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	<title>Labouratorio &#187; carlo d&#8217;ippoliti</title>
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	<description>Magazine di sperimentazione alchemica per una generazione che non c&#039;è</description>
	<lastBuildDate>Fri, 20 Jan 2012 12:41:15 +0000</lastBuildDate>
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		<title>[La fine...della settima economia mondiale] L&#8217;Italia, una crisi nella crisi</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 02:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Estera]]></category>
		<category><![CDATA[carlo d'ippoliti]]></category>
		<category><![CDATA[cds]]></category>
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		<description><![CDATA[Labouratorio è orgoglioso di pubblicare ampi estratti di questo articolo recentemente apparso su Moneta e Credito, firmato dal professor Roncaglia e dall&#8217;economista Labouratore Carlo D&#8217;Ippoliti. L&#8217;articolo affronta in modo molto chiaro da una prospettiva economica alternativa al mainstream neoliberista i principali nodi della crisi finanziaria globale ed europea con particolare riferimento alla situazione italiana. &#160; Le radici finanziarie… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/11/09/la-fine-della-settima-economia-mondiale-litalia-una-crisi-nella-crisi/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Labouratorio è orgoglioso di pubblicare ampi estratti di questo articolo recentemente apparso su <a href="http://scistat.cilea.it/index.php/MonetaeCredito/article/view/384">Moneta e Credito</a>, firmato dal </strong><strong>professor Roncaglia e dall&#8217;economista Labouratore Carlo D&#8217;Ippoliti. </strong><strong>L&#8217;articolo affronta in modo molto chiaro da una prospettiva economica alternativa al mainstream neoliberista i principali nodi della crisi finanziaria globale ed europea con particolare riferimento alla situazione italiana.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Le radici finanziarie della crisi</strong></p>
<p><em>Dove si mostra come la crisi mondiale non sia semplicemente dovuta all&#8217;esplodere delle bolle e delle contraddizioni dell&#8217;insostenibile modello di sviluppo americano, ma alla natura stessa del sistema finanziario globale.</em></p>
<p>Sembra che ormai vi sia accordo unanime sul fatto che la crisi mondiale, esplosa negli Stati Uniti con il fallimento della Lehmann Brothers ormai tre anni fa, abbia avuto origini finanziarie. Tuttavia, l’importanza di questo fatto non sembra ancora percepita appieno. In occasione della crisi del debito pubblico dell’area dell’euro si è tornati ad<br />
attribuire importanza dominante agli squilibri reali (dei conti pubblici e/o dei conti con l’estero) relegando in secondo piano i meccanismi finanziari della speculazione. E già in occasione della crisi finanziaria del 2007-2008 in molti avevano posto in primo piano lo scoppio della bolla immobiliare, senza tenere conto del fatto che le dimensioni del disastro finanziario erano ben superiori a quelle dell’insieme dei mutui immobiliari in essere in quel momento [...]<br />
Se l’unico problema negli Stati Uniti fosse stato la politica predatoria di concedere (spesso con la frode) mutui subprime, a<br />
condizioni e tassi proibitivi, alle fasce più emarginate e povere della società (quindi prevalentemente a immigrati, Dymski, 2011), lo scoppio della bolla immobiliare non avrebbe generato la più grande<br />
recessione dei paesi industrializzati dalla crisi del ‘29.</p>
<p>Certamente, gli Stati Uniti perseguivano e tuttora perseguono un modello di sviluppo<br />
insostenibile, fondato sull’indebitamento delle famiglie e su una bilancia dei pagamenti persistentemente in passivo.[...]</p>
<p>Tuttavia, la crisi scoppiata nel 2007/08 non è nata da una correzione improvvisa di quelle variabili che presentano i<br />
maggiori squilibri (Borio and Disyatat, 2011). Lo scoppio della bolla dei mutui immobiliari negli Stati Uniti ha costituito l’innesco, ma non l’esplosivo, che va piuttosto individuato nella deregolamentazione dei mercati finanziari, favorita dall’ideologia neo-liberista.</p>
<p>In conseguenza della finanziarizzazione dell’economia e della deregolamentazione<br />
dei mercati finanziari, in particolare con la crescita esplosiva dell’utilizzo dei prodotti derivati, il mercato delle attività reali – che si tratti di barili di petrolio o abitazioni – costituisce la base relativamente ridotta su cui poggia una piramide capovolta di titoli finanziari e di strumenti derivati, come mostrato nella figura 1.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/piramide.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-5009" title="piramide" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/piramide-300x166.png" alt="" width="300" height="166" /></a></p>
<p><strong>Figura 1 – La piramide rovesciata della finanza nei paesi del G-10,</strong> <strong>prima e dopo lo scoppio della crisi (miliardi di dollari correnti)</strong><strong><br />
</strong></p>
<p>In primo luogo, la finanziarizzazione porta a una maggiore instabilità dei mercati, per via delle caratteristiche intrinseche dei mercati finanziari e in particolare del cosiddetto <em>herd behaviour</em>. Il punto è semplice, e fu bene individuato già<br />
da Keynes, ma la teoria dei mercati finanziari efficienti lo aveva successivamente negato. Si tratta di questo: un operatore finanziario ottiene la stragrande maggioranza dei suoi guadagni non interpretando i movimenti di fondo dell’economia, ma intervenendo sui movimenti di breve e brevissimo periodo dei mercati finanziari stessi. Come operatore,<br />
posso anche pensare che il debito pubblico italiano sia più sicuro di quello tedesco (ed è una ipotesi meno ardita di quel che possa sembrare, considerando la fragilità del sistema bancario tedesco e i costi di un suo<br />
eventuale salvataggio: si veda oltre), ma se colgo un orientamento del mercato in direzione opposta tra oggi e domani, o anche tra ora e i prossimi dieci minuti, mi converrà operare in tale direzione, opposta alle mie convinzioni, per poi chiudere le mie posizioni il giorno o il minuto successivo. Questo spiega perché quel che tutti sapevano a proposito del<br />
mercato immobiliare statunitense già nel 2007, o della situazione greca o italiana già nel 2010, non avesse provocato reazioni significative fin quando non si percepì qualche movimento di mercato in quella direzione. [...]<br />
Come si dice abbia affermato Keynes, “markets can remain irrational a lot longer than you and I can remain solvent” (i mercati possono rimanere irrazionali molto più a lungo di quanto io e lei possiamo rimanere solventi).</p>
<p>In secondo luogo, alcuni tra i nuovi strumenti derivati – in particolare i credit default swaps – hanno, come è stato osservato da alcuni importanti operatori, la natura di “armi di distruzione di massa”, in quanto strumenti straordinariamente efficaci per la speculazione al ribasso (rinviamo su questo punto a Kregel, 2011). In termini drasticamente semplificati, il punto è che i credit default swaps vengono correntemente utilizzati non solo e non tanto per operazioni di copertura da rischi, ma anche da parte di chi intende speculare sulle prospettive di peggioramento della situazione. Infatti, assicurandosi contro il default, o anche solo contro la caduta di prezzo, di un titolo che non si possiede (ovvero acquistando “naked” CDS) si può speculare al ribasso con maggiore efficacia (e generalmente maggiore leva) di quanto sia possibile, ad esempio, con vendite allo scoperto del titolo. [...]</p>
<p>Si osservi che per trarre profitto dai CDS non è necessario che il prestito obbligazionario vada in default; è sufficiente che il rischio di default cresca, provocando un aumento di prezzo dei CDS che a questo punto possono essere ceduti.[...]</p>
