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	<title>Labouratorio &#187; Politica Estera</title>
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	<description>Magazine di sperimentazione alchemica per una generazione che non c&#039;è</description>
	<lastBuildDate>Fri, 20 Jan 2012 12:41:15 +0000</lastBuildDate>
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		<title>[Europeismi] Un nuovo europeismo per la sinistra</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 00:36:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalla periferia dell'Impero]]></category>
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		<description><![CDATA[A pochi giorni dall’ennesimo vertice europeo, annunciato come momento cruciale nel definitivo salvataggio dell’Euro, e tuttavia già fallimentare nei suoi effetti nel contrastare la crisi del debito, a fronte di una spaccatura drammatica tra il Regno Unito di Cameron strenuo difensore dell’avido capitalismo finanziario della City e il resto dell’Europa appeso alle decisioni miopi e ideologiche… <a href="http://www.labouratorio.it/2012/01/18/europeismi-un-nuovo-europeismo-per-la-sinistra/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>A pochi giorni dall’ennesimo vertice europeo, annunciato come momento cruciale nel definitivo salvataggio dell’Euro, e tuttavia già fallimentare nei suoi effetti nel contrastare la crisi del debito, a fronte di una spaccatura drammatica tra il Regno Unito di Cameron strenuo difensore dell’avido capitalismo finanziario della City e il resto dell’Europa appeso alle decisioni miopi e ideologiche della Germania di Angela Merkel, noi militanti del circolo Radio Londra di SEL sentiamo fortemente la necessità di reagire, proponendo un’alternativa forte sia alla rassegnazione al crollo della moneta unica sia alla subalternità culturale all’Europa dei tagli e delle politiche di austerità.<br />
Ci rivolgiamo dunque a tutti gli iscritti, militanti e simpatizzanti di Sinistra Ecologia e Libertà con questo documento politico che ha uno scopo ben preciso: lanciare una mobilitazione forte sul piano politico e culturale per un nuovo europeismo di sinistra, che dia forza a un’idea di Europa diversa, fondata su principi democratici, attenta alle tutele sociali e tesa a ristabilire il primato della politica sull’economia e una più equa distribuzione della ricchezza.</em></p>
<p><strong>L’Europa a un passo dal baratro</strong><br />
La crisi economico-finanziaria iniziata negli USA nel 2007, ha raggiunto poco dopo l’Europa, colpendo dapprima le banche e l&#8217;economia reale, per poi tramutarsi negli ultimi due anni in una crisi del debito sovrano. Iniziata dai paesi più periferici dell’Unione la crisi è sbarcata la scorsa estate nel cuore dell’Eurozona, colpendo in modo particolare ma per niente esclusivo, il nostro paese. Ai crolli quotidiani delle borse si accompagnava l’esplosione dei tassi di interesse sui titoli di stato.<br />
Per mesi ci è stato ripetuto che la crisi dei debiti sovrani era un effetto diretto di una spesa pubblica sovradimensionata, principalmente dovuta ad un peso eccessivo del welfare, e che pertanto la ovvia e necessaria risposta politica alla crisi dovesse essere fatta di tagli e riduzione del ruolo dello stato nell’economia, in assoluta continuità con le ricette economiche rigoriste proprie del paradigma economico neoliberista.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/europe-map.gif"><img class=" wp-image-5142 alignright" title="europe-map" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/europe-map.gif" alt="" width="299" height="363" /></a><br />
Si è dunque reagito con una serie impressionante di vertici tra capi di stato, conferenze internazionali, trattative più o meno segrete, che hanno avuto come unica indicazione quella di implementare politiche di austerity volte a ridurre in tempi rapidi l’entità del debito pubblico dei paesi al centro della crisi.<br />
Queste politiche restrittive sono state a vari livelli annunciate e messe in pratica, spesso in modo improvvisato e sulla scorta di diktat e imposizioni provenienti dai vertici politici (asse franco-tedesco, o meglio il duo Sarkozy Merkel) e finanziari (BCE) dell’Europa, in nessun caso producendo un risultato apprezzabile nel fermare la corsa al rialzo dei tassi di interesse.<br />
Nel ripetersi del fallimento delle ricette economiche proposte dalle autorