innocua per la salute, con valori tutti sotto agli 0,10 microSv/h (a Roma va sempre peggio).</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Cibo e acqua: raramente illegali, mai nocivi</strong></p>
<p>Una volta assicuratomi, numeri alla mano, che l’aria del Giappone non era poi cosi pericolosa come appariva dall’Italia, ho iniziato a interessarmi delle allarmanti notizie che giungevano di falde acquifere contaminate dalle radiazioni e cibo di terra e di mare potenzialmente nocivo.</p>
<p>Scopro così che nei controlli sul cibo effettuati periodicamente dal governo giapponese, e prontamente riferiti nei semiquotidiani aggiornamenti sul sito <a href="http://www.iaea.org/newscenter/news/tsunamiupdate01.html">dell’agenzia atomica internazionale (AIEA)</a>, solo una percentuale del 5-10% dei prodotti esaminati presentava valori di contaminazione superiori ai limiti legali. Controlli sul cibo prodotto, attenzione, non commercializzato, stanti le restrizioni in essere in gran parte delle zone colpite.</p>
<p>Mi sono dunque posto la domanda: “e ti pare poco?mangiala tu l’insalata radioattiva sfuggita per caso a controlli e restrizioni”. Ho trovato la mia risposta nella definizione dei limiti legali. <a href="http://www.ambtokyo.esteri.it/Ambasciata_Tokyo/Archivio_News/AggiornamentoConnazionali24052011.htm">Che sono fissati assumendo che ci sia un consumo continuativo di ogni determinato prodotto per un periodo di un anno</a>. Ok, puoi essere sfigato una volta, due, 5, 10. Non 100, o 200, o 365.</p>
<p>E l’acqua? I numeri chiave, definiti analogamente, sono 300 Bq/L per lo iodio e 200 Bq/L per il cesio, le uniche particelle radioattive rilasciate nelle fughe dalla centrale. Cercateli <a href="http://monitoring.tokyo-eiken.go.jp/monitoring/w-past_data.html">in questa tabella</a> relativa all’acqua di Tokyo, per capire quanto siamo lontani da qualunque ragionevole rischio. E lo saremmo anche se i valori registrati fossero 10 o 100 volte maggiori.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Fukushima: la paura fa più male delle radiazioni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ok, nessun rischio a lungo termine da cibo e acqua, e nemmeno dall’aria, almeno al di fuori da zona di esclusione e qualche sfigata località un pò più lontana. Ma quelli che stavano in queste aree? Che ne sarà di loro? E gli eroi di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Fukushima_50">Fukushima 50</a>, la task force di operai Tepco che i media hanno consacrato essere composta da sole 50 persone, possibilmente destinate a morte certa, rimasta per giorni da sola a combattere per stabilizzare la centrale?</p>
<p style="text-align: justify;">Iniziamo dai primi. Si tratta di 170000 persone che vivevano entro il raggio di 20 km dalla centrale e che sono state tutte evacuate da quest’area entro due giorni dal disastro. Le uniche notizie che ho reperito scorrendo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_di_Fukushima_Dai-ichi#Evacuazione_della_popolazione">la voce di wikipedia sul disastro</a>, parlano di una decina di persone contaminate, una delle quali per circa 0,04 Sv. Per quanto riguarda i lavoratori alla centrale, al 14 Aprile (ma è estremamente verosimile che le cose siano rimaste tali essendo state interrotte da tempo le fughe radioattive), in 28 risultavano avera assunto dosi superiori a 0,1 Sv, soglia legale in vigore al momento del disastro per i lavoratori della centrale. Nessuno di essi superava però gli 0,25 Sv, il nuovo limite legale imposto dal governo per permettere alla Tepco di operare nella legalità nelle nuove condizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Come si vede <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Avvelenamento_da_radiazione">da questa tabella</a>, nessuna di queste dosi risulta essere tuttavia in grado di provocare alcune effetto <em>diretto </em>sulla salute, come l’avvelenamento da radiazione che ha ucciso molti dei 65 morti <em>direttamente</em> attribuibili al disastro di Cernobyl, in Ucraina.</p>
<p style="text-align: justify;">Direttamente, perchè, com’è noto, assorbire determinate dosi di radiazioni può aumentare il rischio di contrarre tumori di varia natura. Determinate dosi, ma quanto determinate? Fondamentalmente nessuno lo sa con certezza. <a href="http://affaritaliani.libero.it/cronache/la_scheda_giappone_radiazioni_rischi150311.html">C’è chi dice che la soglia sia 0,1 Sv</a>, <a href="http://tozzi-national-geographic.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/03/21/le-centrali-nucleari-fanno-venire-il-cancro-anche-senza-incidenti/">c’è chi dice che basta vivere accanto a una centrale nucleare per accrescere il rischio</a> di leucemia, <a href="http://it.paperblog.com/le-centrali-nucleari-non-aumentano-il-rischio-di-leucemie-379115/">e c’è chi lo smentisce</a>, dopo attenta analisi&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Molta incertezza e alcuni capisaldi. Meno ne assorbi meglio è. In dieci anni, se vivi a Roma, ne assorbi poco meno di 0,03 Sv, quindi ragionevolmente, non ha senso preoccuparsi sotto gli 0,03 Sv, una preoccupazione moderata fino a 0,1 Sv, crescente sopra questa soglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Con questi numeri in mente, scopriamo che per effetto delle radiazioni, ma grazie alla pronta evacuazione e alle misure di sicurezza, nessuno è morto per gli effetti diretti, mentre per quelli indiretti una trentina di persone potrebbero avere leggermente accresciuto il rischio di tumori.</p>
