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	<title>Labouratorio &#187; antonello cresti</title>
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	<description>Magazine di sperimentazione alchemica per una generazione che non c&#039;è</description>
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		<title>[Mondoperaio in Labouratorio] Prima che la vita ci cambi: come vedo i giovani italiani</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Mar 2011 17:54:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonello Cresti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il tempo che viviamo è quello che andrebbe definito un momento di “infertile decadenza”. Tutti navigano a vista galleggiando malamente sui flutti, ed anche i cosiddetti opinion makers non si discostano da questo stato di profonda confusione, pronunciando alternativamente ingiurie inaccettabili nei confronti dei giovani, oppure, con la stessa leggerezza, come girare la pagina di un… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/03/13/mondoperaio-in-labouratorio-prima-che-la-vita-ci-cambi-come-vedo-i-giovani-italiani/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il tempo che viviamo è quello che andrebbe definito un momento di “infertile decadenza”. Tutti navigano a vista galleggiando malamente sui flutti, ed anche i cosiddetti opinion makers non si discostano da questo stato di profonda confusione, pronunciando alternativamente ingiurie inaccettabili nei confronti dei giovani, oppure, con la stessa leggerezza, come girare la pagina di un giornale, trattandoli con una sgradevolissima pietas. In entrambi i casi i nostri giornalisti (“lucidi e geniali” li aveva etichettati con ironico sprezzo Franco Battiato in una sua vecchia canzone) sbagliano, operando concettualmente in una forma di dualismo che, all’interno dei ben più complessi conflitti della postmodernità, ci sta portando solo guasti e problemi; in realtà dalla constatazione di una situazione effettivamente difficilissima, mortificante, statica all’ennesima potenza, deve emergere la coscienza che tutto questo torvo immaginario altro non è che un mito incapacitante che deve esser lasciato alle nostre spalle al più presto.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/03/TIMOTHY-LEARY.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-3693" title="TIMOTHY-LEARY" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/03/TIMOTHY-LEARY.jpg" alt="" width="576" height="800" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Nella cultura delle complessità, come insegna ad esempio la scuola di pensiero della Deep Ecology, è ben difficile stabilire un nesso biunivoco tra causa ed effetto, ammettendo dunque l’esistenza di una rete sottilissima di relazioni molteplici; in questo senso ragionare in termini “riduzionistici” è davvero una forma di falsificazione, così come ritenere che le giovani generazioni italiane rappresentino in maniera così lampante dei corpi estranei della società solo perché inseriti in un quadro sfavorevole. Psicologia, antropologia e storia insegnano invece che alcune punte di ingegno sono raggiungibili soprattutto in condizioni di tensione, poiché capaci di fornire motivazione e determinazione aggiuntiva all’individuo; ma anche senza fare voli pindarici penso sia utile ripercorrere un po’ la storia dell’idea di “giovane” nella società occidentale.<br />
Ebbene, questa idea, che adesso diamo per acquisita, è una “invenzione” ben recente, timorosamente insinuatasi negli anni cinquanta e poi divenuta esplosivamente categoria dello spirito e di marketing contemporaneamente. I tardi anni sessanta e tutti gli anni settanta in particolar modo, in senso planetario, hanno segnato il momento di massimo protagonismo della gioventù, un protagonismo che, a ben vedere, si è giovato dell’idea di essere “corpo estraneo”, senza lagnarsi delle incomprensioni da parte del vecchio mondo. Le controculture provenienti dal mondo anglosassone teorizzavano l’inclusione attraverso l’esclusione (il concetto di drop out espresso da Timothy Leary, ad esempio), una idea che, per quanto possa stupire al giorno di oggi, si è rivelata assolutamente esatta non solo da un punto di vista della realizzazione spirituale, come dimostrano le parabole di alcuni dei più straordinari protagonisti della odierna New Economy come Steve Jobs o il meno conosciuto Paul Allen, provenienti dal movimentismo statunitense, ed a ben vedere continuatori sotto altri mezzi di quelle idee. Sostenere il contrario sarebbe solo bieco moralismo pauperista. Il loro successo dovrebbe rincuorarci.<br />
Ebbene, i giovani di oggi dovrebbero recuperare questo concetto, farsi carico dell’idea evangelica di colui che “vive nel mondo senza essere del mondo” con l’idea non di fuggire (che è ciò che, sia pure in maniera coatta, sta avvenendo), ma di acquisire un nuovo protagonismo, un protagonismo che pur tenendo presente la straordinaria unicità dei percorsi individuali tenga ben ferma l’importanza della dimensione collettiva, un’altra coordinata che negli ultimi decenni si è totalmente persa. Se mi si perdona il bisticcio linguistico, infatti, i giovani attuali non sono ritenuti incisivi per la società perché effettivamente non stanno incidendo alcunché. Come abbiamo detto in principio le generalizzazioni non servono a nulla e ci portano lontani dall’obiettivo prefissato, ma è un dato di fatto che l’attuale mito di costruzione sia quanto di più lontano possibile dall’assalto al cielo che invece animò molti in passato. Solo quando si penserà di incarnare una specificità vitale ed irrinunciabile si potrà assumere un ruolo attivo in questa società declinante, ma per fare questo, e mi ricollego con le prime battute di questo scritto, occorre non soltanto essere giovani anagraficamente, ma soprattutto giovani nello spirito, sapendo tener viva la fiamma stessa della Vita Vivente, l’anelito al Divino, la certezza della Totalità. Un motto in voga nel 1977 recitava “cambiamo la vita, prima che la vita cambi noi”. Credo che questo sia un insegnamento sempre attuale, anche per coloro che, troppo frettolosamente, vorrebbero derubricare certi periodi del recente passato come momenti di sola violenza e tensione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Antonello Cresti_30 anni. L&#8217;approdo a Mondoperaio costituisce un significativo passo avanti verso la rispettabilità dopo anni passati a collaborare con le testate più impresentabili&#8230;Peccato che questa sciagurata pubblicazione su Labouratorio finisca per inficiare tutto!</strong></p>
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		<title>[contro-Culture] Fairest Isle. Intervista allo sciamano Antonello Cresti</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 13:11:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Ciuffoletti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Basta con la sinistra dei trombati! Ci vuole una sinistra che trombi!”. Basta questo slogan, con cui il compagno/amico/fratello Antonello Cresti ha condotto la sua splendida campagna elettorale per le comunali di Firenze (insieme al sottoscritto e ad altri sballati) per dare la cifra di un personaggio oltre gli schemi. Provocatorio e fuorilinea, colto e originale… <a href="http://www.labouratorio.it/2009/10/13/contro-culture-fairest-isle-intervista-allo-sciamano-antonello-cresti/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-2028" title="cresti" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2009/10/cresti.jpg" alt="cresti" width="369" height="507" /><em><br />
</em></p>
