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	<title>Labouratorio &#187; Economia</title>
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	<description>Magazine di sperimentazione alchemica per una sinistra che non c&#039;è: moderna, liberale, socialista</description>
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		<title>[E poi c&#039;è il mondo...] E se il G20&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2009 10:52:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[articolo di Filippo Bovo

Il tempo ci dirà se ciò che abbiamo visto a Londra sia stata l&#8217;ennesima ripetizione, allargata stavolta a 20 paesi in luogo dei precedenti sette o otto, dei vecchi e noiosi G8 in cui l&#8217;unica nota di colore era portata dalle proteste dei pacifisti e dei no-global. Erano quelli dei G7 e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">articolo di<strong> Filippo Bovo</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-1736" title="g20" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2009/04/g20.png" alt="g20" width="495" height="166" /></p>
<p style="text-align: left;">Il tempo ci dirà se ciò che abbiamo visto a Londra sia stata l&#8217;ennesima ripetizione, allargata stavolta a 20 paesi in luogo dei precedenti sette o otto, dei vecchi e noiosi G8 in cui l&#8217;unica nota di colore era portata dalle proteste dei pacifisti e dei no-global. Erano quelli dei G7 e dei G8 frettolosi e superficiali, nei quali si pensava di risolvere i problemi del mondo nel giro di poche ore e soprattutto facendo i conti senza l&#8217;oste: parlare dei problemi dell&#8217;Africa, dell&#8217;Asia e dell&#8217;America Latina senza neppure una rappresentanza formale o parziale di quest&#8217;ultimi è sintomatico di una mentalità da Congresso di Berlino del 1878 e difatti il clan dei paesi privilegiati, in questi suoi vertici contestatissimi, ha agito con ottica e finalità neocolonialiste piuttosto che di illuminato progressismo. Che ci piaccia o meno, di progresso se ne parlava molto di più, e con molta più volontà e maggiori risultati, ai vertici dei paesi non allineati di Bandung, o nei vari patti di Casablanca e di Monrovia che videro muoversi personalità di tutta eccezione come gli indimenticati ed indimenticabili Mitterand, Nkrumah, Nehru, Soekarno, e compagnia bella.</p>
<p><span id="more-1702"></span>Adesso abbiamo il G20: è una novità che rappresenta la necessità del &#8220;mondo bianco&#8221; di adeguarsi ad un fatto compiuto. Fino ad oggi, dapprima con il furto delle proprie risorse naturali e in seguito con la volontaria scelta di fare dell&#8217;Occidente la meta di arrivo dei suoi crediti ed investimenti, il &#8220;mondo nero&#8221;, &#8220;giallo&#8221;, &#8220;latino&#8221; e via dicendo ha sostenuto le spese e l&#8217;irresponsabilità economica dei suoi ex schiavizzatori. Adesso che i padroni si trovano in bolletta, i vecchi servi divenuti nuovi padroni a loro volta reclamano il proprio posto a tavola e presentano la lista delle spese. Lula lo ha detto chiaro e tondo: &#8220;La crisi è stata provocata da uomini biondi e con gli occhi azzurri, di cui il sud del mondo non si fida&#8221;. E poichè è sempre stato il sud del mondo a pagare per i vizi e gli stravizi del nord, e da oggi ed in poi anche per tirarlo fuori dal letame in cui è caduto, ne consegue che il secondo dovrà adeguarsi, per buona educazione e per evidente mancanza di coltello dalla parte del manico, alle regole del primo.</p>
<p>Se trent&#8217;anni fa, di fronte al primo concreto scricchiolio del sistema finanziario internazionale, fu il Giappone, l&#8217;unico paese asiatico a non aver mai conosciuto la colonizzazione, a presentare il proprio redde rationem, adesso invece sono proprio le ex vittime della Corona Spagnola e Portoghese, del Congresso di Berlino e della Dottrina Monroe a farsi avanti con le loro richieste di risarcimento danni. La parola d&#8217;ordine rivolta al &#8220;mondo bianco&#8221; dai nuovi membri del G20, a cominciare dal BRIC, ovvero Brasile-Russia-India-Cina per continuare con le altre potenze minori, è la seguente: &#8220;Vi abbiamo mantenuto, ad un certo punto grazie al vostro stile di vita al di sopra delle vostre possibilità vi abbiamo anche prestato del denaro, adesso siete in amministrazione controllata e perciò seguirete le nostre regole. Dal momento che, in termini di investimenti, per noi continuate ad essere la gallina dalle uova d&#8217;oro, vi tireremo fuori dalla materia fecale. Ma tutto ciò avverrà secondo le nostre regole, perchè siamo noi a metterci i soldi&#8221;. Il che, ragionando in termini strettamente liberistici, patrimonialistici, pur anche di diritto romano, non fa assolutamente una piega: non è forse così che agisce un creditore nei confronti di un debitore insolvente?</p>
<p>Verranno stanziati, si dice, 1100 miliardi di dollari in favore del Fondo Monetario, della Banca Mondiale e di altri istituti per lo sviluppo, perchè quest&#8217;ultimi sono ormai degli strozzini alla canna del gas: non a caso, come contropartita, i cinesi e gli altri parner del BRIC hanno ottenuto che FMI e BM alienino ciò che rimane delle loro riserve auree. In parole povere il FMI e la BM perderanno la loro autonomia finanziaria trasformandosi, da quello strumento di controllo finanziario sulle economie in via di sviluppo in mano agli Stati Uniti, a una dipendenza della Banca Centrale Cinese e degli altri soci creditori di quest&#8217;ultima. Poi, tanto per mettere le cose in chiaro, è prevista per il 2010 la riforma della Banca Mondiale: giacchè la Cina e gli altri nuovi partner del G20 ci mettono dei soldi, vogliono giustamente anche avere la certezza che solo loro e nessun altro possano avervi l&#8217;ultima parola. Inoltre verranno avanzati direttamente dai paesi del G20 5000 miliardi di dollari agli altri paesi in via di sviluppo colpiti dalla crisi: è inutile dire, anche in questo, chi siano coloro che maggiormente hanno contribuito al raggiungimento di questo montepremi. Dissestate dal crollo americano, le economie dei paesi emergenti entreranno sotto l&#8217;influenza del BRIC e dei suoi alleati, gli unici in grado di ridar loro fiato, finanziariamente parlando. Infine, la ciliegina sulla torta che non deve assolutamente passare inosservata: i paesi del BRIC, insieme al loro corollario di soci minori, butteranno sul piatto anche 50 miliardi di dollari per attivare forme di protezione sociale nei paesi del Terzo Mondo, a cominciare da quelli maggiormente colpiti dalla crisi. Al di là della pochezza dello stanziamento, per lo meno se raffrontato a quelli precedenti, è comunque un segnale politico molto forte: fino ad oggi i G7 e i G8 si concludevano con inviti, o ordini, rivolti ai paesi sottosviluppati affinchè privatizzassero e riducessero ai minimi termini ogni qualsivoglia forma di Stato Sociale, giudicato un&#8217;inutile spreco a danno del libero mercato. Il Brasile non la pensa esattamente così, e idem per quanto riguarda i suoi confratelli latinoamericani, alcuni presenti al vertice ed altri no, che si sono fatti così rappresentare da Lula; d&#8217;altronde l&#8217;ingente crescita economica latinoamericana degli ultimi anni s&#8217;è basata proprio su una forte redistribuzione delle risorse e sull&#8217;introduzione, o reintroduzione in certi casi, delle pensioni, della scuola pubblica dell&#8217;obbligo e della sanità pubblica gratuita che erano state soppresse negli anni del superliberismo dei vari Menem, Color De Mello, ecc. Il caso latinoamericano dimostra come solo investendo sull&#8217;uomo, che è in ultima analisi la prima e vera risorsa di una nazione, si possa avere una reale e robusta crescita per quest&#8217;ultima. Le ricette della nonna propagandate per anni dal &#8220;mondo bianco&#8221; insieme a BM e FMI hanno provocato solo disastri.</p>
<p>Quello che questo G20 rappresenta, al di là di tutto, è un cambiamento dell&#8217;economia politica e in sostanza anche della politica: soltanto il tempo ci dirà se ciò inaugurerà davvero un nuovo corso nelle relazioni fra il nord e il sud del mondo oppure se si sarà trattato solo di un fuoco di paglia. Il passaggio dalla mentalità militare statunitense a quella mercantilista asiatica potrà, non necessariamente ma possibilmente, tradursi in un sostanziale requilibrio mondiale. Ma per vedere questo dovremo attendere ancora un po&#8217; e nel frattempo ciò che dovremo fare è muoversi affinchè la crisi, da sciagura, si trasformi in un&#8217;opportunità per portare il mondo fuori da quelle secche in cui proprio un&#8217;amministrazione dissennata lo ha precipitato.</p>
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		<title>[n.23] Labouratorio e la ciccia socialista</title>
