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	<title>Labouratorio &#187; comunicazione</title>
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	<description>Magazine di sperimentazione alchemica per una generazione che non c&#039;è</description>
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		<title>[Regimi] Contro la tirannia della maggioranza</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 13:13:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Alessandro della Casa Nel dibattito politico attuale, soprattutto nel nostro Paese, due sono i termini maggiormente in voga – democrazia e libertà – al punto che i due maggiori partiti italiani ne contengono nel nome i riferimenti. In realtà, soprattutto dopo la svolta dell’Ottantanove sono ben pochi i soggetti che intendono rinunciare a qualificarsi come… <a href="http://www.labouratorio.it/2009/10/13/regimi-contro-la-tirannia-della-maggioranza/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignright size-thumbnail wp-image-2007" style="margin: 5px;" title="regime1" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2009/10/regime1-150x150.png" alt="regime1" width="100" height="100" />di Alessandro della Casa</strong></p>
<p>Nel dibattito politico attuale, soprattutto nel nostro Paese, due sono i termini maggiormente in voga – democrazia e libertà – al punto che i due maggiori partiti italiani ne contengono nel nome i riferimenti.<br />
In realtà, soprattutto dopo la svolta dell’Ottantanove sono ben pochi i soggetti che intendono rinunciare a qualificarsi come “liberali” o “democratici” e, come è noto, quando un aggettivo diventa onnicomprensivo si trasforma in un vuoto simulacro da ‘idolatrare’, come ha affermato Zagrebelsky.<br />
<span id="more-2016"></span>A conferma dello stato di salute malfermo della nostra democrazia e dei suoi fondamenti liberali vi sono le vicende occorse in Italia negli ultimi anni. Si è assistito ad uno svuotamento della rappresentanza, con l’abolizione delle preferenze e liste bloccate scelte dalla nomenklatura delle formazioni politiche, mentre si è tentato di riservare alle maggioranze parlamentari, supporto dei governi, la decisione su temi riguardanti esclusivamente la sfera strettamente privata dell’individuo.<br />
Soprattutto in questo secondo ambito, quello dei cosiddetti “temi sensibili”, la contrapposizione è stata inficiata da accuse particolarmente infamanti rivolte, in nome di una ‘vera etica’ (cioè quella dettata dalla Chiesa cattolica), nei confronti di coloro che sostenevano tesi “liberali”, tacciati di “immoralità” e “nichilismo” nel migliore dei casi, di intenti “eugenetici” – e quindi riconducibili al nazismo – nel peggiore.<br />
Chi ha realmente a cuore i principi liberali, però, sa bene che quando l’istituzione statale avoca a sé il diritto di detenere la Verità o di scegliere la condotta di vita privata dei propri cittadini, la libertà individuale è messa seriamente in pericolo. Si fanno strada il paternalismo e lo ‘Stato etico’, la società è sottoposta ad un appiattimento generale che lambisce l’omologazione.</p>
<p>Anche le accuse governative che vengono rivolte alla stampa critica nei confronti dell’esecutivo, nonché l’accentramento del controllo dei media, del “quarto potere”, che si registra in Italia minano quelli che sono tra i presupposti fondamentali della democrazia: l’antagonismo, la libera dialettica delle idee, l’eguale partecipazione alle scelte.</p>
<p>In un saggio che ho scritto e che è recentemente uscito – Contro la tirannia della maggioranza. La democrazia secondo John Stuart Mill (ed. il Prato, Saonara, 2009) – ho analizzato come, sin dagli albori della democrazia moderna, i filosofi non pregiudizialmente avversi al modello politico-sociale che sorgeva in America, né suoi acritici sostenitori, paventassero il rischio che, lasciato a se stesso, il sistema liberaldemocratico potesse trasformarsi in una “mediocrazia”, un dominio incontrastato di una massa dalle impostazioni e dai gusti uniformati – spesso ‘verso il basso’, se non propriamente retrivi – che avrebbe potuto aprire la strada al governo senza controllo “d’un seul”, di un demagogo o un “meneur de foules” abile nello sfruttare il passivo individualismo radicato in una società borghese, composta di cittadini interessati solo al “money getting”.</p>
