Labouratorio

[contro-Culture] Fairest Isle. Intervista allo sciamano Antonello Cresti

di Tommaso Ciuffoletti - martedì 13 ottobre 2009 - 160 views

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“Basta con la sinistra dei trombati! Ci vuole una sinistra che trombi!”. Basta questo slogan, con cui il compagno/amico/fratello Antonello Cresti ha condotto la sua splendida campagna elettorale per le comunali di Firenze (insieme al sottoscritto e ad altri sballati) per dare la cifra di un personaggio oltre gli schemi. Provocatorio e fuorilinea, colto e originale – come solo la curiosità intellettuale permette di essere – antidogmatico e libertario. I lettori di Labouratorio hanno già avuto modo di conoscere, leggere e apprezzare lo stile di Antonello, il suo amore per la cultura e la controcultura, la sua capacità di baloccarsi divertito fra sacro e profano.
In attesa di sue nuove su queste pagine, celebriamo oggi (e nei prossimi numeri di Labouratorio) la sua ultima opera editoriale: “Fairest Isle – L’epopea dell’electric folk britannico”, edito da poche settimane dalla casa editrice Aereostella. L’amore di Antonello per l’Inghilterra e per la sua musica, il folk in particolare, trova piena espressione nelle oltre 100 pagine di questo volume, in cui si ripercorre la storia, si recuperano nomi scomparsi e si celebrano quelli più noti di un’esperienza musicale che recupera la tradizione facendone linguaggio moderno, “in una coincidenza d’opposti che costituisce il profondo significato del folk revival”.
A tavola con lo sciamano Cresti, le nostre domande, le sue risposte.

Fairest Isle, la Gran Bretagna. “Madre della moderna democrazia, ma che continua tuttora ad ospitare la più nota monarchia del mondo; ha visto la nascita delle Trade Unions, ma è sempre apparsa fredda nei confronti delle analisi di Karl Marx; patria della rivoluzione industriale, ma che ha partorito fenomeni come il luddismo”. Così descrivi la terra d’Albione.
I britannici sono degli schizofrenici?

Sto scrivendo un nuovo libro… Non vi svelo la tematica prescelta, ma vi posso dire che il fulcro concettuale della questione è ciò che io ho definito “tradizione eccentrica inglese”; facendo delle ricerche appare evidente che una vena di follia sia congenita alla società anglosassone. All’argomento sono stati dedicati parecchi testi e potrei intrattenervi con alcune delle assurdità tipiche di tanti giganti delle arti e del pensiero nati in quel paese (sapevate ad esempio che l’autore di “Gulliver”, Swift era solito contare ogni singolo passo da lui fatto?). Naturalmente tale eccentricità, alla fine dei conti, ha una valenza assolutamente positiva ed è indice, quantomeno di una spiccata predisposizione alla libertà e alla indipendenza, ad esempio. Dunque, estremizzando ulteriormente, non escluderei una possibile schizofrenia incipiente di quella società, ma al contempo non posso far altro che ricordare che da sempre, nella vita come in quello che produco il mio obiettivo è raggiungere la “coincidentia oppositorum”… L’idea di pensare due cose simultaneamente e non alternativamente mi ha sempre affascinato, dunque ammiro un luogo dove si è capaci di fare ciò. Ma, bene ricordarlo, è necessario abbandonare le nostre categorie se si vuole comprendere il mondo britannico; lasciamo perdere subito le nostre “destre” e “sinistre”, altrimenti si finisce per confondersi… Nel libro ad esempio parlo di Ewan MacColl, marxista fervente… Ebbene  leggete e poi mi direte se avete mai conosciuto un marxista simile in Italia!

Prima che scrittore di cose musicali sei tu stesso musicista. In origine furono i Cocainomadi (mitologico gruppo nato nella seconda metà degli anni ‘90 al liceo Machiavelli di Firenze) e una urgenza iconoclasta tardoliceale, poi i Nihil Project e 4 cd (dal primo autoprodotto “Il tramonto dell’occidente” a quel piccolo capolavoro di “Plough Plays”, passando per il delirio salmodiante di “Samhain”).
La musica è meglio farla o raccontarla? O forse le due cose, se fatte con coscienza, non sono poi così diverse?

Sono sempre stato orgoglioso di sentirmi un ascoltatore prima ancora che un “compositore”, dico questo perché il musicista spesso ha un complesso di Narciso che impedisce di nutrire curiosità nei confronti di quello che viene prodotto attorno a lui. La musica che ho fatto è sempre stata una ri-collezione di influenze e esperienze naturalmente mediate dalla mia sensibilità. Dunque non potrei immaginare di fare musica se non ne ascoltassi, quotidianamente, tantissima. Detto questo il ritmo della mia vita è scandito dai suoni degli altri, non certo dai miei! Per tornare alla tua domanda non so darti una risposta… La musica è bene viverla, come farlo sta alle inclinazioni di ognuno.

Da modesto appassionato di folk è stata per me una gioia trovare citati nel tuo libro gente come gli Spyrogyra (For Grandad è a mio parere una delle canzoni più struggenti di sempre), i Comus (genio puro), i Third Ear Band e altri. Quello che mi chiedo è, a conoscere dell’esistenza di questi scellerati saremo sì e no qualche migliaio (e sono generoso) in tutta la penisola, giusto?
E allora come invoglieresti un onesto esponente della maggioranza ad incuriosirsi al tuo lavoro?

E’ giusto quello che dici… Il folk britannico non ha mai avuto grande fortuna nel nostro paese, però io parto da un presupposto molto semplice: musicalmente parlando l’Italia è sempre stato un paese a vocazione anglocentrica e se pensiamo alla musica dei ’60 e dei ’70, che è poi quella di cui mi occupo in questo libro, ci accorgeremo che generi come il progressive, il cantautorato (si pensi al caso di Nick Drake), la psichedelia godono di un vasto seguito di appassionati, dunque essendo il folk o motivo ispiratore di tanti di questi artisti (da Donovan ai Jethro Tull, passando per i Traffic e i Beatles di “White album”) oppure crocevia di queste e tante altre influenze, non vedo perché non si debba iniziare a scoprirlo o riscoprirlo. In questo senso il mio libro è un piccolo contributo per aprire una porta dimensionale su questo mondo musicale che, sono certo, ha tantissimo da offrire ai nostri ascoltatori più attenti. Il folk in Italia potrebbe diventare il “caso” collezionistico dei prossimi anni, per quanto mi riguarda…

Da qualche anno, ormai, il folk è tornato di moda nell’underground soprattutto statunitense. Il wild-folk, weird-folk ocomediavololovoglianochiamarequellicheseneintendono. Oggi, a differenza di allora, si pubblica tanto, forse troppo e non poche opere di questa nuova “scena” sono francamente trascurabilissime.
Dacci un consiglio anche per l’oggi. Due, tre nomi di artisti di cui vale la pena scaricare qualcosa per provare e poi, magari, comprare per finanziare.

Rimanendo in ambito britannico citerei senza dubbio i Circulus che, per restare in linea con quanto si diceva prima, sono una band che al folk aggiunge la musica medievale come la psichedelia dei Gong ed il jazz-rock. Nancy Elizabeth, per quanto giovanissima, dimostra di avere una ispirazione ben salda. Poi gli scozzesi Pumajaw… Ho avuto il privilegio di collaborare con artisti folk britannici, tra questi citerei i Kitchen Cynics, autori di brani davvero notevoli e Sedayne, compositore sperimentale di grandissimo livello. Infine mi permetto l’immodestia di ricordare che anche il nostro “Nihil Project – Plough Plays”, che tu citavi prima, è stato un apprezzato omaggio alle musiche di cui parliamo.

A bruciapelo. Qual’è il miglior modo di sposare insieme psichedelia e folk?

Viaggiare. La psichedelia difatti rappresenta l’altrove, mentre il folk ci riconnette con le nostre radici. Dunque conoscere noi stessi (e quindi il viaggio interiore), prima di avventurarsi alla scoperta dell’altro da sé (il viaggio più propriamente inteso).