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		<pubDate>Mon, 19 May 2008 20:08:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Eppur si muove. Il dibattito pre-congressuale del Partito Socialista &#8211; pur nel permanere di clandestinità latenti &#8211; inizia a muoversi. Ma qua, as usual, si è all&#8217;avanguardia e mentre gli altri ancora si stiracchiano Labouratorio sculetta allegramente davanti al proprio barbecue di spunti di dibattito. E per non farvi mancare nulla son pure tornate le previsioni del colonnello Albano. Un numero per buongustai, buon appetito!<br />
T.C</em></p>
<p><strong>Editoriale di Carlo D&#8217;Ippoliti</strong></p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/23-labouratorio-e-la-ciccia-socialista/"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px; float: right;" src="http://inoz.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/10627/Lab23.PNG" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>Il dibattito politico interno al PS ricorda la passata campagna elettorale: tutti a fare a chi ce l’ha più riformista. (il partito, o il leader)<br />
QUALI “riforme” fare, non molti si degnano di precisarlo. In realtà, se non quando veramente costretto, fuori delle aule parlamentari il dibattito politico italiano non parla di contenuti. Almeno dall’inizio della Seconda Repubblica.<br />
Da allora, Sartori si  sbraccia di dirci che la colpa, della degenerata politique politicienne, è nel numero eccessivo e nelle manie di protagonismo dei piccoli partiti. Peccato che, morti i “nanetti”, lui stesso non trovi niente di meglio da dirci, che riproporre la (errata) teoria della sovrappopolazione di Malthus. Tremonti d&#8217;altronde, ha definitivamente chiarito che il PdL è un partito conservatore, non liberale, e ci ha dato la sua visione della globalizzazione (visione, purtroppo o per fortuna, ignorata dal dibattito).<br />
Di contenuti di rilievo -ciccia- c’è poco altro.<br />
Insomma, se la gente si disinteressa di politica, o cade nell’antipolitica, non me la sento di dire che è colpa sua. Vi interessereste voi di sapere chi prende la poltrona di Ministro per l’attuazione del programma? Se state leggendo questo editoriale forse sì, ma la colpa è vostra.<br />
Sarebbe interessante aprire un dibattito sul dibattito, ovvero sulle ragioni del suo inaridimento. Dalla comprensione di questo, potremmo identificare spazi politici (e forse editoriali) da cui ricominciare a fare una politica che sia un po’ più interessante dell’annosa questione se il PS debba stare a sinistra del PD ma a destra di SA, o a destra del PD e a sinistra del PdL. (scusate sono un povero ingenuo, ma è uno dei privilegi che preferisco, per noi accademici nelle torri d’avorio)</p>
<p>Provo allora a buttar giù qualche ipotesi (in ordine sparso) che, guarda caso, nasconde anche qualche implicita risposta alla domanda “di quali riforme parliamo?”.</p>
<p><strong>1.</strong> i partiti si sono lanciati alla conquista del favore di Confindustria, favore divenuto finalmente accessibile in regime di concorrenza tra più partiti, dopo l’abbandono da parte del P-DS dell’ideologia comunista.<br />
<strong> 2.</strong> i politici hanno creduto alla teoria dell’elettore mediano, ovvero che le elezioni si vincono al centro, convergendo obiettivamente nei programmi e nella prassi.<br />
<strong> 3.</strong> nel settore della stampa e dell’informazione non vige la minima concorrenza. I giornali più agguerriti e indipendenti al massimo “fanno commento”, ma certo non fanno informazione.<br />
<strong> 4.</strong> l’università è ormai frantumata in un pulviscolo di micro-sedi, che rende la vita impossibile ai professori, oberati di cattedre da spartirsi e senza più tempo per dedicarsi alla società.<br />
<strong> 5.</strong> gli intellettuali non hanno più un ruolo sociale. (scusa, chi?)<br />
<strong> 6.</strong> l’enorme ulteriore concentrazione di potere finanziario e industriale che si è avuta nel nostro Paese negli ultimi decenni ha eliminato un buon numero di conflitti di interesse, nella società e nella politica: non c’è più molto di cui discutere dal punto di vista dei “poteri forti”.<br />
<strong> 7.</strong> ci sono ancora in Italia troppe poche lobbies, e troppo piccole, opache e malamente organizzate.<br />
<strong> 8.</strong> l’economia sembra ormai l’unico argomento di cui valga la pena dibattere, ma a livello teorico e metodologico si tratta purtroppo della più semplicistica e ideologica delle scienze sociali.<br />
<strong> 9.</strong> il mondo è effettivamente cambiato troppo velocemente rispetto ai tempi in cui si è formata l’attuale classe dirigente italiana (uomini, ultrasessantenni, tendenzialmente ex-DC ex-PCI o ex-PSI), ed è oggi molto difficile da interpretare (soprattutto per loro).<br />
<strong> 10.</strong> le istituzioni sovranazionali e internazionali limitano effettivamente il potere decisionale (ovvero la scelta degli obiettivi) della politica nazionale, mentre le mutate condizioni politico-economiche ne limitano decisamente l’efficacia (ovvero la forza degli strumenti).<br />
<strong> 11.</strong> dal punto di vista culturale abbiamo ormai abbracciato il leaderismo in versione Berlusconi, cioè la selezione non del partito ma del leader, e sulla base delle vere o presunte qualità personali (ad esempio la possibilità di (sotto)mettere daccordo i notabili del partito) e non delle sue opinioni.</p>
<p>Come conseguenza, credo che la sterilità del dibattito crei “nicchie di mercato”, completamente trascurate dal Veltrusconi. In politichese, lo spazio c’è.<br />
Ma per ora mi piacerebbe si discutesse almeno un po’ del perché in Italia non si può (più) parlare di contenuti, in politica.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>SOMMARIO DEL N.23</strong></p>
<ul>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/23-labouratorio-e-la-ciccia-socialista/">[#23] Labouratorio e la ciccia socialista</a><a href="../2008/05/19/23-labouratorio-e-la-ciccia-socialista/?phpMyAdmin=mtTBzXRBGDmeXdp2%2CJBGHI8KeM9"> </a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/carne-al-fuoco-il-punto-dopo-gli-spunti/">[Carne al fuoco] Il punto dopo gli spunti</a><a href="../2008/05/19/carne-al-fuoco-il-punto-dopo-gli-spunti/?phpMyAdmin=mtTBzXRBGDmeXdp2%2CJBGHI8KeM9"> </a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/carne-al-fuoco-chi-non-passa-alla-storia-passa-alla-geografia/">[Carne al fuoco] Chi non passa alla storia, passa alla geografia</a><a href="../2008/05/19/carne-al-fuoco-chi-non-passa-alla-storia-passa-alla-geografia/?phpMyAdmin=mtTBzXRBGDmeXdp2%2CJBGHI8KeM9"> </a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/carne-al-fuoco-sulla-proposta-di-lanfranco-turci/">[Carne al fuoco] Sulla proposta di Lanfranco Turci</a><a href="../2008/05/19/carne-al-fuoco-sulla-proposta-di-lanfranco-turci/?phpMyAdmin=mtTBzXRBGDmeXdp2%2CJBGHI8KeM9"> </a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/carne-al-fuoco-un-partito-non-puo-vivere-senza-unidea/">[Carne al fuoco] Un partito non può vivere senza un’idea</a><a href="../2008/05/19/carne-al-fuoco-un-partito-non-puo-vivere-senza-unidea/?phpMyAdmin=mtTBzXRBGDmeXdp2%2CJBGHI8KeM9"> </a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/il-meteo-del-colonnello-albano-il-gran-ritorno/">[Il meteo del colonnello Albano] Il gran ritorno!</a><a href="../2008/05/19/il-meteo-del-colonnello-albano-il-gran-ritorno/?phpMyAdmin=mtTBzXRBGDmeXdp2%2CJBGHI8KeM9"> </a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/whats-going-on-i-primi-vagiti-del-veltrusconi/">[What's going on] I primi vagiti del Veltrusconi</a><a href="../2008/05/19/whats-going-on-i-primi-vagiti-del-veltrusconi/?phpMyAdmin=mtTBzXRBGDmeXdp2%2CJBGHI8KeM9"> </a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/what-went-on-34-anni-fa-unitalia-un-po-piu-civile/">[What went on] 34 anni fa un’Italia un po’ più civile</a><a href="../2008/05/19/what-went-on-34-anni-fa-unitalia-un-po-piu-civile/?phpMyAdmin=mtTBzXRBGDmeXdp2%2CJBGHI8KeM9"> </a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/partiture-riformiste-fra-etica-e-politica/">[Partiture Riformiste] Fra etica e politica</a><a href="../2008/05/19/partiture-riformiste-fra-etica-e-politica/?phpMyAdmin=mtTBzXRBGDmeXdp2%2CJBGHI8KeM9"> </a></li>
</ul>
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		<title>Alitalia &#8211; Il vecchio e &#8230; l&#8217;antico</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Apr 2008 22:01:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Peppo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Ho fatto un tratto di autostrada anche oggi. La stessa che faccio quasi tutti i giorni. La mitica A1 che una volta, prima dell&#8217;era monnezza, si chiamava romanticamente Autostrada del Sole.
