<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Labouratorio &#187; Italia</title>
	<atom:link href="http://www.labouratorio.it/tag/italia/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.labouratorio.it</link>
	<description>Magazine di sperimentazione alchemica per una generazione che non c&#039;è</description>
	<lastBuildDate>Fri, 20 Jan 2012 12:41:15 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	
		<item>
		<title>[Islam] La parte integrante dell&#8217;Europa</title>
		<link>http://www.labouratorio.it/2011/08/30/islam-la-parte-integrante-delleuropa/</link>
		<comments>http://www.labouratorio.it/2011/08/30/islam-la-parte-integrante-delleuropa/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 21:09:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Gazzolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalla periferia dell'Impero]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Estera]]></category>
		<category><![CDATA[allineamento]]></category>
		<category><![CDATA[colonialismo]]></category>
		<category><![CDATA[impero]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.labouratorio.it/?p=4865</guid>
		<description><![CDATA[La liberazione della Libia è stata la prima guerra autenticamente europea dalla fine dei sistemi coloniali formali. Guerra europea perché il problema politico fondamentale ad essa sotteso è quello del controllo, lungo il mediterraneo, dei paesi musulmani da parte delle potenze europee. Va detto, sin d’ora, che tutto ciò è stato possibile soltanto a partire dal ripensamento… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/islam-la-parte-integrante-delleuropa/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La liberazione della Libia è stata la prima guerra autenticamente <em>europea</em> dalla fine dei sistemi coloniali formali. Guerra<em> europea</em> perché il problema politico fondamentale ad essa sotteso è quello del controllo, lungo il mediterraneo, dei paesi musulmani da parte delle potenze europee.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/EuropeFlag_m.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4878" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/EuropeFlag_m-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Va detto, sin d’ora, che tutto ciò è stato possibile soltanto a partire dal ripensamento della gestione degli spazi mondiali da parte degli Stati Uniti, inaugurato con la presidenza di Obama ed il Discorso del Cairo. Si ricordino due punti chiave: l’Islam come “<em>parte integrante</em>” dell’America e l’idea che, se la democrazia non si deve imporre ad una nazione, “i governi che proteggono e tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior successo, i più sicuri”. Dopo l’Iraq, la “primavera araba” sembra corrispondere all’idea di un <em>cordone sanitario</em> e strategico che, lungo l’Africa settentrionale, è condizione per l’esercizio in modo <em>indiretto</em> del controllo da parte degli Stati Uniti.</p>
<p>È la prima volta che si assiste ad un <em>allineamento</em> di Paesi musulmani entro l’asse politico occidentale (è la prima volta, del resto, che nelle manifestazioni di piazza non si vedono bruciare le bandiere degli Stati Uniti): l’Islam, in tal senso, diviene davvero “parte integrante” degli spazi occidentali. Gli Stati Uniti hanno, oggi, intensificato – e non diminuito – l’intervento esterno, molto più di quanto non sia accaduto con la presidenza Bush. Ma, ripensato in termini di “allineamento delle province” dell&#8217;impero, tale intervento ha avuto per conseguenza quella di coinvolgere direttamente le responsabilità ed il controllo di quelle posizioni spaziali da parte dei paesi dell’Europa.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/islamwest2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4928" title="islamwest2" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/islamwest2-300x245.jpg" alt="" width="300" height="245" /></a>Per tale ragione la “liberazione” della Libia è stata una guerra <em>europea</em>, una guerra, cioè, in cui si è <em>determinato</em> – perché tale era la posta in gioco &#8211; quali tra gli Stati europei saranno chiamati a sostenere il compito di mantenere l’allineamento di quell’area nell’orbita occidentale. L’alleanza anglo-francese ha, evidentemente, vinto questa guerra. Vittoria preparata, pensata e resa possibile dal trattato di collaborazione militare firmato tra i due Paesi il 2 Novembre 2010. Alla Francia è stato riconosciuto il controllo decisivo dell’Europa occidentale e mediterranea; controllo dal quale, ora, dipenderanno i due Stati che hanno perduto questa guerra: la Spagna e l’Italia.</p>
<p>Sarebbe, del resto, improprio voler giudicare i rapporti tra Italia e Francia sulla base del solo problema del riassestamento delle relazioni ed influenze economiche con la Libia del dopo-Gheddafi. Il “<em>colonialismo datore</em>” – secondo la formula di Kojève – è prima fenomeno politico che economico, perché lo sviluppo finanziario che si sosterrà in Libia sarà chiamato a svolgere il compito chiave di mantenere l’ “allineamento” di quei Paesi africani nel sistema occidentale. Sotto il profilo politico, è pertanto illusorio pensare che il mantenimento dei contratti con le imprese italiane da parte del nuovo governo libico possa garantire all’Italia un ruolo politico che la guerra le ha ormai reso impossibile.</p>
<p>Difficile è dire se la Germania abbia perduto questa guerra. I suoi rapporti con la Francia non sembrano essere stati messi in discussione, se questo stesso mese i due Paesi hanno concordato i nuovi indirizzi della politica economica europea. Nello stesso tempo, la posizione tedesca resta radicata nell’Est europeo ed al centro dei problemi chiave delle relazioni europee con la Russia e la Turchia. Se, tuttavia, questa guerra non ha determinato una crisi dei rapporti tra Francia e Germania, significa che, in essa, non sono stati coinvolti problemi di <em>egemonia</em> sul continente europeo: è l’asse Nord-Sud che ha subito un essenziale riassestamento.</p>