<p>Tuttavia, nel clima liberistico di imperante “lasciar fare, lasciar passare” questi aspetti sembravano non preoccupare nessuno: tuttora la questione non è stata affrontata con la necessaria determinazione, e i CDS sono tra gli<br />
strumenti più utilizzati dalla speculazione al ribasso sui titoli del debito pubblico greci, spagnoli, italiani.</p>
<p><em>Per una rapida infarinatura sui CDS, clicca <a href="http://www.labouratorio.it/2011/07/28/si-va-falliti-credit-default-swap-lottimismo-e-il-profumo-della-vita/">qui</a>, n.d.r.</em></p>
<p>In terzo luogo, le operazioni speculative per loro natura sono scommesse bilaterali: se qualcuno guadagna, qualcun altro deve perdere. Se in caso di fallimento subentra la mano pubblica, in una forma o nell’altra, abbiamo una classica situazione di profitti privati e perdite pubbliche. [...]</p>
<p><strong>Crisi del debito pubblico o attacco all&#8217;Euro?</strong></p>
<p><em>Dove si mostra il fondamentale ruolo della speculazione dietro all&#8217;esplodere della crisi del debito pubblico in Europa.</em></p>
<p>Il persistere di condizioni di fragilità finanziaria è stato dimostrato ad abundantiam dagli eventi degli ultimi mesi, con la cosiddetta crisi del debito pubblico di alcuni paesi dell’euro. Come si accennava sopra, al di là dell’innesco, la natura dell’esplosivo è rimasta la stessa: cioè gli ampi margini di manovra disponibili per la speculazione finanziaria.<br />
Nel nostro caso basta seguire l’andamento degli eventi. Le difficoltà greche erano note da qualche tempo, almeno da quando era emerso che il governo di destra aveva occultato una parte cospicua del disavanzo<br />
pubblico, con l’aiuto di trucchi contabili suggeriti dai suoi advisor internazionali (tra cui uno dei maggiori istituti di credito statunitensi coinvolti nella speculazione). Improvvisamente, lo spread sui titoli del<br />
debito pubblico greco rispetto ai Bund tedeschi esplode [...]; il caso greco è ad un tempo separato e virtualmente indipendente dalla crisi finanziaria in corso (sebbene i problemi di insolvenza siano ovviamente più gravi nei periodi di maggiore instabilità finanziaria) ed è esemplare del groviglio di conflitti d’interesse e azzardo morale che investe le principali banche, agenzie di rating e società finanziarie europee e non. Non vi sarebbe dunque ragione di temere un contagio verso gli altri paesi con alto debito pubblico, quanto piuttosto verso i sistemi finanziari (in primis bancari) creditori del governo e delle banche greche (D’Ippoliti, 2011). Invece, com’è noto, dopo la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l’Irlanda [...] è finita sotto tiro anche l’Italia.</p>
<p>Come mostrato nella figura 3, anche in Italia lo spread con i titoli di stato tedeschi rimane più o meno stabile nella prima metà del 2011 per accelerare improvvisamente e in modo apparentemente inspiegabile tra la fine di giugno e l’inizio di luglio. Cosa è cambiato nel nostro paese, da maggio a luglio? La situazione reale dell’economia italiana era la stessa<br />
di prima, mentre per quel che riguarda il deficit pubblico le cose sembrano semmai, sia pur lievemente, migliorate. [...] La manovra finanziaria predisposta dal governo sembrava apprezzata in sede europea e si distingueva per rispettare i<br />
target imposti dal “Patto Euro Plus” senza essere eccessivamente depressiva per l’economia reale nell’immediato.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/spread1.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-5012" title="spread" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/spread1.png" alt="" width="805" height="457" /></a><strong>Figura 3 – Spread dei titoli pubblici italiani rispetto a quelli tedeschi nel 2011</strong></p>
<p>Come spiegare dunque che nulla di simile a quanto accaduto ai nostri tassi d’interesse si sia verificato per<br />
paesi in condizioni peggiori se non, in misura molto inferiore, in Spagna?<br />
Dobbiamo tenere conto di tre circostanze, tutte e tre rilevanti, che tuttavia hanno a nostro parere peso diverso. In primo luogo, è ovvio che – come si è appena visto – la situazione del debito sovrano presenta elementi indubbi di fragilità: le sole dimensioni di quello italiano rappresentano un unicum che inevitabilmente attira periodicamente lo<br />
scetticismo di commentatori e a volte operatori. Inoltre, come nota De Grauwe (2011), i paesi fuori dall’area dell’euro (tra cui i citati Regno Unito e Polonia, secondo alcuni criteri in condizioni peggiori dell’Italia) hanno ancora la sovranità monetaria e quindi sono sempre solvibili per definizione, potendo finanziare virtualmente qualsiasi livello di debito<br />
pubblico con inflazione e deprezzamento della valuta.</p>
<p>[...]</p>
<p>In secondo luogo, la crisi finanziaria del 2007-2008, innescata dal debito privato, ha indotto una riallocazione dei portafogli delle istituzioni finanziarie in direzione del debito sovrano; tuttavia, nella nuova situazione hanno acquistato crescente importanza le distinzioni di rischi e rendimenti all’interno della categoria dei debiti sovrani. Gli investitori<br />
istituzionali erano probabilmente sovra-esposti verso il debito italiano, anche a causa della sua maggiore liquidità e redditività rispetto ad altri titoli dell’area euro [...]<br />
In terzo luogo – ed è questo l’elemento che a nostro parere assume maggiore rilievo nello spiegare perché la speculazione si concentra ora sull’Italia piuttosto che sulla Spagna (pur senza voler trascurare la diversa stima dell’opinione internazionale per i governi dei due paesi) – la scommessa ora riguarda la capacità di tenuta dell’euro come valuta di<br />
un’ampia area geo-politica dotata di sufficiente coesione interna. Il punto è che la speculazione finanziaria ha scelto gli spread sul debito pubblico dei paesi dell’area dell’euro, e non gli altri, come obiettivo operativo intermedio per una scommessa di carattere più generale, relativa alla solidità dell’euro in quanto moneta sovranazionale [...]</p>
<p>Naturalmente l’obiettivo intermedio, di per sé, è già fonte di guadagni speculativi; ma il contagio tra la Grecia e gli altri paesi fa assumere alle operazioni speculative una natura più ampia. La cosa poteva essere facilmente prevista: se non sono più possibili le speculazioni sui cambi tra le valute dei vari paesi dell’Unione Europea, assumendo che tali paesi mantengano un andamento non convergente nel tempo, le tensioni sono destinate a scaricarsi sulla valutazione di solidità<br />
dei titoli del debito pubblico dei vari paesi, quindi sugli spread.</p>
<p>Come si è accennato sopra, la speculazione si è mossa sulla base di considerazioni obiettive. Tra queste però rientra anche il fatto che la sua stessa azione modifica la situazione di base, rendendo più probabile il suo successo. Il punto è che la sostenibilità del debito pubblico, sia secondo il criterio statico sia secondo quello dinamico, è molto sensibile al livello<br />
dei tassi d’interesse; in assenza di una gestione centralizzata del debito pubblico dell’area dell’euro, tali tassi sono differenziati paese per paese, quindi più facilmente influenzati dalla manovra speculativa. Il rialzo<br />
degli spread ha quindi un effetto negativo sulla sostenibilità del debito, in misura potenzialmente assai rilevante, specie per paesi che hanno uno stock di debito pari o superiore al proprio PIL.</p>
<p>Di fronte all’immediatezza del problema della crisi del debito sovrano e alle crescenti dimensioni che andava assumendo, la risposta di politica economica si è concentrata su di esso, mentre per quel che riguarda il problema di fondo delle regole istituzionali della politica monetaria europea non è stato compiuto alcun significativo passo in<br />