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-431" href="http://www.labouratorio.it/2008/04/07/alitalia-il-vecchio-e-lantico/snoopyalitalia/"><img class="alignnone size-full wp-image-431" style="border: 0;" title="Snoopy l\'Alitalia e il Barone Rosso" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2008/04/snoopyalitalia.gif" alt="" width="392" height="347" /></a></p>
<p>Ho fatto un tratto di autostrada anche oggi. La stessa che faccio quasi tutti i giorni. La mitica A1 che una volta, prima dell&#8217;era monnezza, si chiamava romanticamente Autostrada del Sole.</p>
<p>Non mi era mai capitato, finora, di imbattermi in un carro-attrezzi in panne. Era fermo nella corsia di emergenza e considerato il fumo che usciva dal motore ho dato poche speranze all&#8217;auto che, un paio di kilometri più avanti, era ferma anch&#8217;essa con i passeggeri in impaziente attesa di essere soccorsi.</p>
<p>La cosa, ma guarda un po, mi ha fatto venire in mente l&#8217;Alitalia. Una azienda scassata in impaziente attesa di essere soccorsa da governi e sindacati ancora più scassati che, lungi dal risolvere i problemi degli altri, non riescono nemmeno a risolvere i propri.</p>
<p><span id="more-430"></span>La vicenda Alitalia è ormai il simbolo di un&#8217;Italia insostenibilmente vecchia. Un paese con le istituzioni in panne, col motore fuso.</p>
<p>Il concetto di &#8216;vecchio&#8217; non va confuso con quello di &#8216;antico&#8217;. Una distinzione che mi è ben presente per personali ebanistiche passioni e che spero possa essere avvalorata dal lettore che ha fatto studi classici.</p>
<p>Una mobile vecchio è una cosa logora, consumata, che per sopravvenuti difetti o inadeguatezze è meglio dismettere. Una cosa, insomma, che non vale niente e per la quale non conviene, in genere, spendere quattrini per metterla a nuovo.</p>
<p>Discorso diverso per un mobile antico: non gli si chiede, in genere, di prestar servizio; gli si chiede di mostrarsi, di fare testimonianza di se e della storia che rappresenta, epoca storica in generale oppure un pezzo di vita di passate generazioni.</p>
<p>Quella di Alitalia è la storia del tentativo di far sopravvivere il &#8220;vecchio&#8221;; ci si ostina a non vedere i difetti, a sopportare inadeguatezze, a spendere soldi quando non ne vale la pena.</p>
<p>Il vecchio è la prassi clientelare che vedeva nel &#8220;parastato&#8221; il luogo dove &#8217;sistemare&#8217; gli amici e gli amici degli amici.</p>
<p>Il vecchio è la prassi clientelare che ha permesso a una classe di manager pubblici di essere pagati molto più di quelli privati senza essere obbligati, come questi ultimi, a rendere conto dei propri risultati.</p>
<p>Il vecchio è la prassi sindacale che mette la sopravvivenza del sindacato prima degli interessi dei lavoratori; che si ostina a difendere il &#8220;posto&#8221; di lavoro e non i lavoratori; che ancora non ha capito che, a differenza di ieri, le imprese possono anche morire perché i confini nazionali non proteggono più le corporazioni e i parassitismi.</p>
<p>Il vecchio è la prassi politica di chi mente sapendo di mentire, di chi recita un ruolo nel dramma senza preoccuparsi di come andrà a finire.</p>
<p>Il vecchio è la prassi politica dei liberali per sfuggire ai propri doveri e statalisti per difendere i propri interessi.</p>
<p>Il vecchio è la prassi culturale di rincorrere l&#8217;italianità proprio nell&#8217;azienda che guadagna di più se riesce a stare fuori dall&#8217;Italia.</p>
<p>Il vecchio è la prassi antieconomica di negare l&#8217;evidenza costringendo a restare sola un&#8217;azienda che soffre di solitudine.</p>
<p>Il vecchio è la prassi culturale di votare per fede e non per ragione accettando lune troppe volte invano promesse.</p>
<p>L&#8217;antico è invece quel condensato di logica e buon senso di cui sono da secoli impastati uomini e donne che ancora riescono a tirare avanti per se e la propria famiglia. Uomini e donne che non comprano ciò che nessuno vuole, che non portano a casa aggeggi complicati che non sanno gestire, che non vanno dal bottegaio troppo caro, che mai pagherebbero 180 piloti per una flotta di 5 aerei cargo.</p>
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		<title>Una sola clausola: RESPONSABILITA&#8217;</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Mar 2008 23:03:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea D'Uva</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica Interna]]></category>
		<category><![CDATA[Società  e Cultura]]></category>
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Come in ogni campagna elettorale che si rispetti, anche stavolta i politicanti italici si sono lanciati al reciproco inseguimento sul piano della demagogia e della mistificazione della realtà. Primattori di questa patetica commedia sono Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, ovvero i leaders dei principali partiti che si sfidano per il governo dell’Italia. I due si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a href="http://www.labouratorio.it/2008/03/24/una-sola-clausola-responsabilita/"><img src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2008/03/responsabilita.JPG" alt="Responsabilità" border="0" /></a></p>
<p>Come in ogni campagna elettorale che si rispetti, anche stavolta i politicanti italici si sono lanciati al reciproco inseguimento sul piano della demagogia e della mistificazione della realtà. Primattori di questa patetica commedia sono Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, ovvero i leaders dei principali partiti che si sfidano per il governo dell’Italia. I due si stanno sperticando in mirabolanti promesse, a base di detassazioni, abolizioni d’imposte, miracolose ricette per il rilancio dell’economia con relativa creazione di posti di lavoro (sicuro e ben retribuito beninteso). Non mancano piani straordinari, degni del miglior Amintore Fanfani, per dare una casa ad ogni giovane coppia che desideri metter su famiglia (a patto che questa sia regolarmente sposata – meglio se con il rito di Santa Romana Chiesa).</p>
<p><span id="more-401"></span>L’Italia dipinta da Veltrusconi, appare a dir poco surreale. Nel quadro di una crisi economica internazionale che appare più dura e strutturale del previsto, l’Italia si avvia verso un periodo di recessione. Con previsioni di crescita del Pil inferiore al 2%, non sembrano realistiche le laute promesse di redistribuire della ricchezza, vagamente bilanciate da generici tagli di spesa. A rischio appare l’unitarietà stessa del paese, non solo in termini geografici quanto di coesione sociale. Mentre la parte più garantita della società, cioè dipendenti pubblici, pensionati e lavoratori delle grandi imprese potranno continuare a vivere al riparo della politica, laddove non lo faccia direttamente grazie ad essa, la parte più dinamica e produttiva della società, non necessariamente concentrata al Nord, è stufa di pagare tasse sempre più esose ad uno Stato che non restituisce nulla in termini di infrastrutture e servizi, anzi che penalizza la competitività e drena risorse con la sua burocrazia inefficiente. Per questo il fenomeno dell’evasione fiscale è divenuto così rilevante, si cerca di sfuggire alle regole imposte da uno Stato che appare nemico e che veicola la ricchezza verso la spesa pubblica improduttiva.</p>
<p>Al Sud, è persino peggio poiché allo Stato si affianca la criminalità organizzata che gestisce un’economia parallela valutata nell’ordine dei 100 miliardi di euro, e che negli anni non ha mancato di infiltrarsi anche nelle ricche regioni del Centro – Nord. Ovviamente per fare i suoi affari sporchi si avvantaggia della connivenza di una politica che veicola fiumi di soldi pubblici con i quali alimenta il proprio consenso elettorale. Si potrebbe dire che al Centro – Nord si soffre per il troppo Stato mentre al Sud il problema è che lo Stato non c’è o meglio quello che c’è non riesce a difendere dalla prevaricazione criminale e da esso ci si attende solo sempre maggiore assistenza, in termini di appalti e posti di lavoro inutili. Se continueremo a rimandare le scelte decisive finiremo, non tanto per collassare sotto il peso del debito pubblico, quanto per argentinizzarci lentamente, laddove i nostri titoli di Stato non saranno più appetibili per gli investitori internazionali poiché considerati non più esigibili.</p>
<p>Per interrompere questo declino vorremmo che almeno uno dei protagonisti della politica facesse della legalità e del senso di responsabilità la priorità assoluta, iniziando dalla lotta alla criminalità. Non generiche dichiarazioni-spot, ma un piano organico per dotare magistrati e forze dell’ordine di strumenti e mezzi adeguati, legati ad  impegni verificabili in termini di territorio riconquistato alla legalità e danaro sequestrato alle organizzazioni mafiose. Combattere l’evasione fiscale sapendo che questa si concentra in determinate categorie ma anche e soprattutto in certe zone dell’Italia dove lo Stato è assente o complice. La spesa pubblica deve essere riqualificata e lo si deve fare partendo dalla qualità dei servizi erogati anche se questo vuol dire tagliare posti di lavoro inutili, il cui unico obiettivo è la rendita del consenso politico. Eliminare gli sprechi significa mobilitare il personale in base alle reali necessità dei servizi e ridurre l’ingerenza della politica, che ingrassa nei consigli di amministrazione di istituzioni e società dai compiti più disparati ed improbabili.</p>
<p>Quando questa campagna elettorale da telenovelas sudamericana sarà finita l’Italia dovrà fare i conti con i suoi problemi strutturali, che resteranno sul tappeto e la politica, da cui derivano gran parte dei problemi stessi, sarà chiamata a riformare se stessa ponendo un limite alla sua prevaricazione sulla società, altrimenti saranno pezzi di società, magari concentrati in una parte di territorio, a chiamarsi fuori organizzandosi per assumere in proprio le responsabilità del caso o meglio per non farsi più carico di quelle degli altri.</p>
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		<title>[n.12] Labouratorio &#8230; non si fida</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Mar 2008 23:47:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Ciuffoletti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Labouratorio non si fida. Non si fida molto nemmeno di ciò che sta per scrivere, né dell&#8217;immagine scelta per aprire questo numero. Eppure deve farlo.
 Deve fare ciò che Veltrusconi non fa: raccontare la verità.