<p>La “tirannia della maggioranza” da cui dapprima Tocqueville, poi Mill, mettevano in guardia sarebbe stata caratterizzata proprio da un’opinione pubblica omologata e legata alle consuetudini, guardinga nei confronti di ciò che reputa essere estraneo e nuovo, quindi incapace di mettere in dubbio le verità consolidate e di sottoporle alla critica di intellettuali di minoranza. Il destino di questi pensatori solitari – i “matti” che mandano avanti il carro del progresso della civiltà, come scriveva Ernesto Rossi – d’altra parte, sarebbe stato quello di scegliere tra l’esclusione dalla società e l’assimilazione al pensiero dominante.<br />
Mentre il filosofo francese auspica, per evitare questo rischio, la permanenza di un ruolo di contrasto per gli aristocratici –  dimostrando in tal modo una, mai rinnegata, posizione conservatrice –, l’allievo di Bentham propone dei rimedi, basati sulla diade education e participation, che risulterebbero utili anche ai giorni nostri: il potenziamento della formazione scolastica e culturale per creare una società che abbia una maggiore conoscenza e ampiezza di vedute, una stampa libera e un sistema politico proporzionale che permetta l’elezione anche ai candidati non legati ai diktat dei partiti. Tutto ciò, però, innestato in un sistema che lasci ampio spazio alle libertà individuali e agli ‘eretici’, visti non come eversori dell’ordine, ma portatori di un senso “non comune” e quindi di punti di vista inusuali e, magari, di porzioni di verità nascoste agli occhi dei più e indispensabili per il progresso sociale e civile.</p>
<p>Molto probabilmente diverse delle evoluzioni nefaste previste da Mill si sono avverate, nel nostro Paese come nelle altre democrazie. Ciò non significa che la liberaldemocrazia sia un modello corrotto alla base, ma di certo che è stato profondamente tarlato dalla generale disattenzione e dalla preferenza per gli interessi di parte. Continuare a mantenere aperto il dibattito su questi temi e proporsi sempre come irriducibili critici delle consuetudini e delle verità ufficiali sarebbe già un primo indispensabile passo per rivitalizzare e far progredire la nostra società.</p>
<p><em><strong>Alessandro Della Casa _ Viterbese classe ’83, “eterno studente” di lettere moderne, ha speso un sacco di soldi per libri, donne e sigari toscani&#8230;il resto l&#8217;ha sperperato.</strong></em></p>
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		<title>[Welcome to the Jungle] Insicurezze post-moderne</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Sep 2008 11:20:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrew Nat</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Ci dicono continuamente che nessuno è al sicuro ma questo lo sapevo già e non è mai stata una buona scusa per barricarmi dentro casa la tele accesa e la porta chiusa”. Ultimamente stavo sentendo questa canzone alla radio &#8211; sapete di quelle radio commerciali che noi snob della musica d’elite non ascoltiamo – che proponeva… <a href="http://www.labouratorio.it/2008/09/23/welcome-to-the-jungle-insicurezze-post-moderne/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-691" title="welcometothejungle" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2008/09/welcometothejungle.png" alt="" width="371" height="205" /></p>
<p>“Ci dicono continuamente che nessuno è al sicuro ma questo lo sapevo già e non è mai stata una buona scusa per barricarmi dentro casa la tele accesa e la porta chiusa”. Ultimamente stavo sentendo questa canzone alla radio &#8211; sapete di quelle radio commerciali che noi snob della musica d’elite non ascoltiamo – che proponeva nel testo un non so che di intelligente e di graffiante.<br />
La canzone mi ha colpito, non solo per il ritmo tribale e coinvolgente, ma proprio le parole con cui si attacca questa povera società martoriata. Il testo in questione è tratto dalla nota canzone Safari di Jovanotti,  non che sia un estimatore dell’artista, ma quando qualcuno propone delle idee originali abbinate a una lirica molto sentita, allora scatta nel pensiero dell’ascoltatore un momento di riflessione. Il tema trattato da Jovanotti non è di semplice risoluzione, anche perché numerosi studiosi (filosofi, sociologi etc…) hanno dibattuto sulla poca fiducia che ogni individuo ha ‘nell’altro’.</p>