Vacanza in Inghilterra. Voglio vedere qualcosa di inaspettato. Dammi un consiglio prima di congedarci e di darci nuovo appuntamento sul prossimo numero di Labouratorio.

Volentieri! All’argomento ho dedicato un libretto (“Fish and Chips”- Jubal Editore 2006) e da pochissimo ho aperto uno spazio su Flickr (http://www.flickr.com/photos/psychoshaman80) dove mensilmente inserirò set fotografici dedicati a zone meravigliose e pressoché sconosciute del Regno Unito. Mi sento innanzitutto in dovere di affermare al popolo a) che Londra mi ha rotto le palle b) che un italiano che va in Inghilterra a visitare le città è a mio avviso totalmente pazzo… Detto questo un paio di suggestioni: il primo set su Flickr è dedicato alle Isole Scilly, un arcipelago a sud-ovest della Cornovaglia che è un vero e proprio paradiso naturalistico. Anche il Pembrokeshire, nel sud del Galles, è una regione costiera di fascino incredibile. La mia contea preferita è il Dorset, offre praticamente tutto in uno spazio esiguo… Infine Rye è la mia piccola cittadina preferita, andare là significa prendere la macchina del tempo ed immergersi nel 1500. Non scherzo!

Antonello Cresti _ E’ ricercato da tutte le polizie del mondo per aver pronunciato barzellette sessiste in un film, è un criminale che non bisogna lasciarsi scappare. Se fa resistenza l’ordine è di sparargli addosso.

Tommaso Ciuffoletti _ E’ Labouratorio … e molto altro

Tags: aereostella, antonello cresti, casa editrice, circulus, cocainomadi, comus, epopea dell'electric folk britannico, ewan mccoll, fairest isle, fish and chips, for grandad, Gran Bretagna, Inghilterra, kitchen cynics, nihil project, plough plays, spyrogyra, third ear band

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[E poi c'è ...] Il Colosso di Barberino

di GIONNY - lunedì 20 aprile 2009 - 91 views

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Fra le fertili ed ombrose selve del Mugello terra natale del compagno segretario una crew di giovini laici e laiche immersi in un’atmosfera bucolica e psichedelica, scossi da una febbrile voglia di fuga dal grigiore politico e materiale dell’Italietta dei mille divieti e delle mille truffe ha finalmente portato a termine quanto ogni labourante liberale e libertario sperava succedesse…

Dopo mesi di inutili e noiosi inviti da parte di tutti a concretizzare in qualcosa di politicamente rilevante l’esperienza di Laboratorio la scintilla dell’amor intellettuale che non conosce sesso è scattata nelle mente di questi giovini libertini situazionisti fiorentini. Lasciata ai politicanti la politica si sono immersi nell’estasi entrando in totale simbiosi intellettuale e spirituale l’un con l’altro l’un con l’altra. Dimostrando che l’affinità metapolitica è l’unico perno su cui poggiare relazioni umane veramente liberate da qualsiasi inibizione oltre il bene e il male principi per altro scardinati a priori dell’esperienza.

Sperando che la materiale scienza della politica non intacchi il legame sbocciato tra di loro i giovini certamente proveranno a portare queste esperienza nel campo politica perché tutte le persone possano liberarsi da inutili frustrazioni del quotidiano e cercare di essere il cambiamento che si vuole nel mondo,unica strada praticabile per il raggiungimento della felicità.

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[Labouracultura]Il futuro del futurismo

di Redazione - sabato 7 marzo 2009 - 154 views

t_240x283_futurismo2prefazione di Antonello Cresti

Mentre i ridicoli circoli dell’ex destra missina romana si avviano alla rituale celebrazione del futurismo, riteniamo opportuna in questa sede svolgere alcune considerazioni sul fenomeno in questione.

In quanto rivista legata alle avanguardie “Labouratorio” non poteva certo esimersi di dire la sua in argomento e dunque ringraziamo Ianniello, saggista di rigore adamantino, per il suo contributo. La sua firma è l’ennesimo incontro di questa rubrica…

articolo di Andrea A. Ianniello

Riflettere sul futurismo, come movimento e non con ottica meramente celebrativa, può avere il suo interesse specialmente oggi, e questo per un motivo decisivo: il futurismo, al di là del suo schierarsi per questa o quella ideologia novecentesca, ha profondamente innovato il linguaggio. Questo mi sembra essere il suo aspetto più importante oggi.

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Tags: Andrea Ianniello, antonello cresti, destra, futurismo, labouracultura

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[LabEndorsment]Con Tommaso, senza “se” e senza “ma”!

di Redazione - domenica 15 febbraio 2009 - 19 views

di Antonello Cresti

Coltivo la passione della politica, ennesima perversione personale, da tanti anni.

Il mio percorso all’interno ed all’esterno degli angusti recinti della politichetta italica è noto ed è disponibile al giudizio ed all’attenzione di tutti…ciuf
Se cambiati sono i simboli e le storie che mi hanno visto partecipe, dai tempi del movimento studentesco in poi, condivido la battuta di Fabrizio De Andrè che sosteneva di avere “poche idee, ma fisse”.
Cultura della complessità, superiorità della metapolitica, superamento dei miti fondanti ed incapacitanti della sinistra italiana, un cambio anche formale nei linguaggi del fare politica, etc…
Qualche mese fa mi sono imbattuto, non per caso direi, in Tommaso Ciuffoletti, giovane e dinamico militante del (meno giovane e meno dinamico…) Partito Socialista: sin da subito si è mostrata in tutta la sua evidenza una profonda affinità culturale e metapolitica, ancora maggiormente apprezzabile per il fatto che io e Tommaso concordiamo soprattutto quando divergiamo.
La candidatura di Tommaso alle primarie per la presidenza della Provincia di Firenze, sia pur simbolica, è un segnale che da troppo tempo aspettavo: ossia l’occasione di sostenere una persona che non sia l’ennesimo rifiuto burocratico o l’ennesimo carrierista senza intelletto…
Tommaso spicca nel panorama politico per la sua ostentata differenza; non ci riferiamo qui ad una persona che desidera stupire a colpi di estremismo o disdegno della dialettica, ma a qualcuno che è in effetti alieno da un mondo che spesso e volentieri è la quintessenza della mediocrità.
Creativo più che sgobbone, intellettuale disorganico più che pedina intercambiabile delle gerarchie di un partito (e complimenti a Riccardo Nencini che l’ha coraggiosamente nominato segretario provinciale del Partito Socialista), Ciuffoletti avvia con la sua coraggiosa, solitaria presenza un rinnovamento effettivo dei modi della politica.
Chi mi conosce sa perfettamente che non ho alcun interesse a affermare discorsi prettamente generazionali, ma la giovane età di Tommaso, che una volta tanto non è un mero dato anagrafico, è un fatto sostanziale che potrebbe smuovere gli artritici equilibri della politica della nostra città.
Sia pure sostenuto da un “brand” non troppo appetibile per gli amici e gli artisti che mi conoscono, Tommaso ha il mio totale sostegno e spero anche quello di molti altri che una volta tanto sapranno andare oltre le categorie.
Tommaso dovrebbe distinguersi non tanto per quello che dice, ma per le sfumature.
Come operatore culturale so di poter contare sugli interessi, sulle sensibilità di Tommaso ed è per questo che
offro pubblicamente la mia disponibilità ad adoperarmi ad ogni livello per supportare la sua candidatura.

Auguri Tommaso, auguri a tutti noi!!!

Antonello Cresti

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[Labouracultura]Che cosa è l’Islam?discutiamone con Enrico Galoppini

di Redazione - lunedì 19 gennaio 2009 - 267 views

a cura di Antonello Cresti

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Ci sembra di estremo interesse cercare di capire più a fondo che cosa sia l’Islam in un periodo in cui molto si è sragionato sull’argomento.

Per questo motivo intervistiamo Enrico Galoppini, giovane e valente arabista nonché sulfureo pensatore. Ha già pubblicato diversi saggi e collaborato con diverse Università.