Questo paese sta per andare incontro ad una brutta crisi. Qualsivoglia governo non potrà fare molto per evitarlo &#8230; di certo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2008/03/lab12.jpg" alt="lab12.jpg" align="right" border="0" hspace="10" vspace="10" /><strong>Labouratorio non si fida. Non si fida molto nemmeno di ciò che sta per scrivere, né dell&#8217;immagine scelta per aprire questo numero. Eppure deve farlo.</strong><br />
<strong> Deve fare ciò che Veltrusconi non fa: raccontare la verità.</strong></p>
<p>Questo paese sta per andare incontro ad una brutta crisi. Qualsivoglia governo non potrà fare molto per evitarlo &#8230; di certo non potrà farlo se chi si candida oggi non pone come primo punto del proprio programma la verità.</p>
<p>La prima verità è che <strong>l&#8217;andamento dell&#8217;economia di un paese che fa parte del sistema economico e finanziario <em>globale</em> dipende solo in parte dalle scelte di un governo nazionale</strong>.</p>
<p><strong>Labouratorio non si fida di chi fa finta di niente, perché prezzi delle materie prime continuano a salire</strong>: dal petrolio al grano. Salgono perché ci sono paesi, come la Cina, che non solo consumano di più rispetto al passato, ma perché (sembrerà banale, ma nessuno lo dice) possono permettersi di continuare ad acquistare anche se i prezzi salgono oltre soglie ritenute un tempo impensabili. Il petrolio sfonda il tetto dei 100 dollari a barile? Non importa, la Cina continua a comprare &#8230; e intanto si aggiungono anche le speculazioni.</p>
<p>Gli Stati Uniti, intanto, continuano a tagliare i tassi d&#8217;interesse e chissà che non si debba arrivare alla versione a stelle e strisce del modello nipponico dei tassi zero. Si continuerà a drogare un sistema che rimanda la crisi d&#8217;astinenza e intanto si brucerà ricchezza per centinaia (forse migliaia) di miliardi di dollari. <strong>Se qualcuno crede che l&#8217;Italia sia al riparo da questo fuoco grazie al rigido tetto Europeo forse vuol dire che si droga anche lui &#8230;</strong></p>
<p><strong>Labouratorio non si fida di chi fa finta di niente, perché l&#8217;Italia sta già male senza bisogno d&#8217;aiuti esterni.</strong> Debito pubblico superiore al 100% del PIL e che ogni anno fa spendere il 4,5% delle entrate solo per rimborsare gli interessi.  Nel 2007  l&#8217;economia è cresciuta meno delle attese e la pressione fiscale  ha toccato il livello record del 43,3%. In cambio  riceviamo servizi pubblici inefficienti ed un welfare inadeguato ed ingiusto.<br />
Oggi in Italia solo il 18% di chi perde un lavoro può contare su delle forme di ammortizzatori sociali. In Inghilterra invece il 60% e la media europea è del 56%.</p>
<p><strong>Se avete meno di 30 anni abbiate inoltre la cortesia di non rompere i coglioni. Pagate la pensioni dei vostri padri e dei vostri nonni , ma non sperate di riceverne voi</strong>. Senza dimenticare che l&#8217;abolizione dello scalone Maroni è avvenuta senza che nessun giovine abbia avuto da ridire.<br />
<strong> Zitti stiamo. Scendiamo in piazza solo per le manifestazioni indette da qualche partito</strong>. Gli stessi partiti che poi mandiamo affanculo, ma che non siamo in grado di cambiare.</p>
<p>Labouratorio si fida della relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia, ma a questo punto che fiducia può ancora avere?<br />
Che fiducia può avere nell&#8217;Mtv Democratic Party o nel Gregge delle Libertà?</p>
<p><strong>Se almeno qualcuno spiegasse la verità oggi, forse sarebbe più facile dargli fiducia ed essere persuasi domani che sparare non serve a niente.</strong><br />
<em><strong> Perché Labouratorio non si fida dei violenti, ma non è detto che  altri saranno disposti a fare altrettanto  tra qualche tempo.</strong></em></p>
<p align="center"><strong>Fidatevi almeno del numero 12 di Labouratorio </strong></p>
<ul>
<li><strong><a href="http://www.labouratorio.it/2008/03/03/il-programma-di-mago-veltrusconi/">Il programma di Mago Veltrusconi</a></strong> (Peppo)</li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/03/03/politica-e-conflitto-d%e2%80%99interessi/"><strong>Politica e conflitto d&#8217;interessi</strong></a> (Lidano Lucidi)</li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/03/03/liberatorio-puzzle-laici-liberaldemocratici-e-ci-saranno-pure-le-liste-del-pli/"><strong>Puzzle Laici Liberaldemocratici (e ci saranno pure le liste del PLI)</strong></a> (Luca Bagatin)</li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/03/03/perche-il-ps-dovrebbe-candidare-a-roma-franco-grillini/"><strong>Perchè il PS dovrebbe candidare a Roma Franco Grillini</strong></a> (Andrea Natalini)</li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/03/03/grillini-candidato-sindaco-a-roma-e-bologna/"><strong>Grillini candidato sindaco a Roma &#8230; E Bologna?</strong></a> (Michelangelo Stanzani)</li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/03/03/lettera-sul-tema-dellaborto/"><strong>Lettera sull&#8217;aborto</strong></a> (Marzo Azzali)<br />
<h1 align="center"><a href="http://www.labouratorio.it/lab_pdf/Labouratorio_Num_Dodici.pdf" target="_blank">Labouratorio: Numero 12</a></h1>
</li>
</ul>
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		<title>L’Italia e i suoi fardelli economici. Alcuni spunti programmatici</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Feb 2008 00:06:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lidano Lucidi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Per gettare solide basi per una crescita economica seria e duratura è corretto soffermarci sul principio ispiratore dell&#8217;azione riformatrice.
L&#8217;Italia soffre di un&#8217;eccessiva pressione fiscale, di un debito pubblico enorme, di una spesa pubblica troppo spesso inefficiente e non in grado di tutelare le fasce più deboli della popolazione. La spesa pubblica deve essere sia tagliata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><img src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2008/02/economique.jpg" alt="economique.jpg" /></p>
<p>Per gettare solide basi per una crescita economica seria e duratura è corretto soffermarci sul principio ispiratore dell&#8217;azione riformatrice.<br />
L&#8217;Italia soffre di un&#8217;eccessiva pressione fiscale, di un debito pubblico enorme, di una spesa pubblica troppo spesso inefficiente e non in grado di tutelare le fasce più deboli della popolazione. La spesa pubblica deve essere sia tagliata nelle sue mutevoli e numerose inefficienze, ma anche reimpostata per essere veramente da supporto ai meno abbienti. La scuola, l&#8217;università, la sanità, la ricerca scientifica, la sicurezza sono temi fondamentali che abbisognano non solo di ingenti fondi ma anche di una più oculata gestione delle risorse finanziarie.</p>
<p>La migliore gestione della spesa pubblica è di vitale importanza anche per il fatto che sull&#8217;economia italiana grava come un macigno un enorme debito pubblico che tarpa le ali a qualsiasi spinta economica. Da ogni statistica che mette a confronto la crescita italiana con quella internazionale, in primis europea, risulta palese come i nostri tassi di crescita siano costantemente inferiori. L’ultimo dato ci vede come fanalino di coda della crescita europea. Secondo l’ultime stime della Commissione europea il Pil italiano nel 2008 crescerà soltanto dello 0,7%. Rispetto a quanto previsto in autunno si tratta di un taglio secco del 50%, ben più della discesa dell&#8217;area euro, anche perché nel quarto trimestre 2007 l&#8217;Italia dovrebbe segnare il passo con crescita pari allo zero o anche inferiore (-0,2%). L&#8217;inflazione aumenterà del 2,7% (stima precedente 2%). Meno crescita e più inflazione è questo il quadro italiano. Risultano quindi ridicole tutte queste promesse elettorali di tagli alle tasse e investimenti in opere pubbliche. Ma dove li prendiamo i soldi? Se non è chiaro l&#8217;Italia è  ultima rispetto a tutti i grandi: (Germania: +1,6% il Pil e +2,3% l&#8217;inflazione: Francia +1,7% il Pil e +2,4% l&#8217;inflazione; Spagna +2,7% il Pil e +3,7% l&#8217;inflazione)<br />
<span id="more-323"></span></p>
<p>Scontiamo un ritardo strutturale accumulato negli anni, che per essere superato, richiede uno sforzo programmatico e politico non indifferente.<br />
Data la complessità dell&#8217;architettura di un moderno Stato, è fondamentale che ogni attore che recita un ruolo nel teatro sociale, economico, politico ed istituzionale venga coinvolto e soprattutto venga chiamato ad uniformarsi alle linee politiche principali. Non possiamo tagliare la spesa pubblica a livello centrale per poi avere continui sprechi a livello locale, non possiamo lamentarci di salari eccessivamente bassi e tasse molto alte, per poi vedere aumentare il costo dei biglietti ferroviari senza un miglioramento della qualità del servizio. Tutti sono chiamati a marciare verso una direzione, tutti gli attori devono avere lo stesso obiettivo di fondo.</p>
<p>Obiettivo fondamentale resta comunque l&#8217;abbattimento del debito pubblico. L&#8217;aggressione a questa montagna però non può passare solo attraverso una politica dell&#8217;entrate, ma deve passare anche e soprattutto su una politica delle uscite. L’Italia ogni anno paga più di 70 miliardi di euro per interessi sul debito, un’enormità. È impossibile pensare di uscire dal pantano in cui ci troviamo con una zavorra di queste dimensioni. Il dato diventa addirittura più preoccupante nell’analizzare la politica monetaria della BCE, che, non tagliando i tassi d’interesse, sta prediligendo una bassa inflazione ad un’espansione economica. Nell’impostazione di Phillips, secondo la nota curva, si tratterebbe di una politica conservatrice (intesa come opposta a quella di sinistra che predilige salari più alti con uno tasso dell’inflazione più alto). L’ossimoro italiano vuole poi una riduzione del Pil, un aumento dell’inflazione, una stagnazione degli investimenti e dei salari. Un caso da manuale di politica economica. Tornando al debito pubblico, la strada maestra per il suo abbattimento è sicuramente quella della riduzione della spesa pubblica, laddove si annidano inefficienze, sprechi, mala gestioni. Bastano percentuali esigue per accumulare una grossa quantità di fondi.</p>
<p>Non si tratta di tagliare la spesa sulle auto blu, ma di ridisegnare lo Stato, le sue funzioni, i suoi obiettivi, le sue azioni ispiratrici. Ancora ho difficoltà a capire il perché i Comuni devono avere quote in società che gestiscono di tutto e di più, dagli aeroporti all’acqua, dalla riscossione dei tributi alla manutenzione degli spazi verdi. Partendo da questo dato di fatto, e dalla capacità di recuperare risorse dalla lotta all&#8217;evasione fiscale e alla criminalità organizzata, l&#8217;Italia deve essere investita da una forte riduzione della pressione fiscale che ha ormai raggiunto livelli di guardia. Questo dato diventa a volte imbarazzante per un paese che si dice progredito se si pensa a ciò che i cittadini ricevono in cambio: scuole fatiscenti, ospedali inefficienti, sistema giudiziario sempre e costantemente in ritardo, treni sporchi e costantemente in ritardo e via dicendo. Non dobbiamo mettere in discussione il dovere di pagare le tasse, dobbiamo solo pretendere che la pubblica amministrazione eroghi servizi pubblici efficienti che sono lautamente pagati dai cittadini contribuenti.<br />
Il lavoro inteso sia come subordinato che autonomo deve essere incentivato e valorizzato superando definitivamente vecchi schemi che la storia ha relegato in un angolo. Molti giovani, per scelta o per necessità, abbracciano l&#8217;attività autonoma e spesso si scontrano con meccanismi farraginosi che ne ingessano le potenzialità. È giunto il momento di invertire la rotta. A chiunque deve essere data la possibilità di crescere, di migliorare la propria condizione di vita. A chiunque deve essere data la possibilità di competere e di arricchirsi con il proprio lavoro.</p>
<p>Troppi sono gli italiani che emigrano all&#8217;estero perché nel proprio paese non hanno possibilità di esprimere al meglio le proprie potenzialità. Troppi i ragazzi del Sud Italia che abbandonano le proprie famiglie non per scelta ma per necessità. Una vergogna italiana riguarda quei ricercatori, nei campi più disparati delle scienze, della tecnologia, delle arti, che convivono con bassi stipendi, con la precarietà, sotto il protettorato di baroni universitari che ne tarpano le ali, le ambizioni, i sogni. Non possiamo permettercelo. Uno Stato che non investe nell&#8217;istruzione, nella ricerca scientifica, nelle università è uno Stato miope e bigotto. Il lavoro va incentivato e valorizzato senza distinzione di sorta, è questa la vera rivoluzione economica, in quanto non è più tollerabile accettare piccole rendite di posizione che ingessano il sistema paese. Lavoro vuol dire sacrificio, dedizione, impegno, rinuncia per ricevere in cambio una somma di denaro che permetta di soddisfare i bisogni e di risparmiare. Oggi chi lavora ha grosse difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Molti lavoratori, pur lavorando, si sentono poveri, insicuri, pessimisti. La ragione di ciò risiede anche nel fatto che si è perso di vista il valore reale delle cose.</p>
<p>Troppo spesso, volutamente o inconsciamente, si parla di valore nominale, tralasciando di fatto il valore reale di quella somma di denaro. Mille euro al mese possono essere tanti se il prezzo della benzina fosse più basso, se i costi di un conto corrente bancario fossero inferiori, se il prezzo della frutta e verdura non aumentasse in modo esponenziale negli infiniti passaggi tra produttori e venditori, se il prezzo del latte, degli omogeneizzati, delle pappette o dei pannolini fosse più basso. Mille euro al mese possono essere tanti se in caso di malattia non avessi la necessità di ricorrere ad un medico privato per farmi curare perché nelle strutture pubbliche, che i lavoratori contribuenti finanziano con le imposte e tasse, non c&#8217;è posto. Mille euro al mese possono essere tanti se il costo della vita non fosse improvvisamente schizzato alle stelle dopo l&#8217;entrata dell&#8217;euro a dispetto di tutte le statistiche ufficiali. Forse se si è scelta a ragione un&#8217;economia di mercato, sarebbe giusto farla funzionare secondo i dettami che gli sono propri, concorrenza, meritocrazia e premialità per chi lavora. Per questo una corretta ed equa tassazione incentiva il lavoro e non la rendita speculativa.</p>
<p>Se pensiamo che in dichiarazione dei redditi è possibile scaricare le spese per il veterinario, o le spese per la palestra, allora qualche proposta qui in seguito può avere senso.</p>
<p><strong>Riduzione dell’Iva sui prodotti dell’infanzia</strong><br />
A titolo esemplificativo e non esaustivo: Iva sui pannolini, biberon, latte, pappette, omogeneizzati. Troppo spesso la nascita di un figlio si trasforma in un salasso economico per le famiglie. In un periodo di economia stagnante, di insicurezza sociale, di costi elevati, di un bassissimo tasso di natalità e di un progressivo invecchiamento della popolazione, lo Stato dovrebbe rinunciare ad una parte degli introiti IVA al fine di favorire quelle famiglie che mettono al mondo un bambino. Essendo l&#8217;IVA un&#8217;imposta indiretta che per sua natura è pagata indistintamente dai più abbienti ai meno abbienti, una sua riduzione favorirà le famiglie meno agiate.</p>
<p><strong>Aumento delle detrazioni sui mutui per l’acquisto della prima casa nei primi 5 anni</strong><br />
In Italia è applicato quasi esclusivamente il piano d&#8217;ammortamento alla francese che prevede il pagamento di una quota consistente d&#8217;interessi nei primi anni. La quota interessi tende a diminuire nel corso del tempo mentre inversamente tende ad aumentare la quota capitale, ovvero la riduzione del debito. Per favorire le giovani coppie che vogliano acquistare una casa, proponiamo l&#8217;elevamento della quota di detrazione sugli interessi del mutuo dal 19% al 30% nei primi 5 anni. L&#8217;innalzamento di questa quota di detrazione permetterà ai debitori di poter avere rimborsi fiscali più elevati, e con essi le risorse aggiuntive per pagare le rate di mutuo. Sarebbe una politica da attuare nel breve periodo alla luce delle note vicissitudini finanziarie ed economiche: crisi dei subprime, rialzo dei tassi d&#8217;interesse, prezzi delle case eccessivamente alti.</p>
<p><strong>Compensazione crediti/debiti verso la pubblica amministrazione </strong><br />
Nell&#8217;ultima finanziaria 2007 è stato stabilito che nei casi di iscrizione a ruolo di debiti verso la pubblica amministrazione, questa può automaticamente compensare quanto da lei vantato con il credito che un soggetto aveva verso la stessa. Per evitare una disparità di trattamento sarebbe corretto che anche i creditori della pubblica amministrazione possano usufruire dello stesso vantaggio. A titolo di esempio, se un&#8217;impresa vanta un credito verso un ente pubblico e deve versare l&#8217;imposte e/o i contributi, essa può utilizzare il credito verso l&#8217;ente per pagare quanto dovuto all&#8217;Erario. Visto i notevoli ritardi con cui la PA onora i suoi debiti l&#8217;introduzione di questa norma favorirebbe una migliore e corretta gestione finanziaria da parte dell&#8217;imprese.</p>
<p><strong>Recupero del Fiscal Drag </strong><br />
Sono anni che un familiare viene considerato a carico se guadagna i vecchi cinque milioni e mezzo, ora € 2.840,51 come se guadagnare oggi cinque milioni e mezzo sia uguale a 9 o 10 anni fa. Devono essere rivisti questi limiti in base agli attuali poteri d&#8217;acquisti, altrimenti si deve considerare questo come un prelievo fiscale mascherato, come tale è il fiscal drag.</p>
<p><strong>Utilizzo della leva fiscale per incentivare la sostituzione di automezzi inquinanti e aumentare la produttività del lavoro </strong><br />
Per ridurre l&#8217;inquinamento si potrebbe pensare di dare la possibilità all&#8217;imprese di acquistare macchinari meno inquinanti, e di poter scaricare gli interessi che pago sul prestito che contraggo per l&#8217;acquisto del mezzo stesso sulla base imponibile IRAP. Ad oggi gli interessi non possono essere scaricati, quindi l&#8217;impresa sostiene un costo senza che essa abbia la possibilità di pagare meno tasse. Dando la possibilità di poter scalare dalla base imponibile il costo finanziario, io imprenditore sarò incentivato ad acquistare un nuovo mezzo. Per incentivare ancora di più il ricambio del parco macchine l&#8217;impresa potrà usufruire di un ammortamento anticipato elevabile fino a tre volte invece che due. Con questa politica cosa si potrà ottenere? In primo luogo lo stato perderebbe in imposte dirette Irap e Irpef/Ires ma recupererebbe in imposte indirette Iva, in secondo luogo l&#8217;imprese vedendo conveniente cambiare il proprio parco macchine saranno spinte ad acquistare nuovi macchinari e quindi avremo più investimenti, che potranno generare nuovi posti di lavoro e quindi nuove entrate tributarie. L&#8217;ammodernamento dei macchinari spingerà la produttività aziendale verso l&#8217;alto rendendo di fatto le merci più concorrenziali. Non meno importante è l&#8217;effetto inquinamento, ci sarebbe una riduzione di emissione di agenti inquinanti visto l&#8217;utilizzo di macchinari a maggiore efficienza energetica.</p>
<p><strong>Cessione di quote nelle società partecipate per coprire i debiti contratti senza aumentare le tasse</strong><br />
Ultimamente è andata in voga l&#8217;idea secondo la quale se un ente ha dei problemi finanziari, questo deve aumentare il prelievo fiscale a carico del cittadino. Nella Regione Lazio per esempio dato l&#8217;enorme debito sanitario, è stata aumentata l&#8217;addizionale regionale dallo 0,9% all&#8217;1,4% (+55,55%) e l&#8217;aliquota Irap di un punto percentuale dal 4,25 al 5,25% (+23,52%). Nella sostanza cosa è successo? Gli amministratori regionali, vecchi e nuovi, hanno gestito male il bilancio della sanità, hanno speso tanto e male, ed hanno provocato un buco finanziario di qualche miliardo di euro. Barzeccole! Per recuperare questo disavanzo sono stati tagliati i servizi e aumentate le tasse. Insomma a rimetterci come al solito sono stati i cittadini. Quest&#8217;impostazione non è minimamente condivisibile. Non è giusto far gravare sui cittadini l&#8217;inefficienze amministrative. È arrivato il momento che gli amministratori pubblici vengano messi davanti alle proprie responsabilità, così sarebbe auspicabile l&#8217;introduzione della norma secondo la quale se un ente non riesce a pagare il debito contratto è costretto non ad aumentare le tasse, ma a vendere le quote/azioni delle società partecipate. Quanti carrozzoni ci sono in giro? Quante società vengono partecipate dagli enti locali o dallo Stato e producono poco e male? Invece di aumentare le tasse si devono vendere le partecipazioni che si hanno in queste società, che ammontano in Italia a miliardi di euro.</p>
<p><strong>Correzione di storture legislative</strong><br />
Nel caso in cui il contribuente si avvale della facoltà di versare ratealmente le imposte, il Fisco chiede interessi del 6% annuo, mentre se il Fisco deve rimborsare il contribuente gli interessi sono del 2,75%, meno della metà. Se il contribuente paga in ritardo i tributi, deve una sanzione del 30%, che si riduce al 3,75% in caso di versamento entro 30 giorni, o al 6% in caso di versamento entro il termine per la presentazione della dichiarazione. Il Fisco che rimborsa in ritardo non è soggetto a nessuna sanzione. Sono storture che devono essere corrette.</p>