<p>La “primavera araba”, infatti, pone la questione strategica fondamentale se l’Islam potrà o meno costituirsi come parte integrante dello spazio occidentale. Questione che importa un profondo ripensamento dell’Unione Europea, la quale è, ancora, pensata in termini di <em>nazioni</em>, nonché del senso <em>politico e culturale</em> di quegli spazi europei. Francia e Inghilterra hanno intuito quello spostamento, il quale comporterà la necessità, per l’Europa, di abbandonare l’asse Est-Ovest su cui è stato costruito il suo equilibrio.  Come controllare questo spazio, sarà il compito essenziale che la prossima Conferenza di Parigi sarà chiamata ad iniziare a dover sostenere. Non c&#8217;è infatti impero &#8211; come scriveva Ortega y Gasset &#8211; senza <em>un piano di vita imperiale</em>. Il che, nel caso di specie, indica anche che la scelta dell&#8217;integrazione dell&#8217;Islam &#8211; quello che Lévi-Strauss definiva<em> l&#8217; Occidente dell&#8217;Oriente</em> &#8211; nel sistema spaziale europeo, nell&#8217;allineamento, tradisce un&#8217;idea imperiale precisa. Ed essa sembra in linea con l&#8217;asse Nord-Sud sul quale la politica occidentale si sta riposizionando, e corrisponde alla necessità di rafforzare l&#8217;opposizione con l&#8217;Oriente Estremo. Per servirsi ancora delle parole di Lévi-Strauss, integrare l&#8217;Islam nell&#8217;asse spaziale politico occidentale significa cioè rafforzare l<em>&#8216;interdizione-</em>chiave di cui l&#8217;Islam è portatrice;  rafforzare, in altri termini, quella barriera tra Oriente ed Occidente di cui è la religione islamica la forza fondamentale, il custode ed il vero e proprio <em>katéchon</em>, in quanto l&#8217;Islam è, nella sua radice, la negazione e la separazione del mondo musulmano dall&#8217;Oriente, è la sua occidentalizzazione.</p>
<p><strong>Tommaso Gazzolo parte integrante di Labouratorio <a href="http://www.labouratorio.it/2011/07/28/alienamenti-di-breivik-o-della-prospettiva-dallalto/">da quando ci ha guardati tutti dall&#8217;alto.</a></strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.labouratorio.it/2011/08/30/islam-la-parte-integrante-delleuropa/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>[E poi c&#039;è, anzi c&#039;era, Berlusconi] Jesus Christ Berlustar e il carisma senza politica</title>
		<link>http://www.labouratorio.it/2011/07/28/e-poi-ce-anzi-cera-berlusconi-jesus-christ-berlustar-e-il-carisma-senza-politica/</link>
		<comments>http://www.labouratorio.it/2011/07/28/e-poi-ce-anzi-cera-berlusconi-jesus-christ-berlustar-e-il-carisma-senza-politica/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 00:45:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Interna]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconismo]]></category>
		<category><![CDATA[carisma]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[fine]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Petrella]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[popolo]]></category>
		<category><![CDATA[premier]]></category>
		<category><![CDATA[weber]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.labouratorio.it/?p=4700</guid>
		<description><![CDATA[Non ci sarà. Non sarà candidato premier. Lui che ha dato vita al premierato all’italiana, proprio lui, non ci sarà. Lo ripete da troppo tempo e in troppe occasioni per non meritare un minimo di credito. Berlusconi ha gettato la spugna, addio competizione. Il perché è semplice, emozionale, infantile e senile: “gli italiani non mi vogliono… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/07/28/e-poi-ce-anzi-cera-berlusconi-jesus-christ-berlustar-e-il-carisma-senza-politica/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non ci sarà. Non sarà candidato premier. Lui che ha dato vita al premierato all’italiana, proprio lui, non ci sarà. Lo ripete da troppo tempo e in troppe occasioni per non meritare un minimo di credito. Berlusconi ha gettato la spugna, addio competizione. Il perché è semplice, emozionale, infantile e senile: “gli italiani non mi vogliono più bene.” In realtà c’è ben altro sotto, ma al Cav non è dispiaciuto in questi anni credere alla fandonia del carisma. In fondo gli piaceva sentire quella sua volgare e affamata classe dirigente trincerarsi dietro al fascino del potere carismatico, del partito carismatico, del governo del leader. Gli hanno fatto credere fosse tutto merito del tocco: strategia perfetta per un vanesio addobbato da messia.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/07/silvio-berlusconi-gesu.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4701" title="silvio-berlusconi-gesu" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/07/silvio-berlusconi-gesu.jpg" alt="" width="351" height="500" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Avete presente il Giuda di Jesus Christ Superstar? “Ehi Jesus! Non crederai mica a questa cosa di Dio…” Caspita se ci ha creduto. Era più comodo del far politica. Era più comodo del mantenere ed alimentare un potere legale, razionale, cresciuto attraverso il democratico consenso per un limpido programma politico, anche se fondato su quell’altro potere così banalmente patrimoniale: ma chissene, Weber ci era arrivato un secolo fa e gli italiani non si erano di certo scandalizzati per diciassette lunghi anni. Credevano e credono nella politica. Per questo Berlusconi è stato prima sostenuto, avvisato, poi punito e molto probabilmente messo in pensione: perché egli, cullando il carisma, ha tradito la politica, quella strana miscela di concetti e azioni che pretende chiarezza e risultati. Su questo il popolo non sorvola. Il popolo vede, il popolo sceglie. Su questo il popolo resta sovrano. Ma solo in apparenza. Il dopo Berlusconi non sembra annunciare l’epoca del ritorno alla politica, della selezione della classe dirigente, dei suoi valori e dei suoi programmi. L’aria che spira per l’Europa dice il contrario. I principali partiti tendono ad uniformare la propria offerta politica, le ricette di austerità dei tagli al welfare sembrano gli unici mantra disponibili, il PPSOE, il PD-L, l’SPDU, le sigle di centro-destra e centro-sinistra si confondono nel cieco sostegno alle politiche monetarie di organismi fondamentalmente sganciati dai processi di partecipazione. La magistratura, poi, seppur legittimata dal proprio ruolo, continua ad ingolfare la macchina democratica colpendo singole personalità senza ribaltare il tavolo, una volta per tutte. Insomma, se Berlusconi aveva riempito il vuoto politico e di sovranità, lasciato da tangentopoli, esso oggi sembra estendersi con maggior voracità a tutto il vecchio continente, se non all’occidente intero. Ci avviamo verso il tipo-ideale dell’amministrazione controllata e della decrescita: a meno che non accada qualcosa di vitale, di spregiudicato, di giovane. Di politico.</p>
<p><strong>Giacomo Petrella, genovese, 27 anni, una folgorazione sulla via di Damasco lo ha portato da pericolose frequentazioni piddielline alla militanza nella FGS. Ogni tanto, una buona notizia.</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.labouratorio.it/2011/07/28/e-poi-ce-anzi-cera-berlusconi-jesus-christ-berlustar-e-il-carisma-senza-politica/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>[Retoricamente] Per tutti quelli che &#8220;eh, ma siamo in Italia&#8230;&#8221;</title>
