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	<title>Labouratorio &#187; Politica Interna</title>
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	<description>Magazine di sperimentazione alchemica per una generazione che non c&#039;è</description>
	<lastBuildDate>Fri, 20 Jan 2012 12:41:15 +0000</lastBuildDate>
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		<title>[Rivoluzionismi] Socialismo e guerra civile</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 00:37:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Gazzolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generazioni che si incontrano]]></category>
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		<description><![CDATA[ Un grande saggio. Perchè riconosce la radice intimamente rivoluzionaria del Socialismo, senza scindere il legame con la sua capacità riformatrice (e quanto è necessario, in un paese che ha prodotto i Lavitola, i Sacconi e tanti altri personaggi oltre il limite del folklore, tornare a parlare dell&#8217;essenza delle cose). Perchè coglie un aspetto profondo del punto… <a href="http://www.labouratorio.it/2012/01/18/rivoluzionismi-socialismo-e-guerra-civile/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> Un grande saggio. Perchè riconosce la radice intimamente rivoluzionaria del Socialismo, senza scindere il legame con la sua capacità riformatrice (e quanto è necessario, in un paese che ha prodotto i Lavitola, i Sacconi e tanti altri personaggi oltre il limite del folklore, tornare a parlare dell&#8217;essenza delle cose). Perchè coglie un aspetto profondo del punto di rottura del momento storico che stiamo vivendo. E perchè indica una direzione che è un progetto politico di libertà e di emancipazione. Lui si chiama Tommaso Gazzolo. Ricordatevelo.</strong></p>
<p>1.<em> Riformismo e concezione critico-pratica.</em></p>
<p>Il socialismo – e, più in generale, la filosofia della sinistra europea – ha aderito, nel corso dell’ultimo scorcio di secolo, ad una prospettiva <em>riformista</em> ed ha posto fine ad ogni possibilità di teoria politica rivoluzionaria. Ciò significa che il socialismo si è rivelato essere solo la <em>bandiera</em> sotto cui si cela un liberalismo democratico? Sotto cui si cela l’ideale di una “sinistra borghese”? Di quella che Mondolfo chiamava “psicologia del trafficante”? Sotto cui, in definitiva, si resta solidali – e, cioè, <em>conformisti</em> &#8211; al mondo che ci è dato?</p>
<p>Il socialismo eviterà tutto questo soltanto mantenendo ferma la propria concezione critico-pratica della storia. A differenza del <em>riformismo</em> liberal-democratico o cattolico, quello socialista si deve sempre determinare a partire dal <em>momento storico</em>, il quale è compreso e pensato sempre in termini <em>rivoluzionari</em>.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/psiunprol.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-5150" title="psiunprol" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/psiunprol-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a></p>
<p>Sebbene politicamente riformista, la <em>decisione storica</em> su cui il socialismo si fonda non può mai limitarsi a porsi come <em>scelta</em> entro un ambito di possibilità <em>date</em>. Diversamente, quella decisione deve sempre pensarsi come <em>attuazione di libertà</em>, ossia come determinazione <em>nella</em> storia &#8211; la quale è, dialetticamente, passaggio ad un sempre maggior grado di <em>libertà</em>.</p>
<p>In questo senso, il “riformismo” socialista è sempre, dal punto di vista autenticamente storico, rivoluzionario, nel senso che la sua decisione è libertà, e non scelta: è <em>negazione</em> del mondo, del <em>determinato</em>, è cioè liberazione dall’<em>essere-dato</em>. La libertà – come spiega il maggior interprete di Hegel – non è una <em>scelta tra due dati</em>, ma la <em>negazione</em> di ciò che è dato, di ciò che già è, è la sua soppressione.</p>
<p>Ciò che determina, pertanto, il socialismo non è una concezione <em>politica</em> rivoluzionaria, ma la concezione rivoluzionaria della <em>storia</em>. Non è il suo <em>metodo</em> ad essere dialettico, ma è la storia che è dialettica, che implica la negatività, la soppressione, nel suo svolgersi. Anche laddove, pertanto, esso si presenti riformista sul piano politico, il partito socialista deve pensare la storia in senso critico-pratico, che è la condizione essenziale per realizzare la libertà come <em>emancipazione</em> (e senza la quale la libertà è soltanto <em>scelta</em>).</p>
<p>Nel corso dell’ultimo secolo è stato <em>superato</em> non il procedere dialettico della storia, ma la teoria rivoluzionaria che, sul piano <em>politico</em>, aveva tentato di pensarlo concettualmente. La fine del marxismo come teoria politica rivoluzionaria non ha nulla a che vedere, pertanto, con la struttura rivoluzionaria – ossia <em>negativa</em>, come possibilità di libertà – della storia.</p>
<p>La storia non cessa di presentare punti di rottura, «momenti storici», quando il passato si compie interamente ed il suo istante successivo non può – pur pensato e determinato dallo stesso passato – che presentarsi come sua opposizione e negazione. Questo è il senso autentico del <em>rovesciamento della praxis</em>. Il presente – ad un dato punto – diventa «storico» perché in esso penetra l’avvenire per mezzo del passato, del già compiuto.</p>
<p>Quella che comunemente viene definita la fine delle “ideologie” non coincide con il compimento della storia – ossia con la fine della negazione dialettica e, perciò, della libertà -, ma con la fine della possibilità <em>politica</em> di pensare l’avvenire come <em>progetto</em> – ossia con la fine delle “teorie rivoluzionarie” (ciò dipende essenzialmente dall’<em>unità del mondo</em>, ossia dalle condizioni internazionali. Ma, su questo punto, occorre rinviare altrove la spiegazione). Non è la penetrazione dell’avvenire in seno al presente che si è spezzata, ma l’avvenire-progetto, ossia la sua comprensione in termini <em>politici</em>. La “rivoluzione” è finita come <em>progetto d’azione</em>, e non come determinazione della storia: ciò che si è perduto, è la «trasformazione soggettiva», la capacità di dirigere le masse a compiere azioni rivoluzionarie, ad essere disposte a rischiare la morte per l’avvenire.</p>
<p>Ciò significa che non vi è più possibilità, per un partito, di essere politicamente rivoluzionario, di possedere un <em>progetto appropriato</em> rivoluzionario. Ma non per questo un partito deve privarsi della “mentalità rivoluzionaria”, ossia della concezione critico-pratica della storia, della comprensione e del possesso del “momento storico”.</p>
<p>La fine della possibilità di pensare <em>politicamente</em> la rivoluzione significa che, di fronte al “momento storico”, non siamo in grado di possedere in senso politico l’avvenire: di convincere le masse ad un’azione il cui <em>senso</em> non è presente immediatamente, ora e qui, ma è presente solo se compreso attraverso l’avvenire. Come dunque mostrare quell’avvenire-presenza, se la “rivoluzione” non è più in grado di indicarlo, di progettarlo? Attraverso la guerra civile.</p>
<p>2. <em>Che cos’è la guerra civile.</em></p>
<p>Il concetto di guerra civile, per lungo tempo trascurato, è ancora oggi definito e pensato a partire dal riferimento allo Stato, come conflitto <em>interno</em> alla sua <em>unità politica</em>. Si tratta di una definizione “classica”, <em>dipendente</em> dalla teoria dello Stato moderno come <em>unità politica sovrana</em> tipica della filosofia politica secentesca e compiuta nella teoria di Hobbes. Dove c’è Stato non c’è guerra civile, dove c’è guerra civile non c’è Stato. Anche nel marxismo, la definizione di “guerra civile” riflette un’analoga <em>dipendenza</em> dal concetto di Stato. La definizione della società borghese come “società a guerra civile permanente” (P. I. Stučka) presuppone infatti una concezione dello Stato inteso, secondo le parole di Engels, quale “potenza che sia in apparenza al di sopra della società, che attenui il conflitto, lo mantenga nei limiti dell’ “ordine”,  ossia dello Stato come “il prodotto e la manifestazione degli antagonismi inconciliabili tra le classi” (Lenin).</p>
<p>Eppure la fine della forma politica dello Stato-nazione, il “collasso” dei concetti “classici” della politica moderna, mostrano oggi l’inadeguatezza di quella definizione <em>negativa</em>. È improprio continuare a pensare la guerra civile a partire da una prospettiva, quale quella dello Stato, che non significa più.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/rivoluzione.png"><img class="alignleft size-full wp-image-5151" title="rivoluzione" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/rivoluzione.png" alt="" width="452" height="360" /></a>Che cos’è, dunque, la guerra civile? È davvero una “violenza intestina”? Comprenderne l’autentico significato implica, prima di tutto, definirne la costante fenomenologica, che è l’<em>irregolarità</em>. La guerra civile è fine delle opposizioni tipiche dell’ordine politico, dei sistemi di “segni” che consentono di separare e distinguere l’amico dal nemico: la fine delle uniformi, delle divise, degli eserciti regolari, della chiara differenza tra ciò che è legale e illegale. Tutto ciò, tuttavia, nasconde l’originario senso dell’irregolarità. Quando Hobbes parla della guerra civile, egli si riferisce sempre ad una “situazione deviata”, in cui “tutto l’ordine delle cose è messo sottosopra”. Commenta Schmitt: “<em>nella guerra civile nessun uomo può comportarsi normalmente</em>”. È in questo senso specifico che dobbiamo capire l’irregolarità.</p>