<p><strong>Semplificazione legislativa &#8211; Codice Tributario </strong><br />
L&#8217;Italia è uno dei poche paesi al mondo che non è dotato di un codice tributario. È del tutto evidente che se un materia viene regolata da un miriade di leggi, la materia stessa è più difficile da gestire. Risulta più complicato per lo Stato accertare che il contribuente ponga in essere azioni corrette, e per il contribuente porle in essere. Una semplificazione legislativa, data anche la numerosità delle imposte, favorirà una più corretta gestione sia per lo Stato che per i cittadini.</p>
<p><strong>Università, studenti universitari e ricerca scientifica</strong><br />
Un paese che non investe nell&#8217;istruzione è un paese che non investe sul suo futuro, è un paese che si relega ai margini dello sviluppo civile, intellettuale, economico e sociale. L&#8217;investimento sugli studenti non è una scommessa al buio, è una scommessa su se stessi. L&#8217;università oltre a ripensare la propria struttura burocratica, fin troppo pachidermica e spesso inefficiente, dovrebbe puntare sui propri figli, cioè su quella classe dirigente che dovrebbe garantire lo sviluppo dei propri padri, figli e nipoti. Se è vero che a tutti deve essere garantita l&#8217;opportunità di studiare, è altrettanto vero che a nessuno deve essere garantito il vegetare sulle spalle dello Stato. Per questo motivo riteniamo che la linea d&#8217;azione di un Governo socialista debba tenere come stella polare della propria azione la meritocrazia.</p>
<p><strong>Ricercatori e ricerca scientifica</strong><br />
I ricercatori italiani sono mal pagati, snobbati dai baroni universitari, umiliati nello spirito. Dopo anni di sacrifici, dopo una vita dedicata alla scienza non resta altra strada che andare all&#8217;estero. Una grande VERGOGNA italiana, lasciare che i propri figli abbandonino il proprio paese per cercare una vita dignitosa fuori. Una VERGOGNA italiana permettere un precariato perenne, una VERGOGNA italiana parlare di mobilità e contemporaneamente avere affitti alle stelle e salari bassissimi. È tempo di investire risorse sull&#8217;innovazione, è tempo di dare la parola alle giovani menti che troppo spesso fanno la fortuna di paesi stranieri, ed ogni tanto qualcuno vince il nobel. In un paese dove la produzione di massa è andata in crisi, gli investimenti in ricerca e sviluppo sono l&#8217;unica soluzione per una duratura e sostenuta crescita economica. Investire in ricerca e cultura per un Stato moderno è un obbligo. La ricerca scientifica è un valore da difendere perché in essa è riposta la speranza di milioni di persone, pensiamo ai malati o ai cambiamenti climatici. Occorre combattere quel bigottismo tanto diffuso quanto nocivo sui temi dell&#8217;innovazione scientifica. L&#8217;Italia ha bisogno di aprire una grande stagione d&#8217;investimenti nella ricerca sulle cellule staminali, sulle fonti energetiche rinnovabili, sulla cosiddetta agricoltura verde. I ricercatori, visti come una risorsa, devono essere tolti dal giogo dei baronati universitari, assunti con contratti a tempo indeterminato e pagati dignitosamente.</p>
<p><strong>Distretti di ricerca scientifica</strong><br />
La scarsità di risorse finanziarie dovrebbe spingere il sistema paese ad uno sforzo programmatico tendente sia ad aumentare le risorse a disposizione sia e soprattutto su come meglio spendere ciò che già si ha a disposizione. Sarebbe interessante prevedere la creazione di un soggetto giuridico ad hoc come il distretto di ricerca dove riverberare finanziamenti pubblici e privati. In esso verranno coinvolti diversi soggetti come gli enti locali, le banche, le imprese, le università, i sindacati, i ricercatori, gli studenti, le associazioni di categoria. Per questo soggetto potrebbe essere prevista una fiscalità di vantaggio in modo da stimolare anche l&#8217;investimento privato. La creazione di un solo soggetto giuridico composto da diverse componenti con lo scopo specifico di fare ricerca scientifica, avrà il vantaggio di rendere più agevoli i finanziamenti, di semplificare le pratiche, di marciare verso una direzione senza essere ondivaghi, di razionalizzare e meglio impiegare le risorse.</p>
<p><strong>Comprendere tra le spese d&#8217;istruzione oggetto della detrazione del 19% anche le spese per l&#8217;acquisto dei libri scolastici </strong><br />
L&#8217;istruzione è un diritto costituzionalmente riconosciuto ma spesso non garantito. Se si parte dal concetto di una società non più di eguali, ma di uguali punti di partenza, l&#8217;istruzione diventa il primario investimento che un moderno Stato deve effettuare. Il recente e puntuale aumento dei libri scolastici poi ci spinge a riflettere sul costo dell&#8217;istruzione e di quanti sacrifici una famiglia deve fare per poter garantire l&#8217;erudizione dei propri figli. Potendo le famiglie scaricare nella dichiarazione dei redditi solo le spese legate alle tasse universitarie, proponiamo che vengano inserite tra le spese oggetto della detrazione anche i libri scolastici che rivestono un parte considerevole della spesa.</p>
<p><strong>Edilizia universitaria</strong><br />
Gli studenti fuori sede pagano affitti esorbitanti, spesso senza un regolare contratto di affitto. Partendo da questo dato, che di fatto esclude dalla possibilità di studiare a molti ragazzi dato l&#8217;enorme impegno finanziario che una famiglia deve sobbarcarsi, lo Stato dovrebbe farsi carico di finanziarie un programma di edilizia specifica per gli studenti universitari con affitti contenuti. A goderne dovranno essere quegli studenti che si impegnano di più.</p>
<p><strong>Libere professioni</strong><br />
L&#8217;università dovrebbe farsi carico di formare i giovani professionisti. Non è possibile oggi che tanti giovani nonostante abbiano dato anni ed anni della propria vita ai libri, una volta terminati gli studi debbano impegnare altri anni per professionalizzarsi. Pensiamo agli avvocati, ai commercialisti, giusto per citare qualche categoria. Vivere anni di praticantato senza stipendio, senza nessuna tutela special modo previdenziale pur lavorando come e più di altri, è un problema di molti ragazzi. Dopo aver studiato passa 18 anni bisogna vivere con l&#8217;apprensione dell&#8217;ennesimo esame, come se tutto ciò che si è dato negli anni precedenti fosse roba vecchia, da relegare nel dimenticatoio. L&#8217;università dovrebbe intervenire fin da subito, dovrebbe istituire corsi specifici per quegli studenti che volessero intraprendere la libera professione. Il corso di laurea dovrà essere improntato non solo sugli studi teorici ma anche sulla pratica professionale. In accordo con gli studi professionali, con i centri di assistenza fiscale, agli studenti deve essere garantita la possibilità di fare il tirocinio. Studio e lavoro questa è la ricetta di una nuova stagione della formazione italiana. L&#8217;esame di abilitazione verrà fatto direttamente dall&#8217;università al termine degli studi. In questo modo oltre a garantire un più equilibrata formazione teorica e pratica si farà in modo che gli studenti fin da subito possano essere abilitati a svolgere la professione ed a confrontandosi con il mercato. Solo allora possiamo legittimamente chiamare quei ragazzi bamboccioni.</p>
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		<title>Per un Partito Socialista con cuore, cervello e palle!</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jan 2008 23:31:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lidano Lucidi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I primi mesi del 2008 saranno cruciali per la politica italiana. Forse, e non credo di spararla grossa, i più importanti negli ultimi anni. Referendum, nuova legge elettorale, crisi economica nazionale e internazionale, crisi delle borse, perdita del potere d’acquisto delle famiglie, sono aspetti singolarmente importantissimi, una montagna nel complesso. Di fronte a un’ipotetica rivoluzione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2008/01/349092936_fd31407185_b.jpg" target="_blank" title="349092936_fd31407185_b.jpg"><img src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2008/01/349092936_fd31407185_bmini.jpg" align="right" border="0" /></a>I primi mesi del 2008 saranno cruciali per la politica italiana. Forse, e non credo di spararla grossa, i più importanti negli ultimi anni. Referendum, nuova legge elettorale, crisi economica nazionale e internazionale, crisi delle borse, perdita del potere d’acquisto delle famiglie, sono aspetti singolarmente importantissimi, una montagna nel complesso. Di fronte a un’ipotetica rivoluzione copernicana cosa dovrebbe fare il Partito Socialista?<br />
Per dare una risposta alla domanda precedente, il PS dovrebbe rispondere ad un’altra domanda: quali sono le sue ambizioni? Delle due l’una: il far fruttare al meglio rendite di posizione presenti, passate e future, oppure costruire un partito anatomicamente composto da tre organi: cuore, cervello e palle.<br />
Se il PS dovesse scegliere la prima risposta, essendo poco propenso alla tutela delle rendite in tutte le sfumature possibili, potrei suggerire non di fare qualcosa, bensì di non fare qualcosa. Il qualcosa da non fare assolutamente è costituirsi come Partito Socialista. Chiamatelo Partito rosso, giallo, blu o il colore che più vi aggrada, ma  non chiamatelo socialista.<br />
<span id="more-118"></span> Se invece si sceglie la seconda risposta, il PS dovrebbe lanciare un’OPA socialista nella politica italiana in modo che sia chiaro una volta per tutte chi è l’espressione in Italia del socialismo europeo. Per far ciò occorre capire un concetto molto banale, ma a molti ancora poco chiaro: il patrimonio del socialismo europeo è patrimonio di tutta la sinistra italiana e come tale deve essere interpretato. Ci sono molti socialisti in giro, soprattutto tra le nuove generazioni, che non si sentono rappresentati da nessuno. Molti hanno idee socialiste e neanche lo sanno. Dobbiamo avere il coraggio della rappresentanza dei senza terra, oggi autentico latifondo elettorale. Per far ciò necessitiamo dei tre organi sopra menzionati.<br />
Il cuore ovvero la passione, quel fuoco sacro che arde dentro. È la passione che spinge molti di noi a gettare il cuore oltre l’ostacolo, per poi raccoglierlo e gettarlo ancora più in là. Un partito senza ideali, passioni, valori è un grumo di contraddizioni pronte ad esplodere.<br />