A Galoppini si può contestare una scelta un po’ troppo disinvolta degli interlocutori. Ci auguriamo, con la pubblicazione di questo dialogo su Labouratorio, di fornirgliene nuovi, più attenti e ben più frequentabili…

– Negli ultimi tre anni si è parlato continuamente di “mondo islamico”, tanto che nelle masse si è creata l’illusione di sapere molto, quasi tutto, su questa religione.
Ad avviso di chi scrive, questo genere di conoscenza è ancora più pericolosa della totale ignoranza; ti chiedo perciò una cosa molto impegnativa: “Che cosa è l’Islam”?

Già negli anni Novanta esisteva una discreta mole di pubblicistica divulgativa sull’Islâm, sollecitata dal fenomeno dell’immigrazione di aderenti a questa religione (che, cercherò di spiegarlo, è una completa visione del mondo). L’approccio, in quei testi, era generalmente molto rispettoso, talvolta addirittura lusinghiero. E questo, ricordiamolo, quando ad ogni buon analista appariva chiaro che con l’Occidente coalizzatosi nel 1990 contro il “cattivo” Saddam Hussein si preparava lo schema da “scontro di civiltà”. Ma ancora il lavoro dei vari “pensatoi” (i think tank…) non aveva scavato a fondo nelle coscienze, e l’islamofobia manifesta rimaneva un fatto di nicchia, appannaggio di coloro che l’hanno da sempre coltivata sognando le Crociate e Lepanto. Read the rest of this entry »

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[Labouratorio n.37] Ora che la crisi non è più virtuale

di Redazione - lunedì 10 novembre 2008 - 125 views

di Giuseppe Lavalle

E alla fine la crisi da virtuale diventa reale.
Sono cinquantanove le aziende nella provincia di Bologna che hanno mandato in cassa integrazione i propri lavoratori. Tante, purtroppo. Le aziende cominciano a fermarsi, le banche restringono il credito, produzioni e vendite sono quasi dimezzate.
Nell’ultimo articolo parlavo di mito del denaro che da solo crea altro denaro e di centralità del lavoro. Coloro che hanno creato il mito abbiamo già visto che se la caveranno. Mi interessa invece, dal mio punto di vista, come si presentano i lavoratori davanti a questa crisi. 
Ho provato a stilare un elenco, completo ma non esaustivo, poiché si presta ad una marea di possibili combinazioni.

1) Disoccupato. Paradossalmente per lui la situazione non cambia: semplicemente trovare lavoro sarà ancora più difficile.
2) Precario. Lo dice la parola stessa: se prima era piegato adesso, se possibile, si piegherà ancora di più, nella speranza, prima o poi, di diventare flessibile.
3) Lavoratore con mutuo. Ovviamente a tempo indeterminato, ha già passato un anno difficile. Con la crescita dell’Euribor, la sua rata mutuo è passata da 820 euro base a 1.084. Sono 264 euro di differenza al mese, che moltiplicati per 12 fanno 3.168 euro annui. In sostanza si è mangiato non solo la tredicesima ma anche la quattordicesima del suo stipendio discreto. Lui, la proposta di Draghi di agganciare i mutui non all’Euribor, non la lascerebbe cadere nel vuoto.
4) Lavoratore con figli. Al nido paga una retta di circa 600 euro mensili. A scuola, con le 24 ore settimanali, oltre al caro libri dovrà pagare anche l’estensione del servizio realizzato da una cooperativa, o meglio ancora da una qualche istituzione cattolica. All’università il numero chiuso si può definire per censo.
5) Lavoratore in cassa integrazione. A rischio perdita del posto di lavoro, percepisce uno stipendio (il primo probabilmente dopo tre mesi) che man mano diminuisce, e che è pagato dall’INPS, Istituto notoriamente non gravato da debiti. 
6) Lavoratore con contratto non ancora rinnovato. Alcuni attendono ancora il rinnovo di un contratto già scaduto e comunque si preparano allo sciopero generale.
7) Lavoratore single. È quello che sembra stare meglio di tutti, e infatti se non lascia la casa paterna la crisi la può affrontare. Se decidesse, per puro caso, di sposarsi, comprare casa e magari avere pure dei figli, sarebbe la sua fine.

E qui, secondo la definizione classica di lavoratore, dovrei fermarmi. Però, di lavoratori ce ne sono altri, e quindi  inserisco un’altra categoria.

OTTO) Piccolo e medio imprenditore.
È gente che lavora sodo, che spesso non conosce ferie. Sono anni che quando mette la chiave nella toppa alla mattina sa che deve dare il cinquanta per cento dei suoi ricavi al suo socio di maggioranza che non si presenta mai a lavorare.

Questo elenco ha un unico elemento comune: tutte queste persone non hanno avuto ancora nessun aiuto, tanto meno per affrontare la crisi che sentiamo arrivare sulla nostra pelle.
Sono socialista, e più in generale di sinistra, perché queste persone sono la mia prima preoccupazione, non l’ultima. Ma queste sono pulsioni, che un foglio elettronico non potrà mai trasmettere, quindi meglio tornare al nostro ragionamento.
Da anni sentiamo ripetere da tutte le forze politiche che bisogna aiutare le famiglie, specie le più numerose. Ultimamente, a queste si sono aggiunte anche le piccole e medie imprese.
La proposta principe che viene avanzata è quella di detassare la tredicesima. Ma cosa vuol dire detassare la tredicesima? In alcuni casi serve solo a pagare i debiti. In altri, ad avere un paio di mesi di respiro, più o meno.
È la classica misura tampone, l’ennesima. Eh sì, perché noi siamo abituati bene, a noi piace correre e tappare le falle quando diventano crepe.
Occorre invece, per avere un impatto significativo, una diminuzione strutturale delle tasse sul lavoro, che permetta di rilanciare i consumi e di conseguenza la produzione.
Per fare questo, a detta degli economisti che hanno sottovalutato la crisi, occorrono risorse che in Italia sono risicate. E se non bastasse, ci sono anche dei rischi: la spirale inflazionistica, l’aumento del debito pubblico e lo sfondamento del tetto del 3%.

C’è una litania che sento ripetere da anni e che recita più o meno così: “occorre ribadire il primato della politica”. Bene, dico io, vediamo. Siamo capaci? Allora non c’è momento migliore.
Scenderei in piazza per questi motivi, e lo farei, insieme agli studenti.
Nell’ultimo numero di Labouratorio ho letto con molto piacere l’articolo di Antonello sul movimento  studentesco, specie quando parlava di “saldatura”.
La saldatura tra il movimento studentesco e quello dei lavoratori può avvenire perché sono dalla stessa parte della barricata. Se anche l’operaio vuole il figlio dottore, credo che il figlio dottore voglia che il padre operaio non resti davanti alla pressa per quattordici ore, e in tali difficoltà economiche.
L’unica cosa che non vedo ancora, per rafforzare movimenti e saldatura, sono i partiti, in special modo quelli di sinistra.

Se infatti la contestazione post decreto va bene per la società civile e per i sindacati, non va bene invece per i partiti, o anche solo per coloro che vogliono provare ad essere classe dirigente.
I partiti di sinistra, quelli che io vorrei vedere, hanno un’idea di insieme che salda le ragioni degli uni e degli altri e le fa diventare aspirazioni.
I partiti di sinistra che vorrei vedere, anticipano le questioni, non inseguono i media per ribadire la loro posizione, che sarà pure corretta e avanzata, ma rimane solo sulla carta, e sinceramente non so che farmene.
Ma questa è, come sempre, un’altra storia, e io ho finito le parole che avevo a disposizione.
In compenso sono tornato a fare 16 litri di benzina con 20 €, e l’Euribor finalmente scende, anche se molto lentamente.

SOMMARIO DEL N.37

  • [Labouratorio n.37] Ora che la crisi non è più virtuale
  • [Labouratorio di squola dibatte] A’ Gelmini è o’male .. o almeno una faccia del problema
  • [Non sono un camorrista] Eppur non mi piace (come scrive) Saviano
  • [Lumìe di Sicilia] Considerazioni sulle sortite del compagno Mosca
  • [Alla ricerca dell'Università] Tra concorsi e valutazioni chiediamoci dove si vuole andare
  • [LABOURACOULTURA] Intervista a Vittorio Marinelli
  • Tags: antonello cresti, aziende in crisi, cassa integrazione, crisi finanziaria, crisi virtuale, disoccupazione, giuseppe lavalle, labouratorio n.37, lavoratore con contratto non ancora rinnovato, lavoratore con mutuo, lavoratore precario, lavoratore single, movimento studentesco, piccolo e medio imprenditore, primato della politica

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    [LABOURACOULTURA] Intervista a Vittorio Marinelli

    di Redazione - lunedì 10 novembre 2008 - 79 views

    Vittorio Marinelli, avvocato, è un uomo libero dalla straordinaria energia. Da anni si batte attivamente a favore di una serie di battaglie difficilmente classificabili. Dal momento che egli ben conosce l’adagio secondo cui “le cose si cambiano dall’interno” non ha mai avuto paura di sporcarsi le mani; seppur figlio della mitica controcultura degli anni ’70 è iscritto al Partito Radicale da tanti anni e parallelamente si è candidato alle Europee e alle Comunali di Roma con l’Italia dei Valori prima e con i Verdi poi. L’ultima esperienza sempre con Di Pietro.
    Sempre sopportato dai partiti ha combattuto una battaglia contro tutti senza riuscire a conquistarsi il mitico “posto”. Continueremo ad appoggiarlo perché è persona onesta, vulcanica… Ci farebbe davvero piacere trovarlo come compagno delle battaglie di Labouratorio. Questo è un invito Vittorio!
    Antonello Cresti

    D – Dato che tutte le volte che uno si candida per una carica pubblica l’italiano medio pensa che questa mossa sia fatta per interesse personale, ti chiedo, perché Vittorio Marinelli si è candidato al consiglio comunale di Roma?
    R- Caro Antonello, in senso lato, un interesse personale ce l’ho…Ho fatto l’attivista nel Codacons per sette anni, quando era un’associazione molto attiva nella difesa dei diritti civili. Anni fa sono stato addirittura il legale rappresentante firmando le denunce più importanti d’Italia, tra cui una anche a Radio Vaticana. Cessata quest’attività -non per mia scelta ma perché ho dovuto subire un allontanamento forzato-, ora, facendo, sempre per così dire, il semplice avvocato, non ho più quelle soddisfazioni, almeno momentaneamente, che prima avevo…

    D- L’italiano medio obietterebbe “E tu cosa ci guadagni”?
    R- Guarda, sono e faccio l’avvocato con soddisfazione, e sono titolare insieme al mio socio di uno studio abbastanza avviato: se io svolgessi questa professione a tempo pieno, non dedicandomi più al volontariato, avrei certamente delle soddisfazioni economiche maggiori. Non è quello il punto, però. Essendo una persona abbastanza spartana, non ho bisogno di grandi spese per avere soddisfazioni, soprattutto in un’era come quella low -cost dove, da Roma, viaggi con poche lire. Poi ho pure appena cambiato moto, ho il mio mitico Renault 4 giallo col quale giro l’Europa, abito a casa di mia nonna in 70 metri quadri e non pago molto d’affitto, insomma, sto a posto come grana!

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    Tags: abi, antonello cresti, associazione bancaria italiana, codacons, consiglio comunale di roma, dalì, estate romana, italia dei valori, jeremy rifkin, l'era dell'accesso, nicolini, petrarca, radio vaticana, siae, vittorio marinelli

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    [Labouratorio di squola dibatte] Perchè abbiamo bisogno del movimento studentesco

    di Redazione - martedì 4 novembre 2008 - 149 views

    di Antonello Cresti

    Sono un fannullone, un fannullone facinoroso…I fatti, almeno riferiti alla mia persona, sembrano davvero confermare le brillanti intuizioni sociologiche di Silvio Berlusconi e dei suoi discepoli.
    All’età di 28 ho passato oltre il 50% della mia vita nel movimento studentesco: iniziai il 1° Ottobre del 1994 e giusto dieci anni fa ho vissuto la mia ultima occupazione da “protagonista”.In tutti questi anni, nei quali il contatto con i “leaders” degli studenti medi non è mai mancato, ho sempre ritenuto la mia esperienza all’interno del movimento come fondativa ed essenziale, tant’è che tutte le esperienze politiche che ho collezionato raggiunta la maggiore età mi appaiono spesso davvero di scarsa incisività se paragonate con tutte le iniziazioni che ho ricevuto quando stavo con gli studenti.
    Adesso, con mia grande gioia, mi ritrovo ancora una volta, da fratello maggiore, partecipe delle vicende di una agitazione studentesca dai contorni, sino a questo momento, straordinari: sento di poter ancora dare un contributo, quantomeno in termini di analisi ed è questo il senso dello scritto in questione.

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    Tags: anni settanta, anticonformismo, antonello cresti, controcultura, decreto gelmini, giorgio bocca, libertà, movimento studentesco, musica, parco lambro, piazza navona, stampa underground, strumentalizzazioni, tagli di tremonti

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    [LABOURACOULTURA] A colloquio con Claudio Rocchi: Ancora una volta “la realtà” non esiste!

    di Redazione - martedì 4 novembre 2008 - 256 views

    di Antonello Cresti

    A volte mi chiedo perché mai continuo a voler “esporre” agli altri la mia musica… Troppi avvenimenti mi indicano che farei meglio a vivere il Suono come esclusiva esperienza personale. Eppure, ci sono dei bellissimi ricordi che sono indissolubilmente legati al fatto che io sia “un musicista”… Negli ultimi anni ho avuto l’occasione di conoscere, frequentare amichevolmente una serie di artisti che erano stati per tanti anni miei compagni di viaggio e che da sempre avrei voluto incontrare…
    Un esempio tra tutti: avere a che fare con Claudio Rocchi, che in Italia E’ la psichedelia è stato ed è bellissimo, coinvolgerlo nelle mie opere è stato un grande onore, ritrovare tracce del mio percorso nel suo lavoro è invece quantomeno appagante (è successo nella colonna sonora del film di cui stiamo per parlare).

    Da qualche anno il virus cinematografico sembra essersi impossessato di alcuni tra i nostri artisti più sensibili: è il caso di Battiato (già giunto al terzo film), come del nostro Rocchi che, fuggito da decenni di vita metropolitana a Milano, si è stabilito in Sardegna.
    “Pedra Mendalza” è il titolo del suo primo film, un’opera che è intrisa dei sapori di una Sardegna magica, arcaica, misteriosa. Questa presenza storica e culturale così forte porta l’autore ad aver definito questo parto una “docu-fiction”…
    Rocchi al solito si diverte a rimescolare le carte; il comune spettatore non si faccia traviare da definizioni che rimandano a ben altre trite avventure televisive e si abbandoni a questo flusso visivo che tanto ricorda di certa musica del Rocchi passato… E’ un bombardamento di immagini, di colori, di sensazioni, sempre però lontani dallo sterile avanguardismo di opere simili.
    Chi ha letto Renè Daumal o chi ha già apprezzato un buon Jodorowsky d’annata si troverà a suo agio, ma va pur detto che Rocchi è tutto fuorché un passatista… conosce perfettamente i linguaggi multimediali, i videoclips più estremi e riversa tutto questo bagaglio di conoscenze, o meglio entusiasmi, in questa sua ennesima avventura.
    E’ cinema per la mente, un po’ come il “Niente è come sembra” di Battiato, ma se in quel caso la dimensione era ascetica, minimale, quasi Bergmaniana, qui tutto è portato vicino al limite ed alla fine della visione ci sentiamo ebbri come dopo una lunga, coraggiosa scalata.
    Claudio Rocchi è uomo di un passato colorato e gioioso, ma dimostra ancora una volta di essere nostalgico di un’unica dimensione: il futuro.

    Non biasimiamo coloro che non sanno di chi stiamo parlando dunque riportiamo a corredo della breve recensione un vecchio dialogo avuto con l’artista milanese. Speriamo ce ne saranno altri…

    Quando e come è nata la tua vocazione musicale?
    -In un giardinetto a Bordighera,all’età di 5 anni,durante una passeggiata con una amichetta della quale ero innamorato:nel silenzio generale colsi l’eco dei nostri passi.Questo è il ricordo più antico che ho del suono.

    Il tuo esordio avviene con gli Stormy Six,gruppo che poi avrebbe raggiunto un successo,ma battendo strade ben diverse (impegno sociale,militanza) dalle tue.Come ti trovavi in questo collettivo di musicisti?
    -Io lì mi ci sono ritrovato poichè nel ’65 -’66 andai semplicemente a vederli suonare dal momento che erano uno di quei nomi che nel “giro” di Milano mi incuriosivano di più.Mentre li guardavo,un ragazzo mi riconobbe come il bassista degli Sconosciuti quale allora ero,e mi propose di entrare negli Stormy Six (poiché stavano appunto cercando un bassista).Solo in seguito ci fu l’occasione di incidere un disco (“Le idee di oggi per la musica di domani” 1969 ndR) nel quale compaiono le mie prime composizioni.
    Con loro sono entrato nella casa discografica Ariston ed ho cominciato anche a lavorare come autore.

    Il tuo discorso musicale individuale inizia con “Viaggio”,il tuo lavoro più cantautorale che in nuce contiene diverse tue tematiche storiche.Quale era il tuo mondo letterario di riferimento?
    - Prima di Lao-Tze essenzialmente Novalis,Ferlinghetti e la Beat Generation.Soprattutto mi rifacevo a quel mondo lirico che si affermava attraverso l’universo folk rock dei sixties (Donovan,Roy Harper,Beatles…)

    Tra “Viaggio” e “Volo Magico” in effetti c’è un mondo immaginifico che muta radicalmente e testualmente e nell’approccio aperto e improvvisativo della musica.
    - “Volo Magico” era una larga circolazione di incontri ed intenti vissuta in modo giocoso e rivoluzionario (nel senso profondo del termine).Era una precisa cosa in un preciso momento.

    Dello stesso periodo è il 45 giri “Vado in India” a testimonianza della fascinazione che la cultura indiana ha avuto su di te.
    - Certo.Ma non solo a livello concettuale;l’ascoltare per la prima volta fisicamente il suono del sitar era già in sé una esperienza psichedelica.E anche da lì nasce questa fascinazione.

    Passando a “Essenza” questi temi vengono trattati con maggior consapevolezza. In particolare mi pare azzeccata l’idea della “musica attraverso” il collettivo che aveva lavorato nell’album.Cosa ricordi della genesi creativa di questo lavoro?
    -Il gruppo del “Volo Magico” aveva incontrato difficoltà tecniche e organizzative e quando dovette tornare in studio per un nuovo disco improvvisamente ci fu una defezione totale di tutti gli altri.Nell’arco di poche ore mi industriai:chiamai Mino Di Martino e gli chiesi di portare con sé dei musicisti…Tutto questo due ore prima di registrare.Si creò una sintonia ed una vicinanza di mondi bellissima e concordo con te nel ritenere “Essenza” il mio lavoro più rappresentativo.

    La libertà è la chiave di lettura di quel disco.Ne “Il miele dei pianeti,le isole,le api” progettualmente il discorso è simile (vi parteciparono parte degli Aktuala tra gli altri ndR) ,ma non essendo un album che nasce dal divenire si avverte una certa scollatura nell’intento primigenio.
    -Si,è assolutamente così.Questa esperienza nasce da stima personale verso gli altri amici,ma il momento era più confuso.

    Cosa pensavi della scena musicale italiana?
    -Un gran bene all’inizio…C’erano bands come il Balletto di Bronzo, Le Stelle di Mario Schifano. Poi i Latte e Miele, Garybaldi ed un mondo veramente sfaccettato.
    Era un periodo pieno di occasioni creative, di festivals…
    C’erano cose con un gusto molto garbato che apprezzavo come ad esempio i Saint Just (il gruppo della sorella di Alan Sorrenti, Jenny ndR)

    Giordano Casiraghi ha scritto che dopo le tante domande poste sui tuoi primi album ,la risposta sembra essere il silenzio di “Rocchi” e “Suoni di frontiera”.Ti senti di condividere?
    -Se il silenzio è il silenzio delle parole è benvenuto!
    “Suoni di frontiera” nasce dall’intento di cercare relazioni tra suono e le energie in maniera trasformativa (esemplificativi sono i seminari di musica psichica del periodo ndR)
    E’ il periodo anche dell’incontro con Demetrio Stratos,con cui ho condiviso molte intuizioni sul mondo dell’avanguardia applicato a questi modi e fenomeni.

    Il periodo conclusivo degli anni ’70 coincide con il passaggio alla Cramps.Due album abbastanza discordi in cui si passa dalle orchestrazioni pesanti di “A fuoco” alle decostruzioni scarne di “Non ce n’è per nessuno”…Come giudichi creativamente questo periodo?
    -Nel secondo caso c’è senza dubbio l’approccio ad una musicalità fresca ,mentre in “A fuoco” mi sono voluto misurare per la prima volta in vita mia con l’orchestra… Il risultato non è a mio avviso soddisfacente.

    Anche i testi sono singolari in “A fuoco”,poiché riflettono un periodo,si calano nella realtà sociale,raramente comunicano buone vibrazioni.
    -E’ vero.Sono energie negative del periodo che sono entrate.Hai ragione.

    Dal ’79 al ’94 c’è il tuo ritiro dalle scene con l’entrata negli Hare Krsna.Però paradossalmente il tuo best seller di sempre “Un Gusto superiore” (con l’ex Area Paolo Tofani) risale proprio a questo periodo.Cosa eri allora? Un semplice diffusore in musica di un messaggio o conservavi ancora le tue unicità artistiche?
    -Ero ancora un musicista senza dubbio.Penso che ci siano cose gradevoli e piacevoli anche in quel periodo.
    Qualche scheggia è finita anche nella raccolta di inediti “I think you heard me right”

    …Un salto nel passato in cui ti sei riappropriato con maggiore maturità del tuo passato.
    -Certo.Soprattutto con “Sulla soglia”

    Che è quasi uno studio.
    -Si,bravo.

    Nel 1994 finalmente il ritorno con il tuo album omonimo,il primo, in cui ti riproponi ai vecchi,come ai nuovi ascoltatori che avrebbero voluto seguirti.Come hai ritrovato il mondo musicale dopo 15 anni di assenza?
    -Non c’è stato mai un momento reale di coesione ed è lì la differenza vibrazionalmente.Nella scrittura ci sono bei momenti,l’esecuzione non mi dà grosse emozioni.Io avrei voluto fare cose più ruvide e grezze,ma il produttore Lucio Fabbri indirizzò il lavoro su versanti pop…
    Direi che sei un attento conoscitore della mia discografia!

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    [LABOURACOULTURA] L’intrinesca spiritualità laica del suono

    di Redazione - mercoledì 22 ottobre 2008 - 181 views

    di Antonello Cresti

    In una società in cui tutto è ridotto a merce e bene di immediato consumo, ogni forma di arte dovrebbe rappresentare un coraggioso atto di resistenza di ordine trascendentale.
    La musica, vista la sua esplicita natura immateriale ed antimaterica è poi, per definizione, la più spirituale tra le arti; essa travalica ogni razionale concetto di estetica procedendo a tentoni verso un re-incantamento dell’uomo e della società.

    Attraverso il suono, anche nella sua espressione più minimale e primigenia, possono essere svelati molti enigmi, non ultimi quelli legati alla fisica ed alla cosmogonia, come dimostrano le pregnanti riflessioni espresse nella nobile tradizione dei Veda, così come nell’affascinante dissertazione di Hazrat lnayat Khan “Il misticismo del suono”. Anche il mondo occidentale non è stato insensibile nei confronti di tali riflessioni, basti pensare che fu Pitagora, filosofo difficilmente avvicinabile al pensiero debole della narrazione cristiana ad affermare chiaramente che attraverso l’identità di numero e suono si può spiegare il passaggio da caos a cosmos, una visione, a ben pensare, ben più plausibile di quella imposta dalla vulgata creazionista.