<p style="text-align: justify;">Morti sicuri e quantificabili sono invece stati prodotti dalla paura delle radiazioni, manifestatasi nella forma di un’evacuazione d’emergenza approssimativa e inutilmente caotica, di un ospedale  nella cittadina di Futaba, nei pressi della centrale. Là, abbandonati dal personale in fuga, costretti nell’evacuazione a innumerevoli peripezie per la chiusura di strade intorno alla centrale, <a href="http://market-watch.asia/news/item/27091-families-want-answers-after-45-people-died-following-evacuation-from-fukushima-hospital">sono morti 45 pazienti</a>, per lo più anziani, morti per fuggire da un modesto aumento della probabilità di contrarre un tumore un giorno&#8230;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Fukushima e Cernobyl: un confronto istruttivo</strong></p>
<p>A questo punto della storia, ogni volta che da giornali e amici, veniva innalzata l’icona di morte di Cernobyl per esaltare la portata del disastro nucleare giapponese, una certa perplessità aveva iniziato ad assalirmi.</p>
<p>Cosi’, dopo aver precisato che anche se gli è stato assegnato lo stesso, massimo, livello di impatto, a Cernobyl, e non a Fukushima, è esploso un reattore nucleare disperdendo nello stesso istante, e non diluendole nel tempo, una quantità di radiazioni che a Cernobyl è stata circa <a href="http://www.dirittodicritica.com/2011/04/12/fukushima-chernobyl-incidente-nucleare/">10 volte maggiore di Fukushima</a>, la cui area circostante è stata evacuata in due giorni, rispetto a un mese complessivo per quella di Cernobyl, si può passare alla lettura istruttiva della voce di wikipedia <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_di_%C4%8Cernobyl'">sul disastro di Cernobyl</a>.</p>
<p>Prima di farlo, fate nella vostra testa una stima del numero di vittime indirettamente (tumori sviluppati negli anni successivi all’incidente) causate dall’esplosione.</p>
<p>Alle 65 vittime dirette, tutte facenti parte dei soccoritori delle prime ore, vanno dunque aggiunti un numero imprecisato di vittime. Quante? E’ un eufemismo dire che lo si sappia con certezza.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>4000 morti, molti dei quali ancora vivi</strong></p>
<p>Il rapporto Onu, prodotto dopo 20 anni di studio, nel 2005, parla di “<em>di 6000 casi di tumore alla tiroide</em>”, “molto probabilmente da attribuirsi all&#8217;esposizione alle radiazioni”. E per la quasi totalità curati, stante un tasso di guarigione di oltre il 90% per questo tipo di tumore. Circa 500 morti per colpa di Cernobyl dunque? Non è così semplice. Perchè sebbene il rapporto dica esplicitamente che</p>
<p>“<em>escludendo questo incremento, non vi è evidenza di ulteriore impatto per la salute pubblica attribuibile all&#8217;esposizione di radiazioni due decenni dopo l&#8217;incidente. Non vi è evidenza scientifica di un incremento di incidenza di tumori né del tasso di mortalità né nell&#8217;insorgenza di patologie che potrebbero essere collegate all&#8217;esposizione alle radiazioni</em>”;</p>
<p>“pur tuttavia stima in aggiuntive 4.000 morti presunte in eccesso per leucemie e tumori su un arco di 80 anni, morti che non è stato né sarà possibile rivelare epidemiologicamente, distinguere statisticamente rispetto a fluttuazioni casuali.” 4000 morti in 80 anni, a 25 anni dall’incidente, fanno 4000 morti, la maggior parte dei quali ancora vivi&#8230;</p>
<p>Ovviamente non c’è solo il rapporto Onu, e su Cernobyl sono circolate negli anni stime e controstime che vanno dal raddoppio di quelle dell’Onu fino ai 30-60mila morti, sempre stimati su epoche bibliche, prodotto dai Verdi al parlamento europeo. Sull’estremo versante del catastrofismo, Greenpeace, che ha parlato, senza crederci nemmeno troppo, di circa 6 milioni di morti.</p>
<p>E’ con questi numeri in mente, che quel furbacchione di Beppe Grillo ha partorito una trovata geniale, asserendo sicuro: “<a href="http://www.youtube.com/v/izSOv0492zo&amp;rel=1">il picco di mortalità deve ancora esserci</a>“. Quella della sua onestà intellettuale, era evidentemente già sopraggiunta.</p>