avanti, a parte l’istituzione dello EFSF, sui cui compiti tuttavia la discussione è ancora aperta. Le proposte avanzate da più parti di emissioni obbligazionarie europee hanno ricevuto una doccia fredda dal direttorio Merkel-Sarkozy, che hanno riproposto l’adesione fideistica al ripristino di una strettissima disciplina di bilancio.</p>
<p>I rischi di una frammentazione dell’area dell’euro non possono essere considerati trascurabili. Molti sembrano vederla con favore, ignorando sia gli effetti destabilizzanti che essa avrebbe sui bilanci bancari, sia la corsa alle svalutazioni competitive che ne deriverebbe, con le conseguenze negative già sperimentate negli anni Trenta del<br />
Novecento, sia soprattutto il fatto che una sua frammentazione in un’area del marco e un’area mediterranea sarebbe esiziale per un paese come l’Italia, riaprendo le spinte alla secessione di un nord “bavarese” da un<br />
sud mediterraneo: un problema che vale anche per varie altre aree d’Europa, in particolare Spagna e Belgio, dove potrebbero riaprirsi aspre tensioni nazionalistiche oggi sopite dal processo di unificazione europea.<br />
Come notava già Keynes riguardo al sistema di Bretton Woods, un sistema a cambi fissi (e a maggior ragione un’unione monetaria) che lasci tutto il peso della correzione degli squilibri macroeconomici sui soli paesi in deficit è prono alla deflazione e difficilmente genera piena occupazione, sia nei paesi in surplus sia in quelli in deficit. Dunque, la<br />
strategia di uscita dalla crisi dell’euro dovrebbe consistere nel rilancio della crescita economica, con strumenti di politica attiva a livello continentale (iniziando dai cosiddetti eurobond e dalla realizzazione di progetti europei di infrastrutture, oltre che da una politica monetaria che persegua, come la Fed, sia la stabilità dei prezzi sia la piena occupazione<br />
e non il primo obiettivo soltanto, come invece prevede l’attuale statuto della BCE). Dovrebbe invece essere limitata allo stretto indispensabile l’imposizione di misure di austerità, rinunciando all’imposizione di rigide tabelle di marcia per la riduzione del debito in proporzione del PIL. Tali misure, peraltro, difficilmente potranno garantire la solvibilità di alcuni paesi (come la Grecia) o la sostenibilità del debito di altri. [...]</p>
<p>Gli stessi paesi in surplus di bilancia dei pagamenti (Germania, ma anche Paesi Bassi, ecc.), che rifiutano di accettare politiche fiscali o monetarie espansive, hanno un forte interesse ad una ripresa della crescita nei paesi “mediterranei”. Infatti, nonostante i diversi pacchetti di salvataggio a Grecia, Irlanda e Portogallo (che hanno spostato parte del<br />
rischio d’insolvenza di questi creditori sulle finanze pubbliche europee), i loro sistemi bancari sono ancora, a molti mesi dallo scoppio della crisi, fortemente esposti verso i cosiddetti PIIGS [...]</p>
<p><strong>La deriva italiana</strong></p>
<p><em>Dove si mostra come la crisi italiana inizia molto prima di quella globale, segnata da una perdita di competitività dovuta all&#8217;aumento dell&#8217;inflazione e da una sostanziale stagnazione della produttività.</em></p>
<p>Veniamo così all’Italia. Da noi, il sistema bancario si è trovato in qualche difficoltà nel momento più drammatico della crisi finanziaria, ma a differenza di molti paesi europei non è andato incontro a una vera crisi.<br />
Come nota Ciocca (2010): “[l]a tradizione dei controlli della Banca d’Italia, la prudenza degli intermediari, la ristrutturazione recente dell’industria finanziaria, il più basso indebitamento dei privati, la stessa<br />
minore vivacità dell’economia hanno concorso al risultato, altamente positivo, di sottrarre – sinora – l’Italia alla instabilità finanziaria internazionale” [...]</p>
<p>Il punto è che l’Italia da anni attraversava già una crisi strisciante, fatta di ristagno e di inflazione<br />
(contenuta ma pur sempre maggiore di quella dei nostri partner commerciali), con una progressiva perdita di terreno in termini di competitività e di reddito pro-capite rispetto agli altri paesi europei.</p>
<p>Com’è noto, l’Italia si caratterizza per tassi di attività e di occupazione più bassi sia della media europea sia di quella<br />
dei paesi dell’area dell’euro. A partire dalla fine degli anni ‘90, una serie di riforme tese a rendere più flessibile l’ingresso e l’uscita dal lavoro, così come a rendere più decentralizzata la contrattazione salariale, sembrano<br />
avere effettivamente avuto qualche successo in termini occupazionali [...]<br />
Queste riforme hanno però comportato un cambiamento del modello di sviluppo, verso un sentiero di bassa crescita della produttività, bassi investimenti e alto utilizzo della forza lavoro [...]</p>
<p>Così, la produttività media del lavoro, storicamente superiore alla media dei paesi dell’EU-27, sebbene inferiore a quella dell’area euro, ha ristagnato rimanendo all’incirca costante in tutto il periodo dalla seconda metà degli anni ‘90 fino a subito prima della crisi (2007), mentre nello stesso periodo cresceva la produttività sia dei paesi che adottano l’euro sia degli altri paesi europei.</p>
<p>In aggiunta, e in parte in conseguenza di questo fenomeno, nello stesso periodo la crescita dei prezzi è stata nel nostro paese superiore a quella media europea, come mostrato nel riquadro c) della figura 7. La differenza, per quanto limitata, cumulandosi nel tempo ha generato un peggioramento dei problemi di competitività che hanno iniziato ad<br />
affliggere l’Italia [...]<br />
In conseguenza di questo prolungato periodo di (bassa) crescita occupazionale senza crescita della produttività e con inflazione superiore alla media, in realtà l’Italia era entrata in recessione già prima della crisi<br />
mondiale. [...]</p>
<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p><em>Dove si mostra come le proposte di modifiche costituzionale per il pareggio di bilancio e liberalizzazioni del mercato del lavoro siano inutili nella migliore delle ipotesi.</em></p>
<p>[...] finché in particolare non si provvederà a livello internazionale ad una riforma incisiva della finanza (che limiti la<br />
speculazione, abolisca alcuni strumenti derivati e sposti su mercati regolamentati e vigilati lo scambio di molti altri strumenti oggi scambiati over-the-counter) e finché non si porrà mano alla struttura costituzionale<br />
e le regole procedurali dell’Unione Europea, i vincoli per la politica economica nazionale appaiono insuperabili.</p>
<p>Iniziamo con le due proposte di modifica costituzionale, intese a imporre un vincolo di pareggio del bilancio pubblico e a indirizzare il paese verso una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro. In entrambi i casi, e soprattutto nel secondo, non si tratta certo di misure che possano contribuire al riequilibrio, nell’immediato, dei nostri conti<br />
pubblici; possono piuttosto essere considerate misure “di facciata”, dirette semmai a compensare una qualche debolezza negli interventi diretti su entrate e spese pubbliche. In questo senso, misure di revisione costituzionale potrebbero avere una utilità concreta solo nella misura in cui contribuissero a modificare in senso positivo le valutazioni degli<br />
operatori internazionali, in particolare delle società di rating, sulla capacità delle autorità politiche italiane di sciogliere i nodi strutturali che appesantiscono i nostri conti pubblici e ostacolano lo sviluppo economico; proprio in questo senso, tuttavia, occorre temere il confuso e dispersivo dibattito politico cui inevitabilmente si dà avvio con<br />
l’annuncio di intenzioni vaghe e non di opzioni ben definite fin nei dettagli e sostenute da un largo consenso.</p>
<p>Per quanto riguarda la “liberalizzazione” del mercato del lavoro ci limitiamo a sottolineare tre aspetti. Primo, non si tratta di una delle questioni più urgenti, in una fase in cui il problema della crescita riguarda soprattutto il ristagno della domanda aggregata e in cui al centro dell’attenzione è il tema dei conti pubblici. Secondo, la flessibilità di cui<br />
il nostro paese avrebbe bisogno riguarda soprattutto l’introduzione di nuove tecnologie, non la riduzione del potere contrattuale dei sindacati, come mostra anche l’andamento recente della distribuzione del reddito richiamata sopra. Terzo, nel momento in cui il costo concreto della manovra ricade soprattutto sui lavoratori dipendenti (sia tramite le tasse, sia tramite le modifiche alla normativa pensionistica) appare decisamente inopportuno introdurre un ulteriore elemento di scontro con misure dirette a limitare l’efficacia dello Statuto dei lavoratori.</p>
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		<title>[Nucleare] Andare oltre il “conto della serva”</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 08:11:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo D'Ippoliti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Interna]]></category>
		<category><![CDATA[carlo d'ippoliti]]></category>
		<category><![CDATA[conti]]></category>
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		<description><![CDATA[Pubblicato pure sul Melograno Rosso, ma il Carletto è nostro e guai a chi ce lo tocca. &#160; «Il recente referendum sardo sul nucleare ha ottenuto un risultato da far impallidire i recenti plebisciti per il PdL in Sicilia (migliori anche dei risultati di Castro a Cuba e prossimi solo a quelli di Lukashenko, ma nel suo… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/06/09/nucleare-andare-oltre-il-%e2%80%9cconto-della-serva%e2%80%9d/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pubblicato pure sul <a href="http://www.melogranorosso.eu/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=310:lenergia-nucleare-oltre-il-conto-della-serva&amp;catid=46:documenti">Melograno Rosso</a>, ma il Carletto è nostro e guai a chi ce lo tocca.</strong></p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/06/nucleareippo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4558" title="nucleareippo" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/06/nucleareippo.jpg" alt="" width="400" height="311" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Il recente <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/16/il-97-per-cento-dei-sardi-contro-il-nuclearebrcappellacci-dal-referendum-segnale-forte/111576/">referendum sardo</a> sul nucleare ha ottenuto un risultato</p>
<p>da far impallidire i recenti plebisciti per il PdL in Sicilia (migliori anche dei risultati di Castro a Cuba e prossimi solo a quelli di Lukashenko, ma nel suo caso si sa, “<a href="http://www.corriere.it/politica/09_novembre_30/berlusconi-viaggi-bonino-polemiche_24e2af82-ddd1-11de-a61b-00144f02aabc.shtml">il popolo lo ama</a>”).<br />
Un risultato prevedibile e previsto: sul nucleare l’opinione pubblica é fortemente influenzata da singoli casi disastrosi come Chernobyl o quello recente di Fukujima. Sebbene siano eventi molto rari, sono pur sempre tragedie che non vorremmo si ripetessero neanche una sola (altra) volta.<br />
Inoltre, questi eventi ogni volta riaprono il dibattito su quanto davvero costa la produzione di energia nucleare, e se la probabilità di questi eventi (che sebbene sia molto bassa é associata a potenziali esborsi notevolissimi) andrebbe considerata nel calcolo o no.</p>
<p>Anche se sembra che una decisione in merito alla ripresa della produzione di energia tramite centrali nucleari in Italia non sia una faccenda che interessa i cittadini, avendo “per fortuna” un governo buono e illuminato che <a href="http://www.unita.it/italia/nucleare-fiducia-camera-contro-referendum-1.296645">ci pensa per noi</a> qualche riflessione andrebbe comunque fatta.<br />
Sulla questione costi del nucleare un recente intervento di Stefano Nespor su <a href="http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/il-prezzo-dellatomo">Scienza in Rete</a> fa un breve riassunto delle puntate precedenti, ribadendo l’intollerabile pratica per cui, anche in paesi più civili del nostro, i calcoli offerti all’opinione pubblica e ai governi nel momento di prendere le proprie scelte si rivelano subito dopo l’inizio dei lavori puntualmente sbagliati. Poiché sono le stesse società (finanziarie e industriali) che hanno interesse a questo business a fare questi calcoli, “stranamente” si tratta sempre di errori per difetto.</p>
<p>Una questione importante, ad esempio, é che questi calcoli, volendo confrontare la produzione di energia nucleare con le altre fonti energetiche, spesso considerano i soli costi fissi per la costruzione della centrale e quelli di funzionamento una volta a regime. Cioè, ignorano i costi variabili legati alla costruzione, che sono molto rilevanti visto che spesso per diverse ragioni occorrono anni per costruire e portare a regime una centrale, e soprattutto ignorano i costi finanziari. Questi ultimi sono fondamentali nel caso del nucleare, perché la costruzione di una centrale é un investimento ingente che sarà ammortizzato durante i lunghi decenni del suo funzionamento. Quindi, é necessariamente un’attività che richiede una buona quota di capitale iniziale preso a prestito (dacché nessuno sosterrebbe l’intero rischio e l’intero esborso con capitale proprio).<br />
Sia come sia, rimando ai numerosi link nell’articolo citato per approfondire la questione. Vorrei qui riportare invece un punto di vista “eterodosso”.<br />
Come per ogni altra attivitá della nostra vita, le previsioni economiche hanno un’affidabilità diversa a seconda dell’orizzonte temporale e della materia trattata. Se lancio una monetina in aria, pensando che non sia truccata né troppo usurata, ho una buona possibilità di azzeccarci se mi aspetto che al 50% esca testa e al 50% croce. Ma qual é la probabilità che nel 2050 il Presidente della Repubblica (se la carica esisterà ancora) sia una donna e quale che sia un uomo?<br />
Poiché ci mancano molte informazioni (sia teoriche che empiriche) per rispondere a questa domanda, possiamo farci un’idea, ma certo di questa idea ci fidiamo meno dell’idea che ci eravamo fatti sul lancio della moneta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovvero, per fare previsioni precise é necessario conoscere precisamente tutte le variabili che potrebbero influenzare l’evento in questione. Gli statistici parlano di “rischio” quando é possibile stabilire la probabilità di un evento (anche se molto bassa) e di “incertezza” quando possiamo avere solo una vaga opinione. Ora, il tipo di previsioni economiche che cercano di proiettare i costi futuri del produrre energia con diverse tecnologie appartengono al campo dell’incertezza, non del rischio.<br />
Tanto per fare un esempio, non sappiamo come lo sviluppo tecnologico modificherà questi costi nei prossimi decenni o se gli sviluppi politici porteranno all’imposizione di nuove tasse su alcuni prodotti energetici (e magari non su altri).<br />
Quindi, queste previsioni hanno valore puramente indicativo, e a parte per gli specialisti é tempo abbastanza perso mettersi a sindacare nei più piccoli dei loro dettagli. Volendo prendere una decisione razionale, alcune previsioni vanno pur fatte, e bene, date tutte le conoscenze di oggi. Si tratta però di valutarle politicamente per quello che sono: ovvero stime, e non di quelle più affidabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo, é opportuno prendere in considerazione anche molte altre variabili, in fase di decisione. Dei rischi di tragedie (che pure non sono nulli, per altre forme di produzione di energia) abbiamo detto (possiamo esser certi che il prossimo attacco terroristico non prenderà di mira una centrale nucleare?). Una variabile scarsamente dibattuta, almeno finora, é il terribile impatto ecologico delle energie ricavate da combustibili fossili, specie in termini di riscaldamento terrestre. Un’altra variabile é quanto sia democratico imporre la vicinanza ad una centrale nucleare a popolazioni che (fosse anche a torto) democraticamente decidono di non volerne (sarebbe mica la prima volta che democraticamente decidiamo cose sbagliate: e allora? E’ un diritto della minoranza al governo, fosse anche una minoranza illuminata, imporre le proprie decisioni?). O ancora, la produzione di energia é un settore strategico sia per le ricadute in termini di difesa (ad esempio nel caso del nucleare il rischio che parte del materiale di scarto venga usato per “bombe sporche”) sia in termini di ricerca scientifica. Una questione a sé sono le ricadute in termini geo-politici e di rapporti internazionali: su questo vorrei scrivere nel mio prossimo intervento.<br />
Nel complesso, la questione sembra ben più ricca che non il “conto della serva” cui tanti novelli ragionieri vorrebbero ridurre il dibattito politico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Carlo D&#8217;Ippoliti_ infiltrato di Labouratorio nei salotti buoni degli economisti chic</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
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		<title>[Labouraseminari] Emiliano Brancaccio: &#8220;Dalla crisi globale alla crisi dell&#8217;unità europea&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Feb 2011 21:00:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrew Nat</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Terzo appuntamento con i seminari sull&#8217;economia organizzati dal Network per il Socialismo Europeo. Il tema, assolutamente FONDAMENTALE, è una domanda inquietante. E&#8217; la stessa Unione Europea, costruita attraverso un percorso visionario lungo 60 anni, in pericolo mortale per gli effetti perversi della crisi economica globale? Prova a rispondere Emiliano Brancaccio, 40 anni, napoleatano, ricercatore in Economia… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/02/27/labouraseminari-emiliano-brancaccio-dalla-crisi-globale-alla-crisi-dellunita-europea/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Terzo appuntamento con i seminari sull&#8217;economia organizzati dal Network per il Socialismo Europeo. Il tema, assolutamente FONDAMENTALE, è una domanda inquietante. E&#8217; la stessa Unione Europea, costruita attraverso un percorso visionario lungo 60 anni, in pericolo mortale per gli effetti perversi della crisi economica globale?</p>
<p>Prova a rispondere Emiliano Brancaccio, 40 anni, napoleatano, ricercatore in Economia politica e docente di Fondamenti di Economia politica e di Economia del lavoro presso la Facoltà di Scienze economiche e aziendali dell’Università del Sannio, a Benevento, nonchè promotore della <a href="http://www.letteradeglieconomisti.it/">Lettera degli Economisti</a>, primo tentativo di costruire una politica economica alternativa al mainstream liberal-liberista.</strong> </p>
<p style="text-align: center;"><strong>PARTE I</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<iframe title="YouTube video player" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/xtEEIRhKa5U" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: center;"><strong>PARTE II</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<iframe title="YouTube video player" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/FQP17AZwGPc" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: center;"><strong>PARTE III</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<iframe title="YouTube video player" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/D7bxl4_IZBc" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: center;"><strong>PARTE IV</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<iframe title="YouTube video player" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/D4Ws7Laokls" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: center;"><strong>PARTE V</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<iframe title="YouTube video player" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/4SAeDnTiC-o" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: center;"><strong>PARTE VI</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<iframe title="YouTube video player" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/2dqWbxCSVww" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: center;"><strong>PARTE VII</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<iframe title="YouTube video player" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/VbB8P8KXYs8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: center;"><strong>PARTE VIII</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<iframe title="YouTube video player" width="480" height="390" src="http://www.youtube.com/embed/YRIZbiX8EVU" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>[Laboura Seminari] La crisi economica vista da…Carlo D’Ippoliti</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Jan 2011 19:30:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrew Nat</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Labouratorio promette, Labouratorio da. Come annunciato nel numero 53, Labouratorio ospiterà tutti i video dei seminari sulla crisi economica. Amici, amiche, sorelli e fratelle, compagni, compagne, camerati, prendetevi un&#8217;oretta libera ogni settimana e ascoltateli. Ne vale davvero la pena. Questi sono i video del primo seminario tenuto il 27 Gennaio 2011. PARTE 1 PARTE 2 <a href="http://www.labouratorio.it/2011/01/29/laboura-seminari-la-crisi-economica-vista-da%e2%80%a6carlo-d%e2%80%99ippoliti/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Labouratorio promette, Labouratorio da. Come<a href="http://http://www.labouratorio.it/2011/01/13/laboura-seminari-la-crisi-vista-da-sinistra/"> annunciato nel numero 53</a>, Labouratorio ospiterà tutti i video dei seminari sulla crisi economica. Amici, amiche, sorelli e fratelle, compagni, compagne, camerati, prendetevi un&#8217;oretta libera ogni settimana e ascoltateli. Ne vale davvero la pena. Questi sono i video del primo seminario tenuto il 27 Gennaio 2011.</strong></p>
<p style="text-align: center;">PARTE 1</p>
<p style="text-align: center;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/uA2DtsRTb5o?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/uA2DtsRTb5o?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p style="text-align: center;">PARTE 2</p>
<p style="text-align: center;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/1Sfx_WYW3gA?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/1Sfx_WYW3gA?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>[Laboura Seminari] La crisi vista da sinistra</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jan 2011 16:26:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo D'Ippoliti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come si cambia il mondo? Con le idee. Da dove nascono le idee? Dalle persone. Come fanno le persone a fare nascere e a diffondere le idee? Con un ciclo di seminari! Scherzi a parte, questa è una cosa seria, serissima. Si tratta del primo serio sforzo organizzativo per costruire un&#8217;alternativa di sinistra al pensiero economico… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/01/13/laboura-seminari-la-crisi-vista-da-sinistra/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Come si cambia il mondo? Con le idee. Da dove nascono le idee? Dalle persone. Come fanno le persone a fare nascere e a diffondere le idee? Con un ciclo di seminari! Scherzi a parte, questa è una cosa seria, serissima. Si tratta del primo serio sforzo organizzativo per costruire un&#8217;alternativa di sinistra al pensiero economico dominante che tanto ha contribuito all&#8217;esplodere della crisi economico-finanziaria. Un ciclo di seminari che coinvolgeranno le più importanti menti accademiche italiane, economisti di sinistra delle più varie sfumature. </strong></p>
<p><strong>Labouratorio è lieto di annunciare che pubblicherà in esclusiva i video di tutti i seminari.</strong></p>
<p><strong>Se ne occupa un Labourante, il cui nome è una garanzia. Ecco la sua presentazione.</strong></p>
<p>Come il bagno nei ristoranti che si rispettano, l’uscita dalla crisi é, in fondo, a sinistra. Questo il messaggio di una serie di incontri sulla crisi destinati a giovani e anziani a Roma, e che saranno pubblicati online su Labouratorio per la gioia del grande pubblico. Gli incontri si terranno alla Garbatella, nei giorni che vedete nella locandina allegata (prima data: giovedì 27 gennaio alle 18). Sono organizzati dal Network Per il Socialismo Europeo insieme con l&#8217;associazione Amici delle Ragioni.it, ma speriamo nella più ampia partecipazione.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/01/Corso-di-formazione.png"><img class="alignright size-large wp-image-2886" title="Corso di formazione" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/01/Corso-di-formazione-767x1024.png" alt="" width="640" height="854" /></a></p>
<p>Si tratta di seminari tenuti da docenti universitari, economisti “eterodossi” e perciò stesso spesso marginalizzati nel dibattito mass-mediatico e in quello partitico, nonostante spesso rivestano ruoli culturali e accademici di tutto rilievo (tra cui il presidente della Società Italiana degli Economisti). Lo scopo é quello di “sdottrinare” chi, innocente, si interessa di politica e società ma magari ha poca dimestichezza con l’economia, e per tanti anni é stato costretto a beversi la balla che le ricette dei bocconiani di ferro siano politiche “di sinistra” (senza offesa per gli amici bocconiani marxisti, parlo di un modo turbo-liberista di vedere l’economia, che in Italia ha il suo centro alla Bocconi ma ramificazioni soprattutto negli “italiani all’estero”, che evidentemente non fanno solo guai elettorali).</p>
<p>Dunque, come per le pubblicità delle frodi farmaceutiche, avvertiamo che i seminari non sono un dispositivo medico e non sostituiscono l’assunzione di veri corsi di economia o approfonditi dibattiti all’interno dei partiti (leggasi PD). Piuttosto, il ciclo di seminari servirà allo scopo di informare militanti e cittadini sull’angosciosa verità: che come per tutte le altre scienze, in economia ci sono dibattiti e non un’unica dottrina, che gli economisti non sono tutti daccordo, che non esistono leggi economiche “vere” e indiscutibili, e che se ce ne fossero non sarebbero necessariamente quelle contenute nei libri di Giavazzi e Alesina.</p>
<p>Anzi, molti economisti hanno una visione dell’economia e della società ben più compatibile con i valori “di sinistra” &#8230; che non ho ancora definito e quindi é ora che lo faccia. Io sono un uomo vecchio stampo, per me esistono ancora la sinistra e la destra, dove con “destra” intendo chi &#8211; come Fini, Rutelli o Ciuffoletti &#8211; fa culturalmente riferimento ai valori di Dio, Patria e Famiglia, e con “sinistra” chi &#8211; come Obama, Plex o qualsiasi cittadino scandinavo &#8211; fa riferimento ai tre principi della rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza, Solidarietà.</p>
<p>In questo quadro (civettuolamente démodé) proporre una serie di seminari su “la crisi vista da sinistra” serve da un lato a rinforzare l’indebolita capacità di resistenza degli elettori ad imbrogli che vorrebbero Calearo capolista dell’offerta politica di sinistra, ed elevare il livello culturale del dibattito politico (a sinistra ma non solo), d’altro lato ad informare i partiti e le reti di cittadini attivi (perché no, e i media) che esistono economisti competenti che hanno una visione diversa dal mare sempre uguale di luoghi comuni neoliberisti, e che attendono solo di poter contribuire di più allo sviluppo culturale del nostro paese (insomma, adotta anche tu un economista).</p>
<p>Se tutto questo vi suona troppo astratto cerco di essere più esplicito. Io sono tra quelli che ritengono che la crisi (prima finanziaria, poi economica, ora valutaria) avrebbe dovuto generare un travaso notevole di voti a sinistra. Se cosí non é stato (in Europa, ma lo é stato invece in Giappone, Australia, Stati Uniti due anni fa) non é per particolari meriti della destra quanto per un precedente fallimento storico della sinistra. Dopo le svolte di Blair-Schröder-Veltroni, i partiti di sinistra sono stati colti con le mani nella marmellata. Quasi alla fine di un percorso culturale di abbandono della socialdemocrazia e di abbraccio della più superficiale retorica nuovista e neo-liberista (che, si badi, non é una posizione post-ideologica, é solo un cambiamento di ideologia), Labour SPD e PD stavano ancora cercando di spiegarci come il mercato solo sarebbe stato la soluzione di tutti i nostri mali quando sono stati colti alla sprovvista e senza una credibile ricetta da uno dei tanti fallimenti del mercato stesso.</p>
<p>Da tradizionalista ritengo quindi che l’uscita dalla crisi, almeno secondo la ricetta di sinistra, debba comportare più Stato, più regolazione (in primis della finanza), crescita fondata su redistribuzione del reddito e investimenti in tecnologie, “orientate” dalla mano pubblica e nell’interesse della collettività.</p>
<p>I seminari non vogliono però imporre una nuova visione unica. Per fortuna, gli economisti che presenteranno il loro contributo hanno opinioni diverse dalle mie e tra di loro, mostrando come a sinistra ci sia molto di cui discutere ma anche una ricchezza di idee e prospettive che andrebbe valorizzata. Che praticamente il dibattito non sia ancora iniziato, e si sia fermi ad un pensiero unico che ritiene che la disoccupazione o la povertà siano un problema individuale (anziché la conseguenza di strutture sociali e politiche economiche mal congegnate), o che la produttività cresce se il lavoratore si impegna di più (anziché tramite innovazioni di prodotto e di processo) é il segno che per ritrovare la perduta strada della sinistra c’é ancora molto cammino da fare.</p>
<p>Come primo passettino, venghino ai seminari, signori, venghino!</p>
<p><strong>Carlo D’Ippoliti_odia fare i biglietti aerei online perché deve usare Dippoliti e il cognome sul biglietto diventa diverso da quello sul passaporto. Inoltre ha un lavoro, una casa e una macchina e questo lo fa sentire drammaticamente classe media.</strong></p>
<p>(Come d’uopo devo segnalare che i contenuti di questo articolo non riflettono necessariamente le opinioni dei network organizzatori della serie di seminari né dei singoli professori che vi prenderanno parte. Ve ne ho parlato in quanto coinvolto nell’organizzazione da un punto di vista “scientifico” e in quanto comunque dovevo scrivevo qualcosa per la nuova serie di Labouratorio, prima o poi. Per favore ri-bloggate e fate circolare questo invito urbi et orbi: il rinnovamento delle idee passa anche dal ricambio delle persone)</p>
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		<title>[Alla ricerca dell&#039;Università] Tra concorsi e valutazioni chiediamoci dove si vuole andare</title>
		<link>http://www.labouratorio.it/2008/11/10/alla-ricerca-delluniversita-tra-concorsi-e-valutazioni-chiediamoci-dove-si-vuole-andare/</link>
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		<pubDate>Mon, 10 Nov 2008 18:17:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Carlo D&#8217;Ippoliti  Mentre gli studenti protestano contro i tagli a scuola e università, il governo si difende dicendo che, ovviamente solo DOPO i tagli, ci sarà modo di risparmiare sugli sprechi, e fornire lo stesso un buon servizio senza bisogno di spendere di più. Non vedo perchè non si potrebbe spendere sia meglio che di… <a href="http://www.labouratorio.it/2008/11/10/alla-ricerca-delluniversita-tra-concorsi-e-valutazioni-chiediamoci-dove-si-vuole-andare/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Carlo D&#8217;Ippoliti</strong> </p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-857  aligncenter" style="border: 0px;" title="unidippo" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2008/11/unidippo.png" alt="" width="500" height="186" /></p>
<p>Mentre gli studenti protestano contro i tagli a scuola e università, il governo si difende dicendo che, ovviamente solo DOPO i tagli, ci sarà modo di risparmiare sugli sprechi, e fornire lo stesso un buon servizio senza bisogno di spendere di più. Non vedo perchè non si potrebbe spendere sia meglio che di più, visto che di istruzione e formazione l&#8217;Italia ha tanto bisogno.<br />
Nessuno però nota che, di soppiatto e con un decreto d&#8217;urgenza, una mini-riforma dell&#8217;università è stata già approvata dal Consiglio dei Ministri. Si tratta della riforma dei concorsi per il reclutamento di docenti e ricercatori, quindi forse agli studenti interessa meno (sempre che questi qua non vogliano pure la qualità, pretensiosi).<br />
Oggi funziona più o meno così: se ne ha facoltà, sulla base di alcuni parametri, una università bandisce (a livello locale) uno o più posti, e la Facoltà interessata nomina subito un membro della commissione valutatrice. A questo punto, di una lista nazionale di papabili, i professori dello stesso settore scientifico-disciplinare di tutta Italia possono candidarsi come membri (&#8220;esterni&#8221;) della commissione.</p>
<p><span id="more-854"></span>Ora; perchè un professore associato di Udine dovrebbe andare (per due lire) come membro della commissione a Catania, andando magari a infilarsi in beghe locali? Una risposta plausibile potrebbe essere: &#8220;perchè a tal scopo sollecitato proprio da loro&#8221;! Verosimilmente, infatti, i professori Catanesi avranno uno o più candidati preferiti, e cercheranno di comporre una commissione in grado di &#8220;apprezzare&#8221; le virtù di questi candidati.<br />
Piccolo problema: si vota a livello nazionale. Cosa succede allora? Siamo ottimisti, e supponiamo che altri professori dello stesso settore disciplinare sentano l&#8217;odore dell&#8217;inghippo, e scandalizzati dalla chiara incompetenza dei candidati raccomandati, tentino di evitare questo scempio. Uno (o più) di loro si candiderà, cercando il voto di amici e colleghi in tutta Italia: è partita &#8220;la scalata&#8221; al concorso. L&#8217;alternativa cattiva è che anche gli scalatori abbiano un candidato interessato, e che questi non sia affatto meglio dell&#8217;altro. A questo punto viene eletto in commissione chi prende più voti, e si parte con le prove selettive.</p>
<p>Qual è la riforma proposta? I concorsi rimangono banditi a livello locale, ma questa volta i professori a livello nazionale votano fino a 15 candidati membri della commissione, e tra questi ne vengono sorteggiati 5. In questo modo, si pensa, eviteremo questa corruzione.<br />
Cosa ottiene questo meccanismo? Che i gruppi a livello nazionale più numerosi non avranno problemi a trovare 15 professori candidati a membri della commissione, per quasi ogni concorso vogliano. I gruppi numericamente più piccoli, invece, potranno far passare qualche candidato a membro, e sperare che questi poi venga, con tanta fortuna, estratto.<br />
Nel linguaggio degli economisti, questa è una &#8220;barriera all&#8217;ingresso&#8221;, per cacciare dal &#8220;mercato&#8221; dei concorsi le cordate più piccole. Nel caso delle cattedre di economia, implicherà chiaramente una &#8220;bocconizzazione&#8221; dell&#8217;università italiana (il momento ideale per premiare la corrente più liberista e favorevole alla deregulation degli economisti italiani, sembrerebbe).</p>
<p>Questo processo è mascherato, dagli interessati, sotto la copertura della &#8220;valutazione della ricerca scientifica&#8221; (nessuno capisce perchè non venga valutata anche la didattica), senza ascoltare le critiche &#8211; asprissime, nel caso ad esempio degli statistici o dei matematici &#8211; di chi sostiene che la valutazione appena conclusa si è distinta per livelli di grossolana ideologia e strisciante conflitto di interesse, da far impallidire le agenzie di rating finanziario. Non è il caso di entrare nel merito delle valutazioni, ma per fare un esempio, i matematici della Scuola Normale di Pisa sono rimasti un pò stupiti dal vedersi classificati decimi tra i piccoli atenei, con un rating che non li pone neanche al ventesimo posto a livello nazionale.</p>
<p>C&#8217;è un&#8217;ambiguità di fondo in tutto questo: l&#8217;idea - propagandata dagli ideologi della ineluttabilità e superiorità delle forze imparziali del mercato &#8211; che la concorrenza scientifica avvenga tra Atenei (per di più, perfino dentro lo stesso Stato).<br />
A coloro che su questo punto non sono disposti a dialogare, occorre ribadire invece che la fonte di creatività e innovazione è <strong>la differenza e l&#8217;originalità</strong>, non l&#8217;accettazione acritica dei paradigmi (scientifici) dominanti. La vera concorrenza è tra gruppi trans-nazionali di ricercatori, tra scuole di pensiero, impegnate a interpretare in modo diverso la realtà e a fornire ricette alternative. Al di là di dove, fisicamente, questi ricercatori risiedono.</p>
<p>Tutto questo non vuol dire che il sistema attuale va bene e che non ci sono oscenità, lungi da me. Semplicemente, vorrei ribadire che quando si finanzia la ricerca, occorrerebbe riflettere sul futuro del paese. Distogliamo per un attimo l&#8217;attenzione dal pur rilevante problema dei raccomandati e dei nullafacenti; e chiediamoci strategicamente: dove vogliamo andare?<br />
Alcuni, vogliono che la società si ritrovi con una sola orchestra, che suoni sempre la stessa aria: armonica e perfettamente coordinata al suo interno, con i musicisti rispettosamente ordinati per competenza tecnica, secondo i canoni della duchessa Valutazione Della Ricerca.<br />
Altri, più sommessamente, accettano la confusione generata da tanti cori multiformi, anche tra loro stridenti, che dicano però cose diverse, nella speranza che almeno qualcuno ci veda giusto.</p>
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		<title>[n.23] Labouratorio e la ciccia socialista</title>
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		<pubDate>Mon, 19 May 2008 20:08:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Eppur si muove. Il dibattito pre-congressuale del Partito Socialista &#8211; pur nel permanere di clandestinità latenti &#8211; inizia a muoversi. Ma qua, as usual, si è all&#8217;avanguardia e mentre gli altri ancora si stiracchiano Labouratorio sculetta allegramente davanti al proprio barbecue di spunti di dibattito. E per non farvi mancare nulla son pure tornate le previsioni… <a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/23-labouratorio-e-la-ciccia-socialista/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Eppur si muove. Il dibattito pre-congressuale del Partito Socialista &#8211; pur nel permanere di clandestinità latenti &#8211; inizia a muoversi. Ma qua, as usual, si è all&#8217;avanguardia e mentre gli altri ancora si stiracchiano Labouratorio sculetta allegramente davanti al proprio barbecue di spunti di dibattito. E per non farvi mancare nulla son pure tornate le previsioni del colonnello Albano. Un numero per buongustai, buon appetito!<br />