<p><span id="more-690"></span>La fiducia è alla base del ragionamento, dato che se questa viene a mancare, tutto si tramuta in un eccesso d’insicurezza che inevitabilmente porta a non uscire dalle proprie mura domestiche, perché non si conosce realmente chi ci stia accanto. L’uomo, però, è animale sociale e rimanendo dentro casa si priverebbe della sua caratteristica migliore: la comunicazione. Come può allora comunicare dentro casa? Ci sarebbero tre modi : il telefono, la televisione e internet. Internet è un modo di comunicare che  permette all’individuo di interagire con il mezzo in maniera dinamica ed attiva, ma è ancora una prerogativa giovanile; mentre il telefono e la televisione sono ancora largamente usati dai più anziani.</p>
<p>Essendo quindi ancora un mezzo diffusamente seguito dalle persone, allora molte di esse sono altamente influenzabili, dato che  questo mezzo di comunicazione ‘spara’ idealmente delle informazioni che vengono meccanicamente inglobate nel sistema valoriale del soggetto che ne sta usufruendo. La comunicazione che s’instaura tra l’individuo-fruitore e il mezzo è un sistema passivo e statico, nel quale si è in balia di chi controlla il flusso di notizie. Se riprendiamo il concetto di solitudine dell’individuo nella propria casa, di cui facevo riferimento prima, si comprende come egli debba – per forza di cose- fidarsi dell’unico collegamento con la realtà esterna che abbia in casa,  diffusamente usato. L’esterno come appare agli occhi dell’individuo sicuro in casa? La televisione – in particolare i telegiornali- in pochi minuti ci da una visuale del mondo esterno disgregato e rarefatto, poiché si sofferma su singoli eventi che hanno caratterizzato la giornata. L’opinione di ogni persona, nel vedere queste scene di morte e di distruzione, è quella di non fidarsi del mondo esterno perché pericoloso. Se sommiamo questi singoli giudizi di valore, capite bene che si crea un’opinione pubblica che ammette un concetto di società insicura e negativa.</p>
<p>Come accade tutto questo?<br />
Questo sentire comune nelle società occidentali post-moderne &#8211; ovvero le democrazie occidentali e i paesi industrializzati e più progrediti &#8211;  è stato analizzato molto bene da un sociologo di fama internazionale: Z. Bauman. I  temi eterogenei sui quali si sofferma sono all’ordine del giorno: la crescente preoccupazione per la criminalità, la fine dell&#8217;ideologia, il reddito minimo garantito e via discorrendo. Tutti però si inseriscono in una riflessione unitaria sul ruolo della politica e dell&#8217;autonomia dei soggetti nel mondo contemporaneo. L’asse portante di questa ‘teoria della società post-moderna’ è la Globalizzazione che ha spazzato via il ruolo pubblico e ha ingigantito la sfera privata. In uno dei suoi ultimi saggi “In search of politics”, la conseguenza più grave della globalizzazione e con essa del liberismo sfrenato (con l&#8217;avvento dell&#8217;economia post-fordista) è la scomparsa dello spazio pubblico: come direbbe Bauman “l&#8217;agorà è stata invasa dall&#8217;oikos”.</p>
<p>L’agora, che in epoca greca indicava la piazza principale, era il centro politico, luogo della democrazia per antonomasia, ma era contemporaneamente anche  il luogo del mercato e il centro economico della polis greca.  Oggi è stata ripresa come simbolo dell’azione pubblica, la cui funzione non è più assicurata da nessuno. Anzi teorie ‘molto all’avanguardia’ ci hanno demonizzato questo essere oppressivo (lo Stato) che schiacciava la libertà individuale e non permetteva quindi la piena realizzazione delle capacità umane. La grande opera di demolizione, che in economia ha raggiunto l’apogeo con le teorie liberiste, ha disgregato l’azione statale e la sua antica funzione di garante dei cittadini. Per Bauman infatti le nostre società sono dominate dalla ‘Insicurezza esistenziale’, quindi una “incertezza circa il proprio destino, sensazione che la propria persona si trovi costantemente in pericolo” tutto questo  costituisce una cornice nella quale gli individui trascorrono le loro vite, incapaci di organizzarle e di costruirsi un&#8217;identità. La conseguenza? Voglia di uno Stato forte, che si faccia sentire su vari problemi, voglia dunque di uno Stato che detti legge e che possa mantenere le speranze dei propri cittadini, ma soprattutto che gli risolva i problemi.</p>