<p>Essa non significa tanto che, a causa della guerra civile, non ci si possa comportare normalmente, quanto, piuttosto, <em>viceversa</em>: è l’impossibilità, in una data situazione, di comportarsi “secondo la media”, “normalmente”, che determina la guerra civile.  Per guerra civile si deve perciò intendere la fine del piano della “situazione normale” in un dato ordinamento. La guerra civile come “irregolarità” si riferisce, pertanto, in primo luogo alla nozione di “regolarità” come “normalità”, “situazione media”.</p>
<p>La società, con le sue “norme”, presuppone sempre “una strutturazione normale dei rapporti di vita” (Schmitt): l’ordine sociale – il suo “progetto” normativo – rimanda sempre, per il proprio senso, a concetti di “normalità” che non determina esso stesso, ma che presuppone. Vale la pena riportare il passo di Schmitt:</p>
<p><em>&#8220;Una regolamentazione legislativa presuppone concetti di normalità del tutto indipendenti da essa: al punto che, in loro mancanza, la regolamentazione stessa diventa del tutto incomprensibile e non si può assolutamente parlare neppure di «norma». […] La normalità della situazione concreta, regolata dalla norma, e del tipo concreto da essa presupposto, non è quindi soltanto un presupposto esterno della norma, tale da non dover essere preso in considerazione dalla scienza del diritto, bensì un carattere giuridico essenziale, interno, della validità delle norme ed anzi una definizione normativa della norma stessa&#8221;.</em></p>
<p>Si tratta di qualcosa di molto semplice. Se, ad esempio, esiste una norma che reprime il “vagabondaggio”, essa presuppone – per il proprio <em>senso</em> -  che la “situazione normale” entro la società sia costituita da un rapporto fisso tra persona e luogo (il “domicilio”). Oppure: le regole che disciplinano la posizione di ciascun posto a sedere in uno stadio, implicano – per avere un qualche significato – che allo stadio ci si rechi per assistere ad una manifestazione sportiva: essi infatti in tanto hanno senso, in quanto organizzano una regolare “veduta” del campo per ciascuno. Se, tuttavia, anche solo per uno “spettatore” ogni dieci recarsi allo stadio significasse “normalmente” non assistere ad una partita, bensì picchiare il proprio vicino, le norme sui “posti a sedere” non avrebbero alcun senso: non devo sedermi ordinatamente per fare a bastonate, non ho bisogno di “vedere” il campo. Esempi del genere possono farsi pressoché per ogni regola presente all’interno di una società (famiglia, lavoro, sicurezza, et cetera).</p>
<p>La guerra civile è dunque l’espressione del punto di frattura di quella rete di presupposti di senso. È il punto in cui la “normalità” smette di possedere una funzione semantica rispetto alla “norma”: vivere “normalmente” diventa impossibile, e ciò provoca la fine del <em>senso</em> delle norme che regolano la vita sociale. La guerra civile deve essere definita, di conseguenza, come rottura delle strutture di senso proprie di una data società, del “codice” che ne consente la decifrazione.</p>
<p>Per tale ragione, essa non coincide necessariamente con uno <em>stato di guerra</em>, e tantomeno con fenomeni quali la “rivolta” o “insurrezione”, i quali costituiscono negazioni della<em> normatività</em> della norma, mentre la guerra civile nasce dal collasso della <em>normalità</em> della norma.</p>
<p>È la mancata distinzione tra la prospettiva della “normatività” e quella della “normalità” che ha reso difficile sino ad oggi delineare una teoria giuridica “pura” della guerra civile. Del resto, lo stesso ordinamento giuridico tende sempre a presentare ciò che già è guerra civile come “disordine” e di pensare il fatto che masse di individui non possano più “vivere normalmente” in termini di integrazione, “anomia” sociale e polizia. Così, tuttavia, si confonde la “normalità” come contenuto precettivo-disciplinare della norma con la “situazione normale” che ne costituisce il presupposto ed il significato.</p>
<p>Una teoria della guerra civile dovrà, pertanto, essere costruita a partire da quella distinzione fondamentale, che consente di definire il piano strutturale della categoria “guerra civile”. Per una tale definizione, occorrerà anzitutto un lavoro preliminare che consenta di costruire il modello di struttura di normalità/regolarità riferito ad un determinato sistema normativo.</p>
<p>Si tratta, in primo luogo, di individuare, a partire dallo stesso piano normativo e dalle relazioni ad esso sottese, le regole che consentono a quest’ultimo di <em>significare</em>, di essere pensabile. La “situazione media”, pertanto, ha una funzione di <em>senso</em>, e non normativa.</p>
<p>È corretto affermare che il “normativo” esprima &#8220;aspettative di comportamento stabilizzate in modo da resistere a variazioni della situazione di fatto&#8221;, e che il senso della norma implichi &#8220;una validità incondizionata&#8221; (Luhmann). Ciò, tuttavia, coesiste con il fatto che quel <em>senso</em> venga prodotto, ordinato e controllato attraverso il rimando ad una “regolarità” considerata in termini non normativi, ma fattuali.</p>
<p>La guerra civile costituisce il fenomeno di frattura dell’orizzonte di senso delle norme. Ciò non significa che tale orizzonte sia “neutrale”. La struttura della “normalità/regolarità” è anch’essa <em>polemica</em>: &#8220;non c’è nella conoscenza un adeguamento all’oggetto, un rapporto di assimilazione, ma c’è, al contrario, un rapporto di distanza e di dominio&#8221; (Foucault). La costruzione del senso delle norme attraverso la “normalità” è, pertanto, anch’esso esercizio di un potere, e da tale esercizio la guerra civile dunque dipende.</p>
<p>In secondo luogo, una tale prospettiva di definizione consente di dar conto compiutamente, nel momento in cui gli ordinamenti giuridici moderni rimandano costantemente ad un piano di normalità/regolarità, del carattere <em>endogeno</em> della guerra civile. La “normatività” – in quanto “progetto” normativo – implica sempre un problema di “senso” che essa risolve attraverso la “normalità/regolarità” e la sua capacità di significare le “regole del gioco” e le “relazioni strategiche” ad esse sottese. Il potere origina dalla guerra civile non come la pace dalla <em>violenza</em> dello “stato di natura”, ma come costruzione ordinata di senso attraverso le strutture della “norma”.</p>
<p>La guerra civile costituisce il limite negativo del “problema di senso” (<em>Sinnproblem</em>) proprio di ogni forma di potere moderna. Essa, in altri termini, rivela l’impossibilità di un incondizionato autosignificare da parte del potere (lo <em>Stato</em> di Hobbes). In tale prospettiva, la relazione di reciproca implicazione tra Stato e guerra civile, presente in Hobbes, significa che lo Stato – inteso qui come ordine normativo &#8211; non può sorgere se non producendo il proprio ordine di significato attraverso il senso negativo della guerra civile. È in questo sforzo, in questo esercizio del potere, che le “norme” si costituiscono e si dispongono secondo un piano di “normalità/regolarità”.</p>
<p>Piano che, pertanto, costituisce un sistema di significazione, il quale è condizione necessaria per l’ordine “normativo”. La guerra civile rappresenta il concetto-limite di quell’articolazione di senso: nella guerra civile, infatti, la “normalità” smette di possedere una funzione semantica rispetto alla “norma”. La “regolarità” non è più <em>segno</em>, l’uniforme militare non significa più il nemico, come scriverà Montaigne:</p>
<p>&#8220;<em>Viaggiando un giorno, mio fratello signor de La Brousse ed io, durante le nostre guerre civili, incontrammo un cortese gentiluomo; era del partito avverso al nostro, ma io non ne sapevo nulla, poiché si fingeva diverso; e il peggio di queste guerre è che le carte sono così mescolate, il vostro nemico non distinguendosi da voi per alcun segno evidente né di lingua né di contegno, educato sotto le stesse leggi, costumi e clima, che è difficile evitare confusioni e disordine</em>&#8220;.</p>
<p>Quando cessa di essere stabile il “conferimento di senso”, la produzione, il controllo e l’ordine del significato del piano normativo, la funzione epistemica della struttura di regolarità entra in crisi. Ciò indica che non è più possibile comportarsi “normalmente”, perché la “norma” non ha più alcun significato. La guerra civile deve essere definita, di conseguenza, come rottura delle strutture di senso proprie di un dato ordinamento giuridico, del “codice” che ne consente la decifrazione.</p>
<p>Il concetto di guerra civile è, pertanto, al tempo stesso sia da intendersi in senso negativo – come situazione in cui cessa la corrispondenza tra “norma” e “normalità” – che in senso positivo – ossia come concetto necessario per individuare la funzione di senso che la “normalità/regolarità” svolge.</p>
<p>La nozione di guerra civile deve essere dunque assunta nella sua funzione “euristica”: non più soltanto oggetto puramente “negativo” (&#8220;ciò che non è Stato&#8221;), ma concetto-limite dotato di un senso positivo. La guerra civile, nel suo significare come prospettiva di senso, è ciò che fissa il limite oltre il quale il “piano normativo” cessa di significare alcunché. Oltre il quale, in altri termini, le “norme” &#8211; anziché assolvere alla loro funzione tassonomica e di ordine &#8211; iniziano a svolgere una semplice funzione passiva ed inerte, di puro “controllo”.</p>