    Non è allora casuale il fatto che episodi di alta filosofia della musica, di metafisica applicata all’evento sonoro, siano associati a vicende non totalmente paralizzate dall’alito del pensiero unico cristiano: da Keplero a Marsilio Ficino, sino ad arrivare ad Arthur Schopenhauer, che alla musica dedicò alcuni dei passi più avvincenti del suo “Il mondo come Volontà e Rappresentazione”, non c’è personaggio non appartenente all’ortodossia cattolica che non abbia dimostrato coi fatti di essere consapevole della spiritualità della musica ben più di un qualsiasi teologo o filosofo della Chiesa. Se il pur fascinoso adagio “chi canta prega due volte” (Sant’Agostino, Enarratio in Psalmos, 72, 1), ad una analisi disincantata appare per quello che è, ossia come un furbesco suggerimento operativo indirizzato agli strateghi della nascente liturgia cattolica, può essere interessante notare che alcuni tra coloro che intesero decisamente il suono come puro fatto estetico, o, ancor peggio, come metodo pratico, furono intellettuali che l’infecondo grembo di Sua Madre Ecclesia aveva partorito, basti pensare a Padre Martini, teorico francescano vissuto nel diciottesimo secolo, e feroce assertore di una presunta superiorità della musica sacra su quella profana.

    In realtà, anche una distratta conoscenza della lingua latina e greca, dimostra chiaramente che le parole sacer e haghios esprimono contemporaneamente l’idea di purezza e contaminazione, di maledizione e di santità. Impurità e consacrazione esulano entrambe radicalmente e scambievolmente dall’esperienza profana. Se ancora non bastasse possiamo allora ricordare le parole del brillante musicologo Marius Schneider: “Poichè tutte le cose di questo mondo provengono dalla materializzazione progressiva di certe note, così tutti i simboli essenziali, cioè tutte le equivalenze di queste note, si trovano nella loro cerchia (il leone nel regno animale, il sole fra gli astri, ecc.). Tutto il mondo materiale è una musica gradatamente consolidatisi, una somma di vibrazioni, le cui frequenze si allungano nella misura in cui si materializzano. Le più rapide vibrazioni sono quelle musicali. Esse costituiscono il vestibolo del Dio creatore e del punto di quiete immobile (Tao)”.

    Converrebbe allora, giunti a questo punto, interrogarsi sul significato della parola “spiritualità”: con questo termine si indica comunemente una particolare sensibilità con una profonda adesione ai valori dello spirito… Accettata questa banale definizione, capiamo perfettamente, come già accennato, che qualsiasi espressione abbia a che fare con essa, rappresenta di fatto una rottura insanabile e radicale con gli antitetici valori che il potere costituito intende promulgare.
    La musica, quella musica che sgorghi da sincera ispirazione, da un tellurico trabocco di energie, allora su queste basi diviene, proprio per le sue caratteristiche metafisiche, atto e metodo di rivolta. Proprio perché inattuale, nel senso che Nietzsche dava a questa parola, essa, lontana da qualsiasi moraleggiante pratica maieutica, in quanto puro godimento, ma anche puro abbandono o persino pura paranoia, è la manifestazione intangibile di quel daimon, che si vorrebbe veder negato.

    In questo senso, ragionando all’interno di un più sensato dualismo spirito/materia, si capisce perfettamente che è proprio l’intrusiva strategia ecclesiastica ad inserirsi perfettamente all’interno del secondo termine di paragone proposto; non intendiamo sottoporre al lettore scontate reprimende valoriali, ma desideriamo piuttosto soffermarci sull’utilizzo puramente utilitaristico che la Chiesa fa dell’evento sonoro.
    Terminata l’era del canto gregoriano, che, sia pur inconsciamente, mostrava chiare affinità con il mantra, e con l’idea di una catarsi associata alla parola e alla emissione vocale (tanto è vero che, incredibile a dirsi, persino i monaci della Chiesa Ortodossa perseguivano la tecnica dell’estasi attraverso l’ossessiva ripetizione di una stupidissima filastrocca “della cicala e il suo doppio”…), siamo velocemente passati ad una idea che molti punti di contatto ha con le tecniche di persuasione di massa.

    Osserviamo la patetica liturgia degli oratori, per non parlare degli esilaranti esperimenti di “musica cristiana” propinati da emittenti radiofoniche come Radio Maria, ma pensiamo anche alla distorta idea di divertimento e di socialità veicolata dai raduni di Comunione e Liberazione, come dai Family Day e spazzatura assortita… Assurta ad un ruolo sempre più di basso cabotaggio politico, la Chiesa sembra aver dimenticato anche quelle pratiche di mecenatismo, che, sia pure da contestualizzare doverosamente in un momento storico, avevano creato le condizioni per la creazione di indubbi capolavori, come la musica di un Bach, e procede adesso verso un utilizzo delle pratiche musicali sempre più simile a quello proprio delle dittature.
    I detentori di questa fraintesa e perversa idea di spiritualità in musica, ovviamente gioiosamente ignari del potenziale catartico dell’espressione artistica, si impongono di asservire le più trite regole della canzonetta a messaggi di ammaestramento morale da impartire alle masse, tra un editto papista e l’altro.

    Di “mercificazione della musica” chi scrive si è già occupato , denunciando il ruolo subliminale che essa ha assunto all’interno delle pubblicità (ma aveva già detto tutto Guy Debord quando affermava che “lo spettacolo è il capitale ad un tale grado di accumulazione da divenire immagine”), così come il ruolo subalterno che essa ha all’interno dei canali musicali, ove la si vede confinata a inutile commento di video musicali costruiti con l’unico intento di imporre una visione della vita dominata dalla triade “sesso, denaro, riuscita sociale” (se togliamo il primo termine, troveremo qualcosa di molto simile nell’ideologia puritana…). Ho anche inteso dissuadere coloro che concepiscono la musica come un mezzo attraverso il quale divulgare messaggi, anche positivi; come abbiamo avuto modo di ricordare infatti il suono ricrea continuamente una sintassi propria, difficile da interpretare e decodificare, che è di per sé già “messaggio”. Un ispirato utilizzo dell’armonia e della melodia, come ci è dimostrato ogniqualvolta ci avviciniamo ad un brano interpretato in un linguaggio a noi sconosciuto, ci avvicina difatti ad una visione del mondo alternativa in maniera molto più significativa di qualsiasi becero proclama.

    Ebbene, coloro che si professano come interpreti unici di un pensiero spirituale nell’Italia odierna si discostano forse da un simile utilitarismo?
    Vi è qualcosa proposto da costoro che, al di là delle differenze ideologiche, possa commuoverci, infervorarci?
    La risposta è naturalmente “no”, dal momento che, come in una narrazione leggendaria, quel suono che si è voluto asservire ai propri interessi, ai propri scopi, si ritorce sempre contro l’“ammaestratore”, creando unicamente imbarazzi.

    Se i teorici cristiani si fossero realmente occupati qualche volta di spiritualità e di musica, sarebbero i primi a invitarci a realizzare un fronte comune contro i processi di mercificazione, alienazione e anomìa che dominano i rapporti sociali odierni, ma invece preferiscono trastullarsi con proposte di censura sulle ripercussioni fisiche del suono (che chiunque avesse una idea di “misticismo” un po’ meno avulsa dalla realtà non solo accetterebbe, ma anche inciterebbe) e sul sottoposto satanismo di certe espressioni della musica underground. Imprigionati in un decadente ed infertile dualismo, tipico di ogni pensiero totalitario (si pensi al rivoltante motto “chi non è con me è contro di me” che Cristo in persona avrebbe pronunciato [Vangeli di Matteo (cap. XII v. 30) e di Luca (cap. XI v. 23)], non a caso poi ripreso da Mussolini nel 1924), essi, al pari di ogni cultura che si autoenuncia come “superiore”, sembrano troppo impegnati nel giudicare gli altri piuttosto che nel dimostrare coi fatti, con la loro essenza, questa loro supposta differenza.
    L’eroica inattualità dell’evento sonoro è dunque quanto di più necessario possa esistere per chiunque voglia tracciare un itinerario esistenziale che percorra strade lontane dai dogmi e dalle imposizioni di qualsiasi risma e natura.

