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	<title>Labouratorio &#187; Società  e Cultura</title>
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	<description>Magazine di sperimentazione alchemica per una generazione che non c&#039;è</description>
	<lastBuildDate>Fri, 20 Jan 2012 12:41:15 +0000</lastBuildDate>
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		<title>[Rivoluzionismi] Socialismo e guerra civile</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 00:37:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Gazzolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generazioni che si incontrano]]></category>
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		<description><![CDATA[ Un grande saggio. Perchè riconosce la radice intimamente rivoluzionaria del Socialismo, senza scindere il legame con la sua capacità riformatrice (e quanto è necessario, in un paese che ha prodotto i Lavitola, i Sacconi e tanti altri personaggi oltre il limite del folklore, tornare a parlare dell&#8217;essenza delle cose). Perchè coglie un aspetto profondo del punto… <a href="http://www.labouratorio.it/2012/01/18/rivoluzionismi-socialismo-e-guerra-civile/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> Un grande saggio. Perchè riconosce la radice intimamente rivoluzionaria del Socialismo, senza scindere il legame con la sua capacità riformatrice (e quanto è necessario, in un paese che ha prodotto i Lavitola, i Sacconi e tanti altri personaggi oltre il limite del folklore, tornare a parlare dell&#8217;essenza delle cose). Perchè coglie un aspetto profondo del punto di rottura del momento storico che stiamo vivendo. E perchè indica una direzione che è un progetto politico di libertà e di emancipazione. Lui si chiama Tommaso Gazzolo. Ricordatevelo.</strong></p>
<p>1.<em> Riformismo e concezione critico-pratica.</em></p>
<p>Il socialismo – e, più in generale, la filosofia della sinistra europea – ha aderito, nel corso dell’ultimo scorcio di secolo, ad una prospettiva <em>riformista</em> ed ha posto fine ad ogni possibilità di teoria politica rivoluzionaria. Ciò significa che il socialismo si è rivelato essere solo la <em>bandiera</em> sotto cui si cela un liberalismo democratico? Sotto cui si cela l’ideale di una “sinistra borghese”? Di quella che Mondolfo chiamava “psicologia del trafficante”? Sotto cui, in definitiva, si resta solidali – e, cioè, <em>conformisti</em> &#8211; al mondo che ci è dato?</p>
<p>Il socialismo eviterà tutto questo soltanto mantenendo ferma la propria concezione critico-pratica della storia. A differenza del <em>riformismo</em> liberal-democratico o cattolico, quello socialista si deve sempre determinare a partire dal <em>momento storico</em>, il quale è compreso e pensato sempre in termini <em>rivoluzionari</em>.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/psiunprol.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5150" title="psiunprol" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/psiunprol-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a></p>
<p>Sebbene politicamente riformista, la <em>decisione storica</em> su cui il socialismo si fonda non può mai limitarsi a porsi come <em>scelta</em> entro un ambito di possibilità <em>date</em>. Diversamente, quella decisione deve sempre pensarsi come <em>attuazione di libertà</em>, ossia come determinazione <em>nella</em> storia &#8211; la quale è, dialetticamente, passaggio ad un sempre maggior grado di <em>libertà</em>.</p>
<p>In questo senso, il “riformismo” socialista è sempre, dal punto di vista autenticamente storico, rivoluzionario, nel senso che la sua decisione è libertà, e non scelta: è <em>negazione</em> del mondo, del <em>determinato</em>, è cioè liberazione dall’<em>essere-dato</em>. La libertà – come spiega il maggior interprete di Hegel – non è una <em>scelta tra due dati</em>, ma la <em>negazione</em> di ciò che è dato, di ciò che già è, è la sua soppressione.</p>
<p>Ciò che determina, pertanto, il socialismo non è una concezione <em>politica</em> rivoluzionaria, ma la concezione rivoluzionaria della <em>storia</em>. Non è il suo <em>metodo</em> ad essere dialettico, ma è la storia che è dialettica, che implica la negatività, la soppressione, nel suo svolgersi. Anche laddove, pertanto, esso si presenti riformista sul piano politico, il partito socialista deve pensare la storia in senso critico-pratico, che è la condizione essenziale per realizzare la libertà come <em>emancipazione</em> (e senza la quale la libertà è soltanto <em>scelta</em>).</p>
<p>Nel corso dell’ultimo secolo è stato <em>superato</em> non il procedere dialettico della storia, ma la teoria rivoluzionaria che, sul piano <em>politico</em>, aveva tentato di pensarlo concettualmente. La fine del marxismo come teoria politica rivoluzionaria non ha nulla a che vedere, pertanto, con la struttura rivoluzionaria – ossia <em>negativa</em>, come possibilità di libertà – della storia.</p>
<p>La storia non cessa di presentare punti di rottura, «momenti storici», quando il passato si compie interamente ed il suo istante successivo non può – pur pensato e determinato dallo stesso passato – che presentarsi come sua opposizione e negazione. Questo è il senso autentico del <em>rovesciamento della praxis</em>. Il presente – ad un dato punto – diventa «storico» perché in esso penetra l’avvenire per mezzo del passato, del già compiuto.</p>
<p>Quella che comunemente viene definita la fine delle “ideologie” non coincide con il compimento della storia – ossia con la fine della negazione dialettica e, perciò, della libertà -, ma con la fine della possibilità <em>politica</em> di pensare l’avvenire come <em>progetto</em> – ossia con la fine delle “teorie rivoluzionarie” (ciò dipende essenzialmente dall’<em>unità del mondo</em>, ossia dalle condizioni internazionali. Ma, su questo punto, occorre rinviare altrove la spiegazione). Non è la penetrazione dell’avvenire in seno al presente che si è spezzata, ma l’avvenire-progetto, ossia la sua comprensione in termini <em>politici</em>. La “rivoluzione” è finita come <em>progetto d’azione</em>, e non come determinazione della storia: ciò che si è perduto, è la «trasformazione soggettiva», la capacità di dirigere le masse a compiere azioni rivoluzionarie, ad essere disposte a rischiare la morte per l’avvenire.</p>
<p>Ciò significa che non vi è più possibilità, per un partito, di essere politicamente rivoluzionario, di possedere un <em>progetto appropriato</em> rivoluzionario. Ma non per questo un partito deve privarsi della “mentalità rivoluzionaria”, ossia della concezione critico-pratica della storia, della comprensione e del possesso del “momento storico”.</p>
<p>La fine della possibilità di pensare <em>politicamente</em> la rivoluzione significa che, di fronte al “momento storico”, non siamo in grado di possedere in senso politico l’avvenire: di convincere le masse ad un’azione il cui <em>senso</em> non è presente immediatamente, ora e qui, ma è presente solo se compreso attraverso l’avvenire. Come dunque mostrare quell’avvenire-presenza, se la “rivoluzione” non è più in grado di indicarlo, di progettarlo? Attraverso la guerra civile.</p>
<p>2. <em>Che cos’è la guerra civile.</em></p>
<p>Il concetto di guerra civile, per lungo tempo trascurato, è ancora oggi definito e pensato a partire dal riferimento allo Stato, come conflitto <em>interno</em> alla sua <em>unità politica</em>. Si tratta di una definizione “classica”, <em>dipendente</em> dalla teoria dello Stato moderno come <em>unità politica sovrana</em> tipica della filosofia politica secentesca e compiuta nella teoria di Hobbes. Dove c’è Stato non c’è guerra civile, dove c’è guerra civile non c’è Stato. Anche nel marxismo, la definizione di “guerra civile” riflette un’analoga <em>dipendenza</em> dal concetto di Stato. La definizione della società borghese come “società a guerra civile permanente” (P. I. Stučka) presuppone infatti una concezione dello Stato inteso, secondo le parole di Engels, quale “potenza che sia in apparenza al di sopra della società, che attenui il conflitto, lo mantenga nei limiti dell’ “ordine”,  ossia dello Stato come “il prodotto e la manifestazione degli antagonismi inconciliabili tra le classi” (Lenin).</p>
<p>Eppure la fine della forma politica dello Stato-nazione, il “collasso” dei concetti “classici” della politica moderna, mostrano oggi l’inadeguatezza di quella definizione <em>negativa</em>. È improprio continuare a pensare la guerra civile a partire da una prospettiva, quale quella dello Stato, che non significa più.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/rivoluzione.png"><img class="alignleft size-full wp-image-5151" title="rivoluzione" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/rivoluzione.png" alt="" width="452" height="360" /></a>Che cos’è, dunque, la guerra civile? È davvero una “violenza intestina”? Comprenderne l’autentico significato implica, prima di tutto, definirne la costante fenomenologica, che è l’<em>irregolarità</em>. La guerra civile è fine delle opposizioni tipiche dell’ordine politico, dei sistemi di “segni” che consentono di separare e distinguere l’amico dal nemico: la fine delle uniformi, delle divise, degli eserciti regolari, della chiara differenza tra ciò che è legale e illegale. Tutto ciò, tuttavia, nasconde l’originario senso dell’irregolarità. Quando Hobbes parla della guerra civile, egli si riferisce sempre ad una “situazione deviata”, in cui “tutto l’ordine delle cose è messo sottosopra”. Commenta Schmitt: “<em>nella guerra civile nessun uomo può comportarsi normalmente</em>”. È in questo senso specifico che dobbiamo capire l’irregolarità.</p>
<p>Essa non significa tanto che, a causa della guerra civile, non ci si possa comportare normalmente, quanto, piuttosto, <em>viceversa</em>: è l’impossibilità, in una data situazione, di comportarsi “secondo la media”, “normalmente”, che determina la guerra civile.  Per guerra civile si deve perciò intendere la fine del piano della “situazione normale” in un dato ordinamento. La guerra civile come “irregolarità” si riferisce, pertanto, in primo luogo alla nozione di “regolarità” come “normalità”, “situazione media”.</p>
<p>La società, con le sue “norme”, presuppone sempre “una strutturazione normale dei rapporti di vita” (Schmitt): l’ordine sociale – il suo “progetto” normativo – rimanda sempre, per il proprio senso, a concetti di “normalità” che non determina esso stesso, ma che presuppone. Vale la pena riportare il passo di Schmitt:</p>
<p><em>&#8220;Una regolamentazione legislativa presuppone concetti di normalità del tutto indipendenti da essa: al punto che, in loro mancanza, la regolamentazione stessa diventa del tutto incomprensibile e non si può assolutamente parlare neppure di «norma». […] La normalità della situazione concreta, regolata dalla norma, e del tipo concreto da essa presupposto, non è quindi soltanto un presupposto esterno della norma, tale da non dover essere preso in considerazione dalla scienza del diritto, bensì un carattere giuridico essenziale, interno, della validità delle norme ed anzi una definizione normativa della norma stessa&#8221;.</em></p>