<p style="text-align: center;"><strong> Percezione, narrazione, realtà</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E però. La percezione comune del problema, quella che porterà una valanga di cittadini informati e consapevoli a depositare nell’urna le schede del terzo quesito con una croce sul SI, è e rimane profondamente diversa da quella che ho provato a rappresentare.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/06/198611_10150122640268334_564788333_6422152_875472_n.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4549" title="198611_10150122640268334_564788333_6422152_875472_n" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/06/198611_10150122640268334_564788333_6422152_875472_n.jpg" alt="" width="679" height="346" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Parte può forse essere dovuta alla valanga di inesattezze, sensazionalismo spicciolo, descrizioni approssimative, vere e proprie topiche, quando non proprio <a href="http://giapponemonamour.blogspot.com/2011/03/nuove-da-wondernewsland-visetti-si.html">menzogne consapevoli</a> finalizzate a vendere la propria merce editoriale reclamizzando fini del mondo prossime venture. Per fortuna in Giappone non c’erano solo gli inviati di Repubblica, ma anche <a href="http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&amp;v=aQUtQ9WFgB4#at=13">tanti italiani sensati</a>, e l’onnipresente e benedetta Report, che ha raccontato <a href="http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&amp;v=df2HK5EDoLw">una storia diversa di quello che è accaduto in Giappone</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non per questo possiamo esimerci dal menzionare <a href="http://www.jpquake.info/home">il muro della vergogna del giornalismo mondiale</a>, una raccolta prodotta in Giappone delle peggiori perle del terrorismo mediatico che ha alimentato la paura atomica. Corriere della Sera e Repubblica, col pessimo inviato Giampaolo Visetti, hanno fatto la parte del leone.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Conclusione: il rischio, la paura e la razionalità</strong></p>
<p>Arrivato alla fine delle evidenze raccolte, rimangono alcune, pacate, banali, considerazioni.</p>
<p>- Nessuna attività umana è esente da rischi, neppure l’estrazione di energia da reazioni di fissione nucleare.</p>
<p>- Non tutti i rischi sono uguali, alcuni sono più concreti, altri lo sono meno. Il rischio per l’utilizzo di energia nucleare lo è meno di tantissimi altri, a partire dall’utilizzo di altre forme di energie come il petrolio, causa di inquinamento e guerre.</p>
<p>- La paura è del tutto inutile a compiere scelte razionali, delle quali si nutre la nostra civiltà, la capacità della nostra specie di scegliere per il meglio sulla base di ciò che è meglio, per quanto se ne sa, nei limiti delle proprie capacità di analisi.</p>
<p>- Un terremoto del 9 grado della scala Richter è un evento raro. Un onda di Tsunami alta 10 metri è un evento rarissimo. Queste due sciagure hanno ucciso 30000 persone e spazzato via interi villaggi. Il disastro alla centrale di Fukushima non ha avuto conseguenze minimamente comparabili, grazie al funzionamento delle misure di sicurezza e alla non disastrosità intrinseca di un rilascio di una certa quantità di radiazioni.</p>
<p><strong>Andrea Pisauro_contaminato da piccolo&#8230;</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>[Sociopatie] Le ronde? Una tribù che balla!</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 13:15:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Interna]]></category>
		<category><![CDATA[Società  e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente comunitario]]></category>
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		<description><![CDATA[di Giacomo Scarpelli Primitivi, rozzi, trogloditi, incivili. Tutti termini che vengono affibbiati di frequente alle Ronde, alla Lega Nord e alle sue varie sparate. Appellativi non certo ingrati o avari. Anzi mai così azzeccati per dedurre una categoria euristica capace di interpretare il “rondismo” dei nostri tempi. La tribù appunto. Sul fenomeno innanzitutto c’è da chiedersi… <a href="http://www.labouratorio.it/2009/10/13/sociopatie-le-ronde-una-tribu-che-balla/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Scarpelli</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-2034" title="tribaldance" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2009/10/tribaldance.png" alt="tribaldance" width="452" height="204" /></p>
<p>Primitivi, rozzi, trogloditi, incivili. Tutti termini che vengono affibbiati di frequente alle Ronde, alla Lega Nord e alle sue varie sparate. Appellativi non certo ingrati o avari. Anzi mai così azzeccati per dedurre una categoria euristica capace di interpretare il “rondismo” dei nostri tempi. La tribù appunto.<br />
Sul fenomeno innanzitutto c’è da chiedersi come si spiega una domanda e una partecipazione popolare così sentita, specialmente in determinate zone del paese. Non c’è dubbio che la questione affondi le radici nelle trasformazioni della struttura economica e sociale. Ma vale la pena, in questa occasione, occuparci di ciò che viene a galla dalle profondità, dedicare infatti queste poche righe al <strong>neotribalismo delle ronde</strong>.<br />
<span id="more-2033"></span></p>
<p>Subito mi viene in mente la nozione come la espone Michel Maffesoli nei suoi cours alla Sorbona.<br />