		<link>http://www.labouratorio.it/2011/06/09/retoricamente-per-tutti-quelli-che-eh-ma-siamo-in-italia/</link>
		<comments>http://www.labouratorio.it/2011/06/09/retoricamente-per-tutti-quelli-che-eh-ma-siamo-in-italia/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 08:20:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gionny</dc:creator>
				<category><![CDATA[Liberatorio]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Interna]]></category>
		<category><![CDATA[gionny d'anna]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[liberatorio]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.labouratorio.it/?p=4626</guid>
		<description><![CDATA[Parlare del merito dei referendum in questo periodo,di barbara faziosità politica dove anche i referendum sono diventati arma politica per entrambi le parti,pare un esercizio impossibile e non intendo affrontarlo. Cercherò di affrontare una questione,di gran lunga più importante dei quesiti referendari, cioè la questione che viene tirata fuori dai vari comitati dei NO,spesso i più… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/06/09/retoricamente-per-tutti-quelli-che-eh-ma-siamo-in-italia/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Parlare del merito dei referendum in questo periodo,di barbara faziosità politica dove anche i referendum sono diventati arma politica per entrambi le parti,pare un esercizio impossibile e non intendo affrontarlo.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/06/italia.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4627" title="italia" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/06/italia.jpg" alt="" width="372" height="418" /></a></p>
<p>Cercherò di affrontare una questione,di gran lunga più importante dei quesiti referendari, cioè la questione che viene tirata fuori dai vari comitati dei NO,spesso i più sprovveduti, per opporsi a qualsiasi grande opera in questo paese richieda un notevole sforzo economico. Ovvero che in Italia per l’illegalità dilagante per l’infiltrazione mafiosa o per il malcostume politico tutto debba bloccarsi, nessun ponte dovrà essere costruito,nessuna centrale nucleare dovrà essere progettata non perché si contesta l’utilità di un progetto,non perché si ritiene sbagliato,come secondo me è,costruire centrali nucleari adesso ma perché “si sa come vanno a finire le cose in Italia”. Questo atteggiamento abbastanza qualunquista e conservatore ci fa capire quanta poca fiducia riponiamo nella collettività e nella politica che senza dubbio non offrono esempi positivi ma non rispecchiano la realtà di un paese che può e deve credere in sé. Ed è proprio questo sentimento di sfiducia nella collettività e quindi nel prossimo che aumenta i processi di mal costume perché è sintomo di un’assuefazione che porta solo ad isteriche indignazioni e ci fa rifuggire dal confronto con l’altro e con le nuove esperienze. Questo atteggiamento rinunciatario porta solo alla morte civica di una nazione perché fa perdere l’amore per essa,quell’amore senza cui nulla potrà mai migliorare ed è destinato anzi a peggiorare perché se non si crede più nel proprio paese non si crede in chi ci sta intorno per cui l’unico punto di riferimento non potrà che essere il nostro tornaconto personale.</p>
<p>E mi mortifica sentirlo dire sopratutto dai miei coetanei perché se davvero non crediamo che il motivo per cui non si possa costruire una centrale nucleare sia perché temiamo l’infiltrazione mafiosa allora ragazzi emigriamo e lasciamo questo paese in mano ai nostri coetanei che sono disposti a perdere la vita in mare per arrivare in questo paese che forse si meritano più di noi.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.labouratorio.it/2011/06/09/retoricamente-per-tutti-quelli-che-eh-ma-siamo-in-italia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>[Generazioni che si incontrano] E&#8217; cambiato quel mondo lì</title>
		<link>http://www.labouratorio.it/2011/06/09/generazioni-che-si-incontrano-e-cambiato-quel-mondo-li/</link>
		<comments>http://www.labouratorio.it/2011/06/09/generazioni-che-si-incontrano-e-cambiato-quel-mondo-li/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 07:59:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Giannelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generazioni che si incontrano]]></category>
		<category><![CDATA[Casini]]></category>
		<category><![CDATA[democristiani]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Giannelli]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.labouratorio.it/?p=4589</guid>
		<description><![CDATA[Quando io dico che in Italia la sinistra ha sempre perso e perderà, non è che mi invento una teoria. Non vinceranno neanche i socialisti e neppure i liberali. In Italia comanda il clerico-fascismo e nessuno ce lo toglierà dalle palle. Era facile polemizzare con Pio XII. Polemizzare e basta, perchè poi a vincere ci pensava… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/06/09/generazioni-che-si-incontrano-e-cambiato-quel-mondo-li/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/04/titolo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4221" title="titolo" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/04/titolo.jpg" alt="" width="350" height="80" /></a><br />
Quando io dico che in Italia la sinistra ha sempre perso e perderà, non è che mi invento una teoria. Non vinceranno neanche i socialisti e neppure i liberali. In Italia comanda il clerico-fascismo e nessuno ce lo toglierà dalle palle. Era facile polemizzare con Pio XII. Polemizzare e basta, perchè poi a vincere ci pensava lui. Erano altri tempi. Parlavo qualche giorno fa delle riviste dirette da Silone, Olivetti, Matteucci, De Capraris e Campagna, Pannunzio e Benedetti. Mi sono dimenticato del &#8220;Ponte&#8221; di Calamandrei. Il loro obiettivo primncipale era la contestazione del clericalismo. Quei tempi lì sono cambiati, ma il clericalismo (vedi Berlusconi) è rimasto intatto. Papi paciocconi come Giovanni XIII, isterici come Paolo VI, violenti come Giovanni Paolo II o controrivoluzionari come il papa Benedetto, hanno cambiato il mondo, trasformando la Chiesa in un colossale camaleonte. Al punto di prendere in mano la costruzione di un socialismo benedetto dal Vaticano e mantenuto dallo Stato italiano. Rifletto su queste cose pensando a Bersani e, adesso a Vendola. Stanno trattando con Casini. Cioè a dire, sono talmente incoscienti da non accorgersi che stanno contribuendo a fare rinascere la Democrazia Cristiana.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.labouratorio.it/2011/06/09/generazioni-che-si-incontrano-e-cambiato-quel-mondo-li/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>[Generazioni che si incontrano] La democrazia ha ancora un senso?</title>