<p>Soltanto la guerra civile consente, allora, di definire il punto di rottura dell’ordinamento, a partire dal quale il “normativo” si impone senza “normalità”, diviene non più ordine, ma puro controllo. Ciascuno avverte, allora, di non avere più un <em>destino</em> da dover realizzare, di <em>poter fare ciò che deve</em>: le vite delle persone si sentono come interamente determinate da un avvenire che è loro semplicemente imposto, rispetto al quale non sono liberi, sono “inerti”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3. <em>I compiti del socialismo.</em></p>
<p>Esiste oggi una situazione di questo tipo? Una situazione nella quale sono venute meno, per larghe masse di popolazione, le <em>condizioni di normalità</em> che ogni ordine civile, per esistere ed avere senso, deve presupporre?</p>
<p>Se dieci persone su cento non vivono più in una situazione di “normalità”, la società cede – e con essa le sue stesse condizioni di possibilità normativo-repressive. C’è un bel passo di Simone Weil che descrive l’atmosfera della Berlino del 1932, e che indica con precisione cosa significhi essere già nella guerra civile, nel cedimento della “normalità”, e che merita di essere riportato:</p>
<p>“<em>La crisi ha spezzato tutto ciò che consente a ogni uomo di porsi fino in fondo il problema del proprio destino, ovvero le abitudini, le tradizioni, la stabilità della struttura sociale, la sicurezza […]Insomma, il giovane tedesco, operaio o piccolo borghese, non ha più un angolo della sua vita privata al sicuro dalla crisi. Per lui le prospettive buone o cattive concernenti gli aspetti anche più intimi della propria esistenza si formulano immediatamente come prospettive concernenti la struttura stessa della società</em>”.</p>
<p>Questa è la guerra civile: la perdita di “senso” della “normalità”, l’impossibilità di vivere in una situazione “media”, la mancanza di significato che, ora, rivela l’ossatura stessa della società, la sua struttura più profonda. Per molti aspetti, la nostra società sembra aver raggiunto quel punto di cedimento. Davanti ad esso, tuttavia, il socialismo – ossia la concezione critico-pratica della storia – non ha più la possibilità di definire l’avvenire come progetto, ossia di proporre una teoria politica rivoluzionaria.</p>
<p>Diversamente può &#8211; e deve, per la sua concezione fondante &#8211; riconoscere e comprendere il movimento <em>negativo</em> che quel punto implica, la realizzazione di libertà verso cui quel punto può portare. Riconoscere la negatività del presente significa, in tal senso, insistere nel riconoscere come la “situazione media” che ha ceduto debba essere sostituita da una nuova, la quale è avvenire già nel presente.</p>
<p>Il socialismo deve comprendere il <em>reale</em> dove esso è oggi: nella fine delle “situazioni medie” che il nostro sistema giuridico, sociale ed economico presuppone. È qualcosa di più profondo della crisi della legittimità del potere, in quanto insiste sull’esistenza ed il destino dei singoli individui, rendendoli impossibili. In tale impossibilità, c’è la guerra civile e, in essa, l’unica condizione per una prassi <em>reale</em>, ossia storicamente compresa e determinata verso la negatività e la libertà. Cosa si chiede, dunque, al socialismo, oggi? Di compiere questo punto storico di negazione. Di estirpare ciò che è morto nella storia e nella società.</p>
<p><strong> <span style="text-align: right;">Tommaso Gazzolo, in anteprima su Labouratorio, prima di ripubblicare una versione ridotta di questo testo su Mondoperaio (e scusate se è poco).</span></strong></p>
<p style="text-align: left;">
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		<title>[Antimafie] 50 000 firme contro il voto di scambio</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 23:28:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Corte dei Conti ha stimato che la corruzione in Italia costa 60 miliardi di euro alla comunità. Essa è inoltre il principale strumento di governo del territorio in mano alle mafie, al Nord come al Sud. Eppure esiste in Italia un vuoto normativo: è l&#8217;articolo 416 ter, che punisce il voto di scambio di matrice… <a href="http://www.labouratorio.it/2012/01/18/antimafie-50-000-firme-contro-il-voto-di-scambio/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La Corte dei Conti ha stimato che la corruzione in Italia costa 60 miliardi di euro alla comunità. Essa è inoltre il principale strumento di governo del territorio in mano alle mafie, al Nord come al Sud. Eppure esiste in Italia un vuoto normativo: è l&#8217;articolo 416 ter, che punisce il voto di scambio di matrice mafiosa solamente in presenza di una dazione di denaro. Solamente una raccolta firme per una legge di iniziativa popolare, sul modello di quella promossa da Libera per l&#8217;assegnazione a fini sociali dei beni mafiosi confiscati, diventata la legge 109 del 1996, può mettere finalmente con le spalle al muro coloro che, a tutti i livelli, ancora tollerano quella zona grigia in cui la mafia prolifera, moltiplica i suoi affari e la sua influenza sulla società e sulla politica del nostro paese.</strong></p>
<p>La Corte dei Conti ha stimato che la corruzione in Italia costa 60 miliardi di euro alla comunità. Una cifra enorme, se si considera che nemmeno le manovre (o quasi) varate l&#8217;anno passato sono arrivate a tanto. Definire la corruzione una piaga nazionale non sembra quindi sbagliato, considerando tanto le recenti vicende legate alle tangenti nella sanità lombarda, quanto i sistemi criminogeni su cui la magistratura sta lavorando &#8211; le cosiddette P3 e P4.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/votodiscambio.jpg"><img class="alignleft size-large wp-image-5140" title="votodiscambio" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/votodiscambio-1024x685.jpg" alt="" width="640" height="428" /></a>Non si tratta nemmeno di un fenomeno recente, d&#8217;altronde: già nel 1952 Achille Lauro prometteva un paio di scarpe in cambio di un voto. Una scarpa prima di votare e l&#8217;altra una volta accertato che il segno sulla scheda era stato fatto correttamente. Il voto di scambio è l&#8217;apice dell&#8217;atto corruttivo, perché incide malignamente sul sistema democratico, minando le basi della libera e consapevole scelta da parte di un cittadino del candidato preferito.</p>
<p>Tangentopoli, nel 1992, scoperchiò un vero vaso di pandora che, seppur non incidesse platealmente sul voto di scambio, sicuramente si avvicinava a tale pratica, rendendola ancora più odiosa agli occhi dei cittadini comuni, in quanto a praticarla non erano i poveri delle periferie delle città del Sud, ma dei colletti bianchi, perfettamente inseriti nella società democratica, i quali approfittavano della liquidità a disposizione in cambio di favori negli appalti pubblici. Quegli stessi colletti bianchi potevano ben definirsi organici ai partiti ai quali versano del denaro: se è vero che nessun uomo, nemmeno Stalin, secondo il famoso slogan democristiano, poteva guardare dentro la cabina elettorale di questi personaggi, è lecito pensare che i loro voti, al pari di quelli dei loro fedeli, andassero a chi garantiva maggiori commesse pubbliche.</p>
<p>Al Sud e, più recentemente nel Nord, la corruzione e il voto di scambio erano (e sono) legati a doppio filo con le Mafie. Chi dispone di più liquidità, proveniente ovviamente da attività illecite, per poter far eleggere un tal deputato, senatore o consigliere, se non la criminalità organizzata?</p>
<p>Difatti, oltre al bacino di voti che posseggono semplicemente mobilitando la loro base, i mafiosi non si fanno scrupoli ad “investire” del denaro durante una campagna elettorale, al fine di comprare i voti necessari a far eleggere un uomo di fiducia. In cambio chiedono lealtà e obbedienza: stando alle ricostruzioni degli inquirenti, il caso Di Girolamo è in questo senso lampante.</p>
<p>Eletto nelle file di Alleanza Nazionale, viene eletto senatore grazie ai voti degli italiani all’estero. Peccato che, secondo i magistrati, fosse residente in una via inesistente del Comune di Etterbeek, in Belgio. Nel 2008, il Senato nega il placet alla richiesta d&#8217;arresto domiciliare, per le accuse &#8220;di aver attentato ai diritti politici dei cittadini, falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla sua identità, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici determinata dall&#8217;altrui inganno, concorso in falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, concorso in falsità in atti destinati alle operazioni elettorali, false dichiarazioni sulle sue generalità&#8221;. Una seconda richiesta d’arresto arriva nel 2010. Questa volta, l’accusa è ancora più grave (se possibile): l’imputazione è quella di aver partecipato ad sodalizio criminaleattivo nel riciclaggio di denaro e di essere stato eletto grazie ai voti della ‘ndrina Arena (tra l’altro attivissima nel settore del riciclaggio a Modena, dove le sono stati sequestrati 300 mila euro), che secondo la magistratura si era premurata di comprare, (sì, comprare!) le schede elettoralidegli immigrati calabresi, mettendo in calce la X su Di Girolamo.</p>
<p>Nel processo per associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio di ingenti somme di danaro effettuato a livello internazionale e violazione della legge elettorale e di scambio elettorale aggravato dal metodo mafioso, Di Girolamo concorda con patteggiamento una pena di 5 anni di reclusione e la restituzione di 4,2 milioni di euro.</p>