Per tribù moderne, infatti si deve intendere un ordine di fusione che si contrappone all’ordine politico. Un’associazione tra individui che non trova nella razionalità moderna il suo spirito fondante ma al contrario si affida al sentimento, all’emozione, alla dimensione sensibile per organizzarsi.</p>
<p>Messa così sembrerebbero la riedizione delle comunità premoderne, della tradizione, della superstizione, delle credenze ecc&#8230;. Al contrario sono creazioni sociali dell’epoca moderna, poiché gli stessi componenti hanno ruoli sociali nella società in cui vivono. Biografie individualiste che costituiscono l’ambiente comunitario attraverso rapporti tattili, privi di un’appartenenza comune e discontinui, relazioni tra stranieri metropolitani che si raggruppano per un interesse immediato e non per realizzare una visione condivisa del bene comune.</p>
<p>Cosa sono le ronde se non uno spazio, uno fra i tanti, dove i singoli possono transitare rappresentando e reclamando le proprie esigenze e i propri bisogni? Un terreno, come loro stessi affermano, che supplisce alla mancanza di sicurezza dello stato e per questo ascrivibile ad un ordine altro da quello politico. Uno dei tanti punti di approdo su cui stanziare per breve tempo, una notte, per poi ripartire verso altre terre. Un nodo di accesso dove poter sviluppare una socialità in cui la persona recita un ruolo improvvisando su un canovaccio improntato sul rancore e l’egoismo individualistico, che esprime sia la solitudine dell’uomo contemporaneo sia la difesa della villetta coi nani da giardino.</p>
<p>Senza dubbio rappresentano un bisogno di comunità represso dalla modernità. Un pessimo bisogno che a ragione provoca riprovazione. Una modalità di interazione che cede tutto alla dimensione dell’irrazionale, dell’antimoderno per finire in un’agire sociale pericoloso e violento.</p>
<p>Allora, noi, variegato mondo del centrosinistra, della sinistra o del centro-sinistra, non dovremmo esimerci dal confrontarsi con tutte le nuove modalità di aggregazione che appaiono anche nella nostra società. Interrogarsi è necessario per elaborare una prospettiva che non si limiti alla condanna di tali manifestazioni, ma le affronti di petto; perché se la maggior parte delle volte l’associazione avviene in maniera ludica, altre volte può dar luogo a fenomeni violenti come le ronde e simili. D’altronde le tribù sono anche questo.<br />
<strong><br />
<em>Giacomo Scarpelli da Firenze, laureato in Scienze politiche, impenitente cosmopolita e antitaliano, da prima che glielo dicesse Berlusconi.</em></strong></p>
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		<title>[Welcome to the Jungle] Insicurezze post-moderne</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Sep 2008 11:20:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrew Nat</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società  e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[andrea natalini]]></category>
		<category><![CDATA[avanguardia]]></category>
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		<description><![CDATA[“Ci dicono continuamente che nessuno è al sicuro ma questo lo sapevo già e non è mai stata una buona scusa per barricarmi dentro casa la tele accesa e la porta chiusa”. Ultimamente stavo sentendo questa canzone alla radio &#8211; sapete di quelle radio commerciali che noi snob della musica d’elite non ascoltiamo – che proponeva… <a href="http://www.labouratorio.it/2008/09/23/welcome-to-the-jungle-insicurezze-post-moderne/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-691" title="welcometothejungle" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2008/09/welcometothejungle.png" alt="" width="371" height="205" /></p>
<p>“Ci dicono continuamente che nessuno è al sicuro ma questo lo sapevo già e non è mai stata una buona scusa per barricarmi dentro casa la tele accesa e la porta chiusa”. Ultimamente stavo sentendo questa canzone alla radio &#8211; sapete di quelle radio commerciali che noi snob della musica d’elite non ascoltiamo – che proponeva nel testo un non so che di intelligente e di graffiante.<br />
La canzone mi ha colpito, non solo per il ritmo tribale e coinvolgente, ma proprio le parole con cui si attacca questa povera società martoriata. Il testo in questione è tratto dalla nota canzone Safari di Jovanotti,  non che sia un estimatore dell’artista, ma quando qualcuno propone delle idee originali abbinate a una lirica molto sentita, allora scatta nel pensiero dell’ascoltatore un momento di riflessione. Il tema trattato da Jovanotti non è di semplice risoluzione, anche perché numerosi studiosi (filosofi, sociologi etc…) hanno dibattuto sulla poca fiducia che ogni individuo ha ‘nell’altro’.</p>
<p><span id="more-690"></span>La fiducia è alla base del ragionamento, dato che se questa viene a mancare, tutto si tramuta in un eccesso d’insicurezza che inevitabilmente porta a non uscire dalle proprie mura domestiche, perché non si conosce realmente chi ci stia accanto. L’uomo, però, è animale sociale e rimanendo dentro casa si priverebbe della sua caratteristica migliore: la comunicazione. Come può allora comunicare dentro casa? Ci sarebbero tre modi : il telefono, la televisione e internet. Internet è un modo di comunicare che  permette all’individuo di interagire con il mezzo in maniera dinamica ed attiva, ma è ancora una prerogativa giovanile; mentre il telefono e la televisione sono ancora largamente usati dai più anziani.</p>