<p><em>“Basta con la sinistra dei trombati! Ci vuole una sinistra che trombi!”. Basta questo slogan, con cui il compagno/amico/fratello Antonello Cresti ha condotto la sua splendida campagna elettorale per le comunali di Firenze (insieme al sottoscritto e ad altri sballati) per dare la cifra di un personaggio oltre gli schemi. Provocatorio e fuorilinea, colto e originale &#8211; come solo la curiosità intellettuale permette di essere &#8211; antidogmatico e libertario. I lettori di Labouratorio hanno già avuto modo di conoscere, leggere e apprezzare lo stile di Antonello, il suo amore per la cultura e la controcultura, la sua capacità di baloccarsi divertito fra sacro e profano.<br />
In attesa di sue nuove su queste pagine, celebriamo oggi (e nei prossimi numeri di Labouratorio) la sua ultima opera editoriale: <a href="http://www.libreriauniversitaria.it/fairest-isle-epopea-electric-folk/libro/9788896212004" target="_blank"><strong>“Fairest Isle – L&#8217;epopea dell&#8217;electric folk britannico”, edito da poche settimane dalla casa editrice Aereostella</strong>.</a> L&#8217;amore di Antonello per l&#8217;Inghilterra e per la sua musica, il folk in particolare, trova piena espressione nelle oltre 100 pagine di questo volume, in cui si ripercorre la storia, si recuperano nomi scomparsi e si celebrano quelli più noti di un&#8217;esperienza musicale che recupera la tradizione facendone linguaggio moderno, “in una coincidenza d&#8217;opposti che costituisce il profondo significato del folk revival”.<br />
A tavola con lo sciamano Cresti, le nostre domande, le sue risposte.</em></p>
<p><strong>Fairest Isle, la Gran Bretagna. “Madre della moderna democrazia, ma che continua tuttora ad ospitare la più nota monarchia del mondo; ha visto la nascita delle Trade Unions, ma è sempre apparsa fredda nei confronti delle analisi di Karl Marx; patria della rivoluzione industriale, ma che ha partorito fenomeni come il luddismo”. Così descrivi la terra d&#8217;Albione.<br />
I britannici sono degli schizofrenici?</strong></p>
<p>Sto scrivendo un nuovo libro… Non vi svelo la tematica prescelta, ma vi posso dire che il fulcro concettuale della questione è ciò che io ho definito “tradizione eccentrica inglese”; facendo delle ricerche appare evidente che una vena di follia sia congenita alla società anglosassone. All’argomento sono stati dedicati parecchi testi e potrei intrattenervi con alcune delle assurdità tipiche di tanti giganti delle arti e del pensiero nati in quel paese (sapevate ad esempio che l’autore di “Gulliver”, Swift era solito contare ogni singolo passo da lui fatto?). Naturalmente tale eccentricità, alla fine dei conti, ha una valenza assolutamente positiva ed è indice, quantomeno di una spiccata predisposizione alla libertà e alla indipendenza, ad esempio. Dunque, estremizzando ulteriormente, non escluderei una possibile schizofrenia incipiente di quella società, ma al contempo non posso far altro che ricordare che da sempre, nella vita come in quello che produco il mio obiettivo è raggiungere la “coincidentia oppositorum”… L’idea di pensare due cose simultaneamente e non alternativamente mi ha sempre affascinato, dunque ammiro un luogo dove si è capaci di fare ciò. Ma, bene ricordarlo, è necessario abbandonare le nostre categorie se si vuole comprendere il mondo britannico; lasciamo perdere subito le nostre “destre” e “sinistre”, altrimenti si finisce per confondersi… Nel libro ad esempio parlo di Ewan MacColl, marxista fervente… Ebbene  leggete e poi mi direte se avete mai conosciuto un marxista simile in Italia!</p>
<p><strong>Prima che scrittore di cose musicali sei tu stesso musicista. In origine furono i Cocainomadi (mitologico gruppo nato nella seconda metà degli anni &#8217;90 al liceo Machiavelli di Firenze) e una urgenza iconoclasta tardoliceale, poi i Nihil Project e 4 cd (dal primo autoprodotto “Il tramonto dell&#8217;occidente” a quel piccolo capolavoro di “Plough Plays”, passando per il delirio salmodiante di “Samhain”).<br />
La musica è meglio farla o raccontarla? O forse le due cose, se fatte con coscienza, non sono poi così diverse?</strong></p>
<p>Sono sempre stato orgoglioso di sentirmi un ascoltatore prima ancora che un “compositore”, dico questo perché il musicista spesso ha un complesso di Narciso che impedisce di nutrire curiosità nei confronti di quello che viene prodotto attorno a lui. La musica che ho fatto è sempre stata una ri-collezione di influenze e esperienze naturalmente mediate dalla mia sensibilità. Dunque non potrei immaginare di fare musica se non ne ascoltassi, quotidianamente, tantissima. Detto questo il ritmo della mia vita è scandito dai suoni degli altri, non certo dai miei! Per tornare alla tua domanda non so darti una risposta… La musica è bene viverla, come farlo sta alle inclinazioni di ognuno.</p>
<p><strong>Da modesto appassionato di folk è stata per me una gioia trovare citati nel tuo libro gente come gli Spyrogyra (For Grandad è a mio parere una delle canzoni più struggenti di sempre), i Comus (genio puro), i Third Ear Band e altri. Quello che mi chiedo è, a conoscere dell&#8217;esistenza di questi scellerati saremo sì e no qualche migliaio (e sono generoso) in tutta la penisola, giusto?<br />
E allora come invoglieresti un onesto esponente della maggioranza ad incuriosirsi al tuo lavoro?</strong></p>
<p>E’ giusto quello che dici… Il folk britannico non ha mai avuto grande fortuna nel nostro paese, però io parto da un presupposto molto semplice: musicalmente parlando l’Italia è sempre stato un paese a vocazione anglocentrica e se pensiamo alla musica dei ’60 e dei ’70, che è poi quella di cui mi occupo in questo libro, ci accorgeremo che generi come il progressive, il cantautorato (si pensi al caso di Nick Drake), la psichedelia godono di un vasto seguito di appassionati, dunque essendo il folk o motivo ispiratore di tanti di questi artisti (da Donovan ai Jethro Tull, passando per i Traffic e i Beatles di “White album”) oppure crocevia di queste e tante altre influenze, non vedo perché non si debba iniziare a scoprirlo o riscoprirlo. In questo senso il mio libro è un piccolo contributo per aprire una porta dimensionale su questo mondo musicale che, sono certo, ha tantissimo da offrire ai nostri ascoltatori più attenti. Il folk in Italia potrebbe diventare il “caso” collezionistico dei prossimi anni, per quanto mi riguarda…</p>
<p><strong>Da qualche anno, ormai, il folk è tornato di moda nell&#8217;underground soprattutto statunitense. Il wild-folk, weird-folk ocomediavololovoglianochiamarequellicheseneintendono. Oggi, a differenza di allora, si pubblica tanto, forse troppo e non poche opere di questa nuova “scena” sono francamente trascurabilissime.<br />
Dacci un consiglio anche per l&#8217;oggi. Due, tre nomi di artisti di cui vale la pena scaricare qualcosa per provare e poi, magari, comprare per finanziare.</strong></p>
<p>Rimanendo in ambito britannico citerei senza dubbio i Circulus che, per restare in linea con quanto si diceva prima, sono una band che al folk aggiunge la musica medievale come la psichedelia dei Gong ed il jazz-rock. Nancy Elizabeth, per quanto giovanissima, dimostra di avere una ispirazione ben salda. Poi gli scozzesi Pumajaw… Ho avuto il privilegio di collaborare con artisti folk britannici, tra questi citerei i Kitchen Cynics, autori di brani davvero notevoli e Sedayne, compositore sperimentale di grandissimo livello. Infine mi permetto l’immodestia di ricordare che anche il nostro “Nihil Project – Plough Plays”, che tu citavi prima, è stato un apprezzato omaggio alle musiche di cui parliamo.</p>
<p><strong>A bruciapelo. Qual&#8217;è il miglior modo di sposare insieme psichedelia e folk?</strong></p>
<p>Viaggiare. La psichedelia difatti rappresenta l’altrove, mentre il folk ci riconnette con le nostre radici. Dunque conoscere noi stessi (e quindi il viaggio interiore), prima di avventurarsi alla scoperta dell’altro da sé (il viaggio più propriamente inteso).</p>
<p><strong>Vacanza in Inghilterra. Voglio vedere qualcosa di inaspettato. Dammi un consiglio prima di congedarci e di darci nuovo appuntamento sul prossimo numero di Labouratorio.</strong></p>
<p>Volentieri! All’argomento ho dedicato un libretto (“Fish and Chips”- Jubal Editore 2006) e da pochissimo ho aperto uno spazio su Flickr (<a href="http://www.flickr.com/photos/psychoshaman80" target="_blank">http://www.flickr.com/photos/psychoshaman80</a>) dove mensilmente inserirò set fotografici dedicati a zone meravigliose e pressoché sconosciute del Regno Unito. Mi sento innanzitutto in dovere di affermare al popolo a) che Londra mi ha rotto le palle b) che un italiano che va in Inghilterra a visitare le città è a mio avviso totalmente pazzo… Detto questo un paio di suggestioni: il primo set su Flickr è dedicato alle Isole Scilly, un arcipelago a sud-ovest della Cornovaglia che è un vero e proprio paradiso naturalistico. Anche il Pembrokeshire, nel sud del Galles, è una regione costiera di fascino incredibile. La mia contea preferita è il Dorset, offre praticamente tutto in uno spazio esiguo… Infine Rye è la mia piccola cittadina preferita, andare là significa prendere la macchina del tempo ed immergersi nel 1500. Non scherzo!</p>
<p><em><strong>Antonello Cresti _ E&#8217; ricercato da tutte le polizie del mondo per aver pronunciato barzellette sessiste in un film, è un criminale che non bisogna lasciarsi scappare. Se fa resistenza l’ordine è di sparargli addosso.</strong></em></p>
<p><em><strong>Tommaso Ciuffoletti _ E&#8217; Labouratorio &#8230; e molto altro</strong></em></p>
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		<title>[E poi c&#039;è ...] Il Colosso di Barberino</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Apr 2009 10:51:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gionny</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-1739" title="3028_80445689472_665424472_1669668_5622763_n" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2009/04/3028_80445689472_665424472_1669668_5622763_n.jpg" alt="3028_80445689472_665424472_1669668_5622763_n" width="503" height="415" /></p>
<p>Fra le fertili ed ombrose selve del Mugello terra natale del compagno segretario una crew di giovini laici e laiche immersi in un’atmosfera bucolica e psichedelica, scossi da una febbrile voglia di fuga dal grigiore politico e materiale dell’Italietta dei mille divieti e delle mille truffe ha finalmente portato a termine quanto ogni labourante liberale e libertario sperava succedesse…</p>
<p>Dopo mesi di inutili e noiosi inviti da parte di tutti a concretizzare in qualcosa di politicamente rilevante l’esperienza di Laboratorio la scintilla dell’amor intellettuale che non conosce sesso è scattata nelle mente di questi giovini libertini situazionisti fiorentini. Lasciata ai politicanti la politica si sono immersi nell&#8217;estasi entrando in totale simbiosi intellettuale e spirituale l’un con l’altro l’un con l’altra. Dimostrando che l&#8217;affinità metapolitica è l&#8217;unico perno su cui poggiare relazioni umane veramente liberate da qualsiasi inibizione oltre il bene e il male principi per altro scardinati a priori dell&#8217;esperienza.</p>
<p>Sperando che la materiale scienza della politica non intacchi il legame sbocciato tra di loro i giovini certamente proveranno a portare queste esperienza nel campo politica perché tutte le persone possano liberarsi da inutili frustrazioni del quotidiano e cercare di essere il cambiamento che si vuole nel mondo,unica strada praticabile per il raggiungimento della felicità.</p>
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		<title>[Labouracultura]Il futuro del futurismo</title>
		<link>http://www.labouratorio.it/2009/03/07/labouraculturail-futuro-del-futurismo/</link>
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		<pubDate>Sat, 07 Mar 2009 12:05:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società  e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Ianniello]]></category>
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		<category><![CDATA[destra]]></category>
		<category><![CDATA[futurismo]]></category>
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		<description><![CDATA[prefazione di Antonello Cresti Mentre i ridicoli circoli dell’ex destra missina romana si avviano alla rituale celebrazione del futurismo, riteniamo opportuna in questa sede svolgere alcune considerazioni sul fenomeno in questione. In quanto rivista legata alle avanguardie “Labouratorio” non poteva certo esimersi di dire la sua in argomento e dunque ringraziamo Ianniello, saggista di rigore adamantino,… <a href="http://www.labouratorio.it/2009/03/07/labouraculturail-futuro-del-futurismo/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-style: normal;"><img class="alignright size-full wp-image-1467" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="t_240x283_futurismo2" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2009/02/t_240x283_futurismo2.jpg" alt="t_240x283_futurismo2" width="240" height="283" /></span><em>prefazione di <strong>Antonello Crest</strong></em><strong>i</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mentre i ridicoli circoli dell’ex destra missina romana si avviano alla rituale celebrazione del futurismo, riteniamo opportuna in questa sede svolgere alcune considerazioni sul fenomeno in questione.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>In quanto rivista legata alle avanguardie “Labouratorio” non poteva certo esimersi di dire la sua in argomento e dunque ringraziamo Ianniello, saggista di rigore adamantino, per il suo co</em><em>ntributo. La sua firma è l’ennesimo incontro di questa rubrica…</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>articolo di <strong>Andrea A. Ianniello</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span style="font-style: normal;"> Riflettere sul futurismo, come movimento e non con ottica meramente celebrativa, può avere</span></em><em><span style="font-style: normal;"> il suo interesse specialmente oggi, e questo per un motivo decisivo: il futurismo, al di là del suo schierarsi per questa o quella ideologia novecentesca, ha profondamente innovato il linguaggio. Questo mi sembra essere il suo aspetto più importante oggi.</span></em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;"> </span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-style: normal;"><span id="more-1446"></span>Al contrario, proprio il suo schierarsi “ideologico” è l’aspetto più “datato” del movimento,</span><span style="font-style: normal;"> quello da superare decisamente.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-style: normal;">Con la sua natura d’innovazione del linguaggio ci può aiutare a focalizzarci sulla relazione tra linguaggio e ciò che resta della “politica”. Ed anche qui ci sarebbero delle riflessioni da fare, se oggi sia possibile, </span><strong><span style="font-style: normal;">ed in che misura</span></strong><span style="font-style: normal;">, continuare ad usare lo stesso termine “politica”. A mio avviso, questo stesso termine andrebbe superato, facendo esso riferimento da un lato al XX secolo e, dall’altro, ancor più indietro nel tempo, alla “Pòlis”, la città-stato greca, modello già superato quando gli stati moderni hanno assunto dimensioni tali per le quali la democrazia è dovuta necessariamente diventare rappresentativa e non più “diretta”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-style: normal;">Ciò cui oggi stiamo assistendo è il processo di fine della democrazia </span><strong><span style="font-style: normal;">rappresentativa</span></strong><span style="font-style: normal;">.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-style: normal;">Tornando al nostro tema principe, bisognerebbe vedere se il linguaggio può aiutare a superare i vecchi residui mentali per far fronte al XXI secolo, che non è il mero succedaneo del XX. E’ vero che il XXI è più l’anagramma del XIX che la risoluzione/superamento del XX. Ma rimane che tale superamento è richiesto dalle circostanze stesse. In altri termini: nessuno, dico nessuno, dei problemi di oggi è possibile risolverlo nel quadro delle ideologie ereditato dal secolo XX, il che non significa per nulla che tutte queste ideologie siano da buttare, ma piuttosto che vadano recuperate come metodo e non come finalità. In ogni caso, ciò che rende l’attuale situazione davvero pericolosissima è l’assenza della consapevolezza della fine, del termine che certi percorsi hanno nei fatti subito. Tali percorsi, ormai, si conoscono e si pensano come degenerazione perenne, come decomposizione continua, come dissolvimento compiacente, compiacente perché li rende ancora importanti, ne fa dei simulacri di soluzioni semplicemente impossibili o solo ridicole, fantasmi di soluzioni; fantasmi e dissoluzioni: la “cifra” del “nostro” tempo, tempo non più “nostro” perché ce l’hanno rubato – il tempo &#8211; tanto tempo fa. Uccidono più i fantasmi che le cose reali: è questa una delle scoperte del secolo passato e che si perpetua riecheggiando in questo presente secolo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-style: normal;">è possibile recuperare uno spazio</span></strong><span style="font-style: normal;">? Viviamo senza spazio e con poco tempo. Recuperare spazio per recuperare tempo, tempo “libero”, è questo uno scopo decisivo. Senza né spazio né tempo “libero”, è chiaro che i grandi preti della globalizzazione avranno vita facilissima; che, poi, questi stessi preti fra di loro se le suonino senza risparmio né pietà è conforme alle leggi “darwinianeggianti” dell’economia globale, ma non è di certo indice di superamento, ed in nessun senso. La sudditanza linguistica è il riflesso della sudditanza mentale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-style: normal;">In secondo luogo, il futurismo veniva all’inizio del secolo XX, con tutte le aspettative – tradite – delle quali quel secolo si faceva portatore. Il futurismo, in poche parole, esaltava il “futuro”, che fosse nero o rosso poco importava.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-style: normal;">Invece, a mio avviso, lo scopo non dev’esser quello di esaltare il futuro e nemmeno il ripiego sul passato prossimo novecentesco, ma una </span><strong><span style="font-style: normal;">sintesi</span></strong><span style="font-style: normal;">, dove la spinta in avanti si costruisce con quel che c’è dietro e viceversa.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>[LabEndorsment]Con Tommaso, senza “se” e senza “ma”!</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Feb 2009 15:32:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalla redazione...]]></category>
		<category><![CDATA[Liberatorio]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Interna]]></category>
		<category><![CDATA[antonello cresti]]></category>
		<category><![CDATA[candidato]]></category>
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		<category><![CDATA[Tommaso Ciuffoletti]]></category>

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		<description><![CDATA[di Antonello Cresti Coltivo la passione della politica, ennesima perversione personale, da tanti anni. Il mio percorso all’interno ed all’esterno degli angusti recinti della politichetta italica è noto ed è disponibile al giudizio ed all’attenzione di tutti… Se cambiati sono i simboli e le storie che mi hanno visto partecipe, dai tempi del movimento studentesco in… <a href="http://www.labouratorio.it/2009/02/15/labendorsmentcon-tommaso-senza-%e2%80%9cse%e2%80%9d-e-senza-%e2%80%9cma%e2%80%9d/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di <strong>Antonello Cresti</strong></em></p>
<p>Coltivo la passione della politica, ennesima perversione personale, da tanti anni.</p>
<p>Il mio percorso all’interno ed all’esterno degli angusti recinti della politichetta italica è noto ed è disponibile al giudizio ed all’attenzione di tutti…<img class="alignright size-full wp-image-1413" title="ciuf" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2009/02/ciuf.jpg" alt="ciuf" width="318" height="453" /><br />
Se cambiati sono i simboli e le storie che mi hanno visto partecipe, dai tempi del movimento studentesco in poi, condivido la battuta di Fabrizio De Andrè che sosteneva di avere “poche idee, ma fisse”.<br />
Cultura della complessità, superiorità della metapolitica, superamento dei miti fondanti ed incapacitanti della sinistra italiana, un cambio anche formale nei linguaggi del fare politica, etc…<br />
Qualche mese fa mi sono imbattuto, non per caso direi, in Tommaso Ciuffoletti, giovane e dinamico militante del (meno giovane e meno dinamico…) Partito Socialista: sin da subito si è mostrata in tutta la sua evidenza una profonda affinità culturale e metapolitica, ancora maggiormente apprezzabile per il fatto che io e Tommaso concordiamo soprattutto quando divergiamo.<br />
La candidatura di Tommaso alle primarie per la presidenza della Provincia di Firenze, sia pur simbolica, è un segnale che da troppo tempo aspettavo: ossia l’occasione di sostenere una persona che non sia l’ennesimo rifiuto burocratico o l’ennesimo carrierista senza intelletto…<br />
Tommaso spicca nel panorama politico per la sua ostentata differenza; non ci riferiamo qui ad una persona che desidera stupire a colpi di estremismo o disdegno della dialettica, ma a qualcuno che è in effetti alieno da un mondo che spesso e volentieri è la quintessenza della mediocrità.<br />
Creativo più che sgobbone, intellettuale disorganico più che pedina intercambiabile delle gerarchie di un partito (e complimenti a Riccardo Nencini che l’ha coraggiosamente nominato segretario provinciale del Partito Socialista), Ciuffoletti avvia con la sua coraggiosa, solitaria presenza un rinnovamento effettivo dei modi della politica.<br />
Chi mi conosce sa perfettamente che non ho alcun interesse a affermare discorsi prettamente generazionali, ma la giovane età di Tommaso, che una volta tanto non è un mero dato anagrafico, è un fatto sostanziale che potrebbe smuovere gli artritici equilibri della politica della nostra città.<br />
Sia pure sostenuto da un “brand” non troppo appetibile per gli amici e gli artisti che mi conoscono, Tommaso ha il mio totale sostegno e spero anche quello di molti altri che una volta tanto sapranno andare oltre le categorie.<br />
Tommaso dovrebbe distinguersi non tanto per quello che dice, ma per le sfumature.<br />
Come operatore culturale so di poter contare sugli interessi, sulle sensibilità di Tommaso ed è per questo che<br />
offro pubblicamente la mia disponibilità ad adoperarmi ad ogni livello per supportare la sua candidatura.</p>
<p>Auguri Tommaso, auguri a tutti noi!!!</p>
<p>Antonello Cresti</p>
]]></content:encoded>
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		<title>[Labouracultura]Che cosa è l&#8217;Islam?discutiamone con Enrico Galoppini</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jan 2009 23:57:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Estera]]></category>
		<category><![CDATA[Società  e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[antonello cresti]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
		<category><![CDATA[labouracultura]]></category>
		<category><![CDATA[religione]]></category>
		<category><![CDATA[scontro di civiltà]]></category>

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		<description><![CDATA[a cura di Antonello Cresti Ci sembra di estremo interesse cercare di capire più a fondo che cosa sia l’Islam in un periodo in cui molto si è sragionato sull’argomento. Per questo motivo intervistiamo Enrico Galoppini, giovane e valente arabista nonché sulfureo pensatore. Ha già pubblicato diversi saggi e collaborato con diverse Università. A Galoppini si… <a href="http://www.labouratorio.it/2009/01/19/labouraculturache-cosa-e-lislamdiscutiamone-con-enrico-galoppini/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">a cura di <strong>Antonello Cresti</strong></p>
<blockquote>
<p align="justify"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.mrdowling.com/images/605islam.gif" alt="http://www.mrdowling.com/images/605islam.gif" width="175" height="177" /></p>
<p align="justify"><em>Ci sembra di estremo interesse cercare di capire più a fondo che cosa sia l’Islam in un periodo in cui molto si è sragionato sull’argomento.</em></p>
<p><em>Per questo motivo intervistiamo Enrico Galoppini, giovane e valente arabista nonché sulfureo pensatore. Ha già pubblicato diversi saggi e collaborato con diverse Università.</em></p>
<p><em>A Galoppini si può contestare una scelta un po’ troppo disinvolta degli interlocutori. Ci auguriamo, con la pubblicazione di questo dialogo su Labouratorio, di fornirgliene nuovi, più attenti e ben più frequentabili…</em></p></blockquote>
<p align="justify"><strong>– Negli ultimi tre anni si è parlato continuamente di “mondo islamico”, tanto che nelle masse si è creata l’illusione di sapere molto, quasi tutto, su questa religione.<br />
Ad avviso di chi scrive, questo genere di conoscenza è ancora più pericolosa della totale ignoranza; ti chiedo perciò una cosa molto impegnativa: “Che cosa è l’Islam”?</strong></p>
<p align="justify">Già negli anni Novanta esisteva una discreta mole di pubblicistica divulgativa sull’Islâm, sollecitata dal fenomeno dell’immigrazione di aderenti a questa religione (che, cercherò di spiegarlo, è una completa visione del mondo). L’approccio, in quei testi, era generalmente molto rispettoso, talvolta addirittura lusinghiero. E questo, ricordiamolo, quando ad ogni buon analista appariva chiaro che con l’Occidente coalizzatosi nel 1990 contro il “cattivo” Saddam Hussein si preparava lo schema da “scontro di civiltà”. Ma ancora il lavoro dei vari “pensatoi” (i think tank…) non aveva scavato a fondo nelle coscienze, e l’islamofobia manifesta rimaneva un fatto di nicchia, appannaggio di coloro che l’hanno da sempre coltivata sognando le Crociate e Lepanto. <span id="more-1069"></span>Non era, insomma, un fenomeno di massa, anche se, ad onor del vero, “il Turco”, “il Saraceno”, “il Maomettano” sono incubi che abitano nel profondo della “psicologia collettiva” europea, in specie quella meridionale, e che perciò, facilmente, possono sempre essere riportati in superficie. Ad un livello, appunto, di “psicologia collettiva”, con l’11 settembre è stata effettuata un’operazione di riattivazione di questo “materiale psichico” sedimentatosi nel corso dei secoli (non solo a causa di pregiudizi, per carità, perché le scorrerie dei corsari barbareschi sulle coste italiane sono un fatto, anche se questo argomento è complesso e non c’è lo spazio per svilupparlo qui).</p>
<p>Questa premessa per dire che in tutto il parlare che dopo l’11 settembre occupa intere serate d’intrattenimento e nella valanga di instant book, opuscoli e dossier sull’Islâm nei quali si sono cimentati un po’ tutti spesso traspare l’intento (compiacendo i relativi committenti…) di nuocere all’Islâm e ai musulmani. Non si tratta ad ogni modo di un serio tentativo di conoscenza, ma, come di norma accade, di una scorciatoia per “farsi un’idea”. Ora, questo non è detto che porti inevitabilmente a risultati negativi: dipende sempre dall’intenzione che muove chi scrive e chi legge. Per di più, ovviamente, non possiamo conoscere tutto, e difatti non si conosce mai completamente niente di tutto ciò che appartiene al mondo fenomenico. Io stesso, all’inizio dei miei corsi all’Università, dico sempre: “qui ci facciamo un’idea sull’Islâm”, e non: “alla fine del corso conoscerete l’Islâm”. Siccome però mi chiedi “che cosa è l’Islâm”, ti risponderò partendo dall’etimologia. Le parole arabe hanno quasi sempre una radice triconsonantica che nel caso del termine” Islâm” è s-l-m, le cui forme verbali veicolano i seguenti significati: essere sano, in buona salute, consegnare, consegnarsi, arrendersi. Tra queste forme verbali, quella da cui deriva il nome “Islâm” è una di quelle che esprime un atteggiamento attivo, per cui, ricorrendo ad una perifrasi, si potrebbe definire l’Islâm un “consegnarsi volontariamente al volere divino (espresso a chiare lettere nel Corano)”. Spesso si leggono delle spiegazioni approssimative: “salâm” (pace) ha certo la stessa radice di “Islâm”, ma “Salâm” e “Islâm” non sono la stessa cosa, né ha senso dire che l’Islâm è “la religione della pace”. La Pace (con la P maiuscola) è una conseguenza dell’Islâm, e as-Salâm (“la Pace”) è uno dei 99 Nomi divini “più belli”. Per non parlare della “sottomissione (a Dio)”, che dà l’idea di un credente tiranneggiato da un dispotico Signore.</p>
<p>In estrema sintesi, è musulmano colui che riconosce l’Unità e l’Unicità di Dio (tawhîd) espresse nella shahâda, la testimonianza di fede che recita: “Non c’è divinità se non Iddio, e Muhammad è l’Inviato d’Iddio”. A questo punto, il credente (al-mu’min; Îmân = fede), colui che crede in Dio, nei Suoi Angeli, nei Suoi Libri, nei Suoi Inviati, nell’Ultimo Giorno (il “Giorno del Giudizio”), esprime il suo Islâm nella pratica dei cosiddetti cinque “pilastri dell’Islâm”, che sono, dopo la shahâda: la salât, la preghiera canonica rituale cinque volte al dì; la zakât, una vera e propria tassa esatta dallo Stato per conto della comunità secondo precise indicazioni a seconda dei beni e ridistribuita a beneficio di precise categorie di aventi diritto; sawm Ramadân, ovvero l’astinenza (piuttosto che “digiuno”) durante il mese di Ramadân (il 9° del calendario lunare islamico), dall’alba al tramonto di ogni giorno; il Hajj, il Pellegrinaggio alla Casa Santa (il “Centro del mondo”, il “santuario” di Mecca che contiene anche la Ka’ba con la Pietra Nera) in precisi giorni dell’anno, almeno una volta nella vita.</p>
<p><strong>– Pensi che gli opinion makers abbiano in fin dei conti evidenziato cose giuste o pensi che abbiano solo fatto confusione?</strong></p>
<p>Se si riflette sul significato di “opinion makers”, “fabbricanti di opinioni”, in pratica ci si è già dati una risposta. Questi personaggi, in numero tutto sommato esiguo, onnipresenti e presentati come degli autentici oracoli (anche grazie al fatto che li si sottrae ad ogni autentico contraddittorio), svolgono alla perfezione il compito cui sono stati delegati, ovvero la fornitura di un ‘corredo’ intellettuale, una sorta sapere prêt à porter funzionale alle esigenze politiche dei loro committenti. Che difatti li pagano profumatamente… Non si tratta perciò di interrogarsi in merito a quel che propongono di volta in volta ad un pubblico in massima parte sprovveduto e che li considera la necessaria ‘porta’ per ottenere delle informazioni sul mondo arabo-islamico. I loro argomenti alla fin fine ruotano sempre attorno ad un’unica esigenza: creare allarmismo attorno all’Islâm, ponendolo al centro della scena dicendo: “il problema, oggi, è l’Islâm”, quando invece gli italiani &#8211; e non solo &#8211; avrebbero ben altri bersagli cui indirizzare le loro preoccupazioni di carattere politico, sociale ed economico.</p>
<p><strong>– La conoscenza diretta del variegato mondo islamico è quasi interamente affidata ai canali del turismo di massa. Non credi che anche un genere di contatto simile non faccia altro che alimentare luoghi comuni e pregiudizi?</strong></p>
<p>Il turismo di massa è una parodia dell’incontro tra culture e genti diverse. Per esperienza diretta, avendo avuto occasione di accompagnare dei gruppi di turisti nel Vicino Oriente, posso affermare che sebbene i partecipanti a questo tipo di viaggi siano generalmente discretamente motivati e posseggano un livello di “cultura” piuttosto elevato, queste fugaci esperienze in loco non li ‘vaccinano’ dal contagio da “scontro di civiltà”, magari a loro stessa insaputa. Mi spiego: avendo apprezzato il valore dell’arte islamica e la straordinaria profondità delle culture dei Paesi visitati, provano sincera indignazione alla notizia della distruzione di un importante museo sotto le bombe americane, ma si dimostrano completamente vulnerabili sul piano della propaganda di tipo politico essendo pronti a condannare qualsiasi resistenza armata all’invasore, come se questi popoli – i reali popoli arabi e islamici, e non quelli dei libri e dei musei – non fossero capaci di scegliere l’opzione politica che più si confà al loro sentire e alla loro cultura, e perciò degni di rispetto per le scelte che fanno in quello che ritengono essere il loro interesse.<br />
Anche in questo si riflette una grave incapacità a concepire l’Altro da sé. Più di vent’anni fa Pascal Bruckner &#8211; di certo non un “progressista” – scriveva ne Il singhiozzo dell’uomo bianco che “l’indigeno è accettato solo se bisognoso (di carità missionaria) o rivoluzionario (marxista-leninista)”, e la situazione è senz’altro peggiorata perché ciò significava che almeno entro certi schemi gli si riconosceva il diritto di ribellarsi!</p>
<p>Il turista, sebbene armato delle migliori intenzioni, cerca inoltre una realtà contraffatta, imbevuta d’esotismo, nella quale il rapporto con la gente del posto si limita ad una serie ritualizzata di situazioni-tipo, qual è ad esempio la tipica scorribanda in un suq. Oppure, che dire di quell’autentica “barbarie del comfort” che caratterizza questi costosissimi viaggi? Il turista mangia razioni doppie o triple di cibo rispetto alle gente del posto, vive in ambienti dove si pulisce sul pulito, è causa – con la complicità di affaristi locali legati a catene multinazionali – dello scempio di molti paradisi naturali. Per di più, agli occhi dei locali, tutto questo sfarzo alimenta il pregiudizio per cui noi “occidentali” siano tutti dei piccoli Paperon de’ Paperoni, con buona pace dei bei discorsi sulla comprensione reciproca di cui s’ammanta l’industria turistica…</p>
<p><strong>– E’ innegabile che nella religione musulmana si sia innestata una componente guerresca. Non sto a sindacare se questa componente sia comprensibile o meno, tuttavia mi chiedevo se tali caratteristiche non siano un prodotto di una certa “colonizzazione di ritorno”. Quale che sia il nostro giudizio su Bin Laden, non pensi che sia difficile ritrovare in lui un reale atto di rivolta, vista la sua profonda appartenenza ai miti dell’Occidente?</strong></p>
<p>L’Islâm parte da una base realistica, e non descrive il mondo così come ci piacerebbe che fosse, con gli agnellini accarezzati da belve feroci, tipo l’iconografia di certe chiese statunitensi. La vita contempla anche il combattimento, la lotta, e chiunque lo sperimenta ogni giorno. La guerra fa parte della vita degli uomini e delle comunità. Ma l’importante è stabilire delle regole che assicurino il rispetto di alcune garanzie fondamentali e, soprattutto, contribuiscano a ristabilire al più presto le condizioni per una pace con giustizia e quindi duratura.</p>
<p>Dunque, per evitare fraintendimenti, bisogna spiegare che cosa è il jihâd, nel 99% dei casi tradotto con “guerra santa” senza aggiungere altro, senz’altro in malafede quando si tratta di inviati che da anni stanno al Cairo o a Gerusalemme (senza sapere l’arabo!). Di nuovo, dobbiamo rivolgerci all’etimologia. La radice triconsonantica j-h-d veicola i significati di “sforzo”, “impegno”, “assiduità”, “applicazione con zelo”. La forma verbale jâhada significa “combattere qn.”, ma al-jihâd fî sabîl Allâh, è “il combattimento sulla Via di Dio”, un “sacro sforzo” per avvicinarsi a Lui. Qui l’Islâm distingue due tipi di jihâd: il “grande jihâd”, che è quello contro le proprie passioni, contro l’anima concupiscente dispersa nella molteplicità, ed un “piccolo jihâd”, quello da svolgere con le armi in difesa della comunità. Quest’ultimo, come è scritto nel Corano, non ha niente a che vedere con la guerra indiscriminata o “totale” moderna, dove le prime vittime sono le popolazioni civili proprio perché non esiste più la distinzione tra militari e non, essendoci un solo soggetto che svolge operazioni di “polizia internazionale” a caccia di ‘fuorilegge’ (e i popoli lo sono nella misura in cui sostengono i “dittatori”: per questo c’è l’embargo…), come nella migliore tradizione western. Tutto nel jihâd è sottoposto a regolamentazione: dal trattamento del prigioniero, alla spartizione del bottino eventualmente preso al nemico. Ma, ribadisco, il jihâd interiore deve prevalere su quello esteriore, anche mentre si svolge quest’ultimo, il che &#8211; s’intuisce – preserva il combattente dal commettere inutili efferatezze.</p>
<p>Purtroppo &#8211; e qui è evidente un processo degenerativo influenzato dall’importazione di una prassi politica non islamica – molti movimenti islamisti (lo studioso, invece, è un “islamologo”) assolutizzano il concetto di “piccolo jihâd” e ne fanno il jihâd tout court: in ciò sono assimilabili ai gruppi rivoluzionari laici, con l’unica differenza che cercano una legittimazione di tipo religioso. Detto questo, non vuol dire che i vari Bin Laden s’inventino dei problemi dal nulla: è semmai il tipo di risposta che danno che andrebbe sostituita con altre più genuinamente islamiche, ma non certo far finta che tutto vada bene e limitarsi a conformistiche e rituali pubbliche condanne, comprese quelle di “musulmani moderati” talvolta davvero patetici nel loro goffo tentativo d’ingraziarsi i nemici dell’Islâm. Già che ci sono, “musulmano moderato” non significa niente, se non “musulmano funzionale”, poiché l’Islâm ricerca sempre la moderazione, la “via mediana”, rifuggendo le esagerazioni.</p>
<p><strong>– Quello che sta accadendo è da molti considerato uno “scontro di civiltà”. A mio avviso questa è una idea perniciosa, ma quello che desideravo comprendere è se ritieni che categorie risorgimentali come i concetti di “destra” e “sinistra” siano in qualche modo utili per districarsi nei conflitti in atto.</strong></p>