<p>La magistratura napoletana, invece, si è spinta più avanti, chiedendo l&#8217;arresto addirittura di un sottosegretario del governo Berlusconi, quel Nicola Cosentino accusato di aver fatto pressioni su alcuni funzionari dell’Unicredit per sbloccare una pratica relativa a un prestito di cinque milioni e mezzo di euro, che sarebbero serviti a costruire un centro commerciale a Casal di Principe in favore dell’imprenditore Nicola Di Caterino, cugino dei fratelli Giuseppe e Massimo Russo, del clan dei Casalesi. E su cui il Parlamento ha recentemente espresso parere contrario all&#8217;arresto.</p>
<p>Non è il caso di ricordare le miriadi di altri episodi che, a livello locale, hanno infangato la res pubblica e la democrazia: alle Mafie non interessa solo poter contare su qualche uomo a Roma; il controllo del territorio, ancora di fondamentale importanza nella strategia mafiosa, nonostante l&#8217;espansione su scala mondiale dei propri affari, parte dall&#8217;elezione di un consigliere comunale, provinciale o regionale, capace di direzionare gli appalti nella direzione da loro auspicata.</p>
<p>Teoricamente, la legge prevedrebbe un meccanismo sanzionatorio per questo tipo di pratica. È l&#8217;art. 416ter.</p>
<p>La storia del 416 ha dell&#8217;incredibile e riflette la noncuranza e la scarsa lungimiranza di parte della classe dirigente italiana. Non tutta, però; il rischio di voler accomunare tutti i politici nello stesso calderone di incapacità e privilegio è uno sport che va molto di moda, ma non è di certo utile per capire la storia italiana, in particolare del movimento antimafia.</p>
<p>Questa premessa era necessaria per comprendere fino in fondo le vicende legate a tale famigerato articolo. Il 416 nella sua prima articolazione puniva l’associazione per delinquere con una pena che poteva arrivare sino a e più anni sette anni. Ci vollero due omicidi eccellenti per introdurre il reato di associazione mafiosa, il 416bis. Il primo a cadere sotto i colpi della Mafia siciliana, il 30 aprile, fu il deputato comunista Pio La Torre, il secondo, il 3 settembre, fu il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.</p>
<p>Era il 1982. Solo successivamente, a Roma, le acque si mossero per dar vita a quella che sarebbe stata denominata la legge Rognoni-La Torre, il 416bis appunto. I mafiosi, per la prima volta nel codice penale, vennero chiamati con il loro nome e, sempre per la prima volta, ai mafiosi veniva a mancare uno strumento di potere, vale a dire i propri beni, la “roba” di verghiana memoria, di cui si disponeva la confisca qualora fosse stato accertata l&#8217;appartenenza a Cosa Nostra dell&#8217;imputato. Pio La Torre fu il primo ad intuire la portata storica che tale legge avrebbe avuto nel contrasto alla Mafia. Dovette donare la vita per farsi ascoltare.</p>
<p>Gli altri due eroi, impressi nella memoria collettiva di questo paese, sono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Anche qui si dovette aspettare che la strategia terroristica si esprimesse in tutto il suo crudele potenziale per arrivare ad un&#8217;ulteriore modifica dell&#8217;articolo, 416ter, che prevedeva la sanzione in caso di voto di scambio tra politici e mafiosi. Per ironia della sorte, o per una inquietante coincidenza, proprio sull&#8217;uccisione di Borsellino la magistratura sta indagando per accertare se quest&#8217;ultimo fosse a conoscenza di una possibile trattativa tra Stato e Mafia in quegli anni.</p>
<p>Uno scambio, non di voti, ma di potere: finire con lo stragismo in cambio del rilassamento della legge sul carcere duro (il 41bis) e magari del via libera alla strategia dell&#8217;imprenditorialità mafiosa, vale a dire più affari e meno morti. La Storia, oltre che la magistratura, ci dirà realmente cosa accadde.</p>
<p>Questa modifica, tesa a sanzionare i rapporti politica-mafia, nasce monca perché, come recentemente ha fatto notare Roberto Scarpinato su Micromega, non sanziona tutti i tipi di voto di scambio, ma solo quelli che implicano una dazione di denaro da parte del mafioso. Le altre fattispecie corruttive (dai massaggi in centri di benessere, alle vacanze pagate o a qualsiasi altro favore immateriale) non sono contemplate dalla legge. Siamo di fronte ad un vuoto normativo che deve essere colmato al più presto, attraverso l&#8217;estensione della punibilità del voto di scambio ove si riscontri un baratto di qualsiasi tipo tra politico e mafioso. In parole spicce, si deve punire il do ut des, indipendentemente dal quid, la cosa che si sta scambiando.</p>
<p>La proposta esiste ed è stata elaborata fattivamente proprio da Scarpinato. Attende solo di essere tramutata in legge. Se la classe politica non ha la volontà di farlo, sarebbe bene che fosse la società civile a mobilitarsi con tutti gli strumenti a disposizione a partire dalla raccolta firme per una legge popolare.</p>
<p>Limitarsi ad azioni di facciata è improduttivo. Qui, non è possibile esimersi dal muovere una critica all&#8217;associazione Libera. Non per volontà di polemica, ma poiché, come sosteneva John Milton nell’Areopagitica “chi esalta liberamente ciò che è stato fatto in modo egregio e non teme di dichiarare, altrettanto liberamente, ciò che potrebbe venir fatto meglio, vi dà la prova della propria fedeltà”.</p>
<p>La recente campagna lanciata dall&#8217;associazione, intitolata “Corrotti”, prevedeva l&#8217;invio al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di cartoline, senza alcun valore legale, al fine di chiedere al governo e al parlamento di adeguare il codice alle leggi internazionali anticorruzione e per dare piena attuazione alla norma, già introdotta nella Finanziaria 2007, che prevede la confisca e il riutilizzo sociale dei patrimoni sottratti dai corrotti al bene comune.</p>
<p>Iniziativa lodevolissima, ma che non incide fattivamente sulla società, specie in periodi di profonda crisi, dove sono altri i temi alla ribalta della cronaca politica. Dietro questa decisione sembra esserci una scelta al ribasso, alla partecipazione low-cost, non vincolante. Il contrario di quanto ha fatto magnificamente proprio Libera stessa con la proposta di legge di iniziativa popolare, tramutatasi nella legge 109 del 1996 che permette l&#8217;assegnazione dei beni confiscati per fini sociali.</p>
<p><img class="alignright" style="border-style: initial; border-color: initial;" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/05/gap.jpg" alt="" width="200" height="320" /></p>
<p>Credere nei movimenti provenienti dal basso come quelli manifestatisi durante le campagne referendarie è una necessità dalla quale un&#8217;associazione come Libera non può esimersi, soprattutto a livello locale, dove i cittadini comuni, se motivati a mobilitarsi, hanno dimostrato di sapersi far ascoltare, come è accaduto per i referendum di giugno. Solo quando si saranno depositate 50.000 firme, se la classe politica non approverà</p>
<p>La criminalità organizzata ha molto più da temere da una legge, che non dai libri presentati in pompa magna dai vari politicanti o dalle relazioni della Commissione antimafia. Libera può liberaci dai corrotti, così come ha tentato di fare con la mafia, sulla scorta di un grande uomo dimenticato da tutti i dibatti sui personaggi più importanti della storia d’Italia perché aveva la stigma di essere comunista e di non chiamarsi Berlinguer e Napolitano: Pio La Torre. in tempi record tale riforma di legge, allo stesso modo con cui si è approvata in un mese una finanziaria necessaria e al contempo devastante per la tenuta sociale, potremmo asserire che dietro all&#8217;inazione parlamentare c&#8217;è una volontà ben precisa di non lottare con forza contro la Mafia.</p>
<p><strong><strong>Davide Vittori, uno dei fondatori del Gruppo Antimafia Pio La Torre, <a href="http://www.labouratorio.it/2011/05/16/labouranetwork-distopie-mafiose/">torna su Labouratorio dopo alcuni mesi.</a></strong></strong></p>
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		<title>[La fine di...Silvio] Addio Presidente Berlusconi</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 02:57:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Morrocchi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Interna]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Morrocchi]]></category>
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		<description><![CDATA[E così siamo arrivati a dirsi addio. E a ricordarci dei momenti belli sperando di dimenticare quelli brutti. E dire che ti ricorderemo per il tutto e per il niente che ci lascerai. Per il tutto della tua straripante presenza. Per l’essere stato sempre con noi. Che ti amassimo o che ti detestassimo con tutte le… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/11/09/la-fine-di-silvio-addio-presidente-berlusconi/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E così siamo arrivati a dirsi addio. E a ricordarci dei momenti belli sperando di dimenticare quelli brutti. E<br />
dire che ti ricorderemo per il tutto e per il niente che ci lascerai. Per il tutto della tua straripante presenza.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/berli.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4987" title="berli" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/berli.jpg" alt="" width="261" height="193" /></a><br />
Per l’essere stato sempre con noi. Che ti amassimo o che ti detestassimo con tutte le nostre forze, unico<br />
nell’imporsi come paradigma, metro di paragone di un’intera società, fatto di costume prima che fatto<br />
politico. E il tutto che ruotava intorno a te ti è bastato, maledicendoti, facendoti credere che il solo fatto<br />
di esistere e rappresentare gli altri a misura di te stesso ti sollevasse dal fare e ti salvasse dal niente per cui<br />
ti ricorderemo. Il niente della rivoluzione mancata, degli anni sprecati, dei consiglieri inetti. Di questi venti<br />
anni, che chiameremo tuoi, l’odore del cerone sopravanzerà sempre quello della polvere che si depositerà<br />
sulle carte e sugli atti che ci lascerai.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/berlusconi.jpg"><img class="size-full wp-image-4988 alignleft" title="berlusconi" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/berlusconi.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a>Lascerai un vuoto, è indubbio, ma non pensare nei tuoi sodali di oggi. Quelli hanno in mente solo di<br />
sopravvivere e non saranno afflitti ma solo impauriti. E se nemmeno uno di questi avrà la pietà di un<br />
soldato di fronte a Napoleone che lascia, per la seconda e ultima volta, la Patria sarà anche colpa tua, che<br />
hai sostituito negli anni i liberi pensatori ai cortigiani, gli intellettuali ai dilettanti. TI bastavi e pensavi che<br />
ciò fosse sufficiente; oggi rischi il contrappasso di una solitudine agiata, della mortalità in vita, tu che (ad<br />
occhio e croce) della morte sei ossessionato come e di più di tutti noi.</p>
<p>Un po’ di più soffriranno i tuoi nemici, a loro mancherai certo di più. In venti anni sei stato la loro vera<br />
ragion di vita, la scusa alla quale imputare la loro pigrizia e la loro incapacità. L’anomalia che salvava,<br />
giustificava e premiava la loro macroscopica anomalia. In quale mondo parallelo avremmo potuto avere<br />
un ornitorinco politico come il PD se non in un mondo in cui le regole (sostanziali ma ahinoi non formali) le<br />
scrivevi tu.</p>
<p>Ma non li vedi che i tuoi nemici (giacché son nemici veri mica oppositori e di questo dovresti andarne<br />
persino fiero) son gli unici a decretarti omaggi persino sovradimensionati a te e soprattutto al tuo operare?<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/godfather.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4989" title="godfather" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/godfather.jpg" alt="" width="305" height="400" /></a><br />
Ti chiamano Cesare, Duce, parlano di una dittatura strisciante, uno (quello che parla strano ma tutti dicono<br />
che sia un gran narratore) ha persino detto che hai creato un antropologia culturale di questi anni. Moretti<br />
ha disegnato per te una fine grandiosa, quel finale del Caimano, che è così lontana da te. Basterebbe<br />
conoscerti davvero poco (e non immaginarti appoggiando su di te incubi e sogni dei propri passati) per<br />
sapere che non ci lascerai nel puzzo di benzina dei roghi per le strade ma nel dosciatro olezzo delle creme<br />
lubrificanti.</p>
<p>Eppure ti sarebbe bastato poco, tre leggine per riformare la giustizia. E saresti scampato pure ai tuoi<br />
processi, facendo felici anche milioni di italiani. Ci potevi alleggerire le tasse e tagliare gli sprechi, invece<br />
che farci fuori centinaia di euro al mese di nuove tasse. Non lo hai fatto ma sei rimasto, aldilà di ogni<br />
ragionevolezza, aldilà del limite che avremmo mai pensato immaginabile per un uomo come te. E non ci<br />
bastano le spiegazioni dei detrattori, di chi dice che lo fai per sfuggire alla galera. Non ci possiamo credere.</p>
<p>E non ci rassegniamo a vederti finire così, non certo per moralismo ché abbiamo perso ben giovani le prime<br />
diottrie su baci saffici visti non dal vivo, noi materialisti che non capiamo perché non ci guardi già da un<br />
bel po’ da una bianca spiaggia panamense, col mojito nella mano destra e la sinistra a palpeggiare un culo<br />
sontuoso e finalmente libero di dire a chi ti pare, senza paura di essere intercettato, che quello che hai<br />
lasciato è proprio un Paese di merda.</p>
<p>E non raccontarci che lo fai per i figli, per le aziende. I figli son grandi, sapranno cavarsela e se in questi anni<br />
non hai messo da parte un bel po’ di soldi all’estero inattaccabili grazie alle leggi che tu stesso hai fatto, beh ecco allora saresti proprio una fava.</p>
<p>E invece, non crediamo per una qualche forma di coscienza, resti qui con noi con la merda che hai<br />
contribuito a creare o a cui non hai impedito di crescere. E ci dispiace che la fine sarà lunga quanto invece<br />
fulmineo fu il principio (almeno per chi osservava distratto).</p>
<p>Nel dirti addio, preventivamente ma immaginiamo per poco, ci piace pensare che ancora una volta saprai<br />
stupirci sparendo nel nulla come solo i veri miti sanno fare, così per l’eternità ci chiederemo dove sarai<br />
finito e alla fine, in tal modo, non ti dimenticheremo mai.</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/b-saluta.jpg"><img class="size-full wp-image-4990 aligncenter" title="b-saluta" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/b-saluta.jpg" alt="" width="140" height="98" /></a></p>
<p><strong>Michele Morrocchi, nume tutelare della Redazione di Labouratorio.</strong></p>
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		<title>[La fine...della II Repubblica] Il fantasma della nuova DC</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 01:13:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica Interna]]></category>
		<category><![CDATA[DC]]></category>
		<category><![CDATA[II Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Piri]]></category>

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		<description><![CDATA[In principio furono gli stessi carnefici della Democrazia Cristiana: il superpiemme di Tangentopoli, Antonio di Pietro, e il referendario Mario Segni, che quasi ancora non avevano finito di officiare la catarsi collettiva della nascita della Seconda Repubblica, vennero ciascuno da par suo da più parti accreditati come possibili protagonisti, in forme varie e spesso fantasiose, dell’immediata… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/11/09/la-fine-della-ii-repubblica-il-fantasma-della-nuova-dc/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In principio furono gli stessi carnefici della Democrazia Cristiana: il superpiemme di Tangentopoli, Antonio di Pietro, e il referendario Mario Segni, che quasi ancora non avevano finito di officiare la catarsi collettiva della nascita della Seconda Repubblica, vennero ciascuno da par suo da più parti accreditati come possibili protagonisti, in forme varie e spesso fantasiose, dell’immediata formazione di una nuova balena bianca.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/democrazia_cristiana.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4998" title="democrazia_cristiana" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/democrazia_cristiana.jpg" alt="" width="435" height="314" /></a></p>
<p>Di Pietro nemmeno ci provò: trattò per fare il ministro con Berlusconi, poi si candidò al Mugello con l’Ulivo, e il resto è storia dei giorni nostri. Segni forse ci puntava, in astratto, ma si perse tra estemporanee liste personali e improbabili progetti di federazioni.</p>
<p>Da allora sono passati quasi vent’anni, eppure il fantasma della nuova DC ritorna ciclicamente di attualità, ogniqualvolta sembri imminente un cambio di stagione nella politica italiana, quasi a rappresentare l’eterna incompiutezza di una Seconda Repubblica che, forse proprio perché taumaturgica nelle intenzioni, vive da anni trascinando la lamentosa cantilena del proprio stesso fallimento.</p>
<p>Casini da sempre dichiara che è quello, in fondo, l’approdo a cui mira, ma ben si guarda dal tentare davvero l’affondo, e più che cercare il “Grande Centro” consolida un piccolo o medio centro, solido e ben organizzato come certe imprese a conduzione familiare che però non pare avere, di conseguenza, intenzioni e potenzialità particolarmente aggressive.</p>
<p>Tuttavia alcuni giorni fa <a href="http://www.avvenire.it/Politica/Pagine/inzia-todi.aspx">le dichiarazioni del cardinal Bagnasco</a> hanno posto nuovamente la questione del ritorno dei cattolici all’impegno politico unitario.</p>
<p>In effetti l’ipotesi di una rivendicazione di autonomia dei cattolici rispetto al sistema bipolare trova qualche sponda nella cronaca delle ultime settimane: mentre il governo si vede voltare le spalle dalla Conferenza dei vescovi, solitamente non ostile, nel PD scalpitano diverse generazioni di post DC: il solitamente austero Parisi dichiara nientemeno che il fallimento della linea politica del segretario, mentre il seguitissimo blogger Mario Adinolfi restituisce la tessera dichiarando che l’unica speranza rimane il (guarda un po’) cattolico Matteo Renzi che dal canto suo, non è un segreto, nelle proprie aspirazioni di <em>grandeur</em> al grande centro guarda eccome.</p>
<p>Ma è davvero possibile una riproposizione, sia pure in forma nuova, della vecchia DC? Se con questo intendiamo le formazione di un partito capace di riunire e rappresentare in modo unitario tutti o quasi cattolici italiani, io credo sia molto difficile, se non impossibile, per una serie di ragioni riconducibili ad un semplice concetto di fondo: anche i cattolici si sono “bipolarizzati”, ben più in profondità di quanto si tenda a credere.</p>