    Chi deciderà infatti, come musicista o come ascoltatore, di coltivare interesse verso quelli che erano gli innati presupposti dell’espressione musicale, saprà di compiere un significativo atto di profonda ed individuata rivolta nei confronti delle innumerevoli ortodossie atte al disvalore che ci accerchiano.
    Non si chiedano consolazioni o conferme allorquando si ascolta un brano musicale; l’intrinseca spiritualità del suono ha anche questo insegnamento per chi si accinga alla rivolta: qualunque espressione profonda dell’uomo e del cosmo non potrà mai essere un monumento all’utilitarismo.
    [1] Ricaviamo queste riflessioni da un interessante dialogo che abbiamo avuto con il saggista Walter Catalano.
    [2] Ci riferiamo in particolare agli articoli “La mercificazione della musica” e “Accademismo e incultura musicale” comparsi sulla rivista di impostazione marxista “Praxis”.

    Pubblicato originariamente sulla rivista “L’Ateo”

    Tags: antonello cresti, chiesa ortodossa, cristo, guy debord, mercificazione della musica, Radio Maria, vangelo, walter catalano

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    [LABOURACOULTURA] Fascisti immaginari e sfascisti in carne e ossa

    di Redazione - lunedì 6 ottobre 2008 - 577 views

    di Antonello Cresti

    “Fascisti immaginari” è il titolo di un libro che a lungo ha attirato le attenzioni di vasti settori della stampa vacanziera italiana. Il perché non è difficile comprenderlo… Una società che da decenni si trastulla coi “come eravamo” della sinistra più o meno estrema è adesso pronta a sorbirsi anche le tardive e soporifere rimostranze della destra postfascista.

    Si, perché il libro in questione, una sorta di enciclopedia di riferimento del mondo destro, è certo scorrevole e qua e là divertente, ma fallisce miseramente in quelli che riteniamo essere i suoi obiettivi.
    Portando avanti una operazione quantomeno avventata, si riesce infatti nell’impresa di assimilare qualunque cosa non sia strettamente etichettabile come “comunista” o “marxista”, e gli effetti sono spesso ridicoli…
    Vantare nel proprio quadro di riferimento il Bagaglino, i film di Vanzina e i fumetti erotici, forse, oltre che una mistificazione, è un clamoroso autogol che giustifica totalmente la mitica preponderanza della intellettualità marxista in Italia.

    Per il resto gli unico nomi davvero degni di considerazione (Gaber, De Andrè, Battiato, Bene…) , nemmeno col più acrobatico degli equilibrismi potrebbero essere associati ad una qualunque delle destre esistenti e d’altra parte ci incuriosisce l’imbarazzato silenzio su nomi che di quella parte si sono detti (Evola in primis). Riguardo agli altri usuali ed abusati nomi (Pound, Cèline etc…) ci limitiamo a dire che se costoro fossero vivi, getterebbero certe letture nel fuoco, assieme alla parte politica che le ha ispirate.
    Tra i fascisti presunti ce n’è uno che turba le notti della sinistra bigotta, sorda e perbenista…Sto parlando di Alain de Benoist. Conoscendo ed apprezzando il tortuoso, inquieto e sincero itinerario intellettuale di questo pensatore, da tempo ci rammarichiamo che tante intuizioni siano da un lato screditate da una “sinistra” che non legge le sue tesi, dall’altro acriticamente accettate (e MAI realmente lette) da una destra semplicemente inqualificabile.

    E’ dunque con grande piacere che accogliamo due saggi che di de Benoist trattano e che sono stati scritti da due autori la cui provenienza di sinistra non può certo essere messa in dubbio.
    “Sulla Nuova Destra” di Taguieff, politologo francese, noto per i suoi studi sul fenomeno razzista, dimostra come si possa trattare sine ira ac studio un fenomeno complesso come quello incarnato dall’intellettuale francese. Riprendendo la bella introduzione di Danilo Zolo, apprezzato studioso di diritto, pacifista e collaboratore de “Il Manifesto”, ci pare assurdo e controproducente non voler confrontarsi fertilmente con un pensiero che oramai da svariati decenni ha molto da offrire e che una volta per tutte deve essere sottratto ai “fascisti immaginari” e inserito, assieme a Latouche, Goldsmith, Chomsky e pochi altri, nell’asfittico pantheon di riferimento del “movimento dei movimenti”.

    Siamo molto lieti che anche uno studioso di Marx di caratura cristallina, come Costanzo Preve, si occupi con tanta considerazione di de Benoist. Purtroppo spesso le buone intenzioni cozzano con la realtà e pur condividendo in toto la prospettiva, le argomentazioni, ed anche gli spunti polemici di Preve, non possiamo non rilevare due grosse leggerezze che l’autore ha compiuto.
    Il libro “Il paradosso de Benoist” esce infatti per le edizioni Settimo Sigillo, che di destra si professano…

    Anche se è lungi da noi l’intenzione di censurare qualsiasi voce, ci chiediamo che senso abbia pubblicare presso tale uditorio un testo in cui si parla di de Benoist come del pensatore più a sinistra che possa esservi, in cui si sostengono con forza le cause del pacifismo e dell’antirazzismo, in cui si tenta un interessante dialogo col pensiero marxiano. Non sarebbe stato meglio lottare per vedere le proprie idee diffuse da una qualunque casa editrice di sinistra?
    Ed inoltre, ci sarebbe piaciuto assistere ad una critica più in profondità del pensiero debenoistiano che non si estinguesse nei, pur brillanti e condivisibili assunti di cui sopra.
    Qualsiasi picconata al muro di ipocrisia e conformismo è da noi, sempre e comunque, benedetta!

    Tags: alain de benoist, antonello cresti, bagaglino, danilo zolo, fascisti immaginari, il Manifesto, il paradosso de benoist, il settimo sigillo, labouracoultura, postfascismo, sulla nuova destra, taguieff

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    [LABOURACOULTURA] Antonio Rezza e Flavia Mastrella: Abbiamo deciso di diventare miti contemporanei

    di Redazione - lunedì 14 luglio 2008 - 453 views

    A cura di: ANTONELLO CRESTI

    Tempi disperati. Tempi di infertile decadènce…Nulla si staglia all’orizzonte che possa scrollare il torpore degli zombies che barcollano per le strade del mondo…L’unica differenza tra loro ed i morti sono i vermi che casualmente non affollano i corpi della categoria “semovente”!
    Come de-finire il lavoro concettuale che Rezza e Mastrella ci propongono ?
    Difficile incasellarli in qualsiasi esiguo gregge,difficile pensare ad un semplice compiacimento estetizzante: a noi pare che questi due grandi artisti (?) siano i due massimi messaggeri di un mondo pensante che ne ha abbastanza di speranze e consolazioni: l’orizzonte che ci propongono è la radicale negazione di ogni utopica speranza.
    Rezza pur non essendolo (ma,ci chiediamo:cosa mai egli sarà?) è divenuto persino scrittore.
    Bompiani pubblica il nuovo “Credo in un solo oblio”, programmatico apice di letteratura letterata.
    Questo libro è un virtuosismo al di là della modalità,uno stream of consciousness libero da (fra)intendimenti di ordine intellettualistico.

    Affascinati da questi messaggeri dell’apocalisse immanente abbiamo deciso di porre alcune domande a Antonio Rezza e Flavia Mastrella per cercare di capire,se mai c’è qualcosa da capire.
    Le parole,si intende,sono in totale libertà.

    -Antonio ha affermato di interpretare i vostri spettacoli e i vostri lavori cinematografici per pura libidine.Mi chiedo se questa sia una libidine sfrenata e caotica o non si nutra essa di qualche progettualità perversa,ma precisa.

    Rezza: Non ci può essere progettualità in una cosa che non so dove mi porterà.Non ci sono obiettivi,è l’opera che ci guida non viceversa. Per me è molto più importante quello che faccio di quello che sono. Senza l’illusione di poter inventare qualcosa mi sarei già ammazzato.

