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	<title>Labouratorio &#187; Economia</title>
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	<description>Magazine di sperimentazione alchemica per una generazione che non c&#039;è</description>
	<lastBuildDate>Fri, 20 Jan 2012 12:41:15 +0000</lastBuildDate>
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		<title>[La fine...della settima economia mondiale] L&#8217;Italia, una crisi nella crisi</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 02:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Estera]]></category>
		<category><![CDATA[carlo d'ippoliti]]></category>
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		<description><![CDATA[Labouratorio è orgoglioso di pubblicare ampi estratti di questo articolo recentemente apparso su Moneta e Credito, firmato dal professor Roncaglia e dall&#8217;economista Labouratore Carlo D&#8217;Ippoliti. L&#8217;articolo affronta in modo molto chiaro da una prospettiva economica alternativa al mainstream neoliberista i principali nodi della crisi finanziaria globale ed europea con particolare riferimento alla situazione italiana. &#160; Le radici finanziarie… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/11/09/la-fine-della-settima-economia-mondiale-litalia-una-crisi-nella-crisi/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Labouratorio è orgoglioso di pubblicare ampi estratti di questo articolo recentemente apparso su <a href="http://scistat.cilea.it/index.php/MonetaeCredito/article/view/384">Moneta e Credito</a>, firmato dal </strong><strong>professor Roncaglia e dall&#8217;economista Labouratore Carlo D&#8217;Ippoliti. </strong><strong>L&#8217;articolo affronta in modo molto chiaro da una prospettiva economica alternativa al mainstream neoliberista i principali nodi della crisi finanziaria globale ed europea con particolare riferimento alla situazione italiana.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Le radici finanziarie della crisi</strong></p>
<p><em>Dove si mostra come la crisi mondiale non sia semplicemente dovuta all&#8217;esplodere delle bolle e delle contraddizioni dell&#8217;insostenibile modello di sviluppo americano, ma alla natura stessa del sistema finanziario globale.</em></p>
<p>Sembra che ormai vi sia accordo unanime sul fatto che la crisi mondiale, esplosa negli Stati Uniti con il fallimento della Lehmann Brothers ormai tre anni fa, abbia avuto origini finanziarie. Tuttavia, l’importanza di questo fatto non sembra ancora percepita appieno. In occasione della crisi del debito pubblico dell’area dell’euro si è tornati ad<br />
attribuire importanza dominante agli squilibri reali (dei conti pubblici e/o dei conti con l’estero) relegando in secondo piano i meccanismi finanziari della speculazione. E già in occasione della crisi finanziaria del 2007-2008 in molti avevano posto in primo piano lo scoppio della bolla immobiliare, senza tenere conto del fatto che le dimensioni del disastro finanziario erano ben superiori a quelle dell’insieme dei mutui immobiliari in essere in quel momento [...]<br />
Se l’unico problema negli Stati Uniti fosse stato la politica predatoria di concedere (spesso con la frode) mutui subprime, a<br />
condizioni e tassi proibitivi, alle fasce più emarginate e povere della società (quindi prevalentemente a immigrati, Dymski, 2011), lo scoppio della bolla immobiliare non avrebbe generato la più grande<br />
recessione dei paesi industrializzati dalla crisi del ‘29.</p>
<p>Certamente, gli Stati Uniti perseguivano e tuttora perseguono un modello di sviluppo<br />
insostenibile, fondato sull’indebitamento delle famiglie e su una bilancia dei pagamenti persistentemente in passivo.[...]</p>
<p>Tuttavia, la crisi scoppiata nel 2007/08 non è nata da una correzione improvvisa di quelle variabili che presentano i<br />
maggiori squilibri (Borio and Disyatat, 2011). Lo scoppio della bolla dei mutui immobiliari negli Stati Uniti ha costituito l’innesco, ma non l’esplosivo, che va piuttosto individuato nella deregolamentazione dei mercati finanziari, favorita dall’ideologia neo-liberista.</p>
<p>In conseguenza della finanziarizzazione dell’economia e della deregolamentazione<br />
dei mercati finanziari, in particolare con la crescita esplosiva dell’utilizzo dei prodotti derivati, il mercato delle attività reali – che si tratti di barili di petrolio o abitazioni – costituisce la base relativamente ridotta su cui poggia una piramide capovolta di titoli finanziari e di strumenti derivati, come mostrato nella figura 1.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/piramide.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-5009" title="piramide" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/piramide-300x166.png" alt="" width="300" height="166" /></a></p>
<p><strong>Figura 1 – La piramide rovesciata della finanza nei paesi del G-10,</strong> <strong>prima e dopo lo scoppio della crisi (miliardi di dollari correnti)</strong><strong><br />
</strong></p>
<p>In primo luogo, la finanziarizzazione porta a una maggiore instabilità dei mercati, per via delle caratteristiche intrinseche dei mercati finanziari e in particolare del cosiddetto <em>herd behaviour</em>. Il punto è semplice, e fu bene individuato già<br />
da Keynes, ma la teoria dei mercati finanziari efficienti lo aveva successivamente negato. Si tratta di questo: un operatore finanziario ottiene la stragrande maggioranza dei suoi guadagni non interpretando i movimenti di fondo dell’economia, ma intervenendo sui movimenti di breve e brevissimo periodo dei mercati finanziari stessi. Come operatore,<br />
posso anche pensare che il debito pubblico italiano sia più sicuro di quello tedesco (ed è una ipotesi meno ardita di quel che possa sembrare, considerando la fragilità del sistema bancario tedesco e i costi di un suo<br />
eventuale salvataggio: si veda oltre), ma se colgo un orientamento del mercato in direzione opposta tra oggi e domani, o anche tra ora e i prossimi dieci minuti, mi converrà operare in tale direzione, opposta alle mie convinzioni, per poi chiudere le mie posizioni il giorno o il minuto successivo. Questo spiega perché quel che tutti sapevano a proposito del<br />
mercato immobiliare statunitense già nel 2007, o della situazione greca o italiana già nel 2010, non avesse provocato reazioni significative fin quando non si percepì qualche movimento di mercato in quella direzione. [...]<br />
Come si dice abbia affermato Keynes, “markets can remain irrational a lot longer than you and I can remain solvent” (i mercati possono rimanere irrazionali molto più a lungo di quanto io e lei possiamo rimanere solventi).</p>
<p>In secondo luogo, alcuni tra i nuovi strumenti derivati – in particolare i credit default swaps – hanno, come è stato osservato da alcuni importanti operatori, la natura di “armi di distruzione di massa”, in quanto strumenti straordinariamente efficaci per la speculazione al ribasso (rinviamo su questo punto a Kregel, 2011). In termini drasticamente semplificati, il punto è che i credit default swaps vengono correntemente utilizzati non solo e non tanto per operazioni di copertura da rischi, ma anche da parte di chi intende speculare sulle prospettive di peggioramento della situazione. Infatti, assicurandosi contro il default, o anche solo contro la caduta di prezzo, di un titolo che non si possiede (ovvero acquistando “naked” CDS) si può speculare al ribasso con maggiore efficacia (e generalmente maggiore leva) di quanto sia possibile, ad esempio, con vendite allo scoperto del titolo. [...]</p>
<p>Si osservi che per trarre profitto dai CDS non è necessario che il prestito obbligazionario vada in default; è sufficiente che il rischio di default cresca, provocando un aumento di prezzo dei CDS che a questo punto possono essere ceduti.[...]</p>
<p>Tuttavia, nel clima liberistico di imperante “lasciar fare, lasciar passare” questi aspetti sembravano non preoccupare nessuno: tuttora la questione non è stata affrontata con la necessaria determinazione, e i CDS sono tra gli<br />
strumenti più utilizzati dalla speculazione al ribasso sui titoli del debito pubblico greci, spagnoli, italiani.</p>
<p><em>Per una rapida infarinatura sui CDS, clicca <a href="http://www.labouratorio.it/2011/07/28/si-va-falliti-credit-default-swap-lottimismo-e-il-profumo-della-vita/">qui</a>, n.d.r.</em></p>
<p>In terzo luogo, le operazioni speculative per loro natura sono scommesse bilaterali: se qualcuno guadagna, qualcun altro deve perdere. Se in caso di fallimento subentra la mano pubblica, in una forma o nell’altra, abbiamo una classica situazione di profitti privati e perdite pubbliche. [...]</p>
<p><strong>Crisi del debito pubblico o attacco all&#8217;Euro?</strong></p>
<p><em>Dove si mostra il fondamentale ruolo della speculazione dietro all&#8217;esplodere della crisi del debito pubblico in Europa.</em></p>
<p>Il persistere di condizioni di fragilità finanziaria è stato dimostrato ad abundantiam dagli eventi degli ultimi mesi, con la cosiddetta crisi del debito pubblico di alcuni paesi dell’euro. Come si accennava sopra, al di là dell’innesco, la natura dell’esplosivo è rimasta la stessa: cioè gli ampi margini di manovra disponibili per la speculazione finanziaria.<br />
Nel nostro caso basta seguire l’andamento degli eventi. Le difficoltà greche erano note da qualche tempo, almeno da quando era emerso che il governo di destra aveva occultato una parte cospicua del disavanzo<br />
pubblico, con l’aiuto di trucchi contabili suggeriti dai suoi advisor internazionali (tra cui uno dei maggiori istituti di credito statunitensi coinvolti nella speculazione). Improvvisamente, lo spread sui titoli del<br />
debito pubblico greco rispetto ai Bund tedeschi esplode [...]; il caso greco è ad un tempo separato e virtualmente indipendente dalla crisi finanziaria in corso (sebbene i problemi di insolvenza siano ovviamente più gravi nei periodi di maggiore instabilità finanziaria) ed è esemplare del groviglio di conflitti d’interesse e azzardo morale che investe le principali banche, agenzie di rating e società finanziarie europee e non. Non vi sarebbe dunque ragione di temere un contagio verso gli altri paesi con alto debito pubblico, quanto piuttosto verso i sistemi finanziari (in primis bancari) creditori del governo e delle banche greche (D’Ippoliti, 2011). Invece, com’è noto, dopo la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l’Irlanda [...] è finita sotto tiro anche l’Italia.</p>