<p>La storia del cattolicesimo italiano è la storia dell’Italia stessa, e quindi i rivoli del suo flusso sono innumerevoli e intrecciati, ma si può tentare di ricondurla a due filoni principali: esiste un cattolicesimo che potremmo definire normativo e gerarchico, la cui tradizione teologica e filosofica è di natura essenzialmente giuridica. Questa tradizione in politica tende naturalmente a tradursi in posizioni conservatrici, come quelle, spesso al centro del dibattito pubblico, della Conferenza episcopale sui diritti individuali e sulla libertà scientifica.</p>
<p>Questa prospettiva, storicamente prevalente nelle gerarchie ecclesiastiche, venne messa seriamente in discussione dal Concilio Vaticano II (anche se adesso va di moda dire di no, che è stato tutto uno spiacevole equivoco…), ma durante il pontificato di Giovanni Paolo II fu progressivamente “restaurata”, e ad oggi ispira la quasi totalità del discorso pubblico e delle posizioni ufficiali vaticane. La società civile italiana è però innervata da un secondo cattolicesimo, che trova fondamento in un approccio mistico e spirituale, e quindi soggettivo, dell’esperienza religiosa, e di conseguenza alle regole etiche tende ad anteporre l’etica della coscienza individuale. Particolarmente presente nell’associazionismo e nel terzo settore, e quindi legata ad una spiccata sensibilità su temi sociali, questa tradizione ha spesso come esito un pensiero progressista, sprezzantemente sintetizzato qualche anno fa da Silvio Berlusconi con l’etichetta di “cattocomunismo dossettiano”.</p>
<p>Le radici filosofiche di questa biforcazione, sono in realtà antiche come la religione stessa, e si sviluppano attraverso i rapporti tra i concetti di <em>verità</em> e <em>libertà </em>e, di conseguenza, di <em>autorità</em>.</p>
<p>All’approfondimento di questo solco di demarcazione si deve la fortissima perdita di quell’aspirazione all’universalità che la Chiesa da qualche decennio pare aver barattato con un incremento del proprio potere politico ed economico. Basta scendere per strada e ascoltare qualche conversazione al bar o alla fermata dell’autobus, per rendersi conto che sulla chiesa ormai scarseggiano le posizioni intermedie: c’è chi aderisce alle posizioni della chiesa e si identifica nelle sue gerarchie e chi da esse si sente minacciato nelle proprie libertà, e pertanto vi guarda con ostilità. Se questo fenomeno sia il frutto di scelte e compromessi chiari e deliberati da parte delle gerarchie ecclesiastiche o di una sclerotizzazione, in tutti i sensi possibili, delle gerarchie stesse, è questione interessante ma che lasciamo a chi ha maggiore conoscenza delle vicende interne al Vaticano.</p>
<p>Quello che però mi pare importante rilevare è che nessuno di questi “due cattolicesimi” ha probabilmente le forze necessarie a costituire da sola un “grande partito” simile alla Democrazia Cristiana, la cui forza è stata per molti anni proprio nella capacità di far convivere al proprio interno queste due anime. Già nella DC di De Gasperi nacque la corrente di Giuseppe Dossetti, che contava al proprio interno personaggi di primissimo piano come Fanfani, La Pira e Lazzati (di loro anni dopo Montanelli ebbe a scrivere che: “erano gli uomini più onesti dello scudocrociato (&#8230;) Ma, salvo Fanfani (&#8230;), gli altri tre avevano gli occhi troppo levati al cielo per accorgersi della fogna in cui i loro piedi stavano guazzando”).</p>
<p>La “sinistra democristiana” attraversò tutta la storia del partito, diventando anche a più riprese maggioranza interna, sempre però in una logica di contrapposizione al PCI. Il logoramento politico che ha portato alla fine della DC ha avuto però inizio proprio a metà degli anni Settanta quando, con le segreterie di Zaccagnini e Moro e con l’ipotesi del compromesso storico e la solidarietà nazionale, la coesione strategica tra le correnti DC iniziò a sfilacciarsi irrimediabilmente, perché, proprio nel nodo del rapporto col PCI, le differenze culturali erano diventate una volta per tutte differenti linee politiche.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/morofunerali.jpg"><img class="size-full wp-image-4999 alignleft" title="morofunerali" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/morofunerali.jpg" alt="" width="384" height="257" /></a>Nonostante un nuovo periodo unitario negli anni ottanta, la caduta delle Prima repubblica e la nascita del bipolarismo hanno visto i cattolici dividersi naturalmente tra le due parti della barricata, determinando probabilmente una radicalizzazione delle differenti posizioni in campo etico, sociale, politico ed economico che nel cattolicesimo sono sempre esistite.</p>
<p>Difficilmente quindi l’imbarazzo per gli scandali personali del premier, da una parte, o la preoccupazione per le presunte derive massimaliste cui potrebbe andare incontro un Nuovo Ulivo, dall’altra, potranno essere un collante sufficiente per portare i cattolici in politica a staccarsi dalle opposte fazioni e tornare a costruire una casa comune. E nemmeno una leadership tecnica e laica come quella, ad esempio, di Montezemolo, potrebbe nascondere facilmente le lacerazioni inasprite da anni di scontro, spesso sterile ma comunque isterico nei toni, su diritti civili, libertà individuali, etica della politica.</p>
<p>La Seconda Repubblica, con le sue contraddizioni e i suoi fallimenti, ha avuto senz’altro un esito rilevante: il bipolarismo non si è fermato al sistema dei partiti ma è entrato nel modo di ragionare e di vedere la politica di molti italiani e, ho il sospetto, anche di molti cattolici. Mi sembra difficile quindi che il sistema politico di un’ipotetica Terza Repubblica possa tornare indietro alla Prima come se nulla, negli ultimi vent’anni, fosse successo.</p>
<p><strong>Stefano Piri nasce a Genova il giorno in cui a Bel Air muore Truman Capote. Dopo un lungo percorso di autocoscienza si rassegna al fatto che si tratta solo di una coincidenza. Compie tra Genova e Torino un imperscrutabile ciclo di studi tra relazioni internazionali, cinema ed editoria. Oltre a questo gli piacciono la politica, la musica, lo sport e alcune persone. Quando ha tempo scrive, un po&#8217; di tutte queste cose</strong></p>
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		<title>[La fine...del Porcellum] Non è il maiale che diventa vecchio,ma il vecchio che diventa maiale</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 01:07:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Del Giudice</dc:creator>
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		<category><![CDATA[partitocrazia. elezioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Stefano Del Giudice]]></category>
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		<description><![CDATA[Mentre il Premier godereccio va a bisbocciare dall’amico Putin, i nanetti della politica nostrana si esercitano nel vecchio giochino della riforma elettorale, quel divertente esercizio di equilibrismi e nuovi scenari possibili che va tanto di moda in mancanza di soluzioni concrete ai problemi del Paese. Di fatto, potremmo riassumere la questione come segue: nessuno ha idee… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/11/09/la-fine-del-porcellum-non-e-il-maiale-che-diventa-vecchioma-il-vecchio-che-diventa-maiale/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre il Premier godereccio va a bisbocciare dall’amico Putin, i nanetti della politica nostrana si<br />
esercitano nel vecchio giochino della riforma elettorale, quel divertente esercizio di equilibrismi<br />
e nuovi scenari possibili che va tanto di moda in mancanza di soluzioni concrete ai problemi del<br />
Paese.</p>
<p>Di fatto, potremmo riassumere la questione come segue: nessuno ha idee chiare per un<br />
programma convincente da presentare agli elettori; nessuno ha la forza o il coraggio di mettere<br />
la faccia su proposte impopolari ma efficaci per rimettere a posto l’economia; tutti comprendono<br />
che occorre fare comunque qualcosa e sulla base di questo il mercato offre da alcuni mesi diversi<br />
candidati premier ( da Montezemolo in poi ) tanto ricchi di ambizione quanto poveri di appeal<br />
elettorale.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/porcellum.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4979" title="porcellum" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/porcellum.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p>Non resta, allora, che dare la colpa al “porcellum”, la legge consapevolmente nata come una<br />
gran porcata e che alla fine continua a far comodo all’intera classe politica, che sostanzialmente<br />
se ne sta servendo come alibi per mascherare di fronte al Paese la propria inadeguatezza. E’<br />
infatti evidente che cambiare la legge elettorale non risolve di per sé il problema del debito<br />
pubblico e non può creare sviluppo economico ed occupazione dove non ci sono. L’abbandono<br />
del porcellum ,tuttavia,può alterare gli equilibri esistenti ,nel senso che può restituire forza<br />
contrattuale a chi sta a metà del guado ( il terzo polo ben visto dai “poteri forti” ), può fare il gioco<br />
di quella parte del PD che cerca disperatamente argomenti per silurare Bersani, ma soprattutto<br />
può dare in prospettiva un ruolo di pompiere a chi fino ad oggi ha fatto l’incendiario (Di Pietro).<br />