<p>Si tratta di qualcosa di molto semplice. Se, ad esempio, esiste una norma che reprime il “vagabondaggio”, essa presuppone – per il proprio <em>senso</em> -  che la “situazione normale” entro la società sia costituita da un rapporto fisso tra persona e luogo (il “domicilio”). Oppure: le regole che disciplinano la posizione di ciascun posto a sedere in uno stadio, implicano – per avere un qualche significato – che allo stadio ci si rechi per assistere ad una manifestazione sportiva: essi infatti in tanto hanno senso, in quanto organizzano una regolare “veduta” del campo per ciascuno. Se, tuttavia, anche solo per uno “spettatore” ogni dieci recarsi allo stadio significasse “normalmente” non assistere ad una partita, bensì picchiare il proprio vicino, le norme sui “posti a sedere” non avrebbero alcun senso: non devo sedermi ordinatamente per fare a bastonate, non ho bisogno di “vedere” il campo. Esempi del genere possono farsi pressoché per ogni regola presente all’interno di una società (famiglia, lavoro, sicurezza, et cetera).</p>
<p>La guerra civile è dunque l’espressione del punto di frattura di quella rete di presupposti di senso. È il punto in cui la “normalità” smette di possedere una funzione semantica rispetto alla “norma”: vivere “normalmente” diventa impossibile, e ciò provoca la fine del <em>senso</em> delle norme che regolano la vita sociale. La guerra civile deve essere definita, di conseguenza, come rottura delle strutture di senso proprie di una data società, del “codice” che ne consente la decifrazione.</p>
<p>Per tale ragione, essa non coincide necessariamente con uno <em>stato di guerra</em>, e tantomeno con fenomeni quali la “rivolta” o “insurrezione”, i quali costituiscono negazioni della<em> normatività</em> della norma, mentre la guerra civile nasce dal collasso della <em>normalità</em> della norma.</p>
<p>È la mancata distinzione tra la prospettiva della “normatività” e quella della “normalità” che ha reso difficile sino ad oggi delineare una teoria giuridica “pura” della guerra civile. Del resto, lo stesso ordinamento giuridico tende sempre a presentare ciò che già è guerra civile come “disordine” e di pensare il fatto che masse di individui non possano più “vivere normalmente” in termini di integrazione, “anomia” sociale e polizia. Così, tuttavia, si confonde la “normalità” come contenuto precettivo-disciplinare della norma con la “situazione normale” che ne costituisce il presupposto ed il significato.</p>
<p>Una teoria della guerra civile dovrà, pertanto, essere costruita a partire da quella distinzione fondamentale, che consente di definire il piano strutturale della categoria “guerra civile”. Per una tale definizione, occorrerà anzitutto un lavoro preliminare che consenta di costruire il modello di struttura di normalità/regolarità riferito ad un determinato sistema normativo.</p>
<p>Si tratta, in primo luogo, di individuare, a partire dallo stesso piano normativo e dalle relazioni ad esso sottese, le regole che consentono a quest’ultimo di <em>significare</em>, di essere pensabile. La “situazione media”, pertanto, ha una funzione di <em>senso</em>, e non normativa.</p>
<p>È corretto affermare che il “normativo” esprima &#8220;aspettative di comportamento stabilizzate in modo da resistere a variazioni della situazione di fatto&#8221;, e che il senso della norma implichi &#8220;una validità incondizionata&#8221; (Luhmann). Ciò, tuttavia, coesiste con il fatto che quel <em>senso</em> venga prodotto, ordinato e controllato attraverso il rimando ad una “regolarità” considerata in termini non normativi, ma fattuali.</p>
<p>La guerra civile costituisce il fenomeno di frattura dell’orizzonte di senso delle norme. Ciò non significa che tale orizzonte sia “neutrale”. La struttura della “normalità/regolarità” è anch’essa <em>polemica</em>: &#8220;non c’è nella conoscenza un adeguamento all’oggetto, un rapporto di assimilazione, ma c’è, al contrario, un rapporto di distanza e di dominio&#8221; (Foucault). La costruzione del senso delle norme attraverso la “normalità” è, pertanto, anch’esso esercizio di un potere, e da tale esercizio la guerra civile dunque dipende.</p>
<p>In secondo luogo, una tale prospettiva di definizione consente di dar conto compiutamente, nel momento in cui gli ordinamenti giuridici moderni rimandano costantemente ad un piano di normalità/regolarità, del carattere <em>endogeno</em> della guerra civile. La “normatività” – in quanto “progetto” normativo – implica sempre un problema di “senso” che essa risolve attraverso la “normalità/regolarità” e la sua capacità di significare le “regole del gioco” e le “relazioni strategiche” ad esse sottese. Il potere origina dalla guerra civile non come la pace dalla <em>violenza</em> dello “stato di natura”, ma come costruzione ordinata di senso attraverso le strutture della “norma”.</p>
<p>La guerra civile costituisce il limite negativo del “problema di senso” (<em>Sinnproblem</em>) proprio di ogni forma di potere moderna. Essa, in altri termini, rivela l’impossibilità di un incondizionato autosignificare da parte del potere (lo <em>Stato</em> di Hobbes). In tale prospettiva, la relazione di reciproca implicazione tra Stato e guerra civile, presente in Hobbes, significa che lo Stato – inteso qui come ordine normativo &#8211; non può sorgere se non producendo il proprio ordine di significato attraverso il senso negativo della guerra civile. È in questo sforzo, in questo esercizio del potere, che le “norme” si costituiscono e si dispongono secondo un piano di “normalità/regolarità”.</p>
<p>Piano che, pertanto, costituisce un sistema di significazione, il quale è condizione necessaria per l’ordine “normativo”. La guerra civile rappresenta il concetto-limite di quell’articolazione di senso: nella guerra civile, infatti, la “normalità” smette di possedere una funzione semantica rispetto alla “norma”. La “regolarità” non è più <em>segno</em>, l’uniforme militare non significa più il nemico, come scriverà Montaigne:</p>
<p>&#8220;<em>Viaggiando un giorno, mio fratello signor de La Brousse ed io, durante le nostre guerre civili, incontrammo un cortese gentiluomo; era del partito avverso al nostro, ma io non ne sapevo nulla, poiché si fingeva diverso; e il peggio di queste guerre è che le carte sono così mescolate, il vostro nemico non distinguendosi da voi per alcun segno evidente né di lingua né di contegno, educato sotto le stesse leggi, costumi e clima, che è difficile evitare confusioni e disordine</em>&#8220;.</p>
<p>Quando cessa di essere stabile il “conferimento di senso”, la produzione, il controllo e l’ordine del significato del piano normativo, la funzione epistemica della struttura di regolarità entra in crisi. Ciò indica che non è più possibile comportarsi “normalmente”, perché la “norma” non ha più alcun significato. La guerra civile deve essere definita, di conseguenza, come rottura delle strutture di senso proprie di un dato ordinamento giuridico, del “codice” che ne consente la decifrazione.</p>
<p>Il concetto di guerra civile è, pertanto, al tempo stesso sia da intendersi in senso negativo – come situazione in cui cessa la corrispondenza tra “norma” e “normalità” – che in senso positivo – ossia come concetto necessario per individuare la funzione di senso che la “normalità/regolarità” svolge.</p>
<p>La nozione di guerra civile deve essere dunque assunta nella sua funzione “euristica”: non più soltanto oggetto puramente “negativo” (&#8220;ciò che non è Stato&#8221;), ma concetto-limite dotato di un senso positivo. La guerra civile, nel suo significare come prospettiva di senso, è ciò che fissa il limite oltre il quale il “piano normativo” cessa di significare alcunché. Oltre il quale, in altri termini, le “norme” &#8211; anziché assolvere alla loro funzione tassonomica e di ordine &#8211; iniziano a svolgere una semplice funzione passiva ed inerte, di puro “controllo”.</p>
<p>Soltanto la guerra civile consente, allora, di definire il punto di rottura dell’ordinamento, a partire dal quale il “normativo” si impone senza “normalità”, diviene non più ordine, ma puro controllo. Ciascuno avverte, allora, di non avere più un <em>destino</em> da dover realizzare, di <em>poter fare ciò che deve</em>: le vite delle persone si sentono come interamente determinate da un avvenire che è loro semplicemente imposto, rispetto al quale non sono liberi, sono “inerti”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3. <em>I compiti del socialismo.</em></p>
<p>Esiste oggi una situazione di questo tipo? Una situazione nella quale sono venute meno, per larghe masse di popolazione, le <em>condizioni di normalità</em> che ogni ordine civile, per esistere ed avere senso, deve presupporre?</p>
<p>Se dieci persone su cento non vivono più in una situazione di “normalità”, la società cede – e con essa le sue stesse condizioni di possibilità normativo-repressive. C’è un bel passo di Simone Weil che descrive l’atmosfera della Berlino del 1932, e che indica con precisione cosa significhi essere già nella guerra civile, nel cedimento della “normalità”, e che merita di essere riportato:</p>
<p>“<em>La crisi ha spezzato tutto ciò che consente a ogni uomo di porsi fino in fondo il problema del proprio destino, ovvero le abitudini, le tradizioni, la stabilità della struttura sociale, la sicurezza […]Insomma, il giovane tedesco, operaio o piccolo borghese, non ha più un angolo della sua vita privata al sicuro dalla crisi. Per lui le prospettive buone o cattive concernenti gli aspetti anche più intimi della propria esistenza si formulano immediatamente come prospettive concernenti la struttura stessa della società</em>”.</p>
<p>Questa è la guerra civile: la perdita di “senso” della “normalità”, l’impossibilità di vivere in una situazione “media”, la mancanza di significato che, ora, rivela l’ossatura stessa della società, la sua struttura più profonda. Per molti aspetti, la nostra società sembra aver raggiunto quel punto di cedimento. Davanti ad esso, tuttavia, il socialismo – ossia la concezione critico-pratica della storia – non ha più la possibilità di definire l’avvenire come progetto, ossia di proporre una teoria politica rivoluzionaria.</p>
<p>Diversamente può &#8211; e deve, per la sua concezione fondante &#8211; riconoscere e comprendere il movimento <em>negativo</em> che quel punto implica, la realizzazione di libertà verso cui quel punto può portare. Riconoscere la negatività del presente significa, in tal senso, insistere nel riconoscere come la “situazione media” che ha ceduto debba essere sostituita da una nuova, la quale è avvenire già nel presente.</p>
<p>Il socialismo deve comprendere il <em>reale</em> dove esso è oggi: nella fine delle “situazioni medie” che il nostro sistema giuridico, sociale ed economico presuppone. È qualcosa di più profondo della crisi della legittimità del potere, in quanto insiste sull’esistenza ed il destino dei singoli individui, rendendoli impossibili. In tale impossibilità, c’è la guerra civile e, in essa, l’unica condizione per una prassi <em>reale</em>, ossia storicamente compresa e determinata verso la negatività e la libertà. Cosa si chiede, dunque, al socialismo, oggi? Di compiere questo punto storico di negazione. Di estirpare ciò che è morto nella storia e nella società.</p>