<p>Essendo quindi ancora un mezzo diffusamente seguito dalle persone, allora molte di esse sono altamente influenzabili, dato che  questo mezzo di comunicazione ‘spara’ idealmente delle informazioni che vengono meccanicamente inglobate nel sistema valoriale del soggetto che ne sta usufruendo. La comunicazione che s’instaura tra l’individuo-fruitore e il mezzo è un sistema passivo e statico, nel quale si è in balia di chi controlla il flusso di notizie. Se riprendiamo il concetto di solitudine dell’individuo nella propria casa, di cui facevo riferimento prima, si comprende come egli debba – per forza di cose- fidarsi dell’unico collegamento con la realtà esterna che abbia in casa,  diffusamente usato. L’esterno come appare agli occhi dell’individuo sicuro in casa? La televisione – in particolare i telegiornali- in pochi minuti ci da una visuale del mondo esterno disgregato e rarefatto, poiché si sofferma su singoli eventi che hanno caratterizzato la giornata. L’opinione di ogni persona, nel vedere queste scene di morte e di distruzione, è quella di non fidarsi del mondo esterno perché pericoloso. Se sommiamo questi singoli giudizi di valore, capite bene che si crea un’opinione pubblica che ammette un concetto di società insicura e negativa.</p>
<p>Come accade tutto questo?<br />
Questo sentire comune nelle società occidentali post-moderne &#8211; ovvero le democrazie occidentali e i paesi industrializzati e più progrediti &#8211;  è stato analizzato molto bene da un sociologo di fama internazionale: Z. Bauman. I  temi eterogenei sui quali si sofferma sono all’ordine del giorno: la crescente preoccupazione per la criminalità, la fine dell&#8217;ideologia, il reddito minimo garantito e via discorrendo. Tutti però si inseriscono in una riflessione unitaria sul ruolo della politica e dell&#8217;autonomia dei soggetti nel mondo contemporaneo. L’asse portante di questa ‘teoria della società post-moderna’ è la Globalizzazione che ha spazzato via il ruolo pubblico e ha ingigantito la sfera privata. In uno dei suoi ultimi saggi “In search of politics”, la conseguenza più grave della globalizzazione e con essa del liberismo sfrenato (con l&#8217;avvento dell&#8217;economia post-fordista) è la scomparsa dello spazio pubblico: come direbbe Bauman “l&#8217;agorà è stata invasa dall&#8217;oikos”.</p>
<p>L’agora, che in epoca greca indicava la piazza principale, era il centro politico, luogo della democrazia per antonomasia, ma era contemporaneamente anche  il luogo del mercato e il centro economico della polis greca.  Oggi è stata ripresa come simbolo dell’azione pubblica, la cui funzione non è più assicurata da nessuno. Anzi teorie ‘molto all’avanguardia’ ci hanno demonizzato questo essere oppressivo (lo Stato) che schiacciava la libertà individuale e non permetteva quindi la piena realizzazione delle capacità umane. La grande opera di demolizione, che in economia ha raggiunto l’apogeo con le teorie liberiste, ha disgregato l’azione statale e la sua antica funzione di garante dei cittadini. Per Bauman infatti le nostre società sono dominate dalla ‘Insicurezza esistenziale’, quindi una “incertezza circa il proprio destino, sensazione che la propria persona si trovi costantemente in pericolo” tutto questo  costituisce una cornice nella quale gli individui trascorrono le loro vite, incapaci di organizzarle e di costruirsi un&#8217;identità. La conseguenza? Voglia di uno Stato forte, che si faccia sentire su vari problemi, voglia dunque di uno Stato che detti legge e che possa mantenere le speranze dei propri cittadini, ma soprattutto che gli risolva i problemi.</p>
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		<title>Potenziare e prevenire: le due parole per una città sicura</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Dec 2007 23:01:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Lucacchioni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società  e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[città]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
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		<category><![CDATA[unione europea]]></category>

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		<description><![CDATA[(*) La sicurezza delle città in cui viviamo costituisce uno dei temi più scottanti nei dibattiti alimentati dall’opinione pubblica italiana. Il diritto alla libertà e alla sicurezza del cittadino , per l’importanza che riveste nello scenario politico globale negli ultimi vent’anni, viene persino sancita nella legislazione internazionale, ovvero nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Oggi,… <a href="http://www.labouratorio.it/2007/12/17/potenziare-e-prevenire-le-due-parole-per-una-citta-sicura/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2007/12/163506408_a1a35190ca_o.jpg" alt="163506408_a1a35190ca_o.jpg" align="right" border="0" height="356" hspace="10" vspace="10" width="234" />(*) La sicurezza delle città in cui viviamo costituisce uno dei temi più scottanti nei dibattiti alimentati dall’opinione pubblica italiana.<br />