		<link>http://www.labouratorio.it/2011/05/16/generazioni-che-si-incontrano-la-democrazia-ha-ancora-un-senso/</link>
		<comments>http://www.labouratorio.it/2011/05/16/generazioni-che-si-incontrano-la-democrazia-ha-ancora-un-senso/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 16 May 2011 00:08:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Giannelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalla redazione...]]></category>
		<category><![CDATA[Labouratorio senza tempo]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[generazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Giannelli]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.labouratorio.it/?p=4268</guid>
		<description><![CDATA[Labouratorio non ha età. E’ patrimonio degli spiriti liberi e inquieti, dovunque essi siano.Giorgio Giannelli, classe 1926, è sicuramente uno di loro. Espulso dal liceo classico “per avere spernacchiato un professore”, partigiano, cronista parlamentare, scrittore, le riflessioni che pubblica su Facebook sono dirette, sintetiche, eppure dense di spunti sempre originali. Clicca sul logo per gli altri… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/05/16/generazioni-che-si-incontrano-la-democrazia-ha-ancora-un-senso/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Labouratorio non ha età. E’ patrimonio degli spiriti liberi e inquieti, dovunque essi siano.<a href="http://www.giorgiogiannelli.it/">Giorgio Giannelli</a>, classe 1926, è sicuramente uno di loro. Espulso dal liceo classico “per avere spernacchiato un professore”, partigiano, c</strong><strong>ronista parlamentare, scrittore, le riflessioni che pubblica su Facebook sono dirette, sintetiche, eppure dense di spunti sempre originali. Clicca sul logo per gli altri articoli della sua rubrica.</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.labouratorio.it/category/labouratorio-senza-tempo/"><img class="aligncenter size-full wp-image-4221" title="titolo" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/04/titolo.jpg" alt="" width="350" height="80" /></a><br />
</strong></p>
<p>Nei 150 di storia nazionale, fino al 1892, quando Turati fondò il partito socialista, non si può parlare di democrazia. Dopo la repressione postunitaria, instaurata dalla monarchia sabauda, la prima mossa che parla di democrazia fu quella del distacco del movimento socialdemocratico da quello massimalista e rivoluzionario, in breve il passaggio dall&#8217;anarchia alla responsabilizzazione della classe operaia o più genericamente degli sfruttati. Non a caso Turati lo chiamò il partito socialista dei lavoratori italiani. Venti anni dopo era finito tutto. Il neomassimalismo, trasformatosi in fascismo, rifece perdere altri venti anni a chi sperava in un avvenire democratico per il popolo italiano. Chi importò la democrazia in Italia furono gli eserciti italiani che sconfissero il nazifascismo con le armi, ma la lenta avanzata delle truppe angloamericane lungo la penisola lasciarono tracce di ben diverso genere, quale la rivalutazione e l&#8217;affermazione degli elementi mafiosi e camorristici dalla Sicilia, a Napoli, fino a Roma. Il 25 aprile fu il successo, molto apparente, delle formazioni partigiane più o meno clandestine, nel senso che, di fronte alle centinaia di migliaia di presunti antifascisti, chi aveva realmente combattuto con le armi il tedesco oppressore erano state poche migliaia di giovani e di ex militari del Regno. La Costituzione della Repubblica fu il primo atto di compromesso storico tra democristiani e comunisti. De Gasperi aveva paura di un possibile successo di Togliatti e viceversa. Per la reciproca paura, la Costituzione tolse ogni possibilità di espansione democratica popolare, lasciando ogni deliberazione ai partiti politici che si ritrovarono nel parlamento nazionale. Dal 1948 a oggi, la parola democrazia, intesa in senso libertario della parola, è una vera e propria utopia. Parlare di democrazia oggi è semplicemente paradossale. Ogni cosa dimostra che siamo almeno 150 anni indietro e non si è fatto un passo avanti. Da qui la necessità di cominciare a intenderci che cosa s&#8217;intende per democrazia oggi.</p>
<p><strong>Giorgio Giannelli, nato nel 1926, è il più giovane di tutti i Labouranti.</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.labouratorio.it/2011/05/16/generazioni-che-si-incontrano-la-democrazia-ha-ancora-un-senso/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>[LabouraStoria] Colonialismo italiano, una rimozione di regime</title>
		<link>http://www.labouratorio.it/2011/05/16/labourastoria-colonialismo-italiano-una-rimozione-di-regime/</link>
		<comments>http://www.labouratorio.it/2011/05/16/labourastoria-colonialismo-italiano-una-rimozione-di-regime/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 16 May 2011 00:01:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Soldo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Estera]]></category>
		<category><![CDATA[Società  e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Antonella Soldo]]></category>
		<category><![CDATA[colonialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[regime]]></category>
		<category><![CDATA[rimozione]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.labouratorio.it/?p=4362</guid>
		<description><![CDATA[C&#8217;è chi labourante lo è per noia, c&#8217;è chi lo fa per professione, Antonella Soldo nè l&#8217;una nè l&#8217;altra, lei è una labourante d&#8217;elezione. I suoi articoli su Notizie Radicali meritano sempre d&#8217;essere letti, e ovviamente riproposti. Una lezione di storia ogni tanto del resto, non può fare che bene! C’è un punto di incontro tra… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/05/16/labourastoria-colonialismo-italiano-una-rimozione-di-regime/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>C&#8217;è chi labourante lo è per noia, c&#8217;è chi lo fa per professione, Antonella Soldo nè l&#8217;una nè l&#8217;altra, lei è una labourante d&#8217;elezione. I suoi articoli su<a href="http://notizie.radicali.it/articolo/2011-05-03/editoriale/colonialismo-italiano-una-rimozione-di-regime"> Notizie Radicali</a> meritano sempre d&#8217;essere letti, e ovviamente riproposti. Una lezione di storia ogni tanto del resto, non può fare che bene!</strong></p>
