[La fine del... regime partitocratico] La truffa del referendum elettorale
| mercoledì 9 novembre 2011 | Scritto da Gionny - 42 letture |
E’ da qualche settimana che sono state consegnate in pompa magna le firme per il referendum elettorale promosso da Parisi e da Veltroni. Chi scrive è tendenzialmente molto attento a quanto dicono di questi due personaggi della politica italiana perché con un po’ di esperienza si impara che diffidando a priori da ciò che dicono si fa sempre la scelta giusta.
Però stà volta ingenuamente, molto molto ingenuamente, mi sono rallegrato alla notizia che stessero promovendo un referendum cosìcchè abrogando l’odiato porcellum avrebbero, Parisi e Veltroni, restituito agli italiani il sacrosanto diritto di poter scegliere i loro candidati. Ad aprirmi gli occhi però ci ha pensato il vecchio Eugenio Scalfari… Mentre assistevo alla sua noiosissima litania anticav alla festa democratica a Firenze, il suddetto furbacchione ha invitato tutti ad andare a firmare per abrogare il porcellum in favore del mattarellum per riavere finalmente la possibilità di scegliere il proprio candidato tramite le preferenze…
Mattarellum? Preferenze? Anche sta volta il trio Veltroni-Parisi -Scalfari non si era smentito; tutto d’un tratto mi è apparso chiaro e cristallino l’ennesimo squallido bluff con cui la nomenklatura politica ed editoriale “democratica” ancora una volta sia riuscita ad abbindolare i suoi elettori e chi inorridito dalla nefandezze del cavaliere sperava di poter trovare almeno nell’opposizione una patina di sincerità. A conferma di tutto ciò è arrivato l’appoggio all’iniziativa referendaria di Vendola e Di Pietro.
Ora vorrei far un facile esercizio di confronto fra la legge Mattarella e quella Calderoli.La prima è un maggioritario, ha uno sbarramento del 4%. NON ha le preferenze. NON permette di scegliere un partito tra i tanti che si presentano in una coalizione. I candidati sono scelti dalle segreterie, ed inserito nel collegio, o, per la parte “proporzionale”, in un ordine prestabilito, in una lista “bloccata”.
La seconda, ovvero il Porcellum, mantiene lo sbarramento del 4%. Non ha le preferenze. Permette di scegliere un partito tra quelli che si presentano in una coalizione (determinata dalla scelta del “candidato premier”). I candidati sono scelti dalle segreterie, ed inseriti, in un ordine prestabilito, in una lista “bloccata” ed inoltre contiene un premio di maggioranza sproporzionato. Insomma, una legge che è stata chiamata col nome che merita. Dunque le preferenze non sono presenti in nessuna delle due leggi.
Inoltre si farebbero sempre più insistenti le voci di molti costituzionalisti secondo cui la Corte Costituzionale non potrebbe giudicare ammissibile un referendum abrogativo che di fatto, creando un vuoto legislativo in materia di legge elettorale, diventerebbe un referendum propositivo e quindi inammissibile dato che in italia i referendum possono essere solo abrogativi. E fin qui Parisi-Veltroni-Scalfari sono riusciti a raggirare i più sprovveduti, ma ce n’è anche per i più scaltri che ormai si sono rassegnati alla latitanza democratica in questo paese. Infatti pochissimo si è parlato di un altro referendum abrogativo che va ad stralciare solo i passi del Porcellum in cui si parla di liste bloccate e del premio di maggioranza mantenendo così un profilo abrogativo e dunque ammissibile dalla Corte. Ovviamente questo referendum non era sponsorizzato da alcun partito ed è stato promosso dal Stefano Passigli ex parlamentare DS e professore di scienze politiche a Firenze. Dunque Veltroni e Parisi con Repubblica passeranno per gli eroi che tentarono di riformare la tanto odiata porcata di Calderoli. Male che possa andargli, qualora cioè la Corte reputi ammissibile il referendum, potranno comunque ottenere una legge elettorale in cui rimarranno i partiti a scegliere i candidati da mandare nei collegi uninominali. L’unica speranza è che evitino di mandarmi nuovamente nel mugello DiPietro, ma potrebbe andarmi peggio.
Per la cronaca sono un uninominalista convinto, a patto però che il candidato sia emanazione del territorio e lo si possa scegliere tramite le primarie!
Gionny D’Anna: una ventina d’anni abbondante, è il vero black block di Labouratorio, lo mandiamo ai comizi di Scalfari per farlo crescere sempre più incazzato, in vista della fine del mondo prossima ventura




Si fa un gran parlare a sinistra e anche su labouratorio di riformismo, se ne riempiono la bocca quotidianamente Veltroni e anche Silvio che si ritiene un riformista DOC. Ma in realtà come spesso succede anche in politica la perdita di significato delle parole causa gravi incomprensioni, il termine riformista, ormai inflazionato, mai come oggi ha subito una storpiatura del significato impressionante. Occorre quindi rintracciare nel passato i valori e le idee riformiste per dargli nuova dignità politica. Innanzitutto va specificato che il riformismo nel’900 è sempre stato la bandiere delle socialdemocrazie infatti nell’agire politico della socialdemocrazia il riformismo è insito per definizione. Già dai primi del 900 ma già con Andrea Costa larghe aree del movimento operaio compresero che l’entrare nei parlamenti delle democrazie più o meno borghesi non avrebbe significato tradire le aspettative della classe operaia ma avrebbe bensì favorito una legiferazione di tutela verso le classi lavoratrici. Rispetto quindi a coloro che non ritenevano opportuno far parte di un sistema che andava abbattuto dalle fondamenta i riformisti si posero in un’ottica totalmente diversa ritenendo che l’avvento del socialismo sarebbe potuto avvenire attraverso la democrazia e non con la rivoluzione violenta. A guidare il movimento riformista erano all’ora non tanto il partito ma il sindacato che essendo quotidianamente a contatto con i soprusi subiti dagli operai comprese la necessità di migliorare nell’immediato e concretamente la condizione dei lavoratori senza aspettare la scintilla rivoluzionaria. Già da allora i riformisti furono considerati nemici di classe dai massimalisti poiché attenuavano il conflitto di classe migliorando le condizione dei lavoratori senza però mutare i rapporti di produzione; i massimalisti puntavano all’estensione del proletariato industriale per far scattare la scintilla rivoluzionaria il più violentemente possibile senza che fosse attenuata da possibilità di riforme o di compromesso con il padronato.

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