<p>Come mostrato nella figura 3, anche in Italia lo spread con i titoli di stato tedeschi rimane più o meno stabile nella prima metà del 2011 per accelerare improvvisamente e in modo apparentemente inspiegabile tra la fine di giugno e l’inizio di luglio. Cosa è cambiato nel nostro paese, da maggio a luglio? La situazione reale dell’economia italiana era la stessa<br />
di prima, mentre per quel che riguarda il deficit pubblico le cose sembrano semmai, sia pur lievemente, migliorate. [...] La manovra finanziaria predisposta dal governo sembrava apprezzata in sede europea e si distingueva per rispettare i<br />
target imposti dal “Patto Euro Plus” senza essere eccessivamente depressiva per l’economia reale nell’immediato.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/spread1.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-5012" title="spread" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/spread1.png" alt="" width="805" height="457" /></a><strong>Figura 3 – Spread dei titoli pubblici italiani rispetto a quelli tedeschi nel 2011</strong></p>
<p>Come spiegare dunque che nulla di simile a quanto accaduto ai nostri tassi d’interesse si sia verificato per<br />
paesi in condizioni peggiori se non, in misura molto inferiore, in Spagna?<br />
Dobbiamo tenere conto di tre circostanze, tutte e tre rilevanti, che tuttavia hanno a nostro parere peso diverso. In primo luogo, è ovvio che – come si è appena visto – la situazione del debito sovrano presenta elementi indubbi di fragilità: le sole dimensioni di quello italiano rappresentano un unicum che inevitabilmente attira periodicamente lo<br />
scetticismo di commentatori e a volte operatori. Inoltre, come nota De Grauwe (2011), i paesi fuori dall’area dell’euro (tra cui i citati Regno Unito e Polonia, secondo alcuni criteri in condizioni peggiori dell’Italia) hanno ancora la sovranità monetaria e quindi sono sempre solvibili per definizione, potendo finanziare virtualmente qualsiasi livello di debito<br />
pubblico con inflazione e deprezzamento della valuta.</p>
<p>[...]</p>
<p>In secondo luogo, la crisi finanziaria del 2007-2008, innescata dal debito privato, ha indotto una riallocazione dei portafogli delle istituzioni finanziarie in direzione del debito sovrano; tuttavia, nella nuova situazione hanno acquistato crescente importanza le distinzioni di rischi e rendimenti all’interno della categoria dei debiti sovrani. Gli investitori<br />
istituzionali erano probabilmente sovra-esposti verso il debito italiano, anche a causa della sua maggiore liquidità e redditività rispetto ad altri titoli dell’area euro [...]<br />
In terzo luogo – ed è questo l’elemento che a nostro parere assume maggiore rilievo nello spiegare perché la speculazione si concentra ora sull’Italia piuttosto che sulla Spagna (pur senza voler trascurare la diversa stima dell’opinione internazionale per i governi dei due paesi) – la scommessa ora riguarda la capacità di tenuta dell’euro come valuta di<br />
un’ampia area geo-politica dotata di sufficiente coesione interna. Il punto è che la speculazione finanziaria ha scelto gli spread sul debito pubblico dei paesi dell’area dell’euro, e non gli altri, come obiettivo operativo intermedio per una scommessa di carattere più generale, relativa alla solidità dell’euro in quanto moneta sovranazionale [...]</p>
<p>Naturalmente l’obiettivo intermedio, di per sé, è già fonte di guadagni speculativi; ma il contagio tra la Grecia e gli altri paesi fa assumere alle operazioni speculative una natura più ampia. La cosa poteva essere facilmente prevista: se non sono più possibili le speculazioni sui cambi tra le valute dei vari paesi dell’Unione Europea, assumendo che tali paesi mantengano un andamento non convergente nel tempo, le tensioni sono destinate a scaricarsi sulla valutazione di solidità<br />
dei titoli del debito pubblico dei vari paesi, quindi sugli spread.</p>
<p>Come si è accennato sopra, la speculazione si è mossa sulla base di considerazioni obiettive. Tra queste però rientra anche il fatto che la sua stessa azione modifica la situazione di base, rendendo più probabile il suo successo. Il punto è che la sostenibilità del debito pubblico, sia secondo il criterio statico sia secondo quello dinamico, è molto sensibile al livello<br />
dei tassi d’interesse; in assenza di una gestione centralizzata del debito pubblico dell’area dell’euro, tali tassi sono differenziati paese per paese, quindi più facilmente influenzati dalla manovra speculativa. Il rialzo<br />
degli spread ha quindi un effetto negativo sulla sostenibilità del debito, in misura potenzialmente assai rilevante, specie per paesi che hanno uno stock di debito pari o superiore al proprio PIL.</p>
<p>Di fronte all’immediatezza del problema della crisi del debito sovrano e alle crescenti dimensioni che andava assumendo, la risposta di politica economica si è concentrata su di esso, mentre per quel che riguarda il problema di fondo delle regole istituzionali della politica monetaria europea non è stato compiuto alcun significativo passo in<br />
avanti, a parte l’istituzione dello EFSF, sui cui compiti tuttavia la discussione è ancora aperta. Le proposte avanzate da più parti di emissioni obbligazionarie europee hanno ricevuto una doccia fredda dal direttorio Merkel-Sarkozy, che hanno riproposto l’adesione fideistica al ripristino di una strettissima disciplina di bilancio.</p>
<p>I rischi di una frammentazione dell’area dell’euro non possono essere considerati trascurabili. Molti sembrano vederla con favore, ignorando sia gli effetti destabilizzanti che essa avrebbe sui bilanci bancari, sia la corsa alle svalutazioni competitive che ne deriverebbe, con le conseguenze negative già sperimentate negli anni Trenta del<br />
Novecento, sia soprattutto il fatto che una sua frammentazione in un’area del marco e un’area mediterranea sarebbe esiziale per un paese come l’Italia, riaprendo le spinte alla secessione di un nord “bavarese” da un<br />
sud mediterraneo: un problema che vale anche per varie altre aree d’Europa, in particolare Spagna e Belgio, dove potrebbero riaprirsi aspre tensioni nazionalistiche oggi sopite dal processo di unificazione europea.<br />
Come notava già Keynes riguardo al sistema di Bretton Woods, un sistema a cambi fissi (e a maggior ragione un’unione monetaria) che lasci tutto il peso della correzione degli squilibri macroeconomici sui soli paesi in deficit è prono alla deflazione e difficilmente genera piena occupazione, sia nei paesi in surplus sia in quelli in deficit. Dunque, la<br />
strategia di uscita dalla crisi dell’euro dovrebbe consistere nel rilancio della crescita economica, con strumenti di politica attiva a livello continentale (iniziando dai cosiddetti eurobond e dalla realizzazione di progetti europei di infrastrutture, oltre che da una politica monetaria che persegua, come la Fed, sia la stabilità dei prezzi sia la piena occupazione<br />
e non il primo obiettivo soltanto, come invece prevede l’attuale statuto della BCE). Dovrebbe invece essere limitata allo stretto indispensabile l’imposizione di misure di austerità, rinunciando all’imposizione di rigide tabelle di marcia per la riduzione del debito in proporzione del PIL. Tali misure, peraltro, difficilmente potranno garantire la solvibilità di alcuni paesi (come la Grecia) o la sostenibilità del debito di altri. [...]</p>
<p>Gli stessi paesi in surplus di bilancia dei pagamenti (Germania, ma anche Paesi Bassi, ecc.), che rifiutano di accettare politiche fiscali o monetarie espansive, hanno un forte interesse ad una ripresa della crescita nei paesi “mediterranei”. Infatti, nonostante i diversi pacchetti di salvataggio a Grecia, Irlanda e Portogallo (che hanno spostato parte del<br />
rischio d’insolvenza di questi creditori sulle finanze pubbliche europee), i loro sistemi bancari sono ancora, a molti mesi dallo scoppio della crisi, fortemente esposti verso i cosiddetti PIIGS [...]</p>
<p><strong>La deriva italiana</strong></p>
<p><em>Dove si mostra come la crisi italiana inizia molto prima di quella globale, segnata da una perdita di competitività dovuta all&#8217;aumento dell&#8217;inflazione e da una sostanziale stagnazione della produttività.</em></p>
<p>Veniamo così all’Italia. Da noi, il sistema bancario si è trovato in qualche difficoltà nel momento più drammatico della crisi finanziaria, ma a differenza di molti paesi europei non è andato incontro a una vera crisi.<br />
Come nota Ciocca (2010): “[l]a tradizione dei controlli della Banca d’Italia, la prudenza degli intermediari, la ristrutturazione recente dell’industria finanziaria, il più basso indebitamento dei privati, la stessa<br />
minore vivacità dell’economia hanno concorso al risultato, altamente positivo, di sottrarre – sinora – l’Italia alla instabilità finanziaria internazionale” [...]</p>
<p>Il punto è che l’Italia da anni attraversava già una crisi strisciante, fatta di ristagno e di inflazione<br />
(contenuta ma pur sempre maggiore di quella dei nostri partner commerciali), con una progressiva perdita di terreno in termini di competitività e di reddito pro-capite rispetto agli altri paesi europei.</p>
<p>Com’è noto, l’Italia si caratterizza per tassi di attività e di occupazione più bassi sia della media europea sia di quella<br />
dei paesi dell’area dell’euro. A partire dalla fine degli anni ‘90, una serie di riforme tese a rendere più flessibile l’ingresso e l’uscita dal lavoro, così come a rendere più decentralizzata la contrattazione salariale, sembrano<br />
avere effettivamente avuto qualche successo in termini occupazionali [...]<br />
Queste riforme hanno però comportato un cambiamento del modello di sviluppo, verso un sentiero di bassa crescita della produttività, bassi investimenti e alto utilizzo della forza lavoro [...]</p>
<p>Così, la produttività media del lavoro, storicamente superiore alla media dei paesi dell’EU-27, sebbene inferiore a quella dell’area euro, ha ristagnato rimanendo all’incirca costante in tutto il periodo dalla seconda metà degli anni ‘90 fino a subito prima della crisi (2007), mentre nello stesso periodo cresceva la produttività sia dei paesi che adottano l’euro sia degli altri paesi europei.</p>
<p>In aggiunta, e in parte in conseguenza di questo fenomeno, nello stesso periodo la crescita dei prezzi è stata nel nostro paese superiore a quella media europea, come mostrato nel riquadro c) della figura 7. La differenza, per quanto limitata, cumulandosi nel tempo ha generato un peggioramento dei problemi di competitività che hanno iniziato ad<br />
affliggere l’Italia [...]<br />
In conseguenza di questo prolungato periodo di (bassa) crescita occupazionale senza crescita della produttività e con inflazione superiore alla media, in realtà l’Italia era entrata in recessione già prima della crisi<br />
mondiale. [...]</p>
<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p><em>Dove si mostra come le proposte di modifiche costituzionale per il pareggio di bilancio e liberalizzazioni del mercato del lavoro siano inutili nella migliore delle ipotesi.</em></p>
<p>[...] finché in particolare non si provvederà a livello internazionale ad una riforma incisiva della finanza (che limiti la<br />
speculazione, abolisca alcuni strumenti derivati e sposti su mercati regolamentati e vigilati lo scambio di molti altri strumenti oggi scambiati over-the-counter) e finché non si porrà mano alla struttura costituzionale<br />
e le regole procedurali dell’Unione Europea, i vincoli per la politica economica nazionale appaiono insuperabili.</p>
<p>Iniziamo con le due proposte di modifica costituzionale, intese a imporre un vincolo di pareggio del bilancio pubblico e a indirizzare il paese verso una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro. In entrambi i casi, e soprattutto nel secondo, non si tratta certo di misure che possano contribuire al riequilibrio, nell’immediato, dei nostri conti<br />
pubblici; possono piuttosto essere considerate misure “di facciata”, dirette semmai a compensare una qualche debolezza negli interventi diretti su entrate e spese pubbliche. In questo senso, misure di revisione costituzionale potrebbero avere una utilità concreta solo nella misura in cui contribuissero a modificare in senso positivo le valutazioni degli<br />
operatori internazionali, in particolare delle società di rating, sulla capacità delle autorità politiche italiane di sciogliere i nodi strutturali che appesantiscono i nostri conti pubblici e ostacolano lo sviluppo economico; proprio in questo senso, tuttavia, occorre temere il confuso e dispersivo dibattito politico cui inevitabilmente si dà avvio con<br />
l’annuncio di intenzioni vaghe e non di opzioni ben definite fin nei dettagli e sostenute da un largo consenso.</p>
<p>Per quanto riguarda la “liberalizzazione” del mercato del lavoro ci limitiamo a sottolineare tre aspetti. Primo, non si tratta di una delle questioni più urgenti, in una fase in cui il problema della crescita riguarda soprattutto il ristagno della domanda aggregata e in cui al centro dell’attenzione è il tema dei conti pubblici. Secondo, la flessibilità di cui<br />
il nostro paese avrebbe bisogno riguarda soprattutto l’introduzione di nuove tecnologie, non la riduzione del potere contrattuale dei sindacati, come mostra anche l’andamento recente della distribuzione del reddito richiamata sopra. Terzo, nel momento in cui il costo concreto della manovra ricade soprattutto sui lavoratori dipendenti (sia tramite le tasse, sia tramite le modifiche alla normativa pensionistica) appare decisamente inopportuno introdurre un ulteriore elemento di scontro con misure dirette a limitare l’efficacia dello Statuto dei lavoratori.</p>
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		<title>[La fine...delle seghe movimentiste] In strada, col megafono</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 01:32:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Società  e Cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[megafono]]></category>
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		<category><![CDATA[Ottavio Herbstritt]]></category>
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		<description><![CDATA[Su questo pezzo la Redazione di Labouratorio, tanto per cambiare, si è spaccata. Di più, a finito per azzannarsi in una sterile diatriba. Il tutto per la parte iniziale di questo accorato appello, che alcuni potrebbero trovare verbosa. Ma noi lo proponiamo lo stesso invitandovi ad arrivare fino in fondo e a dedicare 60 secondi di… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/11/09/la-fine-delle-seghe-movimentiste-in-strada-col-megafono/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Su questo pezzo la Redazione di Labouratorio, tanto per cambiare, si è spaccata. Di più, a finito per azzannarsi in una sterile diatriba. Il tutto per la parte iniziale di questo accorato appello, che alcuni potrebbero trovare verbosa. Ma noi lo proponiamo lo stesso invitandovi ad arrivare fino in fondo e a dedicare 60 secondi di orologio a pensare a cosa direste voi, col megafono, in strada&#8230;</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci sono voluti un pò di giorni prima di fare un&#8217;analisi di quello che ho visto e vissuto in via Merulana ed in via Cavour. Dall&#8217;adrenalina di quei momenti, alla rabbia, al rimorso: il rimorso di non aver potuto portare a termine una bellissima giornata, un momento di gioia.</p>
<p>Adesso, come a Genova (e solo in questo possono essere paragonabili), non stiamo più parlando del perchè eravamo lì. Stanno oscurando tutto. Non è importante tanto parlare di complotti, infiltrazioni o sabotaggi, quanto confrontarci sui nostri problemi e costruire passo dopo passo un senso di collettività, quel senso comune che (idee chiare o meno) è riuscito a far ritrovare 300000 persone: il più grande risultato per lo meno di tutta Europa.</p>
<p>Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: il primo è il divieto di manifestare in corteo per la FIOM, ma ne seguiranno altri.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/11/pr-megaphone.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-5022" title="pr-megaphone" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/11/pr-megaphone.jpg" alt="" width="849" height="566" /></a></p>
<p>Mi soffermo un attimo sulla questione del rapporto tra violenza e non-violenza, una chiave di lettura prettamente pragmatica che voglio condividere con voi.</p>
<p>Molti indicano i manifestanti come traditori per aver applaudito l&#8217;intervento delle forze dell&#8217;ordine, ma si dimenticano che, aldilà di qualsiasi giudizio sulla figura che ricoprono, sono anch&#8217;essi vittime della crisi, come il 90% della popolazione italiana.</p>
<p>Senza cadere in un dibattito sterile, vorrei ricordare che il governo ha tagliato fondi pari a 60 milioni di euro a polizia, vigili del fuoco e guardia forestale. Per questo, ad esempio, le pattuglie, sulle tracce di importanti boss della famiglia dei Casalesi, sono state costrette a sospendere le indagini per mancanza di benzina.</p>
<p>Non ho intenzione di fare distinzioni, vorrei semplicemente che quel 90% si ritrovasse più unito possibile.</p>
<p>Chi pensa invece che questi atti di vandalismo siano un segno della frustrazione che stiamo vivendo dice il vero, ma non possiamo negare che colpire indistintamente macchine, banche, agenzie interinali, monumenti storici, vetrine dei negozi e delle poste (per non parlare dei saccheggi), sia il simbolo di questa società che rifiuta la complessità dei fenomeni e che ha bisogno che tutto sia ridotto a demagogia, lasciando abbandonati i giovani.</p>
<p>Essi sono paradossalmente i figli di questo sistema: un circuito che vorrebbe creare confusione nelle menti delle persone, appiattendole, portandole ad avere paura, a scendere in piazza. Qual è la distinzione tra chi brucia macchine o distrugge un alimentari e chi ti colpisce e ti rende precario a vita? Fra chi con bombolette spray imbratta il Colosseo ed un governo che taglia sulla cultura? C&#8217;è chi si scaglia contro la polizia chiamandoli &#8220;servi del potere&#8221;, ma cosa ne pensa di questo sistema che alimenta la guerra tra ceti medio-bassi?</p>
<p>Mi ha colpito in particolare un articolo di una ragazza che diceva che, anche se il corteo si fosse concluso pacificamente, non saremmo qui a parlare di finanziarizzazione, di debito pubblico e di banche, poichè non ci sarebbe stata pubblicità da parte dei mass media. Ha perfettamente ragione.</p>
<p>Questo fa riflettere anche su quanto siamo diventati oltremodo schiavi di un mondo basato su un virtualismo informatico che distanzia i rapporti, mentre dovremmo parlarci, riprendere la bellezza del contatto visivo e fisico. Ecco l&#8217;occasione che abbiamo davanti.</p>
<p>Voglio essere onesto in tutto e per tutto con voi: ho molti dubbi, nonostante il gran numero di partecipanti alla manifestazione di sabato, che sia chiaro a tutti quale sia il nemico da sconfiggere. I 300000 in realtà sono il risultato di una crisi che inevitabilmente sentiamo, ma quando ero in corteo ho avvertito che siamo ancora lontani, ad esempio, dagli indignati americani, andati pacificamente per le strade del quartiere di Wall-Street(uno dei nodi centrali).</p>
<p>Se chiedi in giro tanti ancora ti parleranno della &#8220;casta politica&#8221;, qualcuno invece ti dirà che sono tutti uguali&#8230;Il punto è che abbiamo bisogno come il pane di fare politica (bene infatti su questo punto ciò che dichiarano gli indignati italiani) e che essa ci sia rendendoci utili nel nostro piccolo e nella vita quotidiana. Abbiamo bisogno di non sentirci soli, di cancellare la competitività che sentiamo l&#8217;un l&#8217;altro e lo spirito individualista che ci pervade.</p>
<p>Per farlo dobbiamo capire perchè siamo arrivati a questo punto.</p>
<p>Circa 30 anni fa vi è stato un cambiamento evolutivo (o meglio &#8220;disevolutivo&#8221;) dal capitalismo che accettava il &#8220;compromesso sociale&#8221;, al capitalismo finanziario ( se vogliamo turbocapitalismo). In questa fase il disegno era ben preciso: la destrutturazione della democrazia per sovvertire l&#8217;ordine e rendere subalterno l&#8217;indirizzo politico all&#8217;indirizzo economico-finanziario. La sempre più crescente subalternità della politica in toto (anche le sinistre europee si erano appiattite al sistema) ha permesso di creare ed incrementare, a livello globale, una forbice di disuguaglianza sociale, favorendo i pochi, i ricchi.</p>
<p>Noi siamo stati a guardare e pian piano, dalle grandi battaglie del &#8217;68 fino agli anni &#8217;70, siamo diventati sempre di più schiavi di quei teleschermi. Ci hanno fatto credere che il problema era la &#8220;casta&#8221;, l&#8217;extracomunitario che, vittima anch&#8217;esso della globalizzazione nel mercato libero, veniva da noi. Abbiamo perso il contatto con la realtà, perso il lavoro fisso, i nostri diritti, siamo diventati competitivi, distanti tra noi, siamo stressati e abbiamo creato una generazione senza futuro.</p>
<p>Ma chi sono i &#8220;mostri&#8221;? I mostri sono gli speculatori, le agenzie di rating, le grandi multinazionali che, a differenza degli stati non hanno confini, ma sono sopratutto le banche private e non, che hanno gonfiato all&#8217;estremo i debiti &#8220;pubblici&#8221; di tutto il mondo.</p>