<p style="text-align: justify;">C’è un punto di incontro tra due delle grandi notizie di questo 2011: le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia e le rivoluzioni del mondo arabo. L’anniversario dell’Italia unita ha messo in crisi il paese: dietro le celebrazioni ufficiali pare abbiano avuto grande spazio le posizioni revisioniste di questo fatto storico che parlano di “conquista” del sud e provano a riportare l’attenzione sulle verità sacrificate dalla storia ufficiale. Ma proprio sul non detto della storia ufficiale, sui buchi neri della storia italiana ce n’è uno che in questi tempi si impone alla nostra riflessione: il colonialismo italiano. Il nostro paese non ha mai affrontato questa pagina con la giusta consapevolezza, non ha elaborato a sufficienza il dramma. Questa pagina è e resta un alzhaimer di stato, una rimozione di regime, che come tutti i drammi non elaborati, prima o poi ritorna a galla. Come in questi giorni.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/05/colonialismo.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4363" title="colonialismo" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/05/colonialismo.jpg" alt="" width="300" height="206" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il buco nero: il colonialismo italiano</strong><br />
Iniziato in ritardo, appena dopo l’Unità, e ristretto nel tempo, il colonialismo italiano è sempre stato considerato niente di più che un’avventura. Questo ha permesso che con un colpo di spugna gli italiani si lavassero via dalla coscienza le violenze esercitate nelle colonie. In Libia gli italiani crearono campi di concentramento, attuarono impiccagioni collettive e deportazioni di massa verso l’Italia; in Somalia costrinsero la popolazione al lavoro forzato, in Eritrea lasciarono il segno con gli inferni delle carceri, come quello di Nocra e con l’uso massiccio di gas come fosgene e iprite (già vietati dalla Convenzione di Ginevra) per piegare la resistenza della popolazione. In Etiopia ricordano ancora il massacro di duemila monaci del monastero di Debrà Libanòs o la feroce rappresaglia che si scatenò per le vie di Addis Abeba in seguito all’attentato, il 19 febbraio 1937 al maresciallo Rodolfo Graziani. Ancora in Libia negli anni Trenta tutta la popolazione dell&#8217;altopiano della Cirenaica, 100mila persone, venne deportata in campi di concentramento nel deserto della Sirte. In 40mila morirono per fame, epidemie, violenze, uccisioni. Finita l’avventura imperialista comincia un rapido processo di rimozione storica. Il Ministero delle Colonie chiude i battenti, mentre quello degli Affari Esteri pubblica decine di volumi di “L’Italia in Africa”, imponente opera nella quale sono elogiate le virtù della colonizzazione italiana. Un processo di rimozione che oggi riguarda in buona parte i media e anche il sistema educativo. Nel 1979 Gheddafi affida al regista Mustafà Akkad l&#8217;incarico di girare in Cirenaica un colossal sulla resistenza libica contro gli italiani. &#8220;Il leone del deserto&#8221; viene presentato a Cannes con un buon successo ma non sarà mai ufficialmente proiettato in Italia. &#8220;Il film è sgradito&#8221;, dirà il sottosegretario agli esteri Costa nel 1981 e nel 1987 una proiezione a Trento verrà proibita dalla Digos.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tappo: il trattato Italia-Libia</strong><br />
“Accuso il nostro passato di prevaricazione sul vostro popolo e vi chiedo perdono.” A Sirte davanti al parlamento libico Silvio Berlusconi è apparso quasi commosso. Era il novembre del 2008. Pochi mesi prima il Premier aveva firmato con il generale Gheddafi un trattato di amicizia e cooperazione con cui chiudere il contenzioso coloniale. Un risarcimento oneroso, 5 miliardi di dollari, in cambio di maggiore cooperazione economica (la porta aperta per imprese come Impregilo, Ansaldo Breda, Enel e soprattutto Eni) e di un aiuto nella lotta all’immigrazione clandestina. E il problema è proprio qui. Praticamente il governo italiano ha versato fondi e fornito mezzi perchè la Libia bloccasse quelli che Maroni chiama “esodi biblici”. C’è un documentario girato da Andrea Segre e Dagmawi Yimer, “Come un uomo sulla terra”, che spiega perfettamente quello che è avvenuto in Africa dopo il trattato Italia- Libia. Tutte le persone provenienti dall’Africa sub Sahariana, in particolare dal Corno d’Africa (Etiopia, Somalia, Eritrea), attraversavano il deserto tra Libia e Sudan in condizioni disumane e una volta arrivati in Libia, restavano intrappolati qui, vittime di un gioco perverso di corruzione e violenza nel rimpallo tra polizia libica e “intermediari”, imprigionati senza accuse, senza processi, senza pene da scontare, con dei riscatti altissimi da pagare ogni volta. Molti di questi sfortunati sono stati venduti dalla polizia agli intermediari e viceversa anche sei-sette volte. E’ vero che Berlusconi è stato il primo Presidente del Consiglio a chiedere scusa per il colonialismo, ma in queste scuse c’è più di qualcosa che non torna. Il trattato Italia- Libia è stato un tappo messo dal Governo per chiudere questa storia senza farci i conti. Senza voler guardare in faccia i somali, gli eritrei, gli etiopi e i libici. Insomma, non c’è stato post-colonialismo ma ci sono scuse coloniali, con il patto che qualcuno li tenga lontano dalla nostra vista. Ma l’Italia ha delle precise responsabilità storiche e politiche nei confronti di questi popoli, di queste storie, di questi corpi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Ho comprato casa a Lampedusa”</strong><br />
Con le rivolte del mondo arabo il tappo messo dal trattato Italia-Libia è saltato. Le persone che arrivano a Lampedusa non sono solo tunisini in fuga da un paese che ha appena compiuto una rivoluzione. Sono somali, eritrei, etiopi, sudanesi, congolesi riusciti a liberarsi dalle trappole e dalle torture della polizia libica. Il viaggio in mare dalle coste libiche a Lampedusa a bordo di bagnarole a rischio di naufragio è solo l’ultima parte di un viaggio che ha dell’incredibile. Sono loro i “pericolosi criminali in fuga dalle carceri libiche”. Nel famoso discorso del 30 marzo scorso a Lampedusa Berlusconi ha assicurato di aver “trattato con il nuovo governo tunisino il controllo dei porti e delle coste per non consentire nuovi imbarchi, e l’impegno dell’accettazione di tutti i tunisini che verranno rimpatriati. In 48-60 ore Lampedusa sarà abitata solo dai lampedusani”. Purtroppo gli sbarchi e le stragi in mare di questi mesi ci dicono che non si tratta solo di tunisini, la questione sbarchi è più complessa. Tra le eccentriche proposte del Premier per rilanciare l’isola (casinò, campi da golf, piano di colori in stile “Portofino”, ecc.) c’è stata anche quella