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		<title>[LABOURACOULTURA] Antonio Rezza e Flavia Mastrella: Abbiamo deciso di diventare miti contemporanei</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jul 2008 19:04:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A cura di: ANTONELLO CRESTI Tempi disperati. Tempi di infertile decadènce…Nulla si staglia all’orizzonte che possa scrollare il torpore degli zombies che barcollano per le strade del mondo…L’unica differenza tra loro ed i morti sono i vermi che casualmente non affollano i corpi della categoria “semovente”! Come de-finire il lavoro concettuale che Rezza e Mastrella ci… <a href="http://www.labouratorio.it/2008/07/14/labouracoultura-antonio-rezza-e-flavia-mastrella-abbiamo-deciso-di-diventare-miti-contemporanei/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong>A cura di: ANTONELLO CRESTI</strong></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" style="border: 0px;" src="http://inoz.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/10627/Morto.gif" alt="" width="470" height="332" /></p>
<p style="text-align: left;">Tempi disperati. Tempi di infertile decadènce…Nulla si staglia all’orizzonte che possa scrollare il torpore degli zombies che barcollano per le strade del mondo…L’unica differenza tra loro ed i morti sono i vermi che casualmente non affollano i corpi della categoria “semovente”!<br />
Come de-finire il lavoro concettuale che Rezza e Mastrella ci propongono ?<br />
Difficile incasellarli in qualsiasi esiguo gregge,difficile pensare ad un semplice compiacimento estetizzante: a noi pare che questi due grandi artisti (?) siano i due massimi messaggeri di un mondo pensante che ne ha abbastanza di speranze e consolazioni: l’orizzonte che ci propongono è la radicale negazione di ogni utopica speranza.<br />
Rezza pur non essendolo (ma,ci chiediamo:cosa mai egli sarà?) è divenuto persino scrittore.<br />
Bompiani pubblica il nuovo “Credo in un solo oblio”, programmatico apice di letteratura letterata.<br />
Questo libro è un virtuosismo al di là della modalità,uno stream of consciousness libero da (fra)intendimenti di ordine intellettualistico.</p>
<p style="text-align: left;">Affascinati da questi messaggeri dell’apocalisse immanente abbiamo deciso di porre alcune domande a Antonio Rezza e Flavia Mastrella per cercare di capire,se mai c’è qualcosa da capire.<br />
Le parole,si intende,sono in totale libertà.<br />
<strong><br />
-Antonio ha affermato di interpretare i vostri spettacoli e i vostri lavori cinematografici per pura libidine.Mi chiedo se questa sia una libidine sfrenata e caotica o non si nutra essa di qualche progettualità perversa,ma precisa.</strong></p>
<p><strong>Rezza: </strong><em>Non ci può essere progettualità in una cosa che non so dove mi porterà.Non ci sono obiettivi,è l’opera che ci guida non viceversa. Per me è molto più importante quello che faccio di quello che sono. Senza l’illusione di poter inventare qualcosa mi sarei già ammazzato.</em></p>
<p><strong>-Dunque contempli l’idea di “creazione”</strong></p>
<p><strong>Rezza:</strong> <em>Essa è alla base di ogni mio pensare anche quando non faccio niente<br />
</em><strong>Mastrella:</strong> <em>Io ho semplicemente una esigenza di esprimermi. Però questa esigenza è una incognita senza forma né tempo: io mi sento semplicemente alla deriva.</em></p>
<p><strong>-Negli spettacoli che state portando avanti,mi sembra molto importante,vista l’organizzazione del proscenio,la diversa concezione dello spazio che vi anima.Potete darmi qualche ragguaglio?</strong></p>
<p><strong>Mastrella:</strong> <em>Io parlerei di non-spazio:uno spazio che lotta contro la convenzione. Cambiando continuamente l’allestimento scenico,abbiamo visto che la gente percepisce lo spettacolo come diverso ed infine,anche noi lo viviamo in maniera diversa.</em></p>
<p><strong>-Ricordo una frase del vostro film “Escoriandoli” (capolavoro uscito nel 1996) che dipinge così la realtà : “il paesaggio urbano è perfettamente modellato a misura di poveraccio”.<br />
C’è forse un anelito antimodernista nel vostro lavoro?</strong></p>
<p><strong>Rezza: </strong><em>Non penso di criticare la modernità,poiché non facciamo quello che NON c’è.Noi facciamo spettacoli solo per noi stessi.Dunque anche sfruttiamo lo spazio teatrale,pur detestandolo.</em></p>