Il cervello ossia la capacità di ragionamento, confronto e sintesi. La capacità di analisi diventa fondamentale quando si vogliono proporre ricette sociali ed economiche innovative. Il PS ha bisogno di aprire un confronto con i cittadini, più che con le associazioni di categoria che spesso non fanno altro che tutelare piccoli interessi di bottega a scapito della collettività intera. Sul lavoro il confronto va cercato in primis con i lavoratori e gli imprenditori, e poi con i sindacati e le associazioni imprenditoriali. Il senso di sfiducia oggi non è ridotto solo verso i partiti politici, ma anche verso queste organizzazioni, ad oggi autentiche caste. Il contatto diretto con le masse permetterà al cervello socialista di trovare soluzioni senza aggettivi. È un po’ stancante, soprattutto quando ognuno ha la pretesa di presentarsi da solo all’elezioni, la ricerca continua di ricette condivise dalla maggioranza degli attori, che puntualmente producono il risultato di scontentare la totalità dei cittadini. Capire la pancia del paese, per diventare una fucina di innovazioni culturali, politiche, sociali ed economiche. È del tutto evidente che solo un’apertura totale del partito può garantire maggiori chili di materia grigia.<br />
Affinché cuore e cervello vadano d’accordo ci vogliono le palle, anatomicamente parlando, l’organo maschile depositario del seme della vita. Non è una metafora forzata pensare che solo attraverso un’azione coraggiosa si può costruire un partito di massa, capace di parlare con il cuore in mano e con cognizione di causa. Ci vuole coraggio nel parlare alla pancia del paese per poi trovare soluzioni, così come ci vogliono gli attributi non solo nel dire cose scomode, ma anche nel lanciare una sfida riformatrice che sappia sfidare in campo aperto tutti gli altri partiti. Inseguire il populismo spicciolo o la politica di plastica dei gazebo al solo fine di vendere fumo non è producente, perché tra l’originale e la fotocopia si sceglie sempre l’originale. Data la complessità del momento le biglie servono anche per costruire un prodotto originale.<br />
La sfida che ci attende è il saper coniugare con fine maestria cuore, cervello e palle, solo così il Partito Socialista del terzo millennio potrà vincere la sua sfida.</p>
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		<title>Intervista a Tommaso Nannicini – Il segreto della Spagna? La capacità di “selezionare”</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Dec 2007 23:11:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Danilo Di Matteo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tommaso Nannicini è un economista e vive in Spagna da due anni, dove insegna e svolge attività di ricerca presso l’Università Carlos III di Madrid. I suoi interessi di studio abbracciano l’economia del lavoro, l’econometria applicata e l’analisi empirica dei processi politici. In passato, ha studiato o lavorato presso l’Università di Firenze, l’Università Bocconi, l’Istituto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2007/12/1orvieto.jpg" alt="Tommaso Nannicini" align="right" border="0" height="252" hspace="10" vspace="10" width="304" />Tommaso Nannicini è un economista e vive in Spagna da due anni, dove insegna e svolge attività di ricerca presso l’Università Carlos III di Madrid. I suoi interessi di studio abbracciano l’economia del lavoro, l’econometria applicata e l’analisi empirica dei processi politici. In passato, ha studiato o lavorato presso l’Università di Firenze, l’Università Bocconi, l’Istituto Universitario Europeo, il MIT di Boston e il Fondo Monetario Internazionale. Per un periodo, ha pensato di darsi non all’ippica ma alla politica (ricoprendo vari incarichi locali e nazionali prima nell’associazionismo della diaspora socialista, e poi nei Ds e in LibertàEGUALE). Ma la politica, a quanto pare, aveva altri piani.<span id="more-95"></span></p>
<blockquote><p><strong>D.    In passato hai messo in guardia i riformisti italiani dall’approccio di Zapatero all’economia, tutt’altro che liberal e blairiano. La situazione da allora è cambiata?</strong></p></blockquote>
<p>R. Non c’è niente di particolarmente sbagliato nell’approccio di Zapatero ai temi economici (che, sia detto per inciso, non sono comunque il suo forte: non per niente la linea economica è stata appaltata al sempre più forte ministro Solbes). Ma, a mio parere, la cultura economica di Zapatero è quella di un socialdemocratico classico, che poi non si fa scrupoli a compiere alcune scelte “liberiste” per dare fiato all’economia quando assume responsabilità di governo. Quelle scelte, tuttavia, non vengono mai coerentemente inserite dentro una nuova cultura economica da sinistra liberale, dentro una visione aggiornata dei confini tra Stato e mercato. Vengono prese e basta. Poi, nelle assemblee, le parole d’ordine sono quelle del rapporto privilegiato con i sindacati, della lotta alla precarietà (e poco importa che l’obiettivo programmatico di Zapatero per la prossima legislatura sia semplicemente quello di ridurre l’incidenza del lavoro temporaneo dal 33% al 25%, sempre lontano, ad esempio, dal 13% italiano) e di maggiori aiuti pubblici allo sviluppo dei Paesi poveri (senza nessun accenno alla liberalizzazione del commercio internazionale). Insomma, sui temi economici, c’è un ritardo culturale più che politico. Ritardo che accomuna, a mio avviso, la sinistra dell’Europa continentale, in contrapposizione a esperienze più avanzate nei Paesi anglosassoni e scandinavi.</p>
<blockquote><p><strong>D.    Il “socialismo dei cittadini” è solo un’efficace formula mediatica o contiene una possibile risposta alla crisi della sinistra?</strong></p></blockquote>
<p>R. Direi che è una parte della risposta, ma non “la” risposta. Una sinistra al passo con i tempi e coerentemente liberale deve mettere al centro del suo orizzonte programmatico i bisogni di auto-realizzazione dell’individuo. E in questa ottica sono senz’altro cruciali i diritti di terza e quarta generazione, l’allargamento degli spazi di cittadinanza e la diminuzione delle discriminazioni. Ma non dobbiamo dimenticarci che anche i diritti di prima generazione (civili e politici) e quelli di seconda (economici e sociali) dovranno svolgere un ruolo centrale e aggiornato, nel senso che la loro difesa nelle società di oggi richiede strumenti di intervento del tutto nuovi rispetto alle risposte socialdemocratiche classiche. Su questo, il socialismo dei cittadini dice ancora poco. Inoltre, c’è un altro aspetto interno alla Spagna che va ricordato parlando delle scelte di Zapatero in tema di diritti: il ritardo culturale da cui si partiva. In Spagna, per esempio, il tema della violenza di genere è ancora un dramma sociale di primaria importanza. Non è un caso quindi che qualsiasi sforzo di modernizzazione del Paese debba porre al centro del suo messaggio l’eguaglianza di genere e la lotta a ogni tipo di discriminazione.</p>
<blockquote><p><strong>D.    Nonostante tutto, in Spagna la principale forza della sinistra, il Psoe, contiene ancora nel nome un riferimento alla classe operaia. Un fatto un po’ strano per noi, abituati da un paio di lustri a frequenti cambi di nome.</strong></p></blockquote>
<p>R. Direi che si tratta di una ragione principalmente storica. Legata al ruolo svolto dal Partito socialista nell’opposizione clandestina al franchismo e all’egemonia che ha saputo instaurare a sinistra negli anni della transizione. Il Psoe (al pari del suo antagonista, il Pp) è un classico partito “pigliatutto” come se ne vedono in tante democrazie bipolari. E dico questo pensando a due aspetti, uno positivo e uno negativo. L’aspetto positivo è che il Psoe è un partito a vocazione maggioritaria, che tende a convergere al centro per vincere le elezioni. Non è un caso che proprio in questi ultimi mesi, approssimandosi le elezioni del marzo 2008, Zapatero abbia chiaramente cercato di rendere meno conflittuale e più moderato il suo messaggio, sia in campo economico sia rispetto al tema drammatico del terrorismo basco. Il secondo aspetto, quello negativo, riguarda il fatto che i grandi partiti spagnoli agiscono ormai come comitati elettorali ai vari livelli. Non sono la sede di un dibattito approfondito e trasparente tra linee politiche alternative, ma il semplice luogo di compensazione degli equilibri tra gruppi dirigenti. Involuzione che chiamerei “anti-politica” (altro che Beppe Grillo!) e che purtroppo conosciamo bene anche noi in Italia.</p>
<blockquote><p><strong>D.    L’impressione è che con Gonzales prima, con Aznar poi e ora con Zapatero la Spagna stia conoscendo un eccezionale periodo di modernizzazione e di crescita. Quale ruolo gioca il fattore politico in ciò?</strong></p></blockquote>
<p>R. La politica ha senz’altro fatto molto nel darsi un insieme di regole (formali e materiali) che permettano lo svolgersi di una competizione bipolare utile e ordinata, in cui lo scontro politico assume anche toni molto aspri, “alla spagnola”, ma non tracima mai nell’immobilismo del muro contro muro. Chi deve decidere viene messo nelle condizioni di farlo proprio dal suo avversario, che sa che la prossima volta potrebbe toccare a lui. Il tutto in una chiara distinzione dei ruoli e delle responsabilità. Detto questo, non direi che la politica sia l’unico tassello per spiegare la crescita e il dinamismo della Spagna. La politica fa il suo mestiere e la società fa il resto. Se dovessi isolare un segreto del successo recente della Spagna, direi che è la capacità di “selezionare”. Che si tratti del mondo delle imprese, della cultura, della ricerca o dei rapporti territoriali, non c’è l’ossessione dell’omogeneità. Si sa che per assumere posizioni di leadership sul piano internazionale, si devono privilegiare alcune realtà, quelle più dinamiche e competitive. E poco importa se altre, almeno in questa fase, resteranno indietro. Inutile aggiungere che un briciolo di selettività in più non farebbe male anche a noi cugini italiani.</p>
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		<title>Pena di morte ed analisi economica</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Dec 2007 23:10:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Estera]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[Articolo di Mario Gregori (Università di Udine)
Con il SI’ di 99 paesi, il NO di altri 52 e 33 astenuti, alle 17,35 del 15 novembre 2007, la terza commissione delle Nazioni Unite ha approvato a New York un documento a favore della moratoria delle esecuzioni capitali nel mondo. Un tale voto è un civile gesto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Articolo di Mario Gregori (Università di Udine)</strong></em></p>