di candidare Lampedusa al Premio Nobel per la pace. A garanzia di tutto Berlusconi ha messo la sua villa sull’isola, acquistata appena la notte prima su E-bay. Mi viene in mente il 1991, quando alcune associazioni umanitarie proposero di candidare il Salento al Nobel per la pace, per l’accoglienza ai migranti in arrivo dall’Albania. In particolare tra il 6 e il 7 marzo del 1991 sbarcarono al porto di Brindisi ventimila persone. L’8 marzo era indetta una manifestazione delle donne, che fu annullata per l’emergenza. Queste, insieme agli uomini e agli operatori del Centro sociale di via Santa Chiara si unirono allo sforzo di tutta la città di Brindisi che con i propri mezzi si trovò a gestire l&#8217;emergenza. Il Centro Sociale divenne il campo docce, disinfestazione e vestizione di migliaia di albanesi. Per giorni a turni massacranti tutti si spesero nelle mense familiari e nell&#8217;accoglienza. L’anno scorso l’UNESCO ha riconosciuto il porto di Brindisi come simbolo di pace, quest’anno la città ha indetto tre giorni di grande festa per celebrare i vent’anni dall’arrivo degli albanesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Conclusioni: storia e antistoria</strong><br />
Commentando la bocciatura del reato di clandestinità da parte della Corte di giustizia europea di qualche giorno fa, Emma Bonino ha bollato la politica italiana sull&#8217;immigrazione come “a trazione leghista: antistorica, populista e demagogica.&#8221; “Antistorica” è l’aggettivo illuminante. Da una parte, infatti, il nostro governo proposto una storia ufficiale che ha rimosso le sue responsabilità sul colonialismo, e quindi non aderente al vero, dall’altra parte, invece la storia vera, quella dei cittadini, come nel caso dei cittadini di Brindisi, ci dice che l’umanità si riconosce nell’umanità e che l’accoglienza può prevalere sulla paura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><strong>Antonella Soldo, 24 anni, è una terrona trapiantata a Roma per fare cose inutili come studiare filosofia. Svezzata al giornalismo nei seriosi ambienti di Radio Radicale non è in grado di fare di sè una presentazione auto ironica.</strong></strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.labouratorio.it/2011/05/16/labourastoria-colonialismo-italiano-una-rimozione-di-regime/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>[Lab &amp; Ricerca] I sindacati dalla difesa del salario alla difesa del “sistema”</title>
		<link>http://www.labouratorio.it/2011/04/14/i-sindacati-dalla-difesa-del-salario-alla-difesa-del-%e2%80%9csistema%e2%80%9d/</link>
		<comments>http://www.labouratorio.it/2011/04/14/i-sindacati-dalla-difesa-del-salario-alla-difesa-del-%e2%80%9csistema%e2%80%9d/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 11:09:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò Cavalli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società  e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[baccaro]]></category>
		<category><![CDATA[cgil]]></category>
		<category><![CDATA[cisl]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia discorsiva]]></category>
		<category><![CDATA[effetti del sindacalismo]]></category>
		<category><![CDATA[ginevra]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[lucio baccaro]]></category>
		<category><![CDATA[MIT]]></category>
		<category><![CDATA[redistribuzione]]></category>
		<category><![CDATA[referendum sindacali]]></category>
		<category><![CDATA[riforme neoliberali]]></category>
		<category><![CDATA[riforme strutturali]]></category>
		<category><![CDATA[scala mobile]]></category>
		<category><![CDATA[similar structures different outcomes]]></category>
		<category><![CDATA[sindacalismo]]></category>
		<category><![CDATA[sindacalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[socialdemocrazia]]></category>
		<category><![CDATA[uil]]></category>
		<category><![CDATA[welfare state]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.labouratorio.it/?p=2549</guid>
		<description><![CDATA[Siamo decisamente lieti di riuscire a presentarvi una sintesi dei risultati di una ricerca, in corso di pubblicazione, che Lucio Baccaro, docente all&#8217;Università di Ginevra, ha recentemente raccolto nel suo paper &#8220;Similar structures, different outcomes: The Surprising Resilience of Corporatist Policy-Making in Europe.&#8221; I risultati raccolti ci sono apparsi robusti e soprattutto molto significativi. Un punto di… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/04/14/i-sindacati-dalla-difesa-del-salario-alla-difesa-del-%e2%80%9csistema%e2%80%9d/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Siamo decisamente lieti di riuscire a presentarvi una sintesi dei risultati di una ricerca, in corso di pubblicazione, che Lucio Baccaro, docente all&#8217;Università di Ginevra, ha recentemente raccolto nel suo paper &#8220;Similar structures, different outcomes: The Surprising Resilience of Corporatist Policy-Making in Europe.&#8221; I risultati raccolti ci sono apparsi robusti e soprattutto molto significativi. Un punto di partenza essenziale per chiunque voglia condurre un ragionamento sensato su ciò che accade nella società europea, e su come rispondere alle sfide contemporanee liberi dalle visioni abbacinanti del passato.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Con il termine <em>corporativismo</em> si intende quel sistema istituzionale, più o meno formalizzato, in cui grandi organizzazioni, cui viene riconosciuta la rappresentanza di intere categorie sociali, cooperano reciprocamente e con le autorità costituite per l’articolazione dei propri interessi, anche partecipando ai processi di creazione e implementazione delle politiche pubbliche.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ oggi largamente sostenuto che il corporativismo è stato un prodotto storico squisitamente novecentesco: nato all’alba del secolo breve, con il fascismo italiano come eminente esempio, la fine della contrapposizione tra i blocchi ne avrebbe sancita la fine, essendo, con il crollo del muro di Berlno, venute a cadere le ragioni d’esistenza della più compiuta strutturazione corporativa, la socialdemocrazia tedesca e scandinava, basata sulla contrattazione tripartita tra stato e parti sociali, quali sindacati degli imprenditori e dei lavoratori.