Il diritto alla libertà e alla sicurezza del cittadino , per l’importanza che riveste nello scenario politico globale negli ultimi vent’anni, viene persino sancita nella legislazione internazionale, ovvero nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.<br />
Oggi, infatti, è il tema che occupa il primo o il secondo posto nelle preoccupazioni dei cittadini, soprattutto di quei segmenti sociali più “deboli”, ovvero donne, anziani e bambini. Per questo costituisce un fattore “strumentale” che le politiche di Governo, locale e nazionale devono affrontare organicamente e efficacemente.</p>
<p>Il concetto di sicurezza nel territorio urbano ha subito negli ultimi anni una significativa evoluzione. La vecchia idea di città sicura riconduceva essenzialmente la criticità ad un problema di incolumità personale rispetto a fenomeni criminosi: questo tipo di sicurezza, relativo all’ordine pubblico nel suo aspetto di “polizia”, fa riferimento sia ad approcci risolutivi di tipo repressivo che preventivo, ma è tipicamente afferente alle competenze delle sole forze dell’ordine.<br />
La domanda di sicurezza da parte dei cittadini sta assumendo un’accezione più ampia, riferita alla vivibilità, alla libertà di muoversi, lavorare e usufruire con serenità degli spazi pubblici e privati delle città, in una situazione di convivenza civile tra etnie, culture e generazioni differenti: il tema, quindi, è quello del contrasto all’emarginazione, di una gestione responsabile dell’impatto del fenomeno dell’immigrazione, della tutela dell’ambiente e delle risorse culturali, della valorizzazione dello sviluppo locale, della protezione dei siti sensibili, della diffusione della legalità e al contempo della cultura delle regole.</p>
<p><span id="more-82"></span> E’ evidente che questa nuova e più ampia interpretazione della sicurezza, denominabile “sicurezza urbana” per distinguerla dal precedente aspetto di “sicurezza pubblica”, si ricollega a due recenti fenomeni, ovvero il dilagare della globalizzazione e dell’innalzamento della qualità della vita nelle città. In questo senso, essa travalica il ruolo delle forze dell’ordine per acquisire una dimensione più attiva e interattiva dove assumono rilevanza più soggetti, non solo quindi le istituzioni pubbliche, ma anche le organizzazioni della società civile, le associazioni, il tessuto economico e gli organi di informazione.<br />
La grande sfida delle amministrazioni locali è proprio quella di riuscire a coinvolgere attraverso politiche di prevenzione e integrazione, tutti i soggetti che sono chiamati a svolgere un ruolo nelle nostre città. Solo con politiche incanalate in tal senso è possibile evidenziare le situazioni di criticità presenti nel contesto urbano e interpretarle,  allo scopo di coinvolgere la comunità in azioni e progetti che diano risposta ai bisogni di sicurezza, contrastino l’illegalità, rimuovano le situazioni di maggior degrado e  ridiano fiducia al cittadino.</p>
<p>Sicurezza è vivere in contesti urbani che non producano esclusione, divisioni tra gruppi di cittadini e gerarchie sociali. Sicurezza è componente e risultante di una esigibilità piena dei diritti di cittadinanza.</p>
<p>Le azioni da sviluppare concretamente sul territorio sono bidirezionali. Riguardano, da un lato, interventi mirati al potenziamento e alla riqualificazione dei servizi, dall’altro, c’è la necessità di dar corso a un insieme di interventi per la prevenzione e la formazione culturale e sociale, tali da interagire coi comportamenti e gli stili di vita delle persone. Si tratta dunque di progettare e promuovere, anche con idonee iniziative formative, programmi e servizi in linea con le più moderne e innovative politiche di welfare dei Paesi europei in grado di incidere significativamente sulla qualità generale di vita della comunità.<br />
Dal punto di vista operativo, le azioni e i progetti mirati al potenziamento  e l’ammodernamento dei servizi a disposizione del cittadino sono molteplici e rappresentano le soluzioni più efficaci per prevenire il degrado e la perdita della percezione della sicurezza delle città; essi variano da un maggior presidio delle forze dell’ordine nel territorio, al potenziamento dell’illuminazione pubblica e del sistema di videosorveglianza, a piani di formazione mirati a costruire una cultura sull’educazione alla legalità e sull’ informazione in merito alla prevenzione dei reati, all’utilizzo per attività culturali e sociali dei beni confiscati alla criminalità organizzata, tema caro a non poche regioni italiane e molto altro ancora.<br />