<p><strong> <span style="text-align: right;">Tommaso Gazzolo, in anteprima su Labouratorio, prima di ripubblicare una versione ridotta di questo testo su Mondoperaio (e scusate se è poco).</span></strong></p>
<p style="text-align: left;">
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		<title>[Europeismi] Un nuovo europeismo per la sinistra</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 00:36:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A pochi giorni dall’ennesimo vertice europeo, annunciato come momento cruciale nel definitivo salvataggio dell’Euro, e tuttavia già fallimentare nei suoi effetti nel contrastare la crisi del debito, a fronte di una spaccatura drammatica tra il Regno Unito di Cameron strenuo difensore dell’avido capitalismo finanziario della City e il resto dell’Europa appeso alle decisioni miopi e ideologiche… <a href="http://www.labouratorio.it/2012/01/18/europeismi-un-nuovo-europeismo-per-la-sinistra/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>A pochi giorni dall’ennesimo vertice europeo, annunciato come momento cruciale nel definitivo salvataggio dell’Euro, e tuttavia già fallimentare nei suoi effetti nel contrastare la crisi del debito, a fronte di una spaccatura drammatica tra il Regno Unito di Cameron strenuo difensore dell’avido capitalismo finanziario della City e il resto dell’Europa appeso alle decisioni miopi e ideologiche della Germania di Angela Merkel, noi militanti del circolo Radio Londra di SEL sentiamo fortemente la necessità di reagire, proponendo un’alternativa forte sia alla rassegnazione al crollo della moneta unica sia alla subalternità culturale all’Europa dei tagli e delle politiche di austerità.<br />
Ci rivolgiamo dunque a tutti gli iscritti, militanti e simpatizzanti di Sinistra Ecologia e Libertà con questo documento politico che ha uno scopo ben preciso: lanciare una mobilitazione forte sul piano politico e culturale per un nuovo europeismo di sinistra, che dia forza a un’idea di Europa diversa, fondata su principi democratici, attenta alle tutele sociali e tesa a ristabilire il primato della politica sull’economia e una più equa distribuzione della ricchezza.</em></p>
<p><strong>L’Europa a un passo dal baratro</strong><br />
La crisi economico-finanziaria iniziata negli USA nel 2007, ha raggiunto poco dopo l’Europa, colpendo dapprima le banche e l&#8217;economia reale, per poi tramutarsi negli ultimi due anni in una crisi del debito sovrano. Iniziata dai paesi più periferici dell’Unione la crisi è sbarcata la scorsa estate nel cuore dell’Eurozona, colpendo in modo particolare ma per niente esclusivo, il nostro paese. Ai crolli quotidiani delle borse si accompagnava l’esplosione dei tassi di interesse sui titoli di stato.<br />
Per mesi ci è stato ripetuto che la crisi dei debiti sovrani era un effetto diretto di una spesa pubblica sovradimensionata, principalmente dovuta ad un peso eccessivo del welfare, e che pertanto la ovvia e necessaria risposta politica alla crisi dovesse essere fatta di tagli e riduzione del ruolo dello stato nell’economia, in assoluta continuità con le ricette economiche rigoriste proprie del paradigma economico neoliberista.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/europe-map.gif"><img class=" wp-image-5142 alignright" title="europe-map" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/europe-map.gif" alt="" width="299" height="363" /></a><br />
Si è dunque reagito con una serie impressionante di vertici tra capi di stato, conferenze internazionali, trattative più o meno segrete, che hanno avuto come unica indicazione quella di implementare politiche di austerity volte a ridurre in tempi rapidi l’entità del debito pubblico dei paesi al centro della crisi.<br />
Queste politiche restrittive sono state a vari livelli annunciate e messe in pratica, spesso in modo improvvisato e sulla scorta di diktat e imposizioni provenienti dai vertici politici (asse franco-tedesco, o meglio il duo Sarkozy Merkel) e finanziari (BCE) dell’Europa, in nessun caso producendo un risultato apprezzabile nel fermare la corsa al rialzo dei tassi di interesse.<br />
Nel ripetersi del fallimento delle ricette economiche proposte dalle autorità politiche ed economiche dei paesi dell’Eurozona, è emersa con sempre maggiore forza una visione alternativa del processo economico in atto. Secondo questa interpretazione, la crisi del debito è la naturale conseguenza della crisi finanziaria del 2007 che ha messo in moto meccanismi speculativi inarrestabili (inarrestabili in quanto non sono stati poste in essere efficaci politiche di regolazione e controllo del sistema finanziario) che, facendo leva su difetti fondamentali nell’architettura monetaria e politica dell’Europa, si sono posti come obiettivo l’affossamento dell’Euro.<br />
Questo processo è ormai sempre più vicino al compimento. Le speranze reali di salvare la moneta unica sono ormai davvero ridotte al lumicino e le risposte di politica economica che potrebbero arrestare il processo di avvitamento della crisi non sembrano essere all’ordine del giorno.<br />
Nel momento in cui l’Europa si avvicina a passi da gigante verso la perdita della moneta unica, punta più avanzata in termini simbolici di un processo di integrazione durato 60 anni, non è più possibile ignorare le ragioni profonde di questo fallimento.<br />
Il percorso che ha portato alla nascita dell’unione monetaria è nato e si è sviluppato in un momento storico dominato da una concezione monolitica dell’economia, che poneva l’enfasi sulla riduzione del ruolo dello stato come agente economico e sulle capacità taumaturgiche di un mercato lasciato libero a sè stesso, il tutto in un contesto mondiale di globalizzazione che si traduceva in deregulation e nella definitiva liberazione del capitale dal vincolo nazionale. Il portato in termini di distribuzione della ricchezza è stato un trasferimento netto di risorse dai ceti medio bassi, tramite compressione dei salari e perdita progressiva di potere d’acquisto, al mondo del turbocapitalismo che vive di rendita finanziaria, vero responsabile della costruzione del castello di carta derivata iniziato a crollare nel 2007.<br />
Questi processi storici si sono riflessi in un processo di integrazione guidato, negli ultimi venti anni, quasi esclusivamente dagli interessi economici e finanziari, che vedevano in un mercato unico e in un’unica valuta un’imperdibile occasione di profitto, prima ancora che di sviluppo. Il trattato di Maastricht ha sugellato la nascita di un percorso fatto di vincoli di bilancio agli stati nazionali accompagnati da una dottrina monetaria europea di derivazione tedesca che vedeva nel controllo dell’inflazione l’unico obiettivo della politica economica europea, che si andava di fatto progressivamente a sostituire a quelle nazionali. Non è un caso che in queste condizioni tutti o quasi i paesi dell’Eurozona abbiano sensibilmente ridotto i proprio tassi di crescita perdendo posizioni relative rispetto al resto del mondo.<br />
Accanto a questo processo di integrazione economica è per di più mancato un altrettanto ambizioso percorso di integrazione politica. Il governo economico dell’Eurozona è, a un decennio di distanza dalla nascita dell’Euro, tuttora un miraggio, sostituito da poco comunitari vertici intergovernativi, perfino a due o tre paesi. In termini di istituzioni democratiche, siamo tuttora fermi al Parlamento Europeo, attore sostanzialmente inerte perfino in questo drammatico momento.<br />
La crisi attuale è figlia di questi errori storici e può avere conseguenze devastanti sul futuro della stessa Unione Europea. Di fronte al pericolo di frantumazione dell’Euro troverebbero gioco facile tutti i meccanismi della reazione conservatrice che, facendo leva sulla necessità di ragionare in termini di interessi nazionali, accompagnerebbero alla inevitabile recessione un contorno di guerriglia strisciante tra i paesi dell’Unione. Già si intravede il ritorno dei nazionalismi, dei fascismi, dei movimenti populisti xenofobi e perfino di una sinistra nazional statalista di risulta, che troveranno argomenti e fiato di fronte alla deflagrazione provocata dal crollo della moneta unica.<br />
<strong>Un&#8217;altra Europa è possibile</strong><br />
Gli errori commessi nel percorso di costruzione europea hanno segnato storicamente un percorso altrimenti senza precedenti nella storia. 60 anni di pace, di progresso, di sviluppo economico e avanzamento sociale sono certamente sotto gli occhi di tutti ed in particolare di quelli dei militanti dei movimenti politici progressisti e socialisti. L’idea stessa di un economia sociale di mercato, prodotto più avanzato del “compromesso socialdemocratico” che accompagna alle libertà economiche un forte sistema di welfare a sostegno della classi svantaggiate, rappresenta la punta più avanzata di organizzazione sociale mai creata nella storia, e rischia ora di scomparire sotto l’attacco coordinato di un’offensiva speculativa al debito e una offensiva ideologica all’idea stessa di welfare, condannato come tutta la spesa pubblica vista a prescindere dal suo scopo sociale.<br />
<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/UE-bandiera.jpg"><img class="alignleft  wp-image-5143" title="UE-bandiera" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/UE-bandiera.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Tornare indietro nel processo di integrazione sarebbe contrario ai nostri interessi, desideri e perfino alla ovvia e necessaria direzione del mondo verso un’integrazione sempre maggiore di popoli e istituzioni. La dissoluzione dell’unità politica Europea costituirebbe l’inizio di un processo generale di instabilità politica ed economica che non potrà che avere ripercussioni sostanziali sulla stabilità degli equilibri mondiali, tuttora alla ricerca di un nuovo ordine dopo la fine del mondo unipolare dominato dalla superpotenza americana.<br />
Correggere la rotta è necessario, urgente, imprescindibile.<br />
E’ di fondamentale importanza aggredire prioritariamente quella che è La questione di fondo che inficia la legittimità di tutti i progetti politici in atto: la questione democratica.<br />
A fronte di un processo di globalizzazione che ha di fatto esautorato dalle decisioni che contano i vertici degli stati nazionali che soli sono frutto di una legittimazione democratica, è compito assolutamente ineludibile quello di dotare l’Europa di istituzioni democratiche in grado di operare scelte e politiche nell’interesse e per conto dei cittadini europei.<br />
Occorre procedere senza indugio verso un cammino di integrazione politica, a livello di stati, partiti, associazioni. Un percorso federalista rispettoso dell’individualità delle parti costituenti e attento agli equilibri culturali e politici, oltre che economici.<br />