<p><strong>-E’ forse un rito quello che fate?</strong></p>
<p><strong>Rezza:</strong> <em>Vista la sua rigorosità estrema certamente. Io penso che dovrebbero essere arrestati coloro che suscitano false emozioni in teatro.</em></p>
<p><strong>-Già! E invece l’unico arresto cui assistiamo regolarmente a queste recite di stato (res-citare) è quello cerebrale!</strong></p>
<p><strong>Rezza e Mastrella (all’unisono)</strong>: <em>Noi siamo alternativi a tutto!</em><br />
<strong>Mastrella:</strong> <em>I riferimenti alla realtà ci sono,ma sono così aberrati che semplicemente divengono un nuovo modo di essere.</em></p>
<p><strong>-“Il morto è l’espressione più alta del comunismo perché non ha reddito ed è uguale agli altri morti”. Un altro bersaglio della vostra ironia è la correttissima cultura alternativa di sinistra italiana. Vi chiedo allora: Che prezzo ha essere liberi in questo paese?</strong></p>
<p><strong>Rezza: </strong><em>Il prezzo è altissimo,semplicemente non ti fanno esprimere. Siamo costretti a combattere con una dialettica di distribuzione,cosa che non vorremmo fare. Ma ci va bene anche questo.</em><br />
<strong>Mastrella:</strong> <em>Non ci uccidono,ma ci perseguitano.Vorrebbero farci esprimere all’interno di una specie di bolla…Non vorrei che questo servisse a farci divenire servi del potere. </em><br />
<strong>Rezza:</strong> <em>No,io credo che il nostro lavoro possa sopravvivere a prescindere da costoro.Noi siamo due miti contemporanei.La gente che esce dai nostri spettacoli si sente liberata.</em></p>
<p><strong>-In effetti l’unico modo per dimostrare rispetto verso il pubblico è stupirlo, andare fuori dall’ovvio.</strong></p>
<p><strong>Rezza: </strong><em>Questo è anche l’aspetto più deteriore del nostro lavoro : il voler mostrare alla gente quanto siamo bravi. Invece una grande idea esiste a prescindere dal fatto che qualcuno venga  a conoscenza di essa. Ma del resto noi tra Santità e Mito abbiamo sc<span style="font-size: x-small; font-family: Arial;">elto il Mito.</span></em><br />
<strong>Mastrella: </strong><em>Il Mito è senza dubbio più fecondo! </em></p>
<p><strong>-Mi interesserebbe capire il tuo rapporto con la letteratura.Si sono fatti molti riferimenti,ma hanno una qualche consistenza? C’è del progetto? </strong></p>
<p><strong>Rezza: </strong><em>L’analfabetismo va difeso! Io non conosco una parola dei surrealisti,che sono stati scomodati!</em><br />
<em>Io scrivo perché sento la necessità,poi viene anche pubblicato,ma questo è un fatto secondario come abbiamo appena detto. </em></p>
<p><strong>-Avete qualche dichiarazione epocale da lasciare ai posteri? </strong></p>
<p><strong>Mastrella: </strong><em>Per carità…I posteri devono imparare a reggersi sulle proprie gambe e fare da soli! </em></p>
<p>E pensare che con la scusa di offrire “un mondo migliore a chi verrà” hanno fatto il deserto e l’hanno chiamato <em>pace…</em></p>
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		<title>[#14]Dai manganelli reali ai manganelli mediatici</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Mar 2008 23:08:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Cruciani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Numero 14]]></category>
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		<description><![CDATA[Labouratorio è fuori dagli schemi, ma ha dei valori in cui crede. Labouratorio è fuori dai partiti, ma con affetto ne segue uno che ha una storia gloriosa e un presente non propriamente brillantissimo. Labouratorio è fuori dalle logiche della militanza classica, ma è di per sè un pò militante. Labouratorio è fuori&#8230;e basta! Se fossimo… <a href="http://www.labouratorio.it/2008/03/17/14dai-manganelli-reali-ai-manganelli-mediatici/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2008/03/lab14m.jpg" alt="lab14m.jpg" align="right" border="0" hspace="10" vspace="10" /><strong>Labouratorio è fuori dagli schemi</strong>, ma ha dei valori in cui crede. <strong>Labouratorio è fuori dai partiti</strong>, ma con affetto ne segue uno che ha una storia gloriosa e un presente non propriamente brillantissimo. <strong>Labouratorio è fuori dalle logiche della militanza classica</strong>, ma è di per sè un pò militante. <strong>Labouratorio è fuori&#8230;e basta!</strong></p>