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel suo articolo <em>Similar Structures, Different Outcomes: Corporatism’s Surprising Resilience and Transformation</em>, Lucio Baccaro, un dottorato all’Università di Pavia e uno al MIT prima di ottenere la cattedra di Macro-Sociologia all’Università di Ginevra, mette in discussione questo concetto di successo, secondo cui il «Corporativismo come modello di politica economica è stato in passato un’importante alternativa istituzionale al capitalismo liberale, ma è essenzialmente morto a causa degli effetti combinati della globalizzazione, dell’integrazione Europea, del cambiamento tecnologico e di una generalizzata offensiva dei datori di lavoro.»</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo studio, che sarà pubblicato nel 2011, analizza l’evoluzione delle relazioni industriali in 16 nazioni economicamente avanzate lungo un periodo di oltre 30 anni, dal 1974 al 2005, estrapolando da un ampio set di dati un “<em>indice di corporativismo</em>”, composto da due elementi tra loro complementari: una misura della contrattazione salariale tra imprenditori e sindacati dei lavoratori (ossia della misura in cui i salari corrisposti sono frutto di contrattazione) e una misura della partecipazione delle parti sociali ai processi di <em>policy-making </em>in tre aree principali: politiche macroeconomiche, politiche sociali e politiche riguardanti il mercato del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/01/Corporatism-index2.png"><img class="alignleft size-full wp-image-2579" title="Corporatism index" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/01/Corporatism-index2.png" alt="" width="382" height="245" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Come mostrato dalla Figura 1, «C’è effettivamente stato un declino del corporativismo tra la fine degli anni ’70 e la fine degli anni ’80, ma questo declino è stato seguito da una rinascita negli anni ’90.» Il corporativismo, insomma, non è morto: esso è piuttosto andato incontro ad una serie di rilevanti cambiamenti. «L’indice per il periodo che va dal 1974 al 1989, […] posiziona Belgio, Svezia, Austria e altri paesi scandinavi in testa; US, Canada, Francia, Regno Unito e Italia in fondo alla classifica, e la Germania in una posizione mediana. [...]  Tuttavia, il ranking per il periodo 1990-2005 è piuttosto differente. Due paesi, Italia e Irlanda, aumentano considerevolmente il proprio risultato [<em>scalando rispettivamente 7 e 10 posizioni e divenendo il quinto e primo tra i paesi sindacalizzati, ndr</em>], Australia e Svezia cadono sul fondo.»</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Disaggregando l’<em>indice corporativo</em> nelle sue due componenti [Fig.2a e 2b], è sorprendente notare come un pressoché costante declino del coordinamento salariale tra imprenditori e associazioni dei lavoratori sia accompagnato da  una contestuale ascesa della partecipazione dei sindacati ai processi di <em>policy-making</em>. Il nuovo corporativismo, nato a partire dagli anni ’90, con Italia e Irlanda quali suoi principali alfieri, è dunque un fenomeno molto differente da quello degli anni ’70, quello della sua maggiore fioritura, l’epoca d’oro del corporativismo: il nuovo corporativismo appare caratterizzato da una più spiccata istituzionalizzazione materiale del ruolo delle organizzazioni di categoria, proprio mentre la forza reale di tali organizzazioni va diminuendo, come è possibile notare valutando il generalizzato trend di forte calo della “densità sindacale” nei paesi analizzati («La densità sindacale è diminuita dal 64 al 56%  in Irlanda tra il 1983 e il 1987, e dal 45 al 39% tra il 1984 e il 1992 in Italia.» <em>Per densità sindacale si intende la quota di lavoratori iscritti a sindacati sul totale dei lavoratori occupati, esclusi i pensionati, ndr</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-2612 aligncenter" title="figura2AB" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/01/figura2AB5.png" alt="" width="602" height="234" /></p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto, Baccaro si domanda in che misura tali mutate caratteristiche conducano ad esiti sostanzialmente differenti rispetto a quelli che hanno caratterizzato il sistema corporativo in passato: «Uno dei più robusti risultati nella letteratura quantitativa è quello secondo cui le caratteristiche istituzionali del sistema di relazioni industriali, in particolare la densità sindacale e la struttura di contrattazione collettiva centralizzata o coordinata, conducono ad una maggiore eguaglianza economica […] Il nuovo corporativismo degli anni ’90 ha effetti livellanti simili a quello precedente?»</p>
<p style="text-align: justify;">Al termine di un’attenta analisi econometrica (e dei problemi statistici cui questa è sottoposta), Baccaro conclude che «Il nuovo corporativismo appare meno redistributivo rispetto a quello dell’<em>età d’oro</em>. Inoltre, mentre il corporativismo dell’epoca precedente non aveva alcuna relazione rispetto alla quota dei salari sul reddito nazionale, nel nuovo corporativismo i salari tendono ad aumentare a un ritmo minore rispetto alla produttività del lavoro.» Il che significa che il corporativismo nato a partire dagli anni 90 è caratterizzato da una redistribuzione del reddito dal lavoro verso il capitale, ossia da un aumento della competitività internazionale ottenuto tramite compressione dei salari.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">In sintesi, quando si considera il periodo che parte dal 1990 e raggiunge il 2005, «L’effetto del corporativismo nella riduzione della diseguaglianza è circa tre volte più piccolo di quello del precedente periodo, 1974-1989.» La dimensione del <em>welfare state</em> rimane invece «Significativamente negativamente associato con la diseguaglianza e questa variabile sembra poter spiegare gran parte delle differenze tra i Paesi»: le nazioni che avranno mantenuto il più possibile inalterati i loro sistemi di welfare, spesso nati dalla collaborazione tra forze sindacali e governi di colore socialdemocratico, saranno anche quelle in cui sarà stato minore l’aumento nella diseguaglianza sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, dunque, «L’analisi supporta le seguenti conclusioni: 1) che il policy-making corporativo non è morto, contrariamente a quanto previsto, ma che esso ha piuttosto vissuto una sorprendente risorgenza negli anni ’90; 2) che il nuovo corporativismo è meno concentrato sulla redistribuzione e più concentrato sulla competitività economica rispetto al corporativismo precedente.»</p>