<p>Cosa sta succedendo adesso? Adesso i governi, schiavi di questo sistema a circuito chiuso ed astratto, stanno cercando di ricapitalizzare e salvare le banche. Esattamente chi ha causato la crisi del 2008!</p>
<p>Chi ci rimetterà? Tutti noi: diminuiranno drasticamente i posti di lavoro, chiuderanno le fabbriche, aumenteranno i prezzi, diminuiranno gli stipendi, la cultura, l&#8217;istruzione, la ricerca&#8230;Tutto per proteggere qualcosa che concretamente non esiste! Un pezzo di carta, il denaro, contro la vita stessa, l&#8217;uomo e l&#8217;ambiente.</p>
<p>Eccoci dunque arrivati al punto. Questo momento di silenzio ci regalerà una grande occasione e proprio perchè abbiamo bisogno di coinvolgere tutti, perchè si tratta del destino di tutti noi, è nostro dovere rendere coscienti ed obiettive le persone. Superiamo qualsiasi barriera, indignati e non, politicanti e non, associazionisti o semplici cittadini, l&#8217;importante è rendere chiare le cose! Ecco la proposta: prima di elaborare una qualsiasi alternativa, abbiamo il coraggio di fare 1-2 giorni con microfono o megafono in mano, piazza per piazza, quartiere per quartiere e spiegare con parole semplici chi sono i nostri nemici e il perchè ci troviamo in queste condizioni? E&#8217; essenziale. So bene che non è semplice ed è per questo che chiedo la disponibilità a tutti voi: se questo messaggio avrà un&#8217;ottima adesione possiamo cercare di costruire un appello che verrà letto e riletto in ogni angolo di città, per farlo arrivare a tutti. Senza bisogno di televisione, perchè se &#8220;Maometto non va alla montagna è la montagna che va da Maometto&#8221;. E proprio perchè sono convinto che rendere consapevoli milioni di persone è molto più pericoloso che tirare qualche bomba carta e creare il caos, lascio a voi queste parole. Siamo tutti colpevoli della situazione in cui ci troviamo. Smettiamola di essere complici!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo&#8221; [M.Gandhi]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ottavio Herbstritt, cittadino.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>[La fine...dell&#039;editing] Grande Show Stile Europeo</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 01:11:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[crisi]]></category>
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		<description><![CDATA[Il buon Francesco Calvano manda da tempo i suoi brillanti pezzi alla mail della Redazione Labouratorio. La nostra segretaria però, è da tempo fuggita con la cassa, e alle mail è rimasto solo l&#8217;antispam a rispondere. In parole povere, tanto l&#8217;abbiamo ignorato prima, a torto, che ora lo pubblichiamo a scatola chiusa, senza nemmeno leggerlo. Per… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/11/09/la-fine-dellediting-grande-show-stile-europeo/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il buon Francesco Calvano manda da tempo i suoi brillanti pezzi alla mail della Redazione Labouratorio. La nostra segretaria però, è da tempo fuggita con la cassa, e alle mail è rimasto solo l&#8217;antispam a rispondere. In parole povere, tanto l&#8217;abbiamo ignorato prima, a torto, che ora lo pubblichiamo a scatola chiusa, senza nemmeno leggerlo. Per cui, se volete lamentarvi, andate sul suo interessante <a href="http://www.studiofrancescocalvano.com/blog/">blog </a>e diteglielo di persona&#8230;</strong></p>
<h1><span class="Apple-style-span" style="font-size: 13px; font-weight: normal;">Gli ultimi avvenimenti messi in atto sul palcoscenico internazionale da Berlusconi con la compartecipazione dei leaders europei, se  non fossero altamente drammatici, fino al punto da diventare un’autentica tragedia per noi tutti italiani, nessuno escluso, sarebbe un momento  felice per ridere a crepapelle o, come si usa dire in modo piu’ volgare, ci sarebbe da pisciarsi sotto dalle risate.</span></h1>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/11/calvano.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-5036" title="calvano" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/11/calvano.jpg" alt="" width="600" height="118" /></a></p>
<p>Il Soviet europeo aveva concesso tre, diconsi tre, giorni all’Italia per integrare le misure adottate in precedenza con integrazioni precise, concrete, temporalizzate non solo e non tanto in materia di tagli alle pensioni, che Bossi giustamente (una volta tanto capita anche questo) ha respinto al mittente, sdegnato, quanto soprattutto rivolte alla crescita, non per creare occupazione,ma allo scopo di riequilibrare i conti  del debito pubblico in modo da pagare e rimborsare i titoli di stato italiani giacenti nelle casseforti delle banche francesi e tedesche. Se l’Italia non migliora la voragine del debito pubblico, allora finirà che i governi d’oltralpe dovranno pensare a sostenere le loro Banche ad evitare che il  default dell’Italia trascini nella  rovinosa caduta l’intera Europa. Quindi, oltre ai tagli forsennati operati in tutte le direzioni e in tutti i settori, come gli Enti Locali e tutti gli altri enti deficitari che non disponendo piu’ di un €uro per comprare la benzina alle forze armate, avrebbero, a questo punto bisogno impellente di iniezioni di liquidità, anche per evitare che l’Unesco debba venire personalmente a fare manutenzione ordinaria agli scavi di Pompei.<br />
Comunque, il dato rilevante è il seguente: il Debito Pubblico creatosi nel secolo scorso, è rimasto sotto il 100% del Pil fino agli anni ’90. Dal 92 al 2011 sono state fatte una trentina di manovre di lacrime e sangue, il cui  risultato è : rapporto debito/Pil 120%. Quale mente malata può pensare che con ulteriori tagli (a chi e dove????) si possa risanare il Debito? Ma la crescita, con tale sistema di tagli insensati, come si potrà realizzare? Il Premier ha consegnato il suo pro-memoria di  fantasiose promesse, aggiornando il primo testamento fatto nel salotto di Vespa,mai attuato, e tra le tante chicche ha promesso anche che concederà libertà di licenziare i dipendenti. Ma se l’Italia somiglia sempre piu’ ad un cimitero di aziende che furono, dove ca..o saranno questi dipendenti da licenziare? E, ammesso che qualche sparuta minoranza superstite esista ancora, come si può creare sviluppo, crescita, progresso, facendo sparire l’elemento fondamentale, portante di quei processi?? Senza lavoro e distribuzione di salari, c’è solo morte e desolazione.<br />
Quanto sto per dire non coincide con le mie convinzioni, perché penso che è l’intero impianto del produrre in modo capitalistico che vada rovesciato, ma è indubbio che  la crisi è tragica e che la prima grande crisi della storia fu superata quando gli USA vararono il New Deal, finanziando a piene mani opere, aziende, lavoro etc etc., creando occupazione, misure nel welfare e redistribuzione della ricchezza. Poiché non esistono prove di processi contrari, dovrebbe valere quella legge, poichè in economia esistono solo processi empirici. In una crisi così drammatica, dove non ci sono piu’ i soldi per comprare il pane, al nostro Premier e al suo ciarpame non è mai venuta in mente l’idea di prelevare qualche briciola ai superricchi, probabilmente ha paura che il primo dei contribuenti sarebbe lui.<br />
E allora gioca a fare il comico sul proscenio europeo. L’Europa chiede crescita e lui promette tagli e licenziamenti. Ha ragione quel comico comparso qualche sera fa a Linea Notte , quando ha affermato : è la prima volta che un comico si incazza quando i suoi spettatori ridono!</p>
<p><strong>Francesco Calvano, un compagno che ne sa molte.</strong></p>
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		<title>[Labouratorio 64] Il grande Bluff</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 21:14:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ma quali lacrime e sangue, ma quale cinghia da stringere, ma quali tagli orizzontali verticali o obliqui. Supercazzole in libertà, ecco di cosa si trattava. C&#8217;aveva già provato a Luglio Tremonti (sempre promosso all&#8217;orale, quanto perennemente bocciato allo scritto e perfettamente incorniciato in questo libro), a fare una finta manovra di rigore, con tutti i tagli… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/labouratorio-64-il-grande-bluff/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/tvemonti-copy.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4932" title="tvemonti copy" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/tvemonti-copy.jpg" alt="" width="500" height="500" /></a></p>
<p>Ma quali lacrime e sangue, ma quale cinghia da stringere, ma quali tagli orizzontali verticali o obliqui. Supercazzole in libertà, ecco di cosa si trattava.</p>
<p>C&#8217;aveva già provato a Luglio Tremonti (sempre promosso all&#8217;orale, quanto perennemente bocciato allo scritto <a href="http://www.libreriauniversitaria.it/grande-bluff-caso-tremonti-vita/libro/9788889533444">e perfettamente incorniciato in questo libro</a>), a fare una finta manovra di rigore, con tutti i tagli però rimandati a data da destinarsi, quando magari la tempesta finanziaria si sarebbe acquietata, e chissà, con nuove elezioni alle porte senza un governo da additare ad affamatore del popolo.</p>
<p>I mercati e la speculazione internazionale non hanno però l&#8217;anello al naso, e se hanno dimostrato a più riprese di ritenere del tutto insufficiente una politica di rigore non accompagnata da adeguati strumenti volti a fare ripartire la crescita, sicuramente ancor meno si possono fare convincere da una finta politica di rigore, sempre però rigorosamente priva di idee per fare ripartire l&#8217;economia.</p>
<p>Così ad agosto i grandi fondi finanziari americani e alcune scellerate banche tedesche hanno ripreso a soffiare sulla crisi del debito vendendo titoli di stato italiani, gonfiando a livelli record i rendimenti (e con essi l&#8217;interesse sul debito e il famigerato spread) e costringendo la BCE a un massiccio acquisto di titoli italiani e spagnoli per riportarli a livelli sostenibili.</p>
<p>La politica della BCE, di fatto nelle mani dell&#8217;asse di autodistruzione europea che viaggia sulla direttrice Parigi-Berlino, è però quella della bella stronza, <a href="http://ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/407051/">che te la fa annusare (comprando poco e per poco tempo i tuoi titoli di stato) senza dartela mai (decidendosi una volta per tutte a garantire tutto il debito emesso in Euro)</a>, chiedendoti però in cambio sacrifici sempre maggiori.</p>
<p>Ed è così che in sfregio a qualunque concetto di indipendenza e sovranità ci ha mandato la sua letterina con i compiti per casa, che erano sostanzialmente tagli alla spesa fino al raggiungimento del Santo Graal dell&#8217;Europa contemporanea, il mitico Pareggio di Bilanco. Sia ben chiaro, senza garantire alcun impegno di lungo termine in cambio dei compiti che vengono richiesti.</p>
<p>Il tutto ha costretto il governo a una repentina quanto ridicola marcia indietro nel bel mezzo della canicola agostana, per rimettere mano hic et nunc al disastrato bilancio del paese.  E dopo un diluvio di ipotesi, e una bozza di manovra uscita dal Consiglio dei Ministri già sconfessata dai coraggiosi partecipanti al prestigioso consesso, e che pure conteneva alcune norme di buonsenso, quali il contributo di solidarietà ai redditi medio alti, ecco che dopo un paio di settimane il diluvio di critiche ha sotterrato ogni parvenza di mannaia al provvedimento che presumibilmente il governo presenterà in parlamento. Nessun contributo di solidarietà, nessuna patrimoniale, nessun aumento dell&#8217;IVA, nessun taglio delle province (vengono tolte, se tutto va bene in 6 mesi circa, dalla Costituzione, non dalle voci di spesa), neppure una discutibile riforma delle pensioni degna di questo nome. Rimangono soltanto, seppur ridotti, i tagli agli enti locali, che sono la principale voce di taglio della manovra, a testimonianza del coraggio di chi la propone. Il poco che si gratta, oltre che dai comuni, viene ovviamente espropriato ai soliti noti, piccoli imprenditori e consumatori. Il grande Bluff di un governo imbelle ed incapace è servito alla speculazione.<a href="http://www.zerohedge.com/news/italy-trims-austerity-plans-removes-tax-hike-proposal-high-earners-pursue-tax-cheats-instead"> Che già si lecca le mani, ironizzando sulle due settimane di austerità all&#8217;italiana.</a> Non è chiaro quanto ci metteranno a scoprirlo ai piani alti dell&#8217;Europa che conta e quali saranno le loro reazioni.</p>
<p>Ma parlare del governo è sparare sulla croce rossa. La verità che Labouratorio ripete da mesi è che nessuno in Europa sembra avere le palle e la testa per affrontare la portata della crisi in atto. Che è una crisi in primo luogo politica, che nasce dall&#8217;assenza di governo delle istituzioni economiche e monetarie europee. E a cui occorre dare una risposta politica a partire da due architravi.</p>
<p>I) Una politica economica che accompagni la lotta di tagli agli sprechi e all’evasione a un percorso di investimenti per la crescita, tanto a livello nazionale quanto soprattutto a livello europeo. Senza crescita nessun taglio servirà a fermare la speculazione!</p>
<p>II) Una dura lotta politica a livello comunitario per modificare sostanzialmente ruoli e compiti della Banca Centrale Europea, partendo dall&#8217;assunto che, così com&#8217;è, l’Unione è destinata a un rapido collasso.</p>
<p>Ora, soprattutto su questo secondo punto, non si sono sentite parole e idee chiare da parte dell&#8217;opposizione di sinistra. Il Pd, intento nel difficile compito di difendere e attaccare contemporaneamente il sacrosanto ma purtroppo inutile sciopero della CGIL, non si distingue certo per vocazione europeista e originalità di pensiero.</p>
<p>Così van le cose nel bel paese, nella bella Europa, nel bell&#8217;Occidente. Dove si gioca al gioco delle tre carte, dove si punta tutto sul Grande Bluff.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/ilgrandebluff.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4910" title="ilgrandebluff" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/ilgrandebluff.jpg" alt="" width="500" height="361" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>SOMMARIO n.64</strong></p>
<ul>
<li><a title="[Labouratorio 64] Il grande Bluff" href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/labouratorio-64-il-grande-bluff/">[Labouratorio 64] Il grande Bluff</a></li>
<li><a title="[Intervista a Luca Fantacci] “E se all’euro affiancassimo le monete locali?”" href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/intervista-a-luca-fantacci-%e2%80%9ce-se-all%e2%80%99euro-affiancassimo-le-monete-locali%e2%80%9d/">[Intervista a Luca Fantacci] “E se all’euro affiancassimo le monete locali?”</a></li>
<li><a title="[Cose da non fare] Morire per il Debito" href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/cose-da-non-fare-morire-per-il-debito/">[Cose da non fare] Morire per il Debito</a></li>
<li><a title="[Islam] La parte integrante dell’Europa" href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/islam-la-parte-integrante-delleuropa/">[Islam] La parte integrante dell’Europa</a></li>
<li><a title="[Alienamenti] Di Breivik o delle colpe della nuova destra" href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/alienamenti-di-breivik-o-delle-colpe-della-nuova-destra/">[Alienamenti] Di Breivik o delle colpe della nuova destra</a></li>
<li><a title="[Regole d'oro] Troppi crauti fanno male" href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/regole-doro-troppi-crauti-fanno-male/">[Regole d'oro] Troppi crauti fanno male</a></li>
<li><a title="[Il Grande Bluff] Dacci oggi la nostra manovra quotidiana…" href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/il-grande-bluff-dacci-oggi-la-nostra-manovra-quotidiana%e2%80%a6/">[Il Grande Bluff] Dacci oggi la nostra manovra quotidiana…</a></li>
<li><a title="[Labouratorio espanol] Quando “l’editto bulgaro” è Made in Spain." href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/labouratorio-espanol-quando-leditto-bulgaro-e-made-in-spain/">[Labouratorio espanol] Quando “l’editto bulgaro” è Made in Spain.</a></li>
<li><a title="[E poi c'è sempre il Colosseo] Non serve venderlo, basta metterlo a bilancio!" href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/e-poi-ce-sempre-il-colosseo-non-serve-venderlo-basta-metterlo-a-bilancio/">[E poi c'è sempre il Colosseo] Non serve venderlo, basta metterlo a bilancio!</a></li>
<li><a title="[Mondoperaio in Labouratorio] “Turbanti, stellette e democrazia” Intervista a Gianni De Michelis" href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/mondoperaio-in-labouratorio-turbanti-stellette-e-democrazia-intervista-a-gianni-de-michelis/">[Mondoperaio in Labouratorio] “Turbanti, stellette e democrazia” Intervista a Gianni De Michelis</a></li>
</ul>
<p style="text-align: center;"><strong><br />
</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>[Intervista a Luca Fantacci] “E se all’euro affiancassimo le monete locali?”</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 21:13:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò Cavalli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Luca Fantacci insegna Scenari economici internazionali e Storia, istituzioni e crisi del sistema finanziario globale all&#8217;Università Bocconi di Milano. Distinguished Visting Fellow presso il Christ’s College di Cambridge, il professor Fantacci ha recentemente curato una raccolta di saggi di Keynes, intitolata Eutopia– Proposte per una moneta internazionale e ha pubblicato, insieme a Massimo Amato, Fine della Finanza. Da dove viene… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/intervista-a-luca-fantacci-%e2%80%9ce-se-all%e2%80%99euro-affiancassimo-le-monete-locali%e2%80%9d/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
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<p><strong><em>Luca Fantacci insegna Scenari economici internazionali e Storia, istituzioni e crisi del sistema finanziario globale all&#8217;Università Bocconi di Milano. Distinguished Visting Fellow presso il Christ’s College di Cambridge, il professor Fantacci ha recentemente curato una raccolta di saggi di Keynes, intitolata Eutopia– Proposte per una moneta internazionale e ha pubblicato, insieme a Massimo Amato, Fine della Finanza. Da dove viene la crisi e come si può pensare di uscirne. </em></strong></p>
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<p><strong>Professore, che cosa sta succedendo da qualche settimana nelle borse?</strong><br />
Niente, e proprio questo è il problema. Non c’è un solo fatto nuovo che giustifichi il terremoto finanziario delle scorse settimane: dalle difficoltà di Obama con il Congresso alle fragilità fiscali dell’Europa, tutto era già presente e noto. Perfino il downgrading degli Usa era già stato più volte preannunciato. Per non parlare dei debiti pubblici, che hanno potuto crescere per anni senza preoccupare nessuno. Davvero, non è successo niente di nuovo e sconvolgente.<img class="alignright" src="http://www.linkiesta.it/sites/default/files/imagecache/immagine_620_fixed/uploads/articolo/immagine-singola/Euro%20e%20lira.jpg" alt="" width="620" height="433" /></p>
<p><strong>Nulla di cui preoccuparsi, dunque?</strong><br />
Tutt’altro. È proprio questo terremoto in assenza di novità il dato allarmante, su cui è opportuno riflettere: se oggi, senza motivo, i mercati finanziari tremano, vuol dire che fino a ieri erano spavaldi, ugualmente senza motivo. Niente giustificava i guadagni di ieri, così come niente può spiegare le perdite di oggi o i recuperi di domani. I mercati finanziari dimostrano di avere sempre meno un criterio attendibile per distinguere fra quando va bene e quando va male, fra chi va bene e chi va male.</p>
<p><strong>Una finanza che vive in un mondo che ha poco a che fare con la realtà?</strong><br />
Non mi riferisco a una semplice scollatura tra finanza ed economia reale. È perfettamente legittimo, e anzi necessario, che il valore di borsa di un’azienda possa discostarsi temporaneamente dall’andamento corrente dei suoi affari. Perché la borsa, per sua natura, guarda avanti: guarda ai profitti futuri, non a quelli attuali; esprime aspettative e può sbagliarsi. Ma, affinché questo gioco di scommesse abbia un senso, bisogna che almeno due condizioni siano rispettate. Primo, occorre che a un certo momento una linea sia tracciata e i conti siano fatti. Bisogna che finisca la gara, in modo che si veda chi ha scommesso sul cavallo vincente. Secondo, occorre che l’esito della corsa non sia condizionato dall’andamento delle scommesse. Ma questo è proprio ciò che non avviene in borsa, dove non si verifica né la prima né la seconda condizione.</p>
<p><strong>Cosa intende dire?</strong><br />