<p>Se fossimo catalogabili, lineari, conformisti, forse ora non saremmo neanche più qui a scrivere le nostre 4 &#8220;cazzatelle&#8221; settimanali. Forse saremmo già stati azzittiti, ammutoliti, censurati, da qualche &#8220;tentacolo&#8221; del mostro Veltrusconico che controlla alla perfezione i media.</p>
<p>Un controllo tale che definirei quasi una sorta di fascismo &#8220;silenzioso&#8221; del nuovo millennio: solo che allora si veniva picchiati con manganelli reali, ora i manganelli sono mediatici, che provocano un dolore subdolo, spesso non percepibile dal cittadino comune.  Noi quel dolore lo percepiamo forte e chiaro, e lo urliamo al mondo intero&#8230;</p>
<p>La chiusura di questa intro al numero 14 di Labouratorio è la citazione di un &#8220;Socialista Sano&#8221;, intervenuto sul sito <strong>AprileOnline.info</strong>:</p>
<blockquote><p><strong>1921-2008 e il disastro dei partiti inventati</strong></p>
<p><em>&#8220;Nel 1921 un gruppo di socialisti usciva dal PSI per fondare un nuovo partito, il partito comunista italiano alla Russa che non esisteva in Europa e esporta la sua ideologia in Europa e nel mondo. Nel 1921 un gruppo di agrari liberali fonda un partito nuovo il partito fascista che non esiste in Europa e mette a capo di questo partito un socialista espulso anni prima dal PSI e esporta la sua ideologia in Europa e nel mondo. I due nuovi partiti non hanno portato nulla di buono per l&#8217;italia per l&#8217;Europa e per il mondo intero. Nel 2008 un gruppo di comunisti e democristiani fonda un nuovo partito il partito democratico all&#8217;americana che non esiste in Europa. Nel 2008 a piazza S. Babila sul predellino di un&#8217;auto Berlusconi fonda un nuovo partito il partito del popolo delle libertà un partito che non esiste in Europa. Speriamo che i partiti nuovi del 2008 non siano come i partiti nuovi del 1921. Noi socialisti eravamo socialisti nel 1892 quando ci battevamo per gli sfruttati, nel 1915 quando non volevamo la guerra, nel 1921 quando volevamo il voto per le donne e la giornata di otto ore e eravamo manganellati e insultati dai partiti nuovi, nel 1923-1943 quando eravamo in esilio o nei lager e nei gulag, nel 1943-45 quando eravamo in montagna con la resistenza, nel 1946 quando volevamo la repubblica e la costituzione e la separazione tra stato e chiesa, nel 1963-76 quando si facevano le grandi riforme statuto dei lavoratori-diritto di famiglia-scuola per tutti-servizio sanitario nazionale-regioni-aborto-divorzio, e ora siamo ancora gli stessi mentre questi partiti nuovi del 2008 inesistenti in Europa usano i mass media di cui hanno il monopolio per manganellarci, un pò come nel 1921. Compagni la nostra storia è una storia limpida e coerente l&#8217;unica in questo nostro anomalo paese, possiamo essere fieri della nostra storia passata e di quella futura che sarà altrettanto limpida coerente e socialista&#8221;. </em></p></blockquote>
<p align="center"><em><strong>Ed ecco il sommario del Numero 14</strong></em></p>
<ul>
<li><strong><a href="http://www.labouratorio.it/?p=380">[Interviste]Qualche domanda ad Alessio Falconio</a></strong> &#8211; Danilo Di Matteo</li>
<li><strong><a href="http://www.labouratorio.it/?p=385">[Liberatorio]Il surrealismo di Veltrusconi</a></strong> &#8211; Andrea D&#8217;Uva<strong><a href="http://www.labouratorio.it/?p=385"><br />
</a></strong></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/?p=384"><strong>[Politicantes]Questa nuova politica fatta di regole incerte</strong></a> &#8211; Nicola Carnovale<a href="http://www.labouratorio.it/?p=384"><strong><br />
</strong></a></li>
<li><strong><a href="http://www.labouratorio.it/?p=382">[Socialists-1]Questione socialista: ripartiamo dal 15 aprile</a></strong> &#8211; Elio Capriati<a href="http://www.labouratorio.it/?p=382"><br />
</a></li>
<li><strong><a href="http://www.labouratorio.it/?p=389">[Socialists-2]L’avanguardia socialista alla guerra di liberazione</a></strong> &#8211; Andrea Pisauro</li>
<li><strong><a href="http://www.labouratorio.it/?p=394">[Socialists-3]Back to the future</a></strong> &#8211; Peppo<a href="http://www.labouratorio.it/?p=394"><br />
</a></li>