T.C</em></p>
<p><strong>Editoriale di Carlo D&#8217;Ippoliti</strong></p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/23-labouratorio-e-la-ciccia-socialista/"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px; float: right;" src="http://inoz.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/10627/Lab23.PNG" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>Il dibattito politico interno al PS ricorda la passata campagna elettorale: tutti a fare a chi ce l’ha più riformista. (il partito, o il leader)<br />
QUALI “riforme” fare, non molti si degnano di precisarlo. In realtà, se non quando veramente costretto, fuori delle aule parlamentari il dibattito politico italiano non parla di contenuti. Almeno dall’inizio della Seconda Repubblica.<br />
Da allora, Sartori si  sbraccia di dirci che la colpa, della degenerata politique politicienne, è nel numero eccessivo e nelle manie di protagonismo dei piccoli partiti. Peccato che, morti i “nanetti”, lui stesso non trovi niente di meglio da dirci, che riproporre la (errata) teoria della sovrappopolazione di Malthus. Tremonti d&#8217;altronde, ha definitivamente chiarito che il PdL è un partito conservatore, non liberale, e ci ha dato la sua visione della globalizzazione (visione, purtroppo o per fortuna, ignorata dal dibattito).<br />
Di contenuti di rilievo -ciccia- c’è poco altro.<br />
Insomma, se la gente si disinteressa di politica, o cade nell’antipolitica, non me la sento di dire che è colpa sua. Vi interessereste voi di sapere chi prende la poltrona di Ministro per l’attuazione del programma? Se state leggendo questo editoriale forse sì, ma la colpa è vostra.<br />
Sarebbe interessante aprire un dibattito sul dibattito, ovvero sulle ragioni del suo inaridimento. Dalla comprensione di questo, potremmo identificare spazi politici (e forse editoriali) da cui ricominciare a fare una politica che sia un po’ più interessante dell’annosa questione se il PS debba stare a sinistra del PD ma a destra di SA, o a destra del PD e a sinistra del PdL. (scusate sono un povero ingenuo, ma è uno dei privilegi che preferisco, per noi accademici nelle torri d’avorio)</p>
<p>Provo allora a buttar giù qualche ipotesi (in ordine sparso) che, guarda caso, nasconde anche qualche implicita risposta alla domanda “di quali riforme parliamo?”.</p>
<p><strong>1.</strong> i partiti si sono lanciati alla conquista del favore di Confindustria, favore divenuto finalmente accessibile in regime di concorrenza tra più partiti, dopo l’abbandono da parte del P-DS dell’ideologia comunista.<br />
<strong> 2.</strong> i politici hanno creduto alla teoria dell’elettore mediano, ovvero che le elezioni si vincono al centro, convergendo obiettivamente nei programmi e nella prassi.<br />
<strong> 3.</strong> nel settore della stampa e dell’informazione non vige la minima concorrenza. I giornali più agguerriti e indipendenti al massimo “fanno commento”, ma certo non fanno informazione.<br />
<strong> 4.</strong> l’università è ormai frantumata in un pulviscolo di micro-sedi, che rende la vita impossibile ai professori, oberati di cattedre da spartirsi e senza più tempo per dedicarsi alla società.<br />
<strong> 5.</strong> gli intellettuali non hanno più un ruolo sociale. (scusa, chi?)<br />
<strong> 6.</strong> l’enorme ulteriore concentrazione di potere finanziario e industriale che si è avuta nel nostro Paese negli ultimi decenni ha eliminato un buon numero di conflitti di interesse, nella società e nella politica: non c’è più molto di cui discutere dal punto di vista dei “poteri forti”.<br />
<strong> 7.</strong> ci sono ancora in Italia troppe poche lobbies, e troppo piccole, opache e malamente organizzate.<br />
<strong> 8.</strong> l’economia sembra ormai l’unico argomento di cui valga la pena dibattere, ma a livello teorico e metodologico si tratta purtroppo della più semplicistica e ideologica delle scienze sociali.<br />
<strong> 9.</strong> il mondo è effettivamente cambiato troppo velocemente rispetto ai tempi in cui si è formata l’attuale classe dirigente italiana (uomini, ultrasessantenni, tendenzialmente ex-DC ex-PCI o ex-PSI), ed è oggi molto difficile da interpretare (soprattutto per loro).<br />
<strong> 10.</strong> le istituzioni sovranazionali e internazionali limitano effettivamente il potere decisionale (ovvero la scelta degli obiettivi) della politica nazionale, mentre le mutate condizioni politico-economiche ne limitano decisamente l’efficacia (ovvero la forza degli strumenti).<br />
<strong> 11.</strong> dal punto di vista culturale abbiamo ormai abbracciato il leaderismo in versione Berlusconi, cioè la selezione non del partito ma del leader, e sulla base delle vere o presunte qualità personali (ad esempio la possibilità di (sotto)mettere daccordo i notabili del partito) e non delle sue opinioni.</p>
<p>Come conseguenza, credo che la sterilità del dibattito crei “nicchie di mercato”, completamente trascurate dal Veltrusconi. In politichese, lo spazio c’è.<br />
Ma per ora mi piacerebbe si discutesse almeno un po’ del perché in Italia non si può (più) parlare di contenuti, in politica.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>SOMMARIO DEL N.23</strong></p>
<ul>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/23-labouratorio-e-la-ciccia-socialista/">[#23] Labouratorio e la ciccia socialista</a><a href="../2008/05/19/23-labouratorio-e-la-ciccia-socialista/?phpMyAdmin=mtTBzXRBGDmeXdp2%2CJBGHI8KeM9"> </a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/carne-al-fuoco-il-punto-dopo-gli-spunti/">[Carne al fuoco] Il punto dopo gli spunti</a><a href="../2008/05/19/carne-al-fuoco-il-punto-dopo-gli-spunti/?phpMyAdmin=mtTBzXRBGDmeXdp2%2CJBGHI8KeM9"> </a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/carne-al-fuoco-chi-non-passa-alla-storia-passa-alla-geografia/">[Carne al fuoco] Chi non passa alla storia, passa alla geografia</a><a href="../2008/05/19/carne-al-fuoco-chi-non-passa-alla-storia-passa-alla-geografia/?phpMyAdmin=mtTBzXRBGDmeXdp2%2CJBGHI8KeM9"> </a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/carne-al-fuoco-sulla-proposta-di-lanfranco-turci/">[Carne al fuoco] Sulla proposta di Lanfranco Turci</a><a href="../2008/05/19/carne-al-fuoco-sulla-proposta-di-lanfranco-turci/?phpMyAdmin=mtTBzXRBGDmeXdp2%2CJBGHI8KeM9"> </a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/carne-al-fuoco-un-partito-non-puo-vivere-senza-unidea/">[Carne al fuoco] Un partito non può vivere senza un’idea</a><a href="../2008/05/19/carne-al-fuoco-un-partito-non-puo-vivere-senza-unidea/?phpMyAdmin=mtTBzXRBGDmeXdp2%2CJBGHI8KeM9"> </a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/il-meteo-del-colonnello-albano-il-gran-ritorno/">[Il meteo del colonnello Albano] Il gran ritorno!</a><a href="../2008/05/19/il-meteo-del-colonnello-albano-il-gran-ritorno/?phpMyAdmin=mtTBzXRBGDmeXdp2%2CJBGHI8KeM9"> </a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/whats-going-on-i-primi-vagiti-del-veltrusconi/">[What's going on] I primi vagiti del Veltrusconi</a><a href="../2008/05/19/whats-going-on-i-primi-vagiti-del-veltrusconi/?phpMyAdmin=mtTBzXRBGDmeXdp2%2CJBGHI8KeM9"> </a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/what-went-on-34-anni-fa-unitalia-un-po-piu-civile/">[What went on] 34 anni fa un’Italia un po’ più civile</a><a href="../2008/05/19/what-went-on-34-anni-fa-unitalia-un-po-piu-civile/?phpMyAdmin=mtTBzXRBGDmeXdp2%2CJBGHI8KeM9"> </a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/05/19/partiture-riformiste-fra-etica-e-politica/">[Partiture Riformiste] Fra etica e politica</a><a href="../2008/05/19/partiture-riformiste-fra-etica-e-politica/?phpMyAdmin=mtTBzXRBGDmeXdp2%2CJBGHI8KeM9"> </a></li>
</ul>
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