[It's democracy, baby!]La transizione democratica del dopoguerra
| lunedì 19 gennaio 2009 | Scritto da Angelo Giubileo - 80 letture |

Che cosa dire dell’anno che sta per finire, e quali le speranze per l’anno che sta per entrare?
In Italia, il 2008 ha consegnato il governo del Paese saldamente nelle mani della neo-coalizione di centrodestra, retta dal premier Silvio Berlusconi. All’incirca un anno fa, più o meno di questi tempi, si trattava soltanto di una delle possibili ipotesi, peraltro diversamente immaginata e in definitiva contrastata con forza, anche all’interno dell’allora schieramento di opposizione di centro-destra, da parte dell’Udc. Sul fronte opposto dell’alleanza di centro-sinistra appariva concreto il rischio del crollo dell’allora governo di coalizione, ma nel dibattito rimaneva aperta addirittura anche l’ipotesi della costruzione di una nuova maggioranza sia pur sempre risicatissima. Il ricorso alle urne rappresentava un rimedio senz’altro legittimo alla comparabile e verificata ingovernabilità del sistema; e pur tuttavia, se per gli schieramenti della sinistra parlamentare si trattava evidentemente di una situazione di default, per gli schieramenti della destra parlamentare l’auspicio rimaneva essenzialmente legato all’opportunità di riconquistare il potere perduto soltanto venti mesi prima.
Si fa un gran parlare a sinistra e anche su labouratorio di riformismo, se ne riempiono la bocca quotidianamente Veltroni e anche Silvio che si ritiene un riformista DOC. Ma in realtà come spesso succede anche in politica la perdita di significato delle parole causa gravi incomprensioni, il termine riformista, ormai inflazionato, mai come oggi ha subito una storpiatura del significato impressionante. Occorre quindi rintracciare nel passato i valori e le idee riformiste per dargli nuova dignità politica. Innanzitutto va specificato che il riformismo nel’900 è sempre stato la bandiere delle socialdemocrazie infatti nell’agire politico della socialdemocrazia il riformismo è insito per definizione. Già dai primi del 900 ma già con Andrea Costa larghe aree del movimento operaio compresero che l’entrare nei parlamenti delle democrazie più o meno borghesi non avrebbe significato tradire le aspettative della classe operaia ma avrebbe bensì favorito una legiferazione di tutela verso le classi lavoratrici. Rispetto quindi a coloro che non ritenevano opportuno far parte di un sistema che andava abbattuto dalle fondamenta i riformisti si posero in un’ottica totalmente diversa ritenendo che l’avvento del socialismo sarebbe potuto avvenire attraverso la democrazia e non con la rivoluzione violenta. A guidare il movimento riformista erano all’ora non tanto il partito ma il sindacato che essendo quotidianamente a contatto con i soprusi subiti dagli operai comprese la necessità di migliorare nell’immediato e concretamente la condizione dei lavoratori senza aspettare la scintilla rivoluzionaria. Già da allora i riformisti furono considerati nemici di classe dai massimalisti poiché attenuavano il conflitto di classe migliorando le condizione dei lavoratori senza però mutare i rapporti di produzione; i massimalisti puntavano all’estensione del proletariato industriale per far scattare la scintilla rivoluzionaria il più violentemente possibile senza che fosse attenuata da possibilità di riforme o di compromesso con il padronato.

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