Anche per questo delicato tema, come la mitica pubblicità della Mentadent, vale il detto “prevenire è meglio che curare”. Ciò comunque non può avvenire se parallelamente alle azioni che ho descritto precedentemente, non si proceda, per ciò che concerne una micro-criminalità che sta dilagando in macro-criminalità organizzata, a un potenziamento in termini sia quantitativi che quantitativi delle forze dell’ordine e  ad una riorganizzazione seria del sistema giudiziario che sia finalmente in grado di far dormire sonni tranquilli ai cittadini, assicurando la certezza della pena ai criminali in tempi celeri.</p>
<p>Il nocciolo della questione può essere riassunto nel binomio “sicurezza urbana e qualità della vita nella città”.<br />
In quest’ ottica cade il concetto di tolleranza zero, della risposta dura di contrasto duro. Oggi un partito come il nostro deve saper sviluppare politiche articolate, diversificate, flessibili, mettendo in campo tanti attori affinché il diritto alla sicurezza possa essere affrontato in maniera coerente, non solamente con la forza, non solamente con il contrasto anche se pur necessario, ma con una sorta di compartecipazione, con differenti competenze, di tutti i soggetti deputati al miglioramento della qualità della vita e della sicurezza del cittadino. La pace e la sicurezza di una città non sono garantite solo dalle Forze di Polizia ma principalmente da una complessa e inconscia rete di controllo volontario esercitato dalla popolazione stessa. In questa ottica la prevenzione assume un ruolo particolarmente importante. Si tratta di vigilare e sostenere con azioni mirate la vitalità e la sicurezza dell’ambiente impedendo o riqualificando i servizi prima ancora che questi comincino un progressivo e inesorabile degrado. Là dove invece la sicurezza è in pericolo, è necessario intervenire rapidamente con azioni che impediscano il dilagare della paura e ripristinino lo stato di fiducia dei cittadini verso la città.</p>
<p>Tengo inoltre  a sottolineare che la sicurezza è un bene comune e, in quanto tale, non appartiene più a una logica dicotomica: non è un tema dai connotati neri o rossi, di destra o di sinistra. E la risposta a tale problema è altrettanto scontata: non può essere né di destra né di sinistra. E’ un tema che deve essere affrontato in maniera organica e integrata da tutto il sistema politico. Insomma, non può essere lasciato in balia del principio “tolleranza zero” adottato dalla destra estremista, ma nemmeno dal “buonismo” dilagante dell’estrema sinistra. Il nostro partito deve prendere a cuore il tema della sicurezza, egualmente a quello del lavoro o a quello della laicità. Il Partito socialista, se vuole diventare la vera forza riformista del nostro Paese in grado di cogliere anticipatamente i cambiamenti repentini di una società nel pieno stadio della globalizzazione, deve farsi carico e diventare l’alfiere della battaglia per garantire la sicurezza dei cittadini, attraverso politiche di investimento pianificate nel lungo periodo che possano realizzare interventi mirati alla promozione di un ambiente più sicuro, favorendo la crescita delle relazioni personali e di gruppo, promuovendo la convivenza tra diverse culture per prevenire fenomeni di criminalità e inciviltà, sviluppando al contempo il senso di appartenenza alla comunità. Dobbiamo operare affinché si dia vita finalmente ad una vera e propria cultura della legalità e della prevenzione che possa contribuire efficacemente e concretamente alla crescita economico-sociale del nostro Paese.</p>
<p><em>* _ Questo articolo è stato redatto sulla base di un intervento pubblico tenuto ad Orvieto lo scorso novembre durante un dibattito pubblico di carattere programmatico.</em></p>
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		<title>Tra sicurezza e omofobia</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Dec 2007 23:07:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angelo Giubileo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Interna]]></category>
		<category><![CDATA[omofobia]]></category>
		<category><![CDATA[Riformista]]></category>
		<category><![CDATA[senato]]></category>
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		<description><![CDATA[Il mese in corso è crocevia di numerosi intrighi politico-legislativi, prima ancora che istituzionali. Autorevolmente è stato sostenuto che il governo cadrà a gennaio, perché appare necessario e quindi scontato che il governo resista fino all’approvazione della Finanziaria. Ma bisognerebbe pensare, almeno solo per un attimo, a quanti sacrifici una parte è costretta sul piano squisitamente… <a href="http://www.labouratorio.it/2007/12/10/tra-sicurezza-e-omofobia/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2007/12/giubileo.jpg" alt="giubileo.jpg" align="right" />Il mese in corso è crocevia di numerosi intrighi politico-legislativi, prima ancora che istituzionali. Autorevolmente è stato sostenuto che il governo cadrà a gennaio, perché appare necessario e quindi scontato che il governo resista fino all’approvazione della Finanziaria.</p>