Siamo insomma nel pieno del risiko all’italiana, il politichese fine a se stesso che prescinde<br />
dall’idea di dare la priorità alle questioni che interessano veramente ai cittadini e che,a ben<br />
guardare, ha già ampiamente fallito.</p>
<p>La verità,qualsiasi cosa dicano Mariotto Segni e Parisi, è che l’Unione Europea è stata<br />
chiarissima, nel senso che ha normativizzato il principio secondo il quale,una volta cambiata<br />
la legge elettorale, i Paesi membri devono far decantare il tutto ed aspettare almeno un anno<br />
prima di correre alle urne. Perchè mai ? Be’,forse perché qualcuno ha voluto dare ai singoli<br />
Stati un messaggio chiaro,ossia quello di cercare di elaborare leggi elettorali BUONE e non<br />
semplicemente vantaggiose per gli uni e penalizzanti per gli altri. Insomma, chi ha studiato la<br />
recente storia politica italiana ( un cantiere istituzionale degno di quelli sulla Salerno Reggio<br />
Calabria ) ha capito che certi politici concepiscono le riforme non come apporti migliorativi<br />
al sistema,ma semplicemente come espedienti tattici per “contare” molto di più del proprio<br />
peso politico. Craxi,insomma,comandava l’Italia col 12 %,ma se la Lega ha più o meno lo<br />
stesso peso elettorale ,ma ottiene molti più deputati e senatori di quelli che avrebbe con un<br />
sistema proporzionale puro, non è che le cose siano cambiate di molto. Al massimo,si può<br />
dire che Craxi si guadagnò per questo l’odio di comunisti e democristiani, mentre i leghisti<br />
possono sempre difendersi obbiettando che il “porcellum”, alla fine, ha fatto comodo a tutti, da<br />
Berlusconi, ai “democrat” a Scilipoti.</p>
<p>Già, Scilipoti. Il Forrest Gump della politica italiana, l’idiota non troppo meraviglioso inserito da<br />
Di Pietro in una lista bloccata, è l’altra faccia della medaglia di un sistema di “impresentabili” che<br />
i partiti hanno imposto ai loro elettori grazie all’abolizione del voto di preferenza e che non è<br />
circoscritto alle varie segretarie o igieniste dentali del premier, ma è stato alimentato da TUTTE<br />
le forze politiche che si sono preoccupate di piazzare ogni genere di portaborse, faccendieri o<br />
pretoriani che avessero fatto per loro del lavoro, anche e soprattutto sporco. Non dobbiamo<br />
dimenticare, infatti, che se una volta i soldi giravano senza problemi e si poteva remunerare certi<br />
prestatori d’opera senza alcuna difficoltà , oggi i bilanci dei partiti impongono che a pagare sia<br />
qualcun altro,ad esempio lo Stato, con l’assegno mensile che spetta al parlamentare , gli enti<br />
pubblici territoriali o gli enti di secondo grado. Insomma, non diamo tutte le colpe al povero<br />
Cavalier Pompetta, il quale ,come ha spesso fatto notare la Procura di Milano, ha spesso messo<br />
mano al proprio portafoglio ,dimostrando di non badare a spese per ricompensare le persone a lui<br />
grate…<br />
Il problema insomma non è la legge elettorale, ma la classe politica che l’ha voluta e che, fondamentalmente, è pronta a giubilarla non per ritrovato senso delle istituzioni ,ma solo per continuare a far finta di niente mentre il Paese affonda. Ecco perché non possiamo permetterci di aspettare che poteri forti e poteri marci si mettano d’accordo ,varino<br />
una nuova riforma col trucco e ci facciano il solito “culo così” con un governo di unità nazionaleo similare, in grado di esigere sacrifici dal Paese ma, in quanto governo di transizione, senza<br />
impegnarsi a portarlo in salvo: questo impegno, infatti, spetterà di diritto al futuro ed incerto<br />
nuovo esecutivo, figlio della nuova legge elettorale e del nuovo parlamento.</p>
<p>Insomma, è il caso di lasciar perdere gli alibi e le scuse e di andare al voto, nonostante questa<br />
legge sia fatta male ed abbia tutti i difetti del mondo : come dice il detto, del maiale non si butta<br />
via niente, dato che le liste le fanno i partiti,non il porcellum, e quindi non sarebbe una fatica<br />
immane provare a candidare gente seria ed affidabile in cui il Paese possa riconoscersi e che<br />
possa poi esprimere un governo autorevole o almeno credibile. Davvero vogliamo credere che i<br />
Milanese o i Tedesco siano solo un inevitabile risultato della riforma elettorale? Davvero vogliamo<br />
dare ad intendere al “popolo bue” che tutto è cominciato con l’elezione di Ilona Staller, in<br />
arte Cicciolina ? E’ il caso di ricordarsi che l’onorevole pornostar fu eletta dai porcelloni, non<br />
dal “porcellum” , in un tempo in cui cambiare la legge elettorale era considerato un tabù quasi<br />
quanto certi spettacoli “ hard”. Il premier, insomma,ha forse davvero le “orge contate”, ma non è<br />
detto che la politica e la lap dance divorzino così in fretta come si vorrebbe far credere….</p>
<p><strong>Stefano Del Giudice, il più assiduo dei Labouranti!</strong></p>
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		<title>[La fine del... regime partitocratico] La truffa del referendum elettorale</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 01:06:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gionny</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; da qualche settimana che sono state consegnate in pompa magna le firme per il referendum elettorale promosso da Parisi e da Veltroni. Chi scrive è tendenzialmente molto attento a quanto dicono di questi due personaggi della politica italiana perché con un po’ di esperienza si impara che diffidando a priori da ciò che dicono si… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/11/09/la-fine-del-regime-partitocratico-la-truffa-del-referendum-elettorale/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; da qualche settimana che sono state consegnate in pompa magna le firme per il referendum elettorale promosso da Parisi e da Veltroni. Chi scrive è tendenzialmente molto attento a quanto dicono di questi due personaggi della politica italiana perché con un po’ di esperienza si impara che diffidando a priori da ciò che dicono si fa sempre la scelta giusta.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/truffaelettorale.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4955" title="truffaelettorale" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/truffaelettorale-300x220.jpg" alt="" width="300" height="220" /></a></p>
<p>Però stà volta ingenuamente, molto molto ingenuamente, mi sono rallegrato alla notizia che stessero promovendo un referendum cosìcchè abrogando l’odiato porcellum avrebbero, Parisi e Veltroni, restituito agli italiani il sacrosanto diritto di poter scegliere i loro candidati. Ad aprirmi gli occhi però ci ha pensato il vecchio Eugenio Scalfari&#8230; Mentre assistevo alla sua noiosissima litania anticav alla festa democratica a Firenze, il suddetto furbacchione ha invitato tutti ad andare a firmare per abrogare il porcellum in favore del mattarellum per riavere finalmente la possibilità di scegliere il proprio candidato tramite le preferenze…</p>
<p>Mattarellum? Preferenze? Anche sta volta il trio Veltroni-Parisi -Scalfari non si era smentito; tutto d’un tratto mi è apparso chiaro e cristallino l’ennesimo squallido bluff con cui la nomenklatura politica ed editoriale “democratica” ancora una volta sia riuscita ad abbindolare i suoi elettori e chi inorridito dalla nefandezze del cavaliere sperava di poter trovare almeno nell’opposizione una patina di sincerità. A conferma di tutto ciò è arrivato l’appoggio all’iniziativa referendaria di Vendola e Di Pietro.</p>
<p>Ora vorrei far un facile esercizio di confronto fra la legge Mattarella e quella Calderoli.La prima è un maggioritario, ha uno sbarramento del 4%. NON ha le preferenze. NON permette di scegliere un partito tra i tanti che si presentano in una coalizione. I candidati sono scelti dalle segreterie, ed inserito nel collegio, o, per la parte &#8220;proporzionale&#8221;, in un ordine prestabilito, in una lista &#8220;bloccata&#8221;.</p>
<p>La seconda, ovvero il Porcellum,  mantiene lo sbarramento del 4%. Non ha le preferenze. Permette di scegliere un partito tra quelli che si presentano in una coalizione (determinata dalla scelta del &#8220;candidato premier&#8221;). I candidati sono scelti dalle segreterie, ed inseriti, in un ordine prestabilito, in una lista &#8220;bloccata&#8221; ed inoltre contiene un premio di maggioranza sproporzionato. Insomma, una legge che è stata chiamata col nome che merita. Dunque le preferenze non sono presenti in nessuna delle due leggi.</p>
<p>Inoltre si farebbero sempre più insistenti le voci di molti costituzionalisti secondo cui la Corte Costituzionale non potrebbe giudicare ammissibile un referendum abrogativo che di fatto, creando un vuoto legislativo in materia di legge elettorale, diventerebbe un referendum propositivo e quindi inammissibile dato che in italia i referendum possono essere solo abrogativi. E fin qui Parisi-Veltroni-Scalfari sono riusciti a raggirare i più sprovveduti, ma ce n’è anche per i più scaltri che ormai si sono rassegnati alla latitanza democratica in questo paese. Infatti pochissimo si è parlato di un altro referendum abrogativo che va ad stralciare solo i passi del Porcellum in cui si parla di liste bloccate e del premio di maggioranza mantenendo così un profilo abrogativo e dunque ammissibile dalla Corte. Ovviamente questo referendum non era sponsorizzato da alcun partito ed è stato promosso dal Stefano Passigli ex parlamentare DS e professore di scienze politiche a Firenze. Dunque Veltroni e Parisi con Repubblica passeranno per gli eroi che tentarono di riformare la tanto odiata porcata di Calderoli. Male che possa andargli, qualora cioè la Corte reputi ammissibile il referendum, potranno comunque ottenere una legge elettorale in cui rimarranno i partiti a scegliere i candidati da mandare nei collegi uninominali. L’unica speranza è che evitino di mandarmi nuovamente nel mugello DiPietro, ma potrebbe andarmi peggio.</p>