Senza affrontare la questione democratica non è possibile correggere l’impostazione economicista che ha viziato fin qui il processo di integrazione europeo. Soltanto un governo europeo legittimato dal voto popolare può essere il naturale esecutore delle esigenze di progresso, non solo economico, che attengono al popolo europeo tutto.<br />
L’ampiezza della sfida è, di fronte alla portata degli eventi in atto, assolutamente proibitiva.<br />
E’ dunque prioritario lanciare un messaggio di speranza, di coraggio, di sfida. E’ necessario un segnale politico che dica ad alta voce che di fronte al fallimento dell’Europa delle banche, dei bilanci, del rigore, e delle politiche finanziarie come orizzonte politico, noi rilanciamo la necessità del sogno europeo, di un comune destino dei popoli dell’Unione.<br />
<strong>Appello per una mobilitazione immediata</strong><br />
Per questo auspichiamo che Sinistra Ecologia e Libertà si faccia urgentemente promotrice di una manifestazione per un nuovo europeismo, che riprenda il filo spezzato del progetto federalista proprio del patrimonio della cultura socialista e progressista. Una giornata di mobilitazione per ricostruire l’Europa attorno a dei pilastri politici e sociali all’altezza della sfida, a partire dai valori internazionalisti,di pace, libertà, giustizia sociale e democrazia.<br />
Una giornata in cui chiamare a raccolta le moltitudini di cittadini che, oggi come 60 anni fa, hanno trovato nell’Europa la risposta alle loro aspirazioni professionali, di studio, di libertà, cosi come dei giovani che si sono formati nei progetti Erasmus e hanno scoperto il mondo con un interrail, che trovano lavoro e si trasferiscono in altre città d’Europa sentendosi comunque a casa.<br />
Una manifestazione che ponga le basi per una campagna in cui riunire sotto la bandiera di un europeismo di alternativa radicale tutti i movimenti politici internazionalisti, siano essi partiti socialisti o socialdemocratici, verdi, o appartenenti al variegato mondo del fronte anticapitalista. <a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/PSE.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-5144" title="PSE" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/PSE-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Un’occasione concreta per creare le basi di una nuova unità dei movimenti politici della sinistra, nel segno di un nuovo corso di politica economica, e della centralità della questione democratica.<br />
Il sociologo polacco Zygmunt Bauman circa un anno fa, diceva:<br />
“Il potere (che è capacità di realizzare le cose) e la politica (che è capacità di decidere quali cose necessitano di essere fatte) ora sono separati. Il potere è stato globalizzato, la politica è rimasta localizzata. O legata a personaggi. Queste due entità devono essere riunite in un livello sovrastatale. Questa sfida probabilmente consumerà la parte migliore della presente generazione. Ma è un obiettivo a cui dobbiamo per forza mirare.” 1<br />
60 anni prima di lui, in una piccola isoletta al largo delle coste del Lazio, dove erano stati confinati dal fascismo, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, terminavano il loro Manifesto di Ventotene con queste parole, che sono la migliore conclusione del presente appello:<br />
“Oggi è il momento in cui bisogna saper gettare via vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge così diverso da tutto quello che si era immaginato, scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie tra i giovani. Oggi si cercano e si incontrano, cominciando a tessere la trama del futuro, coloro che hanno scorto i motivi dell’attuale crisi della civiltà europea, e che perciò raccolgono l’eredità di tutti i movimenti di elevazione dell’umanità, naufragati per incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo.<br />
La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà.”<br />
Note:<br />
1 lectio magistralis tenuta all’Università la Sapienza tenuta a Roma, Dicembre 2010</p>
<p>2 &#8220;<a href="http://www.labouratorio.it/2011/03/25/labouratorio-di-futuro-il-manifesto-di-ventotene/">Per un&#8217;Europa libera e unita. Progetto d&#8217;un manifesto</a>&#8220;, Agosto 1943<br />
<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/manifesto-ventotene.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5145" title="manifesto ventotene" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/manifesto-ventotene-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a></p>
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		<title>[Antimafie] Sciascia e Falcone, due modi diversi di fare antimafia?</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 00:35:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dino Tine</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società  e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[buscetta]]></category>
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		<description><![CDATA[Dino Tinè, che cura su facebook la bella pagina La Sicilia come metafora &#8211; spazio di cultura antimafia dove il focus principale è l&#8217;antimafia di Leonardo Sciascia, ci introduce nel dibattito attorno al maxi processo, istituito da Falcone e Borsellino alla fine degli anni &#8217;80 che sarà il primo duro colpo inflitto a Cosa Nostra dallo Stato… <a href="http://www.labouratorio.it/2012/01/18/antimafie-sciascia-e-falcone-due-modi-diversi-di-fare-antimafia/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dino Tinè, che cura su facebook la bella pagina <a href="http://www.facebook.com/pages/La-Sicilia-come-metafora-Spazio-di-cultura-antimafia/157768187654801">La Sicilia come metafora &#8211; spazio di cultura antimafia</a> dove il focus principale è l&#8217;antimafia di Leonardo Sciascia, ci introduce nel dibattito attorno al maxi processo, istituito da Falcone e Borsellino alla fine degli anni &#8217;80 che sarà il primo duro colpo inflitto a Cosa Nostra dallo Stato democratico. <a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/sciascia.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-5160" title="sciascia" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/sciascia.jpg" alt="" width="250" height="181" /></a></strong></p>
<p><em>&#8220;Buscetta, la piuma e il piombo&#8221;, articolo che Leonardo Sciascia scrisse in pieno maxi processo a commento delle dichiarazioni che il pentito stava rilasciando durante il dibattimento.</em></p>
<p><a href="http://www.radioradicale.it/exagora/buscetta-la-piuma-e-il-piombo">http://www.radioradicale.it/exagora/buscetta-la-piuma-e-il-piombo</a></p>
<p>A Sciascia, inizialmente critico nei confronti del maxiprocesso, non convinceva l’argomentazione secondo cui dall’ipotetica super direzione mafiosa era possibile dedurre le responsabilità dei singoli. In questo modo, secondo lui, andava perdendosi il carattere individuale della responsabilità penale e non sarebbe stato possibile garantire un giudizio equo soprattutto di fronte ad un numero cosi grande di imputati. Ma Sciascia paradossalmente riteneva credibile Buscetta proprio nella misura in cui questo continuava a parlare il linguaggio mafioso, a non dirsi pentito e a considerarsi interprete dei cosiddetti valori della &#8220;vecchia mafia&#8221;.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/buscetta.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-5158" title="buscetta" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/buscetta.jpg" alt="" width="163" height="145" /></a></p>
<p>Valori che secondo Buscetta, sarebbero stati sostituiti dalla violenza incontrollata e dalla malvagità della nuova leadership corleonese, unica responsabile del degrado morale dell&#8217;organizzazione. Ovviamente quelle di Buscetta erano interpretazioni fuorvianti e irrealistiche, strumentalismi che in alcuni casi diventarono reticenze e in altri chiare bugie. Buscetta infatti non volle parlare del rapporto tra mafia e politica perché riteneva che i tempi non fossero ancora sufficientemente maturi e si rifiutò di rispondere a qualsiasi tipo di domanda su tale argomento. Ma fu lo stesso Falcone a non insistere eccessivamente su quest&#8217;aspetto perché attento a non inquinare il processo con forzature che potessero riguardare tali rapporti visto che per quest’ultimi non si erano ancora raggiunte situazioni di particolare consistenza della prova. Comunque fin dall’inizio Falcone aveva inteso più volte ribadire la priorità cronologica e logica “di una puntigliosa e faticosa ricostruzione degli aspetti più propriamente criminali delle organizzazioni mafiose” su quella della “rete di complicità e connivenze”, e dunque degli aspetti politici. Insomma per Falcone la priorità era portare a compimento il processo impedendo che l&#8217; inchiesta si annacquasse nel ricercare legami con la politica ancora difficili da provare e che diversamente si concentrasse su responsabilità penali ben individuabili e definibili. Tra l’altro la linea rigorista di Falcone avrebbe potuto essere apprezzata da Sciascia, ma per quanto se ne sappia non lo fu. Le bugie di Buscetta riguardarono invece principalmente il narcotraffico, che secondo il pentito era una sorta di &#8220;peccato originale&#8221; completamente attribuita ai suoi nemici corleonesi e del tutto estranea a lui e ai suoi amici palermitani.  L’unica critica che forse può essere fatta a Falcone e al pool di inquirenti, che insieme a lui raccolsero le dichiarazioni di Buscetta, è proprio quella di non aver saputo, o voluto in alcuni casi, prendere le dovute distanze dalla sua ideologia cosi mistificante, di aver accettato le sue “verità” senza quasi interferire. Forse perché per i magistrati la priorità era difendere il contributo cosi rilevante delle sue dichiarazioni da calunnie e insinuazioni. Oppure perché, come disse Falcone, Buscetta fornisce l’alfabeto, la grammatica e la sintassi della mafia, apre le porte dell’enorme edificio sotterraneo, pur occultando alcune sue stante. Per il resto la condotta di Falcone nella gestione del pentito in genere e in particolare nel raccogliere, vagliare e ricercare riscontri oggettivi alle sue dichiarazioni, fu estremamente corretta e contribuì ad accrescerne l’attendibilità.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/falcone.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5159" title="falcone" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/falcone.jpg" alt="" width="324" height="262" /></a>Niente di tutto questo infatti compromise o indebolì l&#8217;attendibilità delle sue dichiarazione e la portata rivoluzionaria che ebbero nella conoscenza del fenomeno mafioso.</p>