<p>Ma bisognerebbe pensare, almeno solo per un attimo, a quanti sacrifici una parte è costretta sul piano squisitamente politico. In proposito, non sarà, ad esempio, sfuggito ai più l’articolo di Giuseppe Tamburano, pubblicato su il Riformista di venerdì 7 dicembre, dal titolo: “Per la laicità, via dalla maggioranza” e rubricato: “Socialisti. Occasioni perse”. In breve, l’Autore si chiede che cosa debbano fare nell’immediata fase politica i socialisti e, asserendo di non aver alcun dubbio in proposito, conclude: “rompano solennemente con il governo e con la maggioranza assicurando a Prodi solo un eventuale &lt;soccorso rosso&gt; in caso di necessità. E si impegnino quotidianamente col massimo del vigore sui problemi del laicismo e della giustizia sociale”.</p>
<p>Si dà il caso che l’occasione sia data dall’approvazione al Senato del decreto legge sulla sicurezza. Nella fattispecie concreta, il nodo politico-legislativo per il governo è rappresentato dall’introduzione dell’art. 1-bis al testo, laddove è precisato che “All’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e successive modificazioni, il comma 1, è sostituito dal seguente: «1. salvo che il fatto costituisca piu’ grave reato, anche ai fini dell’attuazione dell’articolo 4 della convenzione è punito: a) con la reclusione fino a tre anni chiunque, incita a commettere o commette atti di discriminazione di cui all’articolo 13, n. 1 del trattato di Amsterdam”. In concreto, significa che nell’ordinamento giuridico italiano verrebbe introdotta una disposizione di legge che punirebbe, e considererebbe quindi reato, l’azione di chiunque compie o incita a compiere atti di discriminazione in relazione all’identità di genere.</p>
<p><span id="more-39"></span>A tale proposito, occorre allora precisare che, in generale, per quanto concerne il profilo di della validità ed efficacia giuridica della norma nel diritto interno del nostro Paese, il rapporto tra ordinamento comunitario e ordinamento statale è regolato dal diritto internazionale pattizio. Mentre, in particolare, per quanto concerne le norme derivanti da trattati, quale appunto il Trattato UE di Amsterdam, è controverso se le norme ricevano diretta applicazione nell’ordinamento statuale attraverso la previsione dell’art. 11 della Costituzione oppure necessitino di un provvedimento normativo statuale, e quindi derivante da una fonte di diritto interno, di ricezione.</p>
<p>E’ chiaro allora che, anche se sulla base di un’interpretazione più restrittiva circa la validità ed efficacia nel nostro ordinamento statuale di una norma pattizia internazionale, l’introduzione del principio antiomofobo di cui all’art. 13 del Trattato di Amsterdam conseguirebbe necessariamente dall’approvazione del decreto legge sulla sicurezza nelle forme con cui ha superato la prova di fiducia posta dal governo al Senato.</p>
<p>Eloquente pertanto è stata la dichiarazione dell’on. Buttiglione, che già in passato ha mostrato di essere in disaccordo su certi temi con il Parlamento Europeo. Ha detto il senatore dell’Udc: «Si vuole mettere fuori legge la morale cattolica. Il governo tenta di coprire l&#8217;introduzione nel nostro ordinamento di un principio di polizia delle idee che mette fuori legge la morale cattolica con il riferimento al Trattato di Amsterdam, articolo 13, comma 1. Cerca cioè di dare l&#8217;impressione che qui si tratti di adempiere ad un obbligo europeo. Nulla di più falso». L’on. Bottiglione, non so se ami il sillogismo, ma certamente ne conosce appieno le potenzialità logiche. E, allora, come non accorgersi che: se l’introduzione del principio mette fuori legge la morale cattolica, allora significa che un principio di questa morale stessa non è escluso dalla legislazione attuale, anzi, secondo un’interpretazione estensiva dell’on. Bottiglione, sarebbe da essa del tutto contemplato? Ma c’è di più ancora: perché dare l’impressione – dice il senatore – che “si tratti di adempiere ad un obbligo europeo”? Non  interessa, cioè, all’on. Bottiglione discutere il merito del principio e della questione; ad egli basta sapere che è in contrasto con la morale cattolica e quindi non deve (o, addirittura, non può) trovare applicazione nell’ordinamento statuale, interno della nazione.</p>
<p>Saremmo quindi noi altri, gli integralisti?!</p>
<p>Ma, si diceva, dicembre è il mese della Finanziaria e, a ribadirlo, non può darsi che il governo cada prima della sua ordinaria approvazione. E, allora, il ministro Chiti si affretta a precisare che il testo della disposizione, di cui all’art. 1-bis del decreto citato, deve essere corretto necessariamente entro il mese, naturalmente nel senso auspicato dalla senatrice Binetti, portavoce dell’orgoglio cattolico.</p>
<p>Che Rifondazione non voglia o il &lt;soccorso bianco&gt; di Mastella voglia, rimane il dilemma della scelta, per noi socialisti, a cui rimanda, come si diceva,  l’articolo de il Riformista. Soccorso rosso contro soccorso bianco, direi che si dia il caso che anche noi, questa volta, sosteniamo l’iniziativa del Prc: “Noi voteremo il testo del Senato”. Senza alcuna modifica.</p>
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<p>Angelo Giubileo</p>
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