<p>Onestamente, devo ammettere di non aver ancora capito cosa sia questo famoso “scontro di civiltà”. La questione è stata posta all’ordine del giorno per il tramite di un superpagato “analista” solo perché l’Occidente (e quando scrivo “Occidente” parlo dell’azione solidale di tre gruppi: l’élite WASP anglo-americana a capo delle grandi multinazionali, una componente ebraico-sionista che controlla la cultura e i media ed ha forti influenze in campo finanziario, la componente clerico-massonica (forte sia in Europa che in Sud America) che mediante l’Opus Dei ha messo il suo universalismo al servizio del progetto mondialista) nel progetto di espansione planetaria del suo dominio si trova tra i piedi l’Islâm, sia dal punto di vista ‘ideologico’ (e qui il discorso si amplierebbe a considerazioni su quella che Guénon indicava come la “controiniziazione”) sia da quello geopolitico. In tutto questo, i popoli europei (ed alcuni loro esponenti politici), che sono i naturali vicini di casa dei popoli arabo-islamici, vengono allarmati, ricattati, abbindolati con questa favola dello “scontro di civiltà”, la cui presa è facilitata dall’aumentato afflusso d’immigrati di religione islamica, che pone inevitabilmente dei problemi (ma va osservato che i problemi li pone un’immigrazione eccessiva, e non una “immigrazione islamica”). Per di più, lo “scontro di civiltà” non descrive una situazione di fatto, oggettiva, ma solo uno stato di tensione indotto permanentemente finché farà comodo, poiché chiunque, recandosi in un paese arabo-islamico può constatare come i popoli che li abitano, in specie quelli vicino-orientali, siano tra le persone più aperte e cordiali del mondo, né è sostenibile che un qualsivoglia paese arabo-islamico intenda conquistarci o sottometterci. Sfido chiunque a provare con argomenti razionali che è il mondo arabo-islamico a voler sottomettere l’Occidente &#8211; nel quale, ripeto, l’Europa sta a far da comparsa – e non, come sta avvenendo, il contrario.</p>
<p>Detto questo, va da sé che “destra” e “sinistra” non offrono alcuno strumento utile per orientarsi nella situazione attuale. Basti osservare l’indecoroso atteggiamento di entrambi gli schieramenti-fotocopia: quando uno grida “guerra”, l’altro risponde “pace”, ma se il primo ha un ripensamento, il secondo non lo asseconda come ci sarebbe da aspettarsi: si arrampica sugli specchi pur di fare il bastian contrario. Probabilmente i tifosi calcistici sono più obiettivi! A parte gli scherzi, come avviene negli Usa &#8211; e spiega magistralmente John Kleeves -, la “destra” è il capitalismo arrivato, soddisfatto, la “sinistra” quello insoddisfatto, che rappresenta i ceti emergenti, ragion per cui il “lavoro sporco” – qual è stato ad esempio l’attacco a Belgrado del 1999 – lo compie la “sinistra”, ed il “popolo” – che in pratica non c’è più, ma esiste, come scrive Costanzo Preve, una “classe media globale” – è così disposto ad accettare quel che mai accetterebbe se promosso dalla “destra”. Se nel 2003 si sono viste milioni di persone nelle strade per manifestare il loro dissenso (col riflusso attuale che la dice lunga sulla solidità delle loro posizioni, vagamente “pacifiste” ma refrattarie a riconoscere che resistere ad un’aggressione è giusto e sacrosanto), nel 1999, quando la guerra venne portata in Europa con la sinistra al governo, furono veramente pochi quelli che manifestarono contro quella guerra.</p>
<p><strong>– Una domanda più metafisica: da studioso immagino che proverai una forte fascinazione per il portato religioso musulmano.</strong></p>
<p>Naturalmente, altrimenti sarei certamente passato ad altro. In effetti, non capisco come si possa dedicare una vita di studio a qualcosa che si detesta o, nel migliore dei casi, ci rimane indifferente. Il mio accostamento allo studio di quella che potremmo definire una “visione del mondo direttamente dettata da Dio” va di pari passo con l’approfondimento della conoscenza della lingua araba, lingua nella quale, lo ricordo, è scritto il Corano &#8211; da Qur’ân, “recitazione (salmodiata)” &#8211; essendo stata la lingua della rivelazione. E’ perciò una lingua sacra, che ha inoltre la peculiarità d’essere una lingua viva, parlata in una ventina di Stati e ovunque si trovano comunità d’emigrati arabofoni.</p>
<p><strong>- Quale corrente dell’Islam ti affascina di più? Quale è il tuo giudizio sul Sufismo?</strong></p>
<p>La corrente alla quale più mi sento vicino è quella sunnita “ortodossa”, quella mediana sistematizzata da al-Ghazâlî definita della ahl as-sunna [l’insieme delle tradizioni profetiche] wa l-jamâ‘a (“la gente della sunna e della comunità”), con ciò stabilendo che l’autorità risiede nell’interpretazione comunitaria dei dati della Rivelazione con l’ausilio dei dotti versati nelle scienze religiose (coloro che compiono l’ijtihâd, dalla stessa radice j-h-d), e non in qualche personaggio carismatico magari dotato di chissà quali poteri… In questo modo, l’unità della comunità è salva, e si evita il frazionamento in mille sette, tanto più ingiustificate se si pensa che nell’Islâm si ripete sovente che fî l-ikhtilâf rahma (“nella differenza c’è una misericordia”). Il sufismo (at-tasawwuf), non è invece una “corrente” dell’Islâm, ma ne costituisce piuttosto l’essenza, il nocciolo, la via lungo la quale ci si può incamminare per raggiungere, grazie ad un’iniziazione, una dottrina e un metodo sotto la guida di un maestro (shaykh) di una tarîqa (lett. “via”, tradotto spesso con “confraternita”) ortodossa, un grado di conoscenza più intimo della Rivelazione della cui luce comunque il credente partecipa attenendosi alla pratica dei cinque pilastri summenzionati e all’osservanza della sunna del Profeta. Difatti, dev’essere chiaro che non è pensabile seguire il Sufismo e non essere musulmani, poiché il Sufismo è l’approfondimento della “testimonianza di fede” (“Non c’è divinità se non Iddio, e Muhammad è l’Inviato d’Iddio”), per estinguere il sé individuale ed identificarsi col Sé universale. In pratica il sufi per questo mondo è già morto, sebbene sia ancora in vita, non avendo altra preoccupazione che la contemplazione e la glorificazione di Dio, il cui nome (Allâh) ricorda incessantemente col dhikr (“menzione”). In una pubblicazione islamica integralista-modernista (i due punti di vista sono apparentemente antitetici) ho letto una volta che “il sufismo non è Islâm”: si deve invece affermare che il Sufismo ortodosso, quello cioè trasmesso attraverso catene iniziatiche ininterrotte che partono dal Profeta, e che conta ancora numerosi aderenti in tutto il mondo islamico alla ricerca di un sincero percorso di rigenerazione spirituale, è non solo genuinamente islamico, ma è il miglior antidoto contro qualsiasi forma d’estremismo.<strong><br />
</strong></p>
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		<title>[Labouratorio n.37] Ora che la crisi non è più virtuale</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Nov 2008 18:17:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Giuseppe Lavalle E alla fine la crisi da virtuale diventa reale. Sono cinquantanove le aziende nella provincia di Bologna che hanno mandato in cassa integrazione i propri lavoratori. Tante, purtroppo. Le aziende cominciano a fermarsi, le banche restringono il credito, produzioni e vendite sono quasi dimezzate. Nell’ultimo articolo parlavo di mito del denaro che da… <a href="http://www.labouratorio.it/2008/11/10/labouratorio-n37-ora-che-la-crisi-non-e-piu-virtuale/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2008/11/lab37.png"><img class="alignright size-full wp-image-847" style="margin: 5px; border: 0px;" title="lab37" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2008/11/lab37.png" alt="" width="308" height="300" /></a>di <strong>Giuseppe Lavalle</strong></p>
<p>E alla fine la crisi da virtuale diventa reale.<br />
Sono cinquantanove le aziende nella provincia di Bologna che hanno mandato in cassa integrazione i propri lavoratori. Tante, purtroppo. Le aziende cominciano a fermarsi, le banche restringono il credito, produzioni e vendite sono quasi dimezzate.<br />
Nell’ultimo articolo parlavo di mito del denaro che da solo crea altro denaro e di centralità del lavoro. Coloro che hanno creato il mito abbiamo già visto che se la caveranno. Mi interessa invece, dal mio punto di vista, come si presentano i lavoratori davanti a questa crisi. <br />
Ho provato a stilare un elenco, completo ma non esaustivo, poiché si presta ad una marea di possibili combinazioni.</p>
<p><strong>1) Disoccupato.</strong> Paradossalmente per lui la situazione non cambia: semplicemente trovare lavoro sarà ancora più difficile.<br />
<strong>2) Precario.</strong> Lo dice la parola stessa: se prima era piegato adesso, se possibile, si piegherà ancora di più, nella speranza, prima o poi, di diventare flessibile.<br />
<strong>3) Lavoratore con mutuo.</strong> Ovviamente a tempo indeterminato, ha già passato un anno difficile. Con la crescita dell’Euribor, la sua rata mutuo è passata da 820 euro base a 1.084. Sono 264 euro di differenza al mese, che moltiplicati per 12 fanno 3.168 euro annui. In sostanza si è mangiato non solo la tredicesima ma anche la quattordicesima del suo stipendio discreto. Lui, la proposta di Draghi di agganciare i mutui non all’Euribor, non la lascerebbe cadere nel vuoto.<br />
<strong>4) Lavoratore con figli.</strong> Al nido paga una retta di circa 600 euro mensili. A scuola, con le 24 ore settimanali, oltre al caro libri dovrà pagare anche l’estensione del servizio realizzato da una cooperativa, o meglio ancora da una qualche istituzione cattolica. All’università il numero chiuso si può definire per censo.<br />
<strong>5) Lavoratore in cassa integrazione.</strong> A rischio perdita del posto di lavoro, percepisce uno stipendio (il primo probabilmente dopo tre mesi) che man mano diminuisce, e che è pagato dall’INPS, Istituto notoriamente non gravato da debiti. <br />
<strong>6) Lavoratore con contratto non ancora rinnovato.</strong> Alcuni attendono ancora il rinnovo di un contratto già scaduto e comunque si preparano allo sciopero generale.<br />
<strong>7) Lavoratore single.</strong> È quello che sembra stare meglio di tutti, e infatti se non lascia la casa paterna la crisi la può affrontare. Se decidesse, per puro caso, di sposarsi, comprare casa e magari avere pure dei figli, sarebbe la sua fine.</p>
<p>E qui, secondo la definizione classica di lavoratore, dovrei fermarmi. Però, di lavoratori ce ne sono altri, e quindi  inserisco un’altra categoria.<br />
<strong><br />
OTTO) Piccolo e medio imprenditore.</strong> È gente che lavora sodo, che spesso non conosce ferie. Sono anni che quando mette la chiave nella toppa alla mattina sa che deve dare il cinquanta per cento dei suoi ricavi al suo socio di maggioranza che non si presenta mai a lavorare.</p>
<p>Questo elenco ha un unico elemento comune: tutte queste persone non hanno avuto ancora nessun aiuto, tanto meno per affrontare la crisi che sentiamo arrivare sulla nostra pelle.<br />
Sono socialista, e più in generale di sinistra, perché queste persone sono la mia prima preoccupazione, non l’ultima. Ma queste sono pulsioni, che un foglio elettronico non potrà mai trasmettere, quindi meglio tornare al nostro ragionamento.<br />
Da anni sentiamo ripetere da tutte le forze politiche che bisogna aiutare le famiglie, specie le più numerose. Ultimamente, a queste si sono aggiunte anche le piccole e medie imprese.<br />
La proposta principe che viene avanzata è quella di detassare la tredicesima. Ma cosa vuol dire detassare la tredicesima? In alcuni casi serve solo a pagare i debiti. In altri, ad avere un paio di mesi di respiro, più o meno.<br />
È la classica misura tampone, l’ennesima. Eh sì, perché noi siamo abituati bene, a noi piace correre e tappare le falle quando diventano crepe.<br />
Occorre invece, per avere un impatto significativo, una diminuzione strutturale delle tasse sul lavoro, che permetta di rilanciare i consumi e di conseguenza la produzione.<br />
Per fare questo, a detta degli economisti che hanno sottovalutato la crisi, occorrono risorse che in Italia sono risicate. E se non bastasse, ci sono anche dei rischi: la spirale inflazionistica, l’aumento del debito pubblico e lo sfondamento del tetto del 3%.</p>
<p>C’è una litania che sento ripetere da anni e che recita più o meno così: “occorre ribadire il primato della politica”. Bene, dico io, vediamo. Siamo capaci? Allora non c’è momento migliore.<br />
Scenderei in piazza per questi motivi, e lo farei, insieme agli studenti.<br />
<a href="http://www.labouratorio.it/2008/11/04/labouratorio-di-squola-dibatte-perche-abbiamo-bisogno-del-movimento-studentesco/" target="_blank">Nell’ultimo numero di Labouratorio ho letto con molto piacere l’articolo di Antonello sul movimento  studentesco, specie quando parlava di “saldatura”.</a><br />
La saldatura tra il movimento studentesco e quello dei lavoratori può avvenire perché sono dalla stessa parte della barricata. Se anche l’operaio vuole il figlio dottore, credo che il figlio dottore voglia che il padre operaio non resti davanti alla pressa per quattordici ore, e in tali difficoltà economiche.<br />
L’unica cosa che non vedo ancora, per rafforzare movimenti e saldatura, sono i partiti, in special modo quelli di sinistra.</p>
<p>Se infatti la contestazione post decreto va bene per la società civile e per i sindacati, non va bene invece per i partiti, o anche solo per coloro che vogliono provare ad essere classe dirigente.<br />
I partiti di sinistra, quelli che io vorrei vedere, hanno un’idea di insieme che salda le ragioni degli uni e degli altri e le fa diventare aspirazioni.<br />
I partiti di sinistra che vorrei vedere, anticipano le questioni, non inseguono i media per ribadire la loro posizione, che sarà pure corretta e avanzata, ma rimane solo sulla carta, e sinceramente non so che farmene.<br />
Ma questa è, come sempre, un’altra storia, e io ho finito le parole che avevo a disposizione.<br />
In compenso sono tornato a fare 16 litri di benzina con 20 €, e l’Euribor finalmente scende, anche se molto lentamente.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>SOMMARIO DEL N.37</strong></p>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/11/10/labouratorio-n37-ora-che-la-crisi-non-e-piu-virtuale/"><span style="color: #666666;">[Labouratorio n.37] Ora che la crisi non è più virtuale </span></a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/11/10/labouratorio-di-squola-dibatte-a-gelmini-e-omale-o-almeno-una-faccia-del-problema/"><span style="color: #666666;">[Labouratorio di squola dibatte] A’ Gelmini è o’male .. o almeno una faccia del problema </span></a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/11/10/non-mi-piace-come-scrive-saviano-e-non-sono-un-camorrista/"><span style="color: #666666;">[Non sono un camorrista] Eppur non mi piace (come scrive) Saviano </span></a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/11/10/lumie-di-sicilia-considerazioni-sulle-sortite-del-compagno-mosca/"><span style="color: #666666;">[Lumìe di Sicilia] Considerazioni sulle sortite del compagno Mosca </span></a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/11/10/alla-ricerca-delluniversita-tra-concorsi-e-valutazioni-chiediamoci-dove-si-vuole-andare/"><span style="color: #666666;">[Alla ricerca dell'Università] Tra concorsi e valutazioni chiediamoci dove si vuole andare </span></a></li>
<li><a href="http://www.labouratorio.it/2008/11/10/labouracoultura-intervista-a-vittorio-marinelli/"><span style="color: #666666;">[LABOURACOULTURA] Intervista a Vittorio Marinelli </span></a></li>
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