<p>Infine Sciascia, prendendo atto dell’andamento del dibattimento, che di fatto non aveva in alcun modo incrinato i diritti individuali degli imputati, avrebbe riconosciuto la validità e l’equità delle condanne e come queste erano basate su fatti e non su teoremi. E infatti in un altro suo articolo a conclusione del processo dichiarò: &#8220;La sentenza non mi pare frutto della confusione; vi si intravede anzi quell’osservanza del diritto, della legge, della Costituzione che i fanatici vorrebbero far cadere in desuetudine. E basti considerare l’assoluzione di Liggio, che a me pare fatto anche più importante della condanna di altri&#8221;. Tuttavia aggiunse: &#8220;Che l’impalcatura istruttoria abbia sostanzialmente resistito al processo dibattimentale si può senz’altro dire, ma mi pare non abbia invece retto né poteva la teoria della “cupola”, altrimenti detta “teorema Buscetta”. Non ho mai creduto che la mafia fosse un fatto fortemente unitario e piramidale; e ritengo che il crederlo produca fuorviazioni, rischi, cedimenti a facili e momentanee soddisfazioni (come quelle che nei media si notano di fronte all’esito di questo processo)&#8221;. E&#8217; questo un punto fondamentale, molto spesso taciuto, che con estrema lucidità Sciascia seppe cogliere. Infatti anche lo storico Salvatore Lupo sembra pensarla come lui quando afferma che l&#8217;immagine piramidale di Cosa Nostra, raccontata con un formalismo quasi giuridico da Buscetta, è continuamente contraddetta dal racconto delle singole transazioni, dei rapporti tra persone, degli affari e degli interessi degli uomini d&#8217;onore. Un esempio fra tutti: quando Buscetta spiega il funzionamento del narcotraffico o del contrabbando, dice comunque esplicitamente che ad agire sul mercato sono i singoli mafiosi, non le famiglie né tanto meno la Cupola. I mafiosi hanno un sorta di diritto di prelazione, come afferma Lupo: possono se vogliono partecipare al traffico con una propria quota, con propri soldi e a proprio rischio. Sembrerebbe quindi non esistere la cassaforte della mafia, ma solo il denaro di ciascun mafioso. Non esiste pertanto neppure il cassiere della mafia, com&#8217;era stato ribattezzato Pippo Calò. E in effetti di Calò Buscetta disse: &#8220;Se era cassiere lo era della sua cassa.&#8221; Forse quindi l’immagine della piovra con una testa e cento tentacoli, della cattedrale sormontata da un&#8217;unica cupola &#8211; dell’unica struttura di tipo piramidale insomma &#8211; non solo non è applicabile a tutte le manifestazioni o fasi storiche della mafia ma forse non si adatta a nessuna di esse. Anche se per l’era corleonese è innegabile la presenza di un unico centro direzionale.</p>
<p>E Sciascia già allora sembrava esserne consapevole: “La mia opinione è stata sempre che la mafia è una confederazione di mafie: qualche volta in pace, qualche volta in accordo, spesso in conflitto. Conflitti che è da credere nascano appunto dalla volontà di prevaricare, di sconfinare, di sconvolgere l’equilibrio federativo per farne uno stato unitario e assolutistico (usiamo, si capisce, termini approssimativi).”</p>
<p>Sempre secondo Lupo, i gruppi che compongono la mafia non sempre hanno bisogno di una forte direzione per controllare il loro territorio e gestire affari anche di vasta scala. Sembra piuttosto che i gruppi mafiosi “si siano coordinati grazie ad un sistema di interrelazioni piuttosto fitte, garantite da comuni codici e da un sistema di regole – chiamiamolo cosi – di tipo paramassonico”.<br />
Di sicuro si può concludere che, nonostante di organismi di coordinamento tra le famiglie si abbia già notizia nelle informazioni di polizia dell’Ottocento, la Cupola ha sempre avuto vita difficile e raramente ha garantito la convivenza pacifica tra di esse. Si può pensare che nella lunga storia della mafia centralizzazione e decentralizzazione si siano ciclicamente alternate in base a esigenze particolari e a situazioni eccezionali.</p>
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		<title>[Antimafie] 50 000 firme contro il voto di scambio</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 23:28:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Interna]]></category>
		<category><![CDATA[Società  e Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[davide vittori]]></category>
		<category><![CDATA[maifa corruzione]]></category>
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		<description><![CDATA[La Corte dei Conti ha stimato che la corruzione in Italia costa 60 miliardi di euro alla comunità. Essa è inoltre il principale strumento di governo del territorio in mano alle mafie, al Nord come al Sud. Eppure esiste in Italia un vuoto normativo: è l&#8217;articolo 416 ter, che punisce il voto di scambio di matrice… <a href="http://www.labouratorio.it/2012/01/18/antimafie-50-000-firme-contro-il-voto-di-scambio/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La Corte dei Conti ha stimato che la corruzione in Italia costa 60 miliardi di euro alla comunità. Essa è inoltre il principale strumento di governo del territorio in mano alle mafie, al Nord come al Sud. Eppure esiste in Italia un vuoto normativo: è l&#8217;articolo 416 ter, che punisce il voto di scambio di matrice mafiosa solamente in presenza di una dazione di denaro. Solamente una raccolta firme per una legge di iniziativa popolare, sul modello di quella promossa da Libera per l&#8217;assegnazione a fini sociali dei beni mafiosi confiscati, diventata la legge 109 del 1996, può mettere finalmente con le spalle al muro coloro che, a tutti i livelli, ancora tollerano quella zona grigia in cui la mafia prolifera, moltiplica i suoi affari e la sua influenza sulla società e sulla politica del nostro paese.</strong></p>
<p>La Corte dei Conti ha stimato che la corruzione in Italia costa 60 miliardi di euro alla comunità. Una cifra enorme, se si considera che nemmeno le manovre (o quasi) varate l&#8217;anno passato sono arrivate a tanto. Definire la corruzione una piaga nazionale non sembra quindi sbagliato, considerando tanto le recenti vicende legate alle tangenti nella sanità lombarda, quanto i sistemi criminogeni su cui la magistratura sta lavorando &#8211; le cosiddette P3 e P4.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/votodiscambio.jpg"><img class="alignleft size-large wp-image-5140" title="votodiscambio" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/votodiscambio-1024x685.jpg" alt="" width="640" height="428" /></a>Non si tratta nemmeno di un fenomeno recente, d&#8217;altronde: già nel 1952 Achille Lauro prometteva un paio di scarpe in cambio di un voto. Una scarpa prima di votare e l&#8217;altra una volta accertato che il segno sulla scheda era stato fatto correttamente. Il voto di scambio è l&#8217;apice dell&#8217;atto corruttivo, perché incide malignamente sul sistema democratico, minando le basi della libera e consapevole scelta da parte di un cittadino del candidato preferito.</p>
<p>Tangentopoli, nel 1992, scoperchiò un vero vaso di pandora che, seppur non incidesse platealmente sul voto di scambio, sicuramente si avvicinava a tale pratica, rendendola ancora più odiosa agli occhi dei cittadini comuni, in quanto a praticarla non erano i poveri delle periferie delle città del Sud, ma dei colletti bianchi, perfettamente inseriti nella società democratica, i quali approfittavano della liquidità a disposizione in cambio di favori negli appalti pubblici. Quegli stessi colletti bianchi potevano ben definirsi organici ai partiti ai quali versano del denaro: se è vero che nessun uomo, nemmeno Stalin, secondo il famoso slogan democristiano, poteva guardare dentro la cabina elettorale di questi personaggi, è lecito pensare che i loro voti, al pari di quelli dei loro fedeli, andassero a chi garantiva maggiori commesse pubbliche.</p>
<p>Al Sud e, più recentemente nel Nord, la corruzione e il voto di scambio erano (e sono) legati a doppio filo con le Mafie. Chi dispone di più liquidità, proveniente ovviamente da attività illecite, per poter far eleggere un tal deputato, senatore o consigliere, se non la criminalità organizzata?</p>
<p>Difatti, oltre al bacino di voti che posseggono semplicemente mobilitando la loro base, i mafiosi non si fanno scrupoli ad “investire” del denaro durante una campagna elettorale, al fine di comprare i voti necessari a far eleggere un uomo di fiducia. In cambio chiedono lealtà e obbedienza: stando alle ricostruzioni degli inquirenti, il caso Di Girolamo è in questo senso lampante.</p>
<p>Eletto nelle file di Alleanza Nazionale, viene eletto senatore grazie ai voti degli italiani all’estero. Peccato che, secondo i magistrati, fosse residente in una via inesistente del Comune di Etterbeek, in Belgio. Nel 2008, il Senato nega il placet alla richiesta d&#8217;arresto domiciliare, per le accuse &#8220;di aver attentato ai diritti politici dei cittadini, falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla sua identità, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici determinata dall&#8217;altrui inganno, concorso in falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, concorso in falsità in atti destinati alle operazioni elettorali, false dichiarazioni sulle sue generalità&#8221;. Una seconda richiesta d’arresto arriva nel 2010. Questa volta, l’accusa è ancora più grave (se possibile): l’imputazione è quella di aver partecipato ad sodalizio criminaleattivo nel riciclaggio di denaro e di essere stato eletto grazie ai voti della ‘ndrina Arena (tra l’altro attivissima nel settore del riciclaggio a Modena, dove le sono stati sequestrati 300 mila euro), che secondo la magistratura si era premurata di comprare, (sì, comprare!) le schede elettoralidegli immigrati calabresi, mettendo in calce la X su Di Girolamo.</p>
<p>Nel processo per associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio di ingenti somme di danaro effettuato a livello internazionale e violazione della legge elettorale e di scambio elettorale aggravato dal metodo mafioso, Di Girolamo concorda con patteggiamento una pena di 5 anni di reclusione e la restituzione di 4,2 milioni di euro.</p>
<p>La magistratura napoletana, invece, si è spinta più avanti, chiedendo l&#8217;arresto addirittura di un sottosegretario del governo Berlusconi, quel Nicola Cosentino accusato di aver fatto pressioni su alcuni funzionari dell’Unicredit per sbloccare una pratica relativa a un prestito di cinque milioni e mezzo di euro, che sarebbero serviti a costruire un centro commerciale a Casal di Principe in favore dell’imprenditore Nicola Di Caterino, cugino dei fratelli Giuseppe e Massimo Russo, del clan dei Casalesi. E su cui il Parlamento ha recentemente espresso parere contrario all&#8217;arresto.</p>
<p>Non è il caso di ricordare le miriadi di altri episodi che, a livello locale, hanno infangato la res pubblica e la democrazia: alle Mafie non interessa solo poter contare su qualche uomo a Roma; il controllo del territorio, ancora di fondamentale importanza nella strategia mafiosa, nonostante l&#8217;espansione su scala mondiale dei propri affari, parte dall&#8217;elezione di un consigliere comunale, provinciale o regionale, capace di direzionare gli appalti nella direzione da loro auspicata.</p>
<p>Teoricamente, la legge prevedrebbe un meccanismo sanzionatorio per questo tipo di pratica. È l&#8217;art. 416ter.</p>
<p>La storia del 416 ha dell&#8217;incredibile e riflette la noncuranza e la scarsa lungimiranza di parte della classe dirigente italiana. Non tutta, però; il rischio di voler accomunare tutti i politici nello stesso calderone di incapacità e privilegio è uno sport che va molto di moda, ma non è di certo utile per capire la storia italiana, in particolare del movimento antimafia.</p>