È molto semplice: gli andamenti dei valori di borsa non riflettono più alcun tipo di “fondamentale”, non si basano più su alcun giudizio in merito alla solidità economica o politica dell’emittente. Nei momenti di massima volatilità, come in questi giorni, siamo tutti d’accordo a dire che “basta un nulla” per scuotere i mercati e che a tenere il campo sono le aspettative che si autorealizzano. Tanto è vero che si parla comunemente, anche sulla stampa finanziaria, di “speculazione” e si dà per scontato che è il mercato finanziario a dettare l’andamento dell’economia reale, perfino le sorti di interi paesi, e non viceversa. Ma c’è da chiedersi se, nei periodi cosiddetti normali, la maggiore calma non dipenda unicamente da una maggiore unanimità delle aspettative, da una maggiore tenuta delle convenzioni, da una maggiore stabilità emotiva. In finanza come in amore, rischiamo di essere in balia delle emozioni, attrattive o repulsive che siano: e quello che, fino a ieri, era visto come un investitore benefico, oggi è chiamato un avido speculatore, con la stessa volubile inconsistenza che fa apparire l’amante della sera prima come un’opportunista spregevole.</p>
<p><strong>Il che non sembra molto rassicurante per le sorti del nostro Paese, finito anch’esso nel mirino degli “speculatori”.</strong><br />
Ecco, ciò che sta accadendo con i titoli del debito pubblico italiano è un buon esempio del carattere autoreferenziale dei mercati. I buoni del tesoro possono anche essere visti come un investimento nell’azienda-Italia. Ma, a dispetto di quest’orribile espressione, gli stati nazionali, a differenza delle aziende, non sono fatti per fare profitti e per remunerare i detentori dei titoli, non presentano un bilancio consuntivo, e non esiste alcun criterio certo sulla base del quale possano essere giudicati redditizi o anche semplicemente solvibili. Eppure, tutto ruota attorno a quel punto: la caduta del prezzo dei titoli di stato e il corrispettivo incremento del loro rendimento, e dunque l’ampliarsi del differenziale rispetto al rendimento degli omologhi tedeschi, i timori di un’ulteriore recessione, le preoccupazioni per la disintegrazione dell’euro, il crollo delle borse… tutto è stato scatenato dal timore di un possibile default dell’Italia.</p>
<p><strong>Si tratta di un rischio concreto?</strong><br />
Questo è appunto il problema. Per poter rispondere, e magari assegnare un grado di probabilità all’evento, come si pretende di fare sul mercato, bisognerebbe poterne dare una definizione univoca. Ora, che cosa significhi essere “in default”, o “insolvente”, nel caso di un’impresa è chiaro: significa non essere in grado di pagare i propri debiti, ossia non avere attività sufficienti per far fronte alle proprie passività. Ma, sulla base di questa definizione, tutti gli stati sono insolventi! Nessuno stato è in grado di ripagare i propri debiti. D’altro canto, gli stati non sono nemmeno tenuti a ripagare i loro debiti. I debiti degli stati, da quando hanno preso la forma di titoli negoziabili sul mercato, ossia da poco più di trecent’anni, non sono più fatti per essere ripagati, bensì per essere continuamente rinnovati e per circolare indefinitamente. I titoli di stato sono emessi, sono acquistati e rivenduti ripetutamente sul mercato e, quando giungono a scadenza, sono rimborsati con i proventi dell’emissione di nuovi titoli.</p>
<p><strong>In che senso, allora, si può parlare oggi di stati a rischio di insolvenza?</strong><br />
Il termine è utilizzato con un’accezione ben diversa, per riferirsi all’incapacità di uno stato di rifinanziarsi sul mercato a condizioni sostenibili. Si dovrebbe parlare, propriamente, non di “solvibilità”, ma di “sostenibilità” del debito. Ed è ben più problematico. Non soltanto perché il concetto è più vago, privo di una definizione univoca. Ma soprattutto perché il fenomeno che esso descrive è fortemente autoreferenziale. Infatti, quanto meno un debito pubblico appare sostenibile, tanto più costa allo stato indebitarsi; ma quanto più aumenta il costo del debito, tanto meno risulta sostenibile.</p>
<p><strong>Un circolo vizioso che conduce gli stati sull&#8217;orlo del baratro.</strong><br />
Si tratta di un problema che è al tempo stesso politico ed economico. Quando uno stato, come l’Italia o la Grecia, accumula un tale debito nei confronti degli stranieri da dover rendere conto delle proprie decisioni ai creditori prima ancora che ai cittadini, allora si ha un problema politico: in che senso possiamo ancora parlare di una democrazia, quando a dettar legge non è il popolo né il parlamento né il governo, bensì una trojka internazionale Bce-Ue-Fmi, in rappresentanza degli interessi dei creditori? D’altro canto, quando la capacità di un debitore di ripagare i propri debiti dipende assai più dal grado di fiducia dei mercati che dalle proprie prestazioni, comunque le si voglia misurare, allora il problema è anche economico: in che senso si può ancora parlare di un investimento, quando il tasso di rendimento non ha alcun rapporto con alcuna misura, per quanto imprecisa, di produttività, ma dipende unicamente dal grado di sfiducia dei creditori? Sul piano politico, la concessione di crediti condizionati, subordinati all’adozione di determinate misure, come quelli che la Bce oggi concede all’Italia, non può essere letta che come l’instaurazione di un regime di sovranità limitata nel paese debitore. Sul piano economico, la concessione di crediti a tassi d’interesse del 16%, come quelli che oggi il mercato accorda alla Grecia, non ha altro nome che usura.</p>
<p><strong>È la crisi dell’Europa?</strong><br />
Senza dubbio. Una crisi dovuta alla pretesa di costruire l’unione politica sull’unificazione monetaria. Ma il problema non consiste nel ritornello secondo cui “ha prevalso l’economia sulla politica”, piuttosto nel fatto che si è mancato di vedere il piano politico e il piano economico nella loro articolazione. L’unificazione economica e monetaria è già, in sé, un atto politico. Non c’è nessuna legge economica che ne detti la necessità, tanto meno la forma. Può essere realizzata in modi diversi: il mercato comune non implica necessariamente la moneta unica, la libera circolazione dei beni non comporta necessariamente il movimento indiscriminato dei capitali. Come mostra concretamente il precedente storico dell’Unione Europea dei Pagamenti che, negli anni ’50, ha assicurato ai paesi europei crescita, stabilità e integrazione economica, senza bisogno di una moneta unica. Viceversa, l’euro ha accordato un po’ di stabilità e un po’ di crescita, ma a costo di una crescente divergenza fra i paesi membri che oggi rischia di compromettere sia la crescita sia la stabilità.</p>
<p><strong>E che cosa si dovrebbe fare?</strong><br />
Credo che sia opportuna una riforma radicale della governance dell’Unione Europea, come da più parti auspicato: una revisione del patto di stabilità, un emendamento dello statuto della Bce, e magari anche la ricostituzione dell’<a rel="nofollow" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Unione_Europea_dei_pagamenti">Unione Europea dei Pagamenti</a>. Per gestire l’emergenza, ossia la crisi dei debiti pregressi, sono convinto che non ci sia altro da fare che consentire alla Bce di agire da prestatore di ultima istanza, acquistando titoli del debito pubblico dei paesi membri. E naturalmente, è bene che tali prestiti siano accompagnati da raccomandazioni ai governi che ne beneficiano, perché adottino politiche di rigore, in modo da arginare l’azzardo morale, ossia la tentazione del figliol prodigo di tornare a spendere, abusando della misericordia del padre. Ma sarebbe ben più efficace di qualunque raccomandazione se gli stati europei non potessero né dovessero continuare a contrarre nuovi debiti, emettendo titoli sui mercati internazionali.</p>
<p><strong>Sembrerebbe un’utopia…</strong><br />
In verità, proprio questo sarebbe reso possibile se si mettesse in opera un’istituzione analoga all’Unione Europea dei Pagamenti, che fungesse da camera di compensazione multilaterale per i debiti e i crediti contratti tra paesi dell’eurozona. Questo avrebbe un duplice vantaggio. Primo, consentirebbe di distinguere il debito pubblico, che è un affare interno fra i cittadini e lo stato, e il debito estero, che è un rapporto fra paese creditore e paese debitore. Secondo, consentirebbe di apprezzare il fatto che il debito estero beneficia entrambi i paesi, poiché permette al debitore di acquistare ciò che altrimenti non potrebbe acquistare, ma permette anche al creditore di vendere ciò che altrimenti non potrebbe vendere. Se il sistema dei crediti fra paesi s’interrompe, ci rimettono entrambi. Non è un caso se la crisi del debito nell’Europa meridionale ha comportato anche un arresto della crescita in Germania, come registrano i dati di questi giorni. Se gli italiani non comprano, i tedeschi non vendono. Il mercato è aperto, ma nessuno ci va…</p>
<p><strong>Quindi?</strong><br />
Quindi è bene che, a differenza di quanto oggi avviene, l’onere del debito non venga sopportato, economicamente e simbolicamente, soltanto dai paesi debitori. Mentre le nuove istituzioni create per gestire la crisi debitoria europea, come l’Efsf (European Financial Stability Facility) continuano a far gravare l’onere e l’onta degli squilibri sui paesi debitori, l’istituzione di una camera di compensazione europea consentirebbe di ripartire equamente l’onere dell’aggiustamento fra creditori e debitori.</p>
<p><strong>Sta parlando di un’Europa senza euro?</strong><br />
No, la mia proposta non è affatto di abolire l’euro, ma anzi di difenderlo dai suoi stessi difetti, che oggi rischiano di portarlo alla dissoluzione. E, per far questo, occorre che sia affiancato, non sostituito, dalle monete nazionali, e magari anche da monete regionali e locali. Così l’euro potrebbe essere davvero soltanto un mezzo di scambio, per agevolare il commercio europeo. Ma, al tempo stesso, le economie locali potrebbero tornare ad avere una moneta adeguata e una reale autonomia politica, senza rinunciare all’apertura verso l’esterno. Altrimenti continueremo a sacrificare ogni comunità in nome della Comunità Europea, salvo poi sacrificare la Comunità Europea in nome del mercato globale.</p>
<p><strong>Ma è una strada percorribile quella che propone?</strong><br />
Dal mio punto di vista, è l’unica via d’uscita plausibile da una situazione in cui gli stati hanno sempre meno margini di manovra e i mercati hanno sempre meno contatto con la realtà. A differenza di quattro anni fa, non possiamo più fare affidamento sull’intervento pubblico. Oggi l’alternativa a una riforma radicale non è l’intervento dello stato in economia, ma l’interferenza sempre più cogente e pervasiva del mercato finanziario nella vita politica. Infatti, stante l’attuale forma delle istituzioni economiche, l’unica politica concessa è quella che viene giudicata adeguata dal mercato finanziario, indipendentemente dal suo contenuto. E che cosa vuole il mercato? Niente di chiaro e definito. Vuole soltanto essere rassicurato. Le manovre dei nostri governi possono essere opportune e risolutive, oppure insensate e controproducenti, ma, in ogni caso, se il mercato le reputa adeguate, ricomincia ad acquistare i nostri titoli, i rendimenti scendono, e noi siamo salvi. Come l’autocrate totalitario descritto da Koestler, il mercato ha sempre ragione, purché non si metta mai in dubbio la sua parola, anche se dovesse dichiarare ad ogni istante una verità nuova.</p>