<li><strong><a href="http://www.labouratorio.it/?p=391">[Dalla Capitale dell’Impero]Aumentano le candidature a sindaco: sarà ballottaggio!</a></strong> &#8211; Andrea Natalini<a href="http://www.labouratorio.it/?p=391"><br />
</a></li>
<li><strong><a href="http://www.labouratorio.it/?p=387">Quotes of the Week! &#8211; 11/2008</a></strong> &#8211; Fabio Cruciani<br />
<h1 align="center"><a href="http://www.labouratorio.it/lab_pdf/Labouratorio_Num_Quattordici.pdf" target="_blank">Labouratorio: Numero 14</a></h1>
</li>
</ul>
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		<title>La politica che non t’immagini</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Dec 2007 23:05:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alvise Ferialdi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società  e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
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		<description><![CDATA[“Questi DS non sanno comunicare”. Questa, ricordo, fu la mia prima reazione quando alcuni anni or sono mi capitò di avvicinarmi al mondo della politica. Quello che subivo era il rito di un modello stanco e che non aveva più avuto la forza di rinnovarsi da quando, da piccino, seguivo mio padre nell’attività del PSI. Un… <a href="http://www.labouratorio.it/2007/12/10/la-politica-che-non-t%e2%80%99immagini/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.propaganda-tv.co.uk/images/propaganda_girl_1024.jpg" align="right" border="0" height="175" hspace="10" vspace="10" width="250" />“Questi DS non sanno comunicare”. Questa, ricordo, fu la mia prima reazione quando alcuni anni or sono mi capitò di avvicinarmi al mondo della politica. Quello che subivo era il rito di un modello stanco e che non aveva più avuto la forza di rinnovarsi da quando, da piccino, seguivo mio padre nell’attività del PSI. Un rito che si ripeteva inalterato, un lungo palco magari foderato di rosso, una serie di relatori allineati perfettamente con esso, una platea silenziosa (o poco rumorosa) ed unico elemento calamitante una bandiera di partito piegata e posta nell’angolo, un riferimento che negli ’80 aveva una forte valenza simbolica e connotativa, ma che oggi veniva ridotta a mero atto di presenza.</p>
<p>Erano gli anni dell’ascesa del berlusconismo e nessuno a Sinistra ne capiva i motivi del successo, tutti erano pronti a schierarvisi contro ma senza capire contro cosa. La Sini-stra da quel momento pagava il più alto prezzo alla sua “non-evoluzione”, e lasciava campo libero a chi invece da anni parlava la “stessa lingua” degli elettori.</p>
<p><span id="more-49"></span>Eppure lo schema non era nuovo, tutti dovremo sapere che qualsiasi società basa i propri rapporti attraverso una rete di relazioni comunicative, che garantiscono la circolazione dei &#8216;significati&#8217; e delle &#8216;informazioni&#8217;. Una rete dove il linguaggio costituisce ovviamente la componente principale, ma non solo nella sua forma di elementare di serbatoio lessicale, ma anche sotto l&#8217;aspetto della produzione di immagini. Prendiamo ad esempio il caso del mito classico nella società antica, vedremo che proprio questa struttura visiva occupava un ruolo centrale nell&#8217;universo discorsivo, trasformando queste figure in elementi determinanti nella vita sociale della comunità.</p>
<p>Ebbene, la politica per 40 anni è riuscita a rimanerne fuori, mentre la società si evolveva e ne abusava fino diventarne dipendente, la ragion di stato impediva che tale linguaggio si insinuasse nella loro corteccia, lasciandoli impermeabili al nuovo codice basato sulle immagini. Accadeva semplicemente al mondo politico quello che accade normalmente in una famiglia (forma elementare di &#8216;comunicazione&#8217; sociale), dove il cozzo generazionale genitori-figli è dovuto principalmente alla difficoltà di mediare fra il linguaggio e la produzione di immagini sviluppate da “modelli culturali” diversi. Accadeva (e accade tutt’ora) che il ritorno all’uso del culto del mito, del parlare per immagini e con le immagini, introduceva lentamente una diversa evoluzione antropologica, i figli realizzavano nel quotidiano un modello comportamentale con forme rituali, di racconto, di pubblica decisione diverse dai padri.</p>