<p>Questa premessa era necessaria per comprendere fino in fondo le vicende legate a tale famigerato articolo. Il 416 nella sua prima articolazione puniva l’associazione per delinquere con una pena che poteva arrivare sino a e più anni sette anni. Ci vollero due omicidi eccellenti per introdurre il reato di associazione mafiosa, il 416bis. Il primo a cadere sotto i colpi della Mafia siciliana, il 30 aprile, fu il deputato comunista Pio La Torre, il secondo, il 3 settembre, fu il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.</p>
<p>Era il 1982. Solo successivamente, a Roma, le acque si mossero per dar vita a quella che sarebbe stata denominata la legge Rognoni-La Torre, il 416bis appunto. I mafiosi, per la prima volta nel codice penale, vennero chiamati con il loro nome e, sempre per la prima volta, ai mafiosi veniva a mancare uno strumento di potere, vale a dire i propri beni, la “roba” di verghiana memoria, di cui si disponeva la confisca qualora fosse stato accertata l&#8217;appartenenza a Cosa Nostra dell&#8217;imputato. Pio La Torre fu il primo ad intuire la portata storica che tale legge avrebbe avuto nel contrasto alla Mafia. Dovette donare la vita per farsi ascoltare.</p>
<p>Gli altri due eroi, impressi nella memoria collettiva di questo paese, sono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Anche qui si dovette aspettare che la strategia terroristica si esprimesse in tutto il suo crudele potenziale per arrivare ad un&#8217;ulteriore modifica dell&#8217;articolo, 416ter, che prevedeva la sanzione in caso di voto di scambio tra politici e mafiosi. Per ironia della sorte, o per una inquietante coincidenza, proprio sull&#8217;uccisione di Borsellino la magistratura sta indagando per accertare se quest&#8217;ultimo fosse a conoscenza di una possibile trattativa tra Stato e Mafia in quegli anni.</p>
<p>Uno scambio, non di voti, ma di potere: finire con lo stragismo in cambio del rilassamento della legge sul carcere duro (il 41bis) e magari del via libera alla strategia dell&#8217;imprenditorialità mafiosa, vale a dire più affari e meno morti. La Storia, oltre che la magistratura, ci dirà realmente cosa accadde.</p>
<p>Questa modifica, tesa a sanzionare i rapporti politica-mafia, nasce monca perché, come recentemente ha fatto notare Roberto Scarpinato su Micromega, non sanziona tutti i tipi di voto di scambio, ma solo quelli che implicano una dazione di denaro da parte del mafioso. Le altre fattispecie corruttive (dai massaggi in centri di benessere, alle vacanze pagate o a qualsiasi altro favore immateriale) non sono contemplate dalla legge. Siamo di fronte ad un vuoto normativo che deve essere colmato al più presto, attraverso l&#8217;estensione della punibilità del voto di scambio ove si riscontri un baratto di qualsiasi tipo tra politico e mafioso. In parole spicce, si deve punire il do ut des, indipendentemente dal quid, la cosa che si sta scambiando.</p>
<p>La proposta esiste ed è stata elaborata fattivamente proprio da Scarpinato. Attende solo di essere tramutata in legge. Se la classe politica non ha la volontà di farlo, sarebbe bene che fosse la società civile a mobilitarsi con tutti gli strumenti a disposizione a partire dalla raccolta firme per una legge popolare.</p>
<p>Limitarsi ad azioni di facciata è improduttivo. Qui, non è possibile esimersi dal muovere una critica all&#8217;associazione Libera. Non per volontà di polemica, ma poiché, come sosteneva John Milton nell’Areopagitica “chi esalta liberamente ciò che è stato fatto in modo egregio e non teme di dichiarare, altrettanto liberamente, ciò che potrebbe venir fatto meglio, vi dà la prova della propria fedeltà”.</p>
<p>La recente campagna lanciata dall&#8217;associazione, intitolata “Corrotti”, prevedeva l&#8217;invio al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di cartoline, senza alcun valore legale, al fine di chiedere al governo e al parlamento di adeguare il codice alle leggi internazionali anticorruzione e per dare piena attuazione alla norma, già introdotta nella Finanziaria 2007, che prevede la confisca e il riutilizzo sociale dei patrimoni sottratti dai corrotti al bene comune.</p>
<p>Iniziativa lodevolissima, ma che non incide fattivamente sulla società, specie in periodi di profonda crisi, dove sono altri i temi alla ribalta della cronaca politica. Dietro questa decisione sembra esserci una scelta al ribasso, alla partecipazione low-cost, non vincolante. Il contrario di quanto ha fatto magnificamente proprio Libera stessa con la proposta di legge di iniziativa popolare, tramutatasi nella legge 109 del 1996 che permette l&#8217;assegnazione dei beni confiscati per fini sociali.</p>
<p><img class="alignright" style="border-style: initial; border-color: initial;" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/05/gap.jpg" alt="" width="200" height="320" /></p>
<p>Credere nei movimenti provenienti dal basso come quelli manifestatisi durante le campagne referendarie è una necessità dalla quale un&#8217;associazione come Libera non può esimersi, soprattutto a livello locale, dove i cittadini comuni, se motivati a mobilitarsi, hanno dimostrato di sapersi far ascoltare, come è accaduto per i referendum di giugno. Solo quando si saranno depositate 50.000 firme, se la classe politica non approverà</p>
<p>La criminalità organizzata ha molto più da temere da una legge, che non dai libri presentati in pompa magna dai vari politicanti o dalle relazioni della Commissione antimafia. Libera può liberaci dai corrotti, così come ha tentato di fare con la mafia, sulla scorta di un grande uomo dimenticato da tutti i dibatti sui personaggi più importanti della storia d’Italia perché aveva la stigma di essere comunista e di non chiamarsi Berlinguer e Napolitano: Pio La Torre. in tempi record tale riforma di legge, allo stesso modo con cui si è approvata in un mese una finanziaria necessaria e al contempo devastante per la tenuta sociale, potremmo asserire che dietro all&#8217;inazione parlamentare c&#8217;è una volontà ben precisa di non lottare con forza contro la Mafia.</p>
<p><strong><strong>Davide Vittori, uno dei fondatori del Gruppo Antimafia Pio La Torre, <a href="http://www.labouratorio.it/2011/05/16/labouranetwork-distopie-mafiose/">torna su Labouratorio dopo alcuni mesi.</a></strong></strong></p>
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		<title>[Non e&#039; la fine...della violenza] Sui fatti di Roma e sull&#8217;estetica della violenza politica</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 01:40:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Porcelluzzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il conflitto è padre di tutte le cose e di tutte è il re: e gli uni fece dei, gli altri uomini: gli uni servi, gli altri liberi. Eraclito Abbiamo tutti ascoltato ogni tipo di argomentazione in questi giorni rispetto ai fatti di Roma. Rispetto ai black block e alle violenze di Piazza San Giovanni. Abbiamo… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/11/09/non-e-la-fine-della-violenza-sui-fatti-di-roma-e-sullestetica-della-violenza-politica/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il conflitto è padre di tutte le cose e di tutte è il re: e gli uni fece dei, gli altri uomini: gli uni servi, gli altri liberi.</em></p>
<p><em>Eraclito</em></p>
<p>Abbiamo tutti ascoltato ogni tipo di argomentazione in questi giorni rispetto ai fatti di Roma. Rispetto ai black block e alle violenze di Piazza San Giovanni. Abbiamo ascoltato le sciocchezze di Di Pietro e Maroni (strane convergenze?) sulla necessità di leggi speciali per l’ordine pubblico. Qualcuno ha attribuito la causa remota alla precarietà. Altri hanno ipotizzato un’azione esemplare contro patti elettorali tra Vendola e i moderati del movimento. Non sono mancate, come sempre, ipotesi di infiltrazioni, servizi deviati e altri residui dei tempi della strategia della tensione.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/11/corteo-roma-violenze.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-5024" title="corteo-roma-violenze" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/11/corteo-roma-violenze.jpg" alt="" width="600" height="400" /></a></p>
<p>La tesi più accreditata, quasi unanimemente accettata, è quella di un movimento diviso in due: da una parte gli indignati pacifici, dall’altra i facinorosi violenti.</p>
<p>È una vecchia abitudine, dura a perdersi. I violenti sono sempre altro da noi. Sono “sedicenti”, sono schegge impazzite, il messaggio genuino è altro.</p>
<p>Io credo che il discorso sulla violenza sia stato troppo in fretta liquidato. Ricacciato tra i brutti ricordi da dimenticare.</p>
<p>Non si può archiviare il tema della violenza con un passo indietro. Spostandosi un metro più in là. Condanna, dissociazione, biasimo. Ciò che intendo sostenere è: la violenza è un elemento consustanziale alla politica. In particolare a qualsiasi politica che voglia dirsi rivoluzionaria. Se ne possono discutere le espressioni, le articolazioni, le modalità. Ma negare che la violenza sia oggetto da dibattere, negarne il potere e il carattere dirimente è l’ennesima distorsione del dominio del politicamente corretto.</p>
<p>Ha scritto Vendola su Facebook che la violenza dei black block è figlia di una cultura di destra che cresce nelle curve degli stadi. È una visione certamente rassicurante. Molti di noi non frequentano affatto gli stadi. Al massimo siedono in tribuna. Nessuno si sente di destra. E tuttavia si tratta di un’enorme sciocchezza. “Ogni azione di distruzione e di sabotaggio ridonda  su di me come segno di colleganza di classe. Né l’eventuale rischio mi offende: anzi mi riempie di emozione febbrile, come attendendo l’amata”.  Non è uno striscione della Fossa dei Leoni. È Toni Negri. Erano gli anni Settanta. Novecento inoltrato. Quarant’anni fa. Superato, da archiviare, mi si dirà.</p>
<p>Il caso di Carlo Giuliani è sintomatico e ci riporta al presente. O almeno al passato prossimo. A più riprese politici della sinistra radicale l’hanno ricordato come “eroe”. Di questo ragazzo non abbiamo scritti, testamenti politici, eredità spirituali. Al di là delle rettifiche il ricorso a un certo tipo di linguaggio non può che riferirsi all’unico fotogramma conservato. Un ragazzo che agita un estintore contro un blindato. Ancora una volta è la violenza in sé ad occupare la scena. A determinare l’abnegazione di sé, la cancellazione del proprio interesse (perfino quello primario all’incolumità) in favore dello scontro politico.</p>
<p>“Nulla rivela più di quest’attività di franco tiratore, di sabotatore, di assenteista, di deviante, di criminale che mi trovo a vivere. Immediatamente risento il calore della comunità operaia e proletaria, tutte le volte che mi calo il passamontagna…”. Toni Negri ha scritto non molti anni fa un libro, Impero, che ha spopolato proprio tra i ragazzi come Carlo Giuliani. Sostituite la moltitudine (il 99%?) alla classe operaia e avrete il nuovo Negri. Una guida per leggere gli ultimi anni.</p>