<p style="text-align: justify;">Il corporativismo dell’età d’oro era, infatti, un elemento fondamentale in un contesto di politiche di ispirazione keynesiana, volte alla piena occupazione della forza lavoro: «Evitando di usare completamente il proprio potere di mercato nella sfera della determinazione dei salari – spiega Baccaro – i sindacati dei lavoratori entravano in uno “<em>scambio politico</em>” con i governi, scambio che permetteva di ottenere una serie di riforme strutturali (come, ad esempio, l’espansione della spesa pubblica, la demercificazione dei servizi pubblici, eccetera) e maggiori livelli di eguaglianza economica rispetto ad altre economie capitaliste a comparabili livelli di sviluppo.»</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, a partire dalla fine degli accordi di Bretton Woods (1971), il mutamento di una serie di condizioni e politiche macroeconomiche a livello internazionale (tra cui la politica reaganiana di alti tassi di interesse e la deregolamentazione sul controllo dei capitali) ha fortemente ridotto lo spazio di negoziazione a disposizione delle associazioni sindacali che, da un parte, si mostravano sempre meno in grado di far rispettare gli accordi sottoscritti e, dall’altra, venivano bypassate nei meccanismi di moderazione dell’inflazione, ottenuta non più tramite compressione dei salari ma attraverso politiche monetarie restrittive, pur se al costo di maggiori tassi di disoccupazione. Di fronte a tali circostanze, «I datori di lavoro hanno iniziato a percepire il coinvolgimento dei sindacati dei lavoratori nella contrattazione collettiva nazionale e nelle politiche pubbliche non più come un inevitabile costo da pagare per la pace sociale e la stabilità economica, ma piuttosto come una costosa e inefficiente rigidità di cui ci si sarebbe potuti tranquillamente sbarazzare.»</p>
<p style="text-align: justify;">La transizione verso un regime di tipo neo-liberale, secondo la dottrina del Whasington Consensus, condivisa da OCSE e Commissione Europea, tuttavia, richiedeva l’imposizione al corpo sociale di riforme che includevano «Non solamente moderazione salariale, come in passato, ma anche rettitudine fiscale (implicante una razionalizzazione del settore pubblico), liberalizzazione del mercato del lavoro, ristrutturazione dei sistemi di welfare. Queste riforme avrebbero ridotto molti benefici, ristretto le possibilità di elezione dei governi riformatori, e trasferito i rischi da stato e imprenditori verso lavoratori e cittadini […] Quei governi che, a causa della loro limitata forza parlamentare o elettorale, erano incapaci o indisposti ad approvare unilateralmente tutta quella serie di riforme, che era ad essi più o meno imposta da costrizioni economiche internazionali, trovarono nei patti corporativi una conveniente via per facilitare i processi di riforma delle politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">«I sindacati si trovarono di fronte alla spiacevole alternativa di acconsentire a queste contrattazioni macro-concessive o rifiutarsi totalmente di partecipare. Lo scambio politico come <em>quid pro quo</em> tra moderazione salariale e maggiore protezione sociale spariva virtualmente e la maggior parte dei budget pubblici erano troppo deficitari per permettere ai governi il pagamento di contropartite significative. Dove lo scambio continuò ad essere praticato (come in Irlanda e Finlandia), esso barattava moderazione dei salari per riduzioni fiscali, cioè misure volte a incentivare il consumo privato invece di quello pubblico.»</p>
<p style="text-align: justify;">Che fossero motivati dalla volontà di rafforzare il proprio ruolo e la propria visibilità, dalla considerazione dell’interesse generale del paese o dalla razionale valutazione della mancanza di alternative credibili, sta di fatto che i sindacati si sono trovati a ratificare politiche che svantaggiavano le categorie che questi avrebbero dovuto rappresentare, spesso in cambio del semplice diritto alla partecipazioni ai tavoli dove le decisioni venivano prese, tentando di rendere più digeribili gli angoli più spigolosi di tali politiche, ma senza mai metterne in discussione la direzione fondamentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo scopo di legittimare l’accettazione di tali riforme, «In paesi come Irlanda e Italia, i sindacati dei lavoratori si sono affidati alla democrazia e al dibattito per coinvolgere i loro membri. In particolare, prima di firmare i vari patti, essi hanno organizzato assemblee sui luoghi di lavoro e referendum dei lavoratori, impegnandosi ad attenersi al risultato del voto della maggioranza», in questo modo marginalizzando le fazioni più radicali, caratterizzate da preferenze intense e maggiormente pronte alla mobilitazione, ma minoritarie. Allo stesso tempo, «E’ probabile che le procedure democratiche non solo abbiano aggregato preferenze predeterminate, ma anzi abbiano contribuito a plasmare le stesse. Il voto veniva preceduto da assemblee nelle quali i leader usavano vari argomenti, per lo più pragmatici, ma anche etico-morali, per spiegare perché occorreva prendere tali decisioni […] Questo processo di democrazia discorsiva […] favorì l’emergere di consenso verso riforme sgradevoli.» I sindacati, insomma, persa la legittimità “politica” delle loro scelte, derivante dal fatto che queste avevano in passato effetti positivi sulle categorie interessate (<em>output legitimacy</em>), si sono affidati ad un accrescimento della legittimità procedurale delle stesse scelte, ottenendo risposte positive dalla maggioranza dei lavoratori e così permettendo ai governi di attuare riforme estremamente delicate con la piena legittimità derivante dal consenso del corpo sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">«Come prezzo per la loro collaborazione, i sindacati hanno domandato, e spesso ottenuto, di essere protetti come istituzioni. Questo ha implicato che i membri principali dei sindacati, lavoratori di sesso maschile in età avanzata, sono stati meno toccati dai tagli e dalle liberalizzazioni, ma al prezzo di riversare i costi su altre categorie; come giovani lavoratori e lavoratori a tempo determinato. Questa strategia sembra incapace di arrestare, per non dire invertire, la crisi organizzativa dei sindacati. […] Essi  rimangono attori importanti per ogni piano di rivitalizzazione di politiche egualitarie. Tuttavia, è improbabile che i sindacati possano mostrarsi all’altezza del proprio potenziale se non saranno in grado di ricostruire il proprio potere dove questo conta di più: tra i lavoratori.»</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.labouratorio.it/2011/04/14/i-sindacati-dalla-difesa-del-salario-alla-difesa-del-%e2%80%9csistema%e2%80%9d/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

<!-- Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: http://www.w3-edge.com/wordpress-plugins/

Page Caching using disk: enhanced
Object Caching 573/708 objects using disk: basic

Served from: www.labouratorio.it @ 2012-02-08 10:46:49 -->