<p><strong>Nicolo&#8217; Cavalli 24 anni. Ha trovato un ottimo motivo per non radere al suolo la Bocconi.  Siccome pero&#8217; ci studia pure lui, forse in fin dei conti, vale la pena raderla al suolo uguale.</strong></p>
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		<title>[Cose da non fare] Morire per il Debito</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 21:12:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalla redazione...]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[I nostri osservatori alla ricerca di talenti sudamericani hanno pescato questo ottimo pezzo di Daniele Scalea, questo ragazzo di 26 anni a cui, più che augurare un radioso futuro,  viene voglia di celebrarne il glorioso passato. Voi leggetelo e se vi piace, fate Like qui. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, il socialista francese Marcel Deat… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/cose-da-non-fare-morire-per-il-debito/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I nostri osservatori alla ricerca di talenti sudamericani hanno pescato questo ottimo pezzo di Daniele Scalea, questo ragazzo di 26 anni a cui, più che augurare un radioso futuro,  viene voglia di celebrarne il glorioso passato. Voi leggetelo e se vi piace, fate Like <a href="http://www.facebook.com/pages/Morire-per-il-debito/256340084396118">qui</a>.</strong></p>
<p><em>Alla  vigilia della Seconda Guerra Mondiale, il socialista francese Marcel  Deat si chiedeva se valesse la pena “morire per Danzica”. Parafrasando  le sue parole, oggi gl’Italiani dovrebbero domandarsi se valga la pena  “morire per il debito”. Perché la sorte che si profila per il nostro  paese è tutt’altro che rosea. A meno di prendere scelte coraggiose che  possono cambiare il corso della nostra storia…</em></p>
<p>Il  recente attacco speculativo allo Stato ed alle banche italiane ha  portato, per riprendere la formulazione ripetuta da molti commentatori,  ad un <em>commissariamento</em> del nostro paese da parte di potentati esteri. La Banca Centrale Europea (BCE), <a href="http://www.repubblica.it/economia/2011/08/06/news/bce_crisi_cavaliere-20092726/" target="_blank">d’accordo con USA, Francia e Germania</a>, ha cominciato ad acquistare titoli di debito pubblico italiano sul mercato, ma chiedendo in cambio pesanti contropartite.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/moriredebito.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4883" title="moriredebito" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/moriredebito.jpg" alt="" width="180" height="243" /></a></p>
<p>La  “politica di risanamento” che la BCE pretende dall’Italia nasconde dei  palesi secondi fini, e non potrebbe essere altrimenti vista la regia –  neppure tanto occulta – di potenze estere nella vicenda. L’ormai famosa <a href="http://www.corriere.it/economia/11_agosto_08/lettera-trichet_238bf868-c17e-11e0-9d6c-129de315fa51.shtml#.Tj-4r6detR4.facebook" target="_blank">lettera di Jean-Claude Trichet e Mario Draghi</a> a Berlusconi è rivelatrice in tal senso. Il duo rappresentante della  BCE avrebbe infatti indicato come misura prioritaria la privatizzazione  del patrimonio pubblico italiano.</p>
<p>Ora,  non esiste un singolo esempio storico in cui le privatizzazioni abbiano  portato ad una significativa riduzione del debito d’uno Stato. Il caso  italiano dei primi anni ’90 è significativo. Allora lo Stato procedette,  tra le altre cose, alla dismissione di una mega-corporazione  industriale-finanziaria, l’IRI: la settima maggiore società al mondo per  fatturato, che a lungo era stata la più grande azienda al di fuori  degli USA. Ebbene, <a href="http://www.conflittiestrategie.it/2011/08/04/il-sacco-d%E2%80%99italia-%E2%80%93-giacomo-gabellini/" target="_blank">l’erario incassò in totale 198.000 miliardi di lire, pari ad appena l’8% del debito pubblico (2.500.000 miliardi di lire)</a>. Se sollievo vi fu, fu di breve durata, perché oggi il debito pubblico italiano è di <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2011/agosto/13/Debito_pubblico_record_Sfonda_quota_co_8_110813031.shtml">oltre 1.900 miliardi di euro</a>, ossia quasi 3.700.000 miliardi di vecchie lire.</p>
<p>Mario  Draghi dovrebbe conoscere bene questo caso, dal momento che all’epoca  delle privatizzazioni degli anni ’90 era direttore generale del Tesoro e  partecipò alla tristemente nota riunione sul panfilo “Britannia” di Sua  Maestà la Regina d’Inghilterra. Dovrebbe ricordarsi anche di come le  privatizzazioni (che già erano cominciate negli anni ’80) abbiano  portato, alfine, al declino industriale dell’Italia. Infatti, cosa  rimane oggi di quell’Italia in cui la <em>Olivetti </em>produceva calcolatori elettronici (oggi noti come <em>computer</em>, proprio perché noi uscimmo anzitempo dal settore lasciandolo in mano agli anglosassoni) o in cui la <em>Montedison</em> era all’avanguardia nella sperimentazione degli organismi geneticamente  modificati? Queste amare considerazioni potrebbero spingerci a farne  d’ancora più aspre circa la scelta del governo Berlusconi di barattare  con Sarkozy la Libia e la <em>Parmalat</em> pur d’avere il via libera francese alla nomina di Draghi a prossimo presidente della BCE: <a href="http://www.eurasia-rivista.org/%C2%ABberlusconi-rientrato-nel-solco-della-tradizione-diplomatica-italiana%C2%BB-d-scalea-allirib/9284/">in tempi non sospetti notevamo che l’ex dirigente di </a><a href="http://www.eurasia-rivista.org/%C2%ABberlusconi-rientrato-nel-solco-della-tradizione-diplomatica-italiana%C2%BB-d-scalea-allirib/9284/"><em>Goldman Sachs</em></a><a href="http://www.eurasia-rivista.org/%C2%ABberlusconi-rientrato-nel-solco-della-tradizione-diplomatica-italiana%C2%BB-d-scalea-allirib/9284/"> appare più vicino alla finanza anglosassone che al sistema economico italiano</a>.</p>
<p>Ma  se le privatizzazioni sono inefficaci, perché Trichet e Draghi, ma  anche le cosiddette “parti sociali” italiane (Confindustria e  sindacati), pongono l’enfasi su di esse? Probabilmente perché rimangono  oggi alcuni bocconi ghiotti, aziende solide ed in attivo come ENI, <em>Finmeccanica</em> e <em>Poste Italiane</em>.  Aziende che sono però strategiche per lo Stato italiano, perché  operative, rispettivamente, in settori come l’approvvigionamento  energetico, la produzione d’armamenti, la banca e le comunicazioni.</p>
<p>Al di là della preoccupante prospettiva di perdere il controllo d’industrie strategiche, lasciando in futuro settori <em>vitali</em> dell’economia e della potenza italiana in mano altrui, la “politica di  risanamento” impone altri pesanti oneri e sacrifici alla società: la  finanziaria recentemente annunciata dal Governo ne è un chiaro esempio.</p>
<p>La  logica, ancora una volta, è quella di spostare la ricchezza dai  produttori agli speculatori, ossia dai cittadini lavoratori ed  imprenditori alle banche ed ai giocatori di borsa, dal profitto e dai  salari alla rendita. È la stessa logica insita nel <em>quantitative easing</em> perseguito negli USA, ma risponde ad una tendenza di più lungo periodo,  quella della finanziarizzazione dell’economia occidentale, in cui per  l’appunto la rendita e la speculazione hanno preso il sopravvento  sull’economia reale e produttiva. Il professore Steve Keen, economista  australiano, ha parlato del <a href="http://www.washingtonsblog.com/2011/07/big-banks-are-waging-warfare-against.html" target="_blank">«più grande trasferimento di ricchezza della storia»</a>. L’economista statunitense Dean Baker ha scritto di una <a href="http://www.washingtonsblog.com/2009/02/leading-economist-says-true-purpose-of.html" target="_blank">«</a><a href="http://www.washingtonsblog.com/2009/02/leading-economist-says-true-purpose-of.html" target="_blank">massiccia redistribuzione del reddito agli azionisti ed agli alti dirigenti delle banche</a><a href="http://www.washingtonsblog.com/2009/02/leading-economist-says-true-purpose-of.html" target="_blank">»</a>. Gli economisti Hossein Askari e Noureddine Krichene hanno affermato che <a href="http://books.google.com/books?id=YZXWUc0QP5YC&amp;printsec=frontcover&amp;hl=it#v=onepage&amp;q&amp;f=false">«</a><a href="http://books.google.com/books?id=YZXWUc0QP5YC&amp;printsec=frontcover&amp;hl=it#v=onepage&amp;q&amp;f=false">il potere d’acquisto è sottratto a lavoratori, pensionati e correntisti e donato a debitori e speculatori</a><a href="http://books.google.com/books?id=YZXWUc0QP5YC&amp;printsec=frontcover&amp;hl=it#v=onepage&amp;q&amp;f=false">»</a>.</p>
<p>Non  si tratta solo d’un problema di equità o iniquità, ma anche di  efficienza e pragmatica. Gli stessi padri del liberismo, gli economisti  politici classici dell’Inghilterra sette-ottocentesca, sottolineavano il  ruolo negativo giocato dalla rendita nella crescita economica.  Politiche che favoriscono la rendita sul profitto e sul salario, la  speculazione sulle attività produttive, sono del resto cominciate ben  prima della crisi del 2008, in parallelo con la finanziarizzazione (e  deindustrializzazione) dell’economia occidentale.</p>
<p>Misure di “risanamento” che, per salvare speculatori e <em>rentier</em>,  colpiscono i produttori, finiscono col dilapidare il capitale umano  della nazione. Pensiamo ai tagli al sociale: un cittadino meno istruito e  meno sano apporta minore beneficio alla nazione. Inoltre, il pericoloso  sommarsi di riduzione dei servizi ed aumento della pressione fiscale  genera malcontento, ed i recenti esempi dei paesi arabi,  dell’Inghilterra e della Francia dovrebbero far suonare un campanello  d’allarme. L’inasprirsi del conflitto sociale e l’esplodere di tumulti  raramente è una buona notizia per un paese, quasi mai lo è per la sua  economia.</p>
<p>Inoltre,  la diminuzione della spesa pubblica può incidere negativamente, oltre  che sui servizi, anche sugl’investimenti produttivi, come la costruzione  di nuove infrastrutture. Non si vuol qui negare l’opportunità di  ridurre la spesa pubblica, ma si contesta che, lungi dal puntare agli  sprechi, si opti per tagli salomonici, e che le ristrettezze di bilancio  siano dettate e commisurate agl’interessi da pagare ai <em>rentier</em>.</p>
<p>Il  rischio è che, se tra qualche decennio l’Italia avrà interamente pagato  il suo debito, l’avrà però fatto a costo dell’immobilismo e della  stagnazione, ritrovandosi così retrocessa nel “secondo mondo”, o  addirittura più indietro.</p>