<p>Per la cronaca sono un uninominalista convinto, a patto però che il candidato sia emanazione del territorio e lo si possa scegliere tramite le primarie!</p>
<p><strong>Gionny D&#8217;Anna: una ventina d&#8217;anni abbondante, è il vero black block di Labouratorio, lo mandiamo ai comizi di Scalfari per farlo crescere sempre più incazzato, in vista della fine del mondo prossima ventura</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>[It&#039;s not the end of...Marco Pannella] La fantasia come necessità</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 01:05:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Generazioni che si incontrano]]></category>
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		<description><![CDATA[Di tempo ce n&#8217;è poco nella vita. Eppure se trovate 5 minuti liberi leggete questo testo, anche se l&#8217;autore nel frattempo è invecchiato e in questi giorni non va molto di moda. Dopo la disillusione e la violenza di sabato scorso a Roma, aiuta a trovare una direzione di resistenza, individuale e quotidiana, ai luoghi comuni,… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/11/09/its-not-the-end-of-marco-pannella-la-fantasia-come-necessita/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Di tempo ce n&#8217;è poco nella vita. Eppure se trovate 5 minuti liberi leggete questo testo, anche se l&#8217;autore nel frattempo è invecchiato e in questi giorni non va molto di moda. Dopo la disillusione e la violenza di sabato scorso a Roma, aiuta a trovare una direzione di resistenza, individuale e quotidiana, ai luoghi comuni, alle risposte facili e reazionarie, al mondo che (ancora) non è come vorremmo che fosse. N.C.</em></strong></p>
<p><strong><em></em></strong><br />
<iframe src="http://www.youtube.com/embed/diRsYy39XFg" frameborder="0" width="560" height="315"></iframe><br />
<img class="alignright" src="http://photos-d.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc7/317163_147560552008311_100002631014028_213111_957868048_a.jpg" alt="" width="180" height="119" /></p>
<p>&#8220;Tu sei un rivoluzionario. Io amo invece gli obiettori, i fuori-legge del matrimonio, i capelloni sottoproletari anfetaminizzati, i cecoslovacchi della primavera, i nonviolenti, i libertari, i veri credenti, le femministe, gli omosessuali, i borghesi come me, la gente con il suo intelligente qualunquismo e la sua triste disperazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Amo speranze antiche, come la donna e l’uomo; ideali politici vecchi quanto il secolo dei lumi, la rivoluzione borghese, i canti anarchici e il pensiero della Destra storica. Sono contro ogni bomba, ogni esercito, ogni fucile, ogni ragione di rafforzamento, anche solo contingente, dello Stato di qualsiasi tipo, contro ogni sacrificio, morte o assassinio, soprattutto se “rivoluzionario”.</p>
<p>Credo alla parola che si ascolta e che si dice, ai racconti che ci si fa in cucina, a letto, per le strade, al lavoro, quando si vuol essere onesti ed essere davvero capiti, più che ai saggi o alle invettive, ai testi più o meno sacri ed alle ideologie.</p>
<p>Credo sopra ad ogni altra cosa al dialogo, e non solo a quello “spirituale”: alle carezze, agli amplessi, alla conoscenza come a fatti non necessariamente d’evasione o individualistici &#8211; e tanto più “privati” mi appaiono, tanto più pubblici e politici, quali sono, m’ingegno che siano riconosciuti.</p>
<p>Non credo al potere, e ripudio perfino la fantasia se minaccia d’occuparlo. Non credo ai “viaggi” e sarà anche perché i “vecchi” ci assicurano sempre che “formano” (a loro immagine) i “giovani”, come l’esercito e la donna-scuola.</p>
<p>Non credo al fucile: ci sono troppe splendide cose che potremmo/potremo fare anche con il “nemico” per pensare ad eliminarlo.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/marco_pannella.jpg"><img class="size-medium wp-image-4968 alignleft" title="marco_pannella" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/marco_pannella-300x182.jpg" alt="" width="300" height="182" /></a> Brucare, o fumare erba non m’interessa per la semplice ragione che lo faccio da sempre. Ho un’autostrada di nicotina e di catrame dentro che lo prova, sulla quale viaggia veloce quanto di autodistruzione, di evasione, di colpevolizzazione e di piacere consunto e solitario la mia morte esige e ottiene.</p>
<p>Mi è facile, quindi, impegnarmi senza riserve per disarmare boia e carnefici di Stato, tenutari di quel casino che chiamano “l’Ordine”, i quali per vivere e sentirsi vivi hanno bisogno di comandare, proteggere, obbedire, torturare, arrestare, assolvere o ammazzare, e tentano l’impossibile operazione di trasferire i loro demoni interiori (di impotenti, di repressi, di frustrati) nel corpo di chi ritengono diverso da loro e che, qualche volta (per fortuna!), lo è davvero.</p>
<p>[...] Non  esistono dei “perversi”, ma dei “diversi”. Nelle famiglie, nelle scuole, nelle fabbriche o negli uffici perfino i torturatori sono anch’essi, in primo luogo, e generalmente delle vittime. Tranne che per certi psicanalisti, uccidere il padre non è la soluzione, non aiuta a superare l’istituzione, la famiglia; o non basta e non è comunque necessario.</p>
<p>Sosteniamo, insieme, che non esistono nelle carceri, negli ospedali, nei manicomi, nelle strade, sui marciapiedi, nei tuguri, nelle bidonville, dei “peggiori”, ma anche lì, dei “diversi” malgrado la miseria (che è terribile proprio perché degrada, muta, fa degenerare: e se no, perché la combatteremmo tanto?), malgrado il lavoro che aliena (che rende “pazzi”), malgrado che lo sfruttamento classista sia “secolare”, quindi incida sull’ereditarietà.</p>
<p>Sogniamo &#8211; e v’è rigore e responsabilità nei nostri sogni &#8211; una società senza violenza e aggressività o in cui, almeno, deperiscano anziché ingigantirsi e esservi prodotte. Sosteniamo che è morale quel che tale appare a ciascuno. Lottiamo contro una “giustizia” istituzionale (e “popolare”) che ovunque scambia diversità per perversione, dissenso per peccato.</p>
<p>[...] Perciò non m’interessa molto che la vostra violenza rivoluzionaria, il vostro fucile, siano probabilmente morali e naturali, mentre mi riguarda profondamente il fatto che siano armi suicide per chi speri ragionevolmente di poter edificare una società (un po’ più) libertaria, di prefigurarla rivoluzionando se stesso, i propri meccanismi, il proprio ambiente e senza usar mezzi, metodi idee che rafforzano le ragioni stesse dell’avversario, la validità delle sue proposte politiche, per il mero piacere di abbatterlo, distruggerlo o possederlo nella sua fisicità.</p>
<p>La violenza è il campo privilegiato sul quale ogni minoranza al potere tenta di spostare la lotta degli sfruttati e della gente; ed è l’unico campo in cui può ragionevolmente sperare d’essere a lungo vincente. Alla lunga ogni fucile è nero, come ogni esercito ed ogni altra istituzionalizzazione della violenza, contro chiunque la si eserciti, o si dichiari di volerla usare.</p>
<p>L’etica del sacrificio, della lotta eroica, della catarsi violenza mi ha semplicemente rotto le balle; come al “buon padre di famiglia”, al compagno chiedo una cosa prima d’ogni altra: di vivere e d’essere felice.</p>
<p>Penso, personalmente, che avendo un certo bagaglio di speranze, di idee e di chiarezza non solo questo sia possibile, ma che non vi sia altro modo per creare e vivere davvero felicità.</p>
<p>[...] Abbiamo dovuto, ogni giorno per anni quanto lunghi, inventare tutto, rifiutare ogni strumento esistente, ogni scorciatoia, ogni facilità, per poter avanzare almeno di un poco. I mezzi che ci si offrivano già pronti, che facevano la forza apparente di tanti altri, non erano omogenei, non prefiguravano quel che cerchiamo, e cerchiamo di costruire.</p>
<p>La fantasia è stata una necessità, quasi una condanna, piuttosto che una scelta; sembrava condannarci ad esser soli. Così abbiamo parlato come abbiamo potuto e dovuto, con i piedi, nelle marce, con i sederi, nei seat-in, con gli happening continui, con erba o con digiuni, obiezioni che sembravano “individuali” e “azioni dirette” di pochi, in carcere o in tribunale, con musica o con comizi, ogni volta rischiando tutto, controcorrente sapendo che un solo momento di sosta ci avrebbe portato indietro di ore di nuoto difficile, troppo spesso considerati “diversi” dai compagni e colmi invece d’attenzioni continue, di provocazioni, di colpi da parte dei pula e non dei minori.</p>
<p>Abbiamo durato, rifiutando di sopravvivere, ricominciando sempre, facendo anche delle sconfitte materia buona per dar volto e corpo alle nostre testarde, ed alla fine semplici e antiche, speranze.&#8221;</p>
<p><strong> Marco Pannella, 1 Luglio 1973</strong></p>
<p>[<em>tratto dalla Prefazione al libro “Underground a pugno chiuso!” di Andrea Valcarenghi. Versione intera, con commento di P.P.Pasolini: http://www.radioradicale.it/exagora/la-fantasia-come-necessita</em>]</p>
<p>&nbsp;</p>
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