    -Dunque contempli l’idea di “creazione”

    Rezza: Essa è alla base di ogni mio pensare anche quando non faccio niente
    Mastrella: Io ho semplicemente una esigenza di esprimermi. Però questa esigenza è una incognita senza forma né tempo: io mi sento semplicemente alla deriva.

    -Negli spettacoli che state portando avanti,mi sembra molto importante,vista l’organizzazione del proscenio,la diversa concezione dello spazio che vi anima.Potete darmi qualche ragguaglio?

    Mastrella: Io parlerei di non-spazio:uno spazio che lotta contro la convenzione. Cambiando continuamente l’allestimento scenico,abbiamo visto che la gente percepisce lo spettacolo come diverso ed infine,anche noi lo viviamo in maniera diversa.

    -Ricordo una frase del vostro film “Escoriandoli” (capolavoro uscito nel 1996) che dipinge così la realtà : “il paesaggio urbano è perfettamente modellato a misura di poveraccio”.
    C’è forse un anelito antimodernista nel vostro lavoro?

    Rezza: Non penso di criticare la modernità,poiché non facciamo quello che NON c’è.Noi facciamo spettacoli solo per noi stessi.Dunque anche sfruttiamo lo spazio teatrale,pur detestandolo.

    -E’ forse un rito quello che fate?

    Rezza: Vista la sua rigorosità estrema certamente. Io penso che dovrebbero essere arrestati coloro che suscitano false emozioni in teatro.

    -Già! E invece l’unico arresto cui assistiamo regolarmente a queste recite di stato (res-citare) è quello cerebrale!

    Rezza e Mastrella (all’unisono): Noi siamo alternativi a tutto!
    Mastrella: I riferimenti alla realtà ci sono,ma sono così aberrati che semplicemente divengono un nuovo modo di essere.

    -“Il morto è l’espressione più alta del comunismo perché non ha reddito ed è uguale agli altri morti”. Un altro bersaglio della vostra ironia è la correttissima cultura alternativa di sinistra italiana. Vi chiedo allora: Che prezzo ha essere liberi in questo paese?

    Rezza: Il prezzo è altissimo,semplicemente non ti fanno esprimere. Siamo costretti a combattere con una dialettica di distribuzione,cosa che non vorremmo fare. Ma ci va bene anche questo.
    Mastrella: Non ci uccidono,ma ci perseguitano.Vorrebbero farci esprimere all’interno di una specie di bolla…Non vorrei che questo servisse a farci divenire servi del potere.
    Rezza: No,io credo che il nostro lavoro possa sopravvivere a prescindere da costoro.Noi siamo due miti contemporanei.La gente che esce dai nostri spettacoli si sente liberata.

    -In effetti l’unico modo per dimostrare rispetto verso il pubblico è stupirlo, andare fuori dall’ovvio.

    Rezza: Questo è anche l’aspetto più deteriore del nostro lavoro : il voler mostrare alla gente quanto siamo bravi. Invece una grande idea esiste a prescindere dal fatto che qualcuno venga a conoscenza di essa. Ma del resto noi tra Santità e Mito abbiamo scelto il Mito.
    Mastrella: Il Mito è senza dubbio più fecondo!

    -Mi interesserebbe capire il tuo rapporto con la letteratura.Si sono fatti molti riferimenti,ma hanno una qualche consistenza? C’è del progetto?

    Rezza: L’analfabetismo va difeso! Io non conosco una parola dei surrealisti,che sono stati scomodati!
    Io scrivo perché sento la necessità,poi viene anche pubblicato,ma questo è un fatto secondario come abbiamo appena detto.

    -Avete qualche dichiarazione epocale da lasciare ai posteri?

    Mastrella: Per carità…I posteri devono imparare a reggersi sulle proprie gambe e fare da soli!

    E pensare che con la scusa di offrire “un mondo migliore a chi verrà” hanno fatto il deserto e l’hanno chiamato pace…

    Tags: antonello cresti, antonio rezza, comunicazione, credo in un solo oblio, dissonanze, escoriandoli, flavia mastrella, il morto è l'espressione più alta del comunismo, labouracoultura, libertà, modernità

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    [LABOURACOULTURA] Angelo Marchese – un ricordo del grande critico letterario.

    di Redazione - giovedì 3 luglio 2008 - 350 views

    Introduzione di Antonello Cresti
    Recensioni
    a cura di Lorenzo Lodovichi

    Cambiano i nomi dei ministri della pubblica istruzione e le considerazioni sono sempre le stesse: al livello allucinante degli studenti italioti corrisponde l’infima qualità del corpo docente. In effetti il “professore” in Italia è spesso il luogo fisico in cui si concentrano frustrazioni di ogni tipo e sarà difficile avviare una rinascita della società finchè saremo nelle mani di certi incapaci o, forse ancor peggio, di sciagurati cialtroni autonominatisi maestri di pensiero.

    Nel mio interminabile percorso di studente ho avuto a che fare con molteplici bizzarrie umane ed ho avuto un unico Maestro… sono stato fortunato: per il poco tempo che ho potuto avere a che fare con l’augusta figura di Angelo Marchese, critico letterario pluritradotto e studioso di Montale (che “al giovane critico genovese” dedicò anche una sua poesia), precocemente venuto a mancare, non ho fatto altro che apprezzarne le intuizioni, gli entusiasmi, le riflessioni. Intellettuale raffinato, profondo, dall’itinerario complesso e sfaccettato Marchese ci ha lasciato diversi lavori straordinari, ma anche saggi più “esoterici” che meritano una lettura. Tra i suoi vari scritti ve ne sono due che non potranno suscitare interesse nei più attenti lettori di Labouratorio.

    Abbiamo chiesto di recensirli a Lorenzo Lodovichi, giovane intellettuale di formazioni cattolica, vicino al pensiero di Pasolini e all’ecologismo di Alexander Langer.

    Il senso della laicità
    È dal portato e nel clima postconciliare che nasce questa opera di Marchese. Fa sorridere ripensare ad alcune sue parole in incipit, quali “…il clericalismo come fenomeno storico del mondo cristiano e in particolare cattolico è ormai superato”. D’altronde il Concilio Vaticano Secondo (terminato nel 1965) è ormai storia vecchia, espressione d’una Chiesa che si vedeva moderna, che cavalcava gli entusiasmi e le contraddizioni feconde di una Italia nel suo primo benessere.

    Dunque il discorso di Marchese è utile in due modi. Primo: egli fa un analisi limpida del laicismo, e ci ricorda i termini veri della questione. Secondo: l’opera in questione è, siccome vecchia, al di sopra di ogni sospetto e del tutto scevra da ogni intento polemico. Un’informazione per tutti: “il laicismo…è il rovesciamento di una impalcatura sociologica tradizionale della cristianità espressa in strutture, costumi e atteggiamenti spirituali strettamente clericali…”. Lungi dal laico ogni negazione di Dio, e ancor più ogni negazione di esperienza religiosa. Il Concilio Vaticano II, insomma, ispira Marchese e l’enciclica “Gaudium et Spes” fa ben sperare nel superamento di ogni clericalismo.

    Significativo come una recente enciclica richiami nel titolo la “Spes” senza accennare ad un qualunque “Gaudium”. D’altronde, come diceva un poeta friulano, non può essere davvero cattolico chi non è profondamente pessimista; e a onor del vero molte previsioni dei più pessimisti si sono avverate non solo sul piano della fede ma anche e soprattutto della cultura, della solidarietà, della pace. In ogni caso il benedetto Concilio pare a Marchese il segno del rovesciamento auspicato d’una certa mentalità ascetica e di allontanamento dal mondo, vale a dire l’attenuarsi della consueta opposizione di sacro e profano, la scissione definitiva di trono e altare (società decostantinizzata), il prevalere della Carità sulla Legge e della concezione Evangelica su quella politica.

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    Tags: alexander langer, angelo marchese, antonello cresti, clericalismo, concilio vaticano ii, contro il capitalismo, emmanuel mounier, Europa, gaudium, il senso della laicità, laicismo, lorenzo lodovichi, ottimismo liberale, pierpaolo pasolini, spes

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