<p>Ma che c’entra Negri? È il teorico dell’Autonomia operaia, uno dei fondatori di Potop. Non c’entra con la storia del movimento operaio. Quello vero. Quello certificato.</p>
<p>“Si può parlare all’infinito di rivolte senza mai provocare un movimento rivoluzionario, fin tanto che non vi sono miti accettati dalle masse il mito è un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa dal socialismo contro la società moderna”. È Sorel che scrive. Il padre del sindacalismo rivoluzionario. Diverse generazioni separano Negri e Sorel. Ma fu proprio Sorel il primo a individuare un nucleo tematico autonomo nello scontro tra borghesia e proletariato: la violenza.In Sorel la violenza non è un’appendice fastidiosa ma necessaria nel conflitto tra classi. “Oggi non esito a dichiarare che il socialismo non potrebbe sussistere senza un’apologia della violenza”, scrive Sorel. Il mito che serve a mobilitare le masse proletarie è appunto la violenza. Che restituisce alla borghesia i soprusi subiti nello sfruttamento. Violenza contro forza. “La forza ha per oggetto l’imposizione di un certo ordine sociale, in cui governa una minoranza, mentre la violenza tende alla distruzione di questo ordine. La borghesia ha impiegato la forza dall’inizio dei tempi moderni, mentre il proletariato reagisce ora contro di essa e contro lo stato con la violenza”.</p>
<p>La politica è lontanissima dalla democrazia ateniese. La politica democratica immagina che la somma di tante piccole virtù individuali dia luogo a una virtù collettiva superiore. Questo era il pensiero di Aristotele (la polis come organismo con tante braccia, tante gambe, ecc.). Ma Atene è ormai seppellita. E nello scontro, nel fragore delle armi, ritorna Sparta. Città in cui la virtù era solo una: il coraggio del guerriero. Ancora Sorel: “Salutiamo i rivoluzionari come i Greci salutarono gli eroi spartani che difesero le Termopili e contribuirono a mantenere la luce del mondo antico”.</p>
<p>Se nemmeno Sorel vi sembra convincente, ricordate Lenin. In Stato e rivoluzione Lenin rilegge Engels. E parlando del rapporto tra lo Stato borghese e democratico e la rivoluzione corregge il vecchio Engels. Engels parlava di “estinzione” dello Stato. Immaginava che la fine della società in classi avrebbe condotto all’inutilità delle strutture statuali. E al loro inevitabile accantonamento. “La società che riorganizza la produzione in base a una libera ed uguale associazione di produttori, relega l’intera macchina statale nel posto che da quel momento le spetta, cioè nel museo delle antichità accanto alla rocca per filare e all’ascia di bronzo”.</p>
<p>No, pensa Lenin. Lo stato democratico e borghese va spezzato. Lo Stato si estinguerà solo grazie ad un’azione violenta che imporrà come essenziali due sole funzioni: controllo della produzione e della distribuzione; registrazione del lavoro e dei prodotti. Tutti i cittadini diventano operai armati. Lavorano nella stessa misura, osservano la stessa misura di lavoro, ricevono nella stessa misura.</p>
<p>Violenza organizzata contro un sistema e un nemico comune.</p>
<p>Per affermarsi nella guerra contro il nemico comune occorre accettare il rischio dell’annientamento di sé. Che significa cancellare i propri interessi prima e dopo il conflitto. Ma ancora più radicalmente mettere a repentaglio la propria vita. Un’idea che accomuna tutte le rivoluzioni. Ce lo insegna Hanna Arendt. Parlando della Rivoluzione francese, Arendt sostiene che Robespierre abbia ereditato da Rousseau l’idea che la virtù rivoluzionaria per eccellenza sia l’abnegazione. Il rivoluzionario incorruttibile fonda questa certezza “sulla sua intima convinzione che il valore di una politica possa essere verificato in base al grado in cui si oppone a tutti gli interessi particolari e il valore di un uomo possa essere giudicato dal grado in cui agisce contro il proprio interesse e contro la propria volontà”.</p>
<p>Anche la non-violenza, quando la si osservi senza paraocchi ideologici, è solo una variante dell’estetica della violenza sin qui rappresentata. Se ne osservino le pratiche: il digiuno, lo sciopero della fame, la resistenza passiva. La violenza non è eliminata. Non è un paradigma irenico quello che ci si presenta davanti. Piuttosto è l’oggetto della violenza ad essere mutato. L’esibizione del corpo rimane. Ma il corpo ferito è il proprio. Il sasso che prima era lanciato contro il nemico rimbalza ora sul corpo di chi protesta. Anche qui annientamento di sé. Addirittura in grado superiore.</p>
<p><strong>Alessandro Porcelluzzi, </strong></p>
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		<title>[La fine di...cinque secoli di storia] La crisi, Copernico e The Truman Show</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 01:35:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Soldo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Avete visto The Truman Show, no? A metà del film un giornalista chiede all’ideatore dello show: “Per quale motivo Truman non è mai riuscito a scoprire la vera natura del mondo in cui ha vissuto finora?” E il regista Christof risponde: “Noi accettiamo la realtà in cui viviamo così come si presenta, è molto semplice”. Poi… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/11/09/la-fine-di-cinque-secoli-di-storia-la-crisi-copernico-e-the-truman-show/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p id="internal-source-marker_0.23838717583566904" dir="ltr">Avete visto The Truman Show, no? A metà del film un giornalista chiede all’ideatore dello show: “Per quale motivo Truman non è mai riuscito a scoprire la vera natura del mondo in cui ha vissuto finora?” E il regista Christof risponde: “Noi accettiamo la realtà in cui viviamo così come si presenta, è molto semplice”. Poi però, un pezzo alla volta il mondo artefatto in cui il protagonista viveva ignaro dalla nascita si sgretola, si dissolve. Un elemento alla volta, l’amore, l’amicizia, la famiglia, la citta…persino quello splendido cielo blu all’orizzonte non è che un telo stampato.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/trum1.jpg"><img class="alignright size-large wp-image-5003" title="trum" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/trum1-1024x576.jpg" alt="" width="640" height="360" /></a></p>
<p dir="ltr">Ebbene io penso che in questo momento noi occidentali siamo più o meno così. Questo bel mondo fatto di salde certezze sta precipitando, e non ci sarà manovra che reggerà l’impatto. Noi siamo come i nostri avi cinque secoli fa quando scoprono di non essere gli unici abitanti del pianeta, ma che esiste un continente altrettanto grande, quando scoprono che la terra gira intorno al sole, che il cielo non è fatto di etere e i mondi sono infiniti. Insomma, siamo di fronte ad una nuova “rivoluzione copernicana”, ma di valori questa volta. Così come nel Cinquecento è crollato il sistema aristotelico- tolemaico oggi crolla il sistema occidentale che sull’Utile ha costruito il suo potere. L’economia, l’unica scienza legittimata a perseguire quest’unico fine, ha fallito, e dalla più concreta attività dell’uomo (l’oikos nomia è l’arte di gestire la casa) si è trasformata in una mano più che invisibile imprevedibile. Della forza terrificante dell’economia virtuale hanno fatto le spese già molti popoli, storditi da eventi di cui potevano bene vedere gli effetti, nell’impoverimento immediato delle loro vite, ma le cui cause rimanevano recondite, troppo lontane, magari in qualche accordo tra banchieri stipulato nell’altra parte del globo, comunque sempre celate.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/copernico.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5004" title="copernico" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/copernico.jpg" alt="" width="256" height="197" /></a></p>
<p dir="ltr">Lo sbigottimento degli islandesi, che sapevano di vivere tranquillamente in uno dei paesi più ricchi del mondo, non deve essere stato minore di quello degli europei dell’età moderna difronte agli abitanti del Nuovo Mondo, o difronte alle meraviglie del binocolo di Galilei, nel momento in cui si sono visti travolti dalla crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato. Nemmeno i greci immaginavano di essere così poveri e destinati a portare negli anni a venire la croce di un debito pubblico che non sanno nemmeno loro come sia stato rimpinguato. Gli ungheresi, i portoghesi aspettano attoniti che qualcosa accada, gli italiani sono scimuniti dalle acrobazie del governo e dai piani di salvataggio che hanno la durata massima di un pomeriggio.</p>
<p dir="ltr">La realtà è che dietro i proclami ufficiali, le prese di posizione delle istituzioni monetarie internazionali, i summit dei capi di stato, dietro tutto questo c’è un “sistema” che è comunque una costruzione storica, un’invenzione di uomini orientati verso precisi valori, e in quanto tale è fallace e passibile di essere messa in discussione. E’ la storia che ha trasformato gli uomini in cittadini nell’antica Grecia, in fedeli con l’avvento del cristianesimo, in lavoratori e classe operaia nell’Ottocento, in produttori, consumatori, investitori speculatori nella nostra epoca, e la storia non sempre è giusta.</p>
<p dir="ltr">Quello che il nostro mondo ha dimenticato in questi anni è proprio la domanda sull’Uomo. “Chi siamo?” La prima domanda della filosofia, la domanda dei bambini, resta senza risposta: “consumatori”, “lavoratori”, “produttori”, anche “cittadini” è troppo poco per definire l’umanità.</p>
<p dir="ltr">Lo stesso utilitarismo nella formulazione dell’inglese Jhon Stuart Mill teneva fermo un obiettivo: la felicità degli individui che compongono una nazione. “ Il valore di uno Stato è il valore degli individui che lo compongono- scriveva Mill nel saggio Sulla libertà- uno Stato che rimpicciolisce i suoi uomini perché possano essere strumenti più docili nelle sue mani, anche se a fini benefici, scoprirà che con dei piccoli uomini non si possono compiere cose veramente grandi; e che la perfezione meccanica cui ha tutto sacrificato alla fine non gli servirà a nulla, perché mancherà la forza vitale che, per fare funzionare meglio la macchina, ha preferito bandire”. L’unico valore assoluto per Mill è la libertà, intesa come la possibilità per ognuno di perseguire a suo modo il suo proprio bene. Cito ancora dal Saggio sulla libertà: “la natura umana non è una macchina da costruire secondo un modello e da regolare perché compia esattamente il lavoro assegnato, ma un albero, che ha bisogno di crescere e di svilupparsi in ogni direzione, secondo le tendenze delle forze interiori che lo rendono una persona vivente”. Nelle nostre società la felicità è un ideale per pazzi, per gente fuori dal mondo, per filosofi falliti. La felicità al limite è intesa come un prodotto, preconfezionato, ed anche i desideri non sono mai personali, sono sempre desideri della società, veicolati dalle pubblicità. Quando un bambino nasce è catapultato nella società dell’utile: tutto quello che fa deve “servire” a qualcosa, la scuola che sceglie deve essere compatibile con il mercato, persino le attività del tempo libero devono essere utili. L’utile è l’ossessione della nostra società.</p>