<p>Diventa allora più comprensibile la scarsa efficacia di quel messaggio che subivo qualche anno or sono, dove il relatore alzandosi in piedi e guardando la platea, con con-vinzione affermò: “…dobbiamo parlare ai giovani, dobbiamo aprirgli le porte del partito…”. Un’affermazione certamente importante e di valore, ma che risulta sterile se prima quel interlocutore non dimostra la padronanza nell’utilizzare lo stesso linguaggio. Come risultano a somma zero, le operazioni di comunicazione delegata a terzi (tramite agenzie) altro non rappresentano che un rifiuto ed una incapacità nel voler imparare quella novità.</p>
<p>Oggi il berlusconismo sembra un’epoca passata e da nascondere in qualche cassetto della storia, ma sarebbe un errore non analizzarne i contenuti, non capire che per la prima volta in politica si è riusciti a riallacciare il linguaggio lessicale al linguaggio delle immagini. Accompagnare ad una riunione politica un volantino con una foto che ne riassume e ne sintetizza la volontà, equivale ad arrivare ad un maggior pubblico colpendone la sensibilità.<br />
Ritorniamo ancora per un momento a quell’incontro politico citato in apertura, e proviamo a pensare che lo scopo che si prefiggevano quel giorno fosse stata la presentazione di una “fase costituente”, ebbene se al centro della sala dietro ai relatori ci fosse stata una gigantografia di un bambino che sorride, significava aver trasmesso in pochi secondi almeno l’80% del messaggio, dandone al contempo prospettiva politica.</p>
<p>Affiancare le immagini al lessico politico, ma anche lavorare sulla “forma”, non deve passare come un tradimento verso l’elettorato, una forma di inganno subliminale. Ingentilire il messaggio con una immagine positiva, equivale a dialogare semplicemente e più velocemente con quella cosa che in gergo si chiama “immaginario collettivo”.</p>
<p>Oggi chi inizia una “nuova storia” deve assolutamente cogliere questa possibilità, evitando di bloccarsi alla sola efficacia del comunicare, ma spendersi per far diventare il linguaggio delle immagini un linguaggio proprio. Chi di noi non si ricorda la campagna di Rifondazione Comunista sulle primarie dell’Unione dove su un foglio post-it apparivano scritte a matita una serie di frasi legate alla visione politica di Bertinotti candidato alla guida della coalizione. Ebbene quel messaggio rappresentava di sicuro un buon lifting per una forza politica che aveva sempre dimostrato avversità verso l’innovazione, un messaggio attuale e fresco, ma che fini lì perché non fu mai metabolizzato dal popolo rifondarolo e non si trasformò mai in un linguaggio continuo, tornando ben presto all&#8217;immagine &#8220;strillata&#8221; .</p>
<p>Ecco allora la nostra isola vergine nel Mare Nostrum politico, un linguaggio da adottare e non solo da delegare, proviamo a pensare se in tutti i nostri dibattiti e in maniera solidale eliminassimo l’elemento separativo del palco e riproponessimo il modulo costituito dalle due panchine giustapposte come proposto a Roma durante la Conferenza Programmatica. Ebbene, riproporre questo “modo nuovo” in una prospettiva aperta e fortemente democratica, non ci sarebbe d’aiuto per sconfiggere quel muro invisibile tra Casta e cittadini? Non ci permetterebbe allo stesso tempo di offrire una partecipazione più confidenziale al dibattito? E per noi stessi, a casa nostra e nei nostri incontri, perché non evitare il rapporto settoriale palco-platea e dialogare democraticamente attorno ad un tavolo tondo? Risolvendolo magari solo disponendo le sedie a cerchio?<br />
Mi rendo benissimo conto che queste soluzioni apparentemente banali, risulterebbero di un’efficacia dirompente soprattutto se legate al fatto che saremo i primi a proporlo, i primi a manifestare anche “fisicamente” la volontà del cambiamento.</p>
<p>Dunque la nascita di un “nuovo progetto” deve sempre e comunque rispondere all&#8217;esigenza di stabilire un rapporto simbolico e diretto con la popolazione, deve cioè creare una struttura architettonica attraverso la quale contenere le diverse situazioni. L’interiorizzazione del linguaggio delle immagini e la trasposizione delle stesse nella carica simbolica del nuovo Logo deve poter entrare nella sfera più intima del singolo cittadino, solo comprendendo questo passaggio saremo in grado di giocare una delle carte più importanti nel prossimo scenario politico.</p>
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