<p>Alternative possibili ci sono, benché se ne parli di rado. <a href="http://www.eurasia-rivista.org/e-se-non-pagassimo-il-debito/10644/" target="_blank">Salvatore Cannavò è uno dei pochi giornalisti ad averne proposta una</a>:  ricorrere alla tesi del “debito illegittimo” dell’economista francese  François Chesnais per disconoscere o rinegoziare una parte del debito,  come fatto dall’Ecuador nel 2007. Nel 2005 l’Argentina fece di più,  ristrutturando per intero il proprio debito: ossia rinegoziando  gl’importi e gl’interessi coi creditori, di fronte all’oggettiva  impossibilità di ripagarlo per intero. Si tratta di provvedimenti più  moderati del puro e semplice “<em>default</em> sovrano” (ossia la bancarotta e la cancellazione <em>tout court</em> del debito), ma non meno efficaci.</p>
<p>Ristrutturare  il debito non ha avuto che effetti benefici sui paesi che l’hanno  fatto. L’Ecuador nel 2008 fece segnare una crescita record del PIL per  il paese, pari al 6,5%, ed anche dopo il duro colpo della crisi mondiale  oggi cresce d’oltre il 3% l’anno. Dal 2006 ad oggi il PIL pro capite  del paese è cresciuto d’oltre il 70%, e la popolazione sotto la soglia  di povertà è diminuita di quasi il 15%. In Argentina la crescita del PIL  post-ristrutturazione si è assestata attorno al 9% e, dopo il  rallentamento in coincidenza con la crisi mondiale, è tornata al 7,5%.  Il reddito pro capite dal 2004 ad oggi è cresciuto di quasi un quinto.  Dal 2004 al 2010 la popolazione sotto la soglia di povertà è passata dal  44,3% al 13,9%.</p>
<p>A  titolo di raffronto, dal 2004 in Italia il reddito pro capite è  aumentato solo del 10%, il PIL è cresciuto, quando è cresciuto, di poco  più dell’1% all’anno. Nella Grecia catturata dalla spirale debitoria un  quinto della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il reddito pro  capite è in calo dal 2007, il PIL è sceso del 2% nel 2009 e del 4,5%  nel 2010.</p>
<p>Alla  luce di questi dati, non resta che da domandarsi: chi vuole imitare  l’Italia? La Grecia e le sue ferali prestazioni economiche, oppure  l’Argentina che, sgravatasi dal peso del debito pubblico, sta crescendo a  ritmi “cinesi”?</p>
<p><strong>a Daniele Scalea avevamo chiesto una &#8220;piccola presentazione&#8221;. Questa è la sintesi di quello che ci ha mandato <img src='http://www.labouratorio.it/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' /> </strong></p>
<p><strong>sono nato a Cannobio (sul Lago Maggiore, nella &#8220;abolenda&#8221; provincia di  Verbania) il 7 marzo 1985. Mi sono laureato in Scienze storiche  all&#8217;Università degli Studi di Milano. Sono nella redazione della rivista  di studi geopolitici &#8220;Eurasia&#8221; fin dalla sua nascita, ossia  dall&#8217;autunno 2004. Nel 2010 dall&#8217;esperienza di &#8220;Eurasia&#8221; è  nato l&#8217;Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie  (IsAG), il cui scopo è diffondere lo studio della geopolitica, delle  relazioni internazionali e delle scienze strategiche, e sensibilizzare  l&#8217;opinione pubblica ed i dirigenti nazionali ai risultati di tale  studio. L&#8217;IsAG ha &#8220;Eurasia&#8221; come sua rivista ufficiale, cura altre  pubblicazioni cartacee, amministra un programma di stage per giovani  laureandi o neolaureati, organizza conferenze e seminari ad accesso  libero e gratuito in giro per l&#8217;Italia. Io servo nell&#8217;IsAG, di cui sono  uno dei soci fondatori, come segretario scientifico. Sono autore di:  &#8221;La sfida totale. Equilibri e strategie nel  grande gioco delle potenze mondiale&#8221; (Fuoco, Roma 2010), un quadro  generale dell&#8217;attuale situazione geopolitica, e &#8211; assieme a Pietro Longo  &#8211; &#8220;Capire le rivolte arabe. Alle origini del fenomeno rivoluzionario&#8221;  (Avatar/IsAG, Dublin-Roma 2011). </strong></p>
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		<title>[Il Grande Bluff] Dacci oggi la nostra manovra quotidiana…</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 21:04:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Del Giudice</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Solo poche settimane or sono, sorridente e provato come una popolana dopo il parto, il buon Tremonti annunciava il gran lavoro fatto dal governo per confezionare una normativa anti-crisi che mettesse in sicurezza i conti dello Stato e togliesse spazio ai dubbi ed alle perplessità dei maestri dell’Eurozona. Lacrime e sangue,ma senza fare troppo chiasso e permettendosi ,soprattutto, di andare avanti come prima, col premier già pronto a partire per Villa Certosa e tutti i boiardi del regime armati di paletta e secchiello per correre al mare a mostrar le chiappe chiare.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/trichet-jean-claude.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4885" title="trichet-jean-claude" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/trichet-jean-claude.jpg" alt="" width="500" height="382" /></a><br />
Ma ecco, nel bel mezzo della demilanesizzazione del Tremonti, sempre più indigesto a vecchi e nuovi alleati, che il governo riceve una lettera, un po’ come il ragazzo di Morandi che amava i Beatles ed i Rolling Stones: tutto sbagliato, tutto da rifare, ma il problema è che la bocciatura della politica economica del governo italiano non viene dalla buon’anima di un Bartali polemico ma genuino, bensì dal combinato giudizio, espresso con i congiuntivi a posto e l’inchiostro avvelenato, di un consesso non ben precisato di politici e tecnici delle altissime istituzioni europee ed avvalorato dalle firme illibate e prestigiose di Trichet e Draghi. Insomma, la manovra appena sfornata ha lacrime di coccodrillo e sangue anemico, perché se l’Italia ha i conti a posto per il presente e l’immediato domani, il suo debito pubblico resta allarmante: soprattutto, nessuno riesce a varare le riforme strutturali promesse da almeno venti anni a questa parte e nulla sembra in grado di porre un freno alla straripante produzione di debito pubblico.<br />
In condizioni normali,ossia prima del varo dell’Unione Europea e della moneta unica, un governo democristiano doc della Prima Repubblica avrebbe sfanculato senza ritegno i censori d’oltralpe e sarebbe andato serenamente al mare , salvo eventualmente cadere al rientro su una qualsiasi leggina per depenalizzare il furto con destrezza delle galline padovane. Ma ora non si può più : no,ora c’è il trattato di Maastricht,c’è quel cavolo di euro che ti impedisce di diluire il debito svalutando la lira, ma soprattutto c’è quella porcata di mercato finanziario globale che ti ricatta con la pistola della speculazione piantata sulla tempia. Uffff….ma non potevano giocare con i titoli del debito pubblico americano, che tanto Obama ha le spalle larghe ed è pure “ abbronzato” ? Neanche per idea ed ecco allora che al Cavaliere spompettato ed ai suoi “ministri per caso” tocca far finta di mostrarsi duri e cazzuti di fronte al Paese che non va in ferie per insufficienza di pecunia : meglio mostrare a tutti con quale alacrità il governo si rimette al lavoro in pieno agosto e glissare sul fatto che la manovra sfornata appena poco tempo prima è stata sostanzialmente un buco nell’acqua.<br />
Il guaio,però,è che la nuova manovra , intrisa di ancor più lacrime ed ancor più sangue, ha gli stessi difetti della vecchia,nel senso che raschia il barile per raggranellare il più possibile, ma in compenso parla genericamente di privatizzazioni e liberalizzazioni senza indicarne con precisione una , quasi che tutto il problema consista nel riuscire a vendere la Fontana di Trevi un po’ meglio di quello che facevano Totò e Peppino in una vecchia pellicola. E i costi della politica? E i costi della macchina statale farraginosa e sprecona? Semplice, si tagliano le province, anzi no, si tagliano se ce le fanno tagliare, se Bossi è d’accordo e Casini ci mette una buona parola con Formigoni mentre Alemanno tiene buona la Polverini. Del resto,non si sono spostati tre ministeri in Lombardia lasciandoli a Roma a seconda dei casi ? Dove sta il problema? Intanto decretare un’abolizione non costa nulla ,poi vedremo il da farsi,anche perché nel frattempo il popolo bue concentra l’attenzione sui prezzi del ristorante del Senato…<br />
Intanto,però, la finanza locale è allo stremo ed i servizi pubblici,molti dei quali dovranno essere privatizzati ,verranno inesorabilmente meno nel prossimo futuro, anche perché il governo ha soppresso l’unica tassa veramente federalista del nostro ordinamento,quella vecchia ICI che assicurava ai comuni un gettito costante nel tempo e permetteva di pianificare la copertura delle spese correnti .Ma siccome il codice civile ed il buon senso dicono che una municipalizzata va venduta così com’è,ossia debiti compresi, siamo sicuri che basti un decreto per garantire che ci sarà qualcuno che vorrà investire i propri soldi in aziende municipalizzate col personale in esubero e commercialmente decotte ? Poco male: si rimedia con una patrimoniale ? No,gli industriali e Berlusconi non vogliono,meglio inventarsi una tassazione sui redditi da novantamila euro in su,anche perché l’Italia è pur sempre fondata sul lavoro e del resto non c’è contribuente migliore di chi già paga : l’importante è non colpire patrimoni di quei babbei che non hanno ancora portato i milioni ereditati e non tassati in Svizzera e non hanno intestato gli immobili a qualche società con sede a San Marino o nelle isole Cayman.<br />
Tutto, insomma,resta come prima, alla faccia di Draghi, del trattato di Maastricht e dell’Europa,ma soprattutto alla faccia degli italiani,cui abbiamo impedito di andare in pensione a 65 anni come tedeschi e danesi , per la gioia dei sindacati, ma cui sostanzialmente impediremo di avere una pensione, a differenza di tedeschi e danesi, per la gioia di un sistema previdenziale che somiglia sempre di più ad un gratta e vinci. Ma queste sono quisquilie, pinzillacchere: il Cavaliere spompettato riparte sorridente per Villa Certosa, i ministri ed i deputati corrono al mare e Tremonti se ne torna a Sondrio per riflettere e capire se sarà più opportuno dimettersi a fine mese o dopo il dibattito parlamentare che dovrà decidere in merito all’arresto di Milanese. Intanto, però, dai quartieri alti delle istituzioni europee hanno espresso un formale gradimento per la manovra balneare, ma lasciando pur sempre intendere che non si fidano e ci tengono d’occhio. Forse, anche stavolta, Totò e Peppino avrebbero fatto una figura migliore: loro, almeno, facevano ridere&#8230;</p>
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