<p dir="ltr">Cesare Cremonini, collega e rivale di Galilei all’Università di Padova, fu l’ultimo filosofo a sostenere la visione aristotelica del mondo, e per questo si rifiutò di guardare attraverso il cannocchiale per verificare di persona le scoperte di Galilei, urlando che si trattava di uno strumento del Demonio. Ebbene, questa crisi è un momento drammatico, ma è anche la possibilità per noi di guardare nel cannocchiale e vedere che questo mondo in cui siamo calati non è l’unico sistema possibile, datoci una volta per sempre dalla natura, ma è costruito su delle idee umane, che stanno dimostrando ai nostri tempi i loro limiti e la loro fallibilità. Questa crisi è una possibilità per riportare l’economia ad una dimensione reale, per porsi nuovamente la domanda sull’uomo, e magari orientare l’organizzazione delle nostre società su criteri di bellezza e felicità, che lungi dall’essere ideali utopici sono in realtà quanto di più propriamente umano possa esistere.</p>
<p dir="ltr"><strong>Antonella Soldo, 24 anni, è una terrona trapiantata a Roma per fare cose inutili come studiare filosofia. Svezzata al giornalismo nei seriosi ambienti di Radio Radicale non è in grado di fare di sè una presentazione auto ironica.</strong></p>
</div>
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		<title>[La fine...delle seghe movimentiste] In strada, col megafono</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 01:32:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Su questo pezzo la Redazione di Labouratorio, tanto per cambiare, si è spaccata. Di più, a finito per azzannarsi in una sterile diatriba. Il tutto per la parte iniziale di questo accorato appello, che alcuni potrebbero trovare verbosa. Ma noi lo proponiamo lo stesso invitandovi ad arrivare fino in fondo e a dedicare 60 secondi di… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/11/09/la-fine-delle-seghe-movimentiste-in-strada-col-megafono/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Su questo pezzo la Redazione di Labouratorio, tanto per cambiare, si è spaccata. Di più, a finito per azzannarsi in una sterile diatriba. Il tutto per la parte iniziale di questo accorato appello, che alcuni potrebbero trovare verbosa. Ma noi lo proponiamo lo stesso invitandovi ad arrivare fino in fondo e a dedicare 60 secondi di orologio a pensare a cosa direste voi, col megafono, in strada&#8230;</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci sono voluti un pò di giorni prima di fare un&#8217;analisi di quello che ho visto e vissuto in via Merulana ed in via Cavour. Dall&#8217;adrenalina di quei momenti, alla rabbia, al rimorso: il rimorso di non aver potuto portare a termine una bellissima giornata, un momento di gioia.</p>
<p>Adesso, come a Genova (e solo in questo possono essere paragonabili), non stiamo più parlando del perchè eravamo lì. Stanno oscurando tutto. Non è importante tanto parlare di complotti, infiltrazioni o sabotaggi, quanto confrontarci sui nostri problemi e costruire passo dopo passo un senso di collettività, quel senso comune che (idee chiare o meno) è riuscito a far ritrovare 300000 persone: il più grande risultato per lo meno di tutta Europa.</p>
<p>Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: il primo è il divieto di manifestare in corteo per la FIOM, ma ne seguiranno altri.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/11/pr-megaphone.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-5022" title="pr-megaphone" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/11/pr-megaphone.jpg" alt="" width="849" height="566" /></a></p>
<p>Mi soffermo un attimo sulla questione del rapporto tra violenza e non-violenza, una chiave di lettura prettamente pragmatica che voglio condividere con voi.</p>
<p>Molti indicano i manifestanti come traditori per aver applaudito l&#8217;intervento delle forze dell&#8217;ordine, ma si dimenticano che, aldilà di qualsiasi giudizio sulla figura che ricoprono, sono anch&#8217;essi vittime della crisi, come il 90% della popolazione italiana.</p>
<p>Senza cadere in un dibattito sterile, vorrei ricordare che il governo ha tagliato fondi pari a 60 milioni di euro a polizia, vigili del fuoco e guardia forestale. Per questo, ad esempio, le pattuglie, sulle tracce di importanti boss della famiglia dei Casalesi, sono state costrette a sospendere le indagini per mancanza di benzina.</p>
<p>Non ho intenzione di fare distinzioni, vorrei semplicemente che quel 90% si ritrovasse più unito possibile.</p>
<p>Chi pensa invece che questi atti di vandalismo siano un segno della frustrazione che stiamo vivendo dice il vero, ma non possiamo negare che colpire indistintamente macchine, banche, agenzie interinali, monumenti storici, vetrine dei negozi e delle poste (per non parlare dei saccheggi), sia il simbolo di questa società che rifiuta la complessità dei fenomeni e che ha bisogno che tutto sia ridotto a demagogia, lasciando abbandonati i giovani.</p>
<p>Essi sono paradossalmente i figli di questo sistema: un circuito che vorrebbe creare confusione nelle menti delle persone, appiattendole, portandole ad avere paura, a scendere in piazza. Qual è la distinzione tra chi brucia macchine o distrugge un alimentari e chi ti colpisce e ti rende precario a vita? Fra chi con bombolette spray imbratta il Colosseo ed un governo che taglia sulla cultura? C&#8217;è chi si scaglia contro la polizia chiamandoli &#8220;servi del potere&#8221;, ma cosa ne pensa di questo sistema che alimenta la guerra tra ceti medio-bassi?</p>
<p>Mi ha colpito in particolare un articolo di una ragazza che diceva che, anche se il corteo si fosse concluso pacificamente, non saremmo qui a parlare di finanziarizzazione, di debito pubblico e di banche, poichè non ci sarebbe stata pubblicità da parte dei mass media. Ha perfettamente ragione.</p>
<p>Questo fa riflettere anche su quanto siamo diventati oltremodo schiavi di un mondo basato su un virtualismo informatico che distanzia i rapporti, mentre dovremmo parlarci, riprendere la bellezza del contatto visivo e fisico. Ecco l&#8217;occasione che abbiamo davanti.</p>
<p>Voglio essere onesto in tutto e per tutto con voi: ho molti dubbi, nonostante il gran numero di partecipanti alla manifestazione di sabato, che sia chiaro a tutti quale sia il nemico da sconfiggere. I 300000 in realtà sono il risultato di una crisi che inevitabilmente sentiamo, ma quando ero in corteo ho avvertito che siamo ancora lontani, ad esempio, dagli indignati americani, andati pacificamente per le strade del quartiere di Wall-Street(uno dei nodi centrali).</p>
<p>Se chiedi in giro tanti ancora ti parleranno della &#8220;casta politica&#8221;, qualcuno invece ti dirà che sono tutti uguali&#8230;Il punto è che abbiamo bisogno come il pane di fare politica (bene infatti su questo punto ciò che dichiarano gli indignati italiani) e che essa ci sia rendendoci utili nel nostro piccolo e nella vita quotidiana. Abbiamo bisogno di non sentirci soli, di cancellare la competitività che sentiamo l&#8217;un l&#8217;altro e lo spirito individualista che ci pervade.</p>
<p>Per farlo dobbiamo capire perchè siamo arrivati a questo punto.</p>
<p>Circa 30 anni fa vi è stato un cambiamento evolutivo (o meglio &#8220;disevolutivo&#8221;) dal capitalismo che accettava il &#8220;compromesso sociale&#8221;, al capitalismo finanziario ( se vogliamo turbocapitalismo). In questa fase il disegno era ben preciso: la destrutturazione della democrazia per sovvertire l&#8217;ordine e rendere subalterno l&#8217;indirizzo politico all&#8217;indirizzo economico-finanziario. La sempre più crescente subalternità della politica in toto (anche le sinistre europee si erano appiattite al sistema) ha permesso di creare ed incrementare, a livello globale, una forbice di disuguaglianza sociale, favorendo i pochi, i ricchi.</p>
<p>Noi siamo stati a guardare e pian piano, dalle grandi battaglie del &#8217;68 fino agli anni &#8217;70, siamo diventati sempre di più schiavi di quei teleschermi. Ci hanno fatto credere che il problema era la &#8220;casta&#8221;, l&#8217;extracomunitario che, vittima anch&#8217;esso della globalizzazione nel mercato libero, veniva da noi. Abbiamo perso il contatto con la realtà, perso il lavoro fisso, i nostri diritti, siamo diventati competitivi, distanti tra noi, siamo stressati e abbiamo creato una generazione senza futuro.</p>
<p>Ma chi sono i &#8220;mostri&#8221;? I mostri sono gli speculatori, le agenzie di rating, le grandi multinazionali che, a differenza degli stati non hanno confini, ma sono sopratutto le banche private e non, che hanno gonfiato all&#8217;estremo i debiti &#8220;pubblici&#8221; di tutto il mondo.</p>
<p>Cosa sta succedendo adesso? Adesso i governi, schiavi di questo sistema a circuito chiuso ed astratto, stanno cercando di ricapitalizzare e salvare le banche. Esattamente chi ha causato la crisi del 2008!</p>
<p>Chi ci rimetterà? Tutti noi: diminuiranno drasticamente i posti di lavoro, chiuderanno le fabbriche, aumenteranno i prezzi, diminuiranno gli stipendi, la cultura, l&#8217;istruzione, la ricerca&#8230;Tutto per proteggere qualcosa che concretamente non esiste! Un pezzo di carta, il denaro, contro la vita stessa, l&#8217;uomo e l&#8217;ambiente.</p>
<p>Eccoci dunque arrivati al punto. Questo momento di silenzio ci regalerà una grande occasione e proprio perchè abbiamo bisogno di coinvolgere tutti, perchè si tratta del destino di tutti noi, è nostro dovere rendere coscienti ed obiettive le persone. Superiamo qualsiasi barriera, indignati e non, politicanti e non, associazionisti o semplici cittadini, l&#8217;importante è rendere chiare le cose! Ecco la proposta: prima di elaborare una qualsiasi alternativa, abbiamo il coraggio di fare 1-2 giorni con microfono o megafono in mano, piazza per piazza, quartiere per quartiere e spiegare con parole semplici chi sono i nostri nemici e il perchè ci troviamo in queste condizioni? E&#8217; essenziale. So bene che non è semplice ed è per questo che chiedo la disponibilità a tutti voi: se questo messaggio avrà un&#8217;ottima adesione possiamo cercare di costruire un appello che verrà letto e riletto in ogni angolo di città, per farlo arrivare a tutti. Senza bisogno di televisione, perchè se &#8220;Maometto non va alla montagna è la montagna che va da Maometto&#8221;. E proprio perchè sono convinto che rendere consapevoli milioni di persone è molto più pericoloso che tirare qualche bomba carta e creare il caos, lascio a voi queste parole. Siamo tutti colpevoli della situazione in cui ci troviamo. Smettiamola di essere complici!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8220;Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo&#8221; [M.Gandhi]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ottavio Herbstritt, cittadino.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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