<p><img src="http://www.phadp.org/marlette.GIF" align="right" border="0" height="215" hspace="10" vspace="10" width="310" />Con il SI’ di 99 paesi, il NO di altri 52 e 33 astenuti, alle 17,35 del 15 novembre 2007, la terza commissione delle Nazioni Unite ha approvato a New York un documento a favore della moratoria delle esecuzioni capitali nel mondo. Un tale voto è un civile gesto che intende stimolare la rimozione dalle legislazioni nazionali di un relitto barbarico, quale la pena di morte, o una masochistica rinuncia ad un poderoso strumento di dissuasione nei confronti di una criminalità sempre più aggressiva?</p>
<p>Apre il dibattito, nei giorni immediatamente successivi, il Wall Street Journal, che sposa apertamente la seconda tesi. Lo fa sulla scorta dei risultati di una ricerca di due studiosi della Pepperdine University (Malibu, CA), Roy Adler e Michel Summers. Essi hanno dimostrato come, in America, all’aumento delle condanne a morte eseguite si associa, negli anni ’90, una riduzione degli omicidi, mentre alla riduzione delle stesse, avviata a partire dal 2001, si accompagna un‘impennata dei crimini capitali.</p>
<p><span id="more-68"></span>Una spiegazione di tale relazione è quella proposta dal Nobel per l’Economia del 1992, Gary Becker, che riconduce questo caso ad uno schema più generale: più aumenta il costo di un’attività, più si riduce il numero di coloro che l’eseguono. Nello specifico, il costo da pagare per commettere un omicidio è più alto nel caso di una condanna alla pena capitale, che di una pena detentiva. Quando la prima è applicata, diminuisce, quindi, il numero di persone disposte, razionalmente, a commettere il gesto.</p>
<p>No sono tematiche originali, come non nuove sono anche le critiche a tali argomentazioni Esse sono riconducibili a tre piani: concettuale, teorico e quantitativo. Su un piano concettuale non è sempre corretto leggere un omicidio come una rational choice: lo riconosce la legge stessa, allorquando permette di applicare anche agli assassini la temporanea incapacità di intendere e di volere, che è l’opposto di una scelta razionale.<br />
Su un piano teorico, la critica è che la pena di morte costituisce, nel caso specifico, un deterrente debole. La teoria del utilità soggettiva attesa, che sta alla base della rational choice, prevede che nel definire correttamente un costo vada tenuto conto non solo del suo ordine di grandezza, ma anche della probabilità di sostenerlo. Probabilità che negli Stati Uniti è particolarmente bassa: come ricordano i citati autori, viene eseguita una condanna capitale ogni 300 omicidi. Conseguentemente, esemplificando, con una probabilità del 3 per mille di essere condannati e perdere trent’anni di vita residua, il costo atteso della pena capitale (anni persi x probabilità) è uguale a circa  trentatrè giorni! La pena è grave, ma il rischio è basso, per cui …il gioco può valere la candela. Paradossalmente, supponendo che anche i giorni in carcere siano giorni completamente perduti, è razionale argomentare che una condanna per omicidio a tre mesi che abbia il 50% delle possibilità di essere applicata abbia un effetto dissuasivo maggiore.<br />
La terza argomentazione è di tipo quantitativo. Se il ragionamento di Becker fosse valido in ogni caso, ci aspetteremmo che nei paesi in cui non c’è l’effetto dissuasivo della pena capitale il numero degli omicidi risulti superiore a quello delle nazioni in cui tale pena è applicata. In altre parole, dovremmo riscontrare un numero relativo di omicidi maggiore in Europa di oltreoceano. Ma le cose non stanno così: la media europea è di 1,2 omicidi ogni centomila abitanti ( http://www.transcrime.unitn.it ), contro una media di 8,9 morti violenti, sempre ogni centomila abitanti, negli States (fonte Cbs).<br />
Se poi considerassimo che il Brasile presenta un valore di 36 unità, i militari statunitensi reduci da teatri operativi un indicatore doppio della media nazionale, pari 17 (sempre Cbs), e la Lituania un valore pari a quello americano, potremmo concludere che una corretta analisi quantitativa delle cause degli omicidi dovrebbe tener conto del contesto economico, della familiarità con le armi e dello stress individuale. Diversamente una misurazione approssimata è solo una cattiva misura.<br />
Che conclusioni trarre?</p>
<p>Tre. Una, le conclusioni di Adler e Summer sono contraddette da studi più ampi; due, più dissuasiva della gravità di una pena è la sua certezza; tre, la rinuncia alla pena di morte non è una resa alla violenza, ma una crescita di civiltà.</p>
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		<title>Dark clouds on 10 Downing Street</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Dec 2007 23:05:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Edoardo Ferrazzani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Estera]]></category>
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		<description><![CDATA[Lo scorso cinque Dicembre, l&#8217;Independent londinese, con un&#8217;apertura di prima da fra rabbrividire già anche l&#8217;algido Gordon Brown, titolava &#8221;Is Britain&#8217;s economy heading the perfect storm?&#8221;.
La crisi economica sembra avvicinarsi inesorabilmente nel Regno Unito, almeno da ciò che si evince da tutta una serie di esternazioni di autorevoli istituzioni di settore e autorità indipendenti britanniche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ngz-online.de/layout/showbilder/2338-downing-street-10_ap.jpg" align="right" border="0" height="318" hspace="10" vspace="10" width="200" />Lo scorso cinque Dicembre, l&#8217;Independent londinese, con un&#8217;apertura di prima da fra rabbrividire già anche l&#8217;algido Gordon Brown, titolava &#8221;Is Britain&#8217;s economy heading the perfect storm?&#8221;.</p>
<p>La crisi economica sembra avvicinarsi inesorabilmente nel Regno Unito, almeno da ciò che si evince da tutta una serie di esternazioni di autorevoli istituzioni di settore e autorità indipendenti britanniche tra cui la Financial Services Authority, che lo scorso quattro Dicembre ha, per bocca del suo capo retail Clive Briault, sostanzialmente invitato i fornitori di credito britannici ad allacciare bene le cinture di sicurezza, munendosi di alta liquidità, dato che secondo le stime della FSA, il prossimo anno si annuncia essere foriero di alti livelli di insolvenze, soprattutto nel settore retail.<br />
Non ultimo il probabile taglio del costo del denaro da parte della Bank of England, previsto per il sei Dicembre, sembra rassegnarsi alla bontà della previsione recessionista per il 2008.<br />
In questo quadro, le nubi continuano a addensarsi intorno al già debole premierato di Brown e al suo &#8216;cabinet&#8217;.</p>
<p><span id="more-42"></span></p>
<p>Il caso della quasi bancarotta della Northern Rock Bank, colpita dal collasso del sistema dei mutui sub-prime, domina ancora oggi l&#8217;agenda politica del governo Brown, costretto ad assumersi la responsabilità politica della faccenda e sottraendo ,di fatto, il capo della BoE, dalle sue oggettive responsabilità in merito.<br />
Alle prese con un&#8217;opposizione conservatrice che lo ha ridicolizzato pubblicamente in più occasioni, il Premier britannico, in evidente difficoltà politica, grazie ad un rinnovato attivismo di David Cameron alla guida dei Tories, durante un question-time presso la House of Commons, lo scorso quattro dicembre, ha ammesso l&#8217;esistenza di possibili compratori privati per la Northern Rock Bank.<br />
Piccolo dirigismo d&#8217;oltre manica, parrebbe.</p>
<p>Ma ciò che appare problematico politicamente, è la percezione che il nuovo esecutivo di Downing Street, non sia in grado di fronteggiare un contesto di crescente sfiducia, data non solo dall&#8217;incertezza dominante nei mercati finanziari globali, evidentemente ancora in affanno, ma anche da una sensazione di peggioramento delle condizioni economiche private per i mesi a venire, ormai strisciante tra l&#8217;elettorato.<br />
Il sistema creditizio corre ai ripari, annuncia aumenti delle spese per coloro che chiederanno d&#8217;ora in avanti, accesso al credito, comportando per ricaduta, un&#8217;attesa contrazione dei consumi. Come si dice: No Lending, no Spending.<br />
Da quando il clintonismo statunitense coniò, a metà degli anni novanta, il celebre detto &#8221;It&#8217;s Economy stupid!&#8221;, la classe dirigente labourista britannica sembrava aver imparato la lezione.</p>
<p>L&#8217;unico modo per riacciuffare il potere, quello scettro per più di un decennio detenuto dalla classe dirigente Tory, durante gli anni ottanta, e per consolidare nuove politiche pubbliche di matrice laburista, si rendeva necessario, nei sistemi &#8216;market-oriented&#8217;, far andare l&#8217;economia, sbrigliarla, fare agire gli spiriti animali degli individui.<br />
Così Tony Blair ha rinnovato il British Labour e così ha conquistato il potere.<br />
L&#8217;ex Premier britannico ebbe il merito di proporre non mera ridistribuzione statale inter-classista, ma offerta di opportunità economiche, basate su bassa imposizione fiscale diretta e indiretta, alto livello infrastrutturale, libertà meritocratica e eccellenza per i maggiori centri di ricerca del sistema paese, e ancora, un alto livello di efficienza del sistema giudiziario e trasparenza nei rapporti pubblico-privato.</p>
<p>Sono state queste le ricette, tra le altre, ad aver permesso ad un paese stanco e senza prospettive, indubbiamente riformato dalla &#8221;Iron Lady&#8221; ma altresì desideroso di chiudere quella stagione di conflittualità sociale, a rimettersi nelle mani di un giovane quarantenne di nome Blair che aveva imparato bene la lezione economica clintoniana.<br />
Oggi il New Labour di Brown, sembra non essere più in grado di rispondere alle sfide economiche, incapace come sembra di riformulare messaggi forti, di lanciare politiche riformatrici diverse da un semplice deficit-spending nel grande buco della sanità britannica.</p>
<p>Ma forse è semplice fisiologia. I cicli politici si esauriscono, e da essi prendono le mosse alternative politiche, di norma migliorative, delle forze d&#8217;opposizione.<br />
Chissà cosa accadrà in un paese come l&#8217;Italia, dove a forza di scimmiottare il blairismo, e di annunciarne l&#8217;imminente (e mai avvenuta) importazione, la sinistra sembra aver perso una delle tante occasioni per essere diversa da quello che è, colpevolmente e allegramente statalista.</p>
<p>E Veltroni, cosa dirà? Annuncerà come Giordano, la morte dell&#8217;economia di mercato, il ritorno all&#8217;egemonia culturale keynesiana visto che, anche nella capitalistica Inghilterra, la crisi economica dilaga? Oppure riformulerà politiche liberali e libertarie sul piano economico, capaci di sbloccare un paese, come l&#8217;Italia, in incerta ripresa economica ma senza una rotta a venire?<br />
Difficile crederlo, possibile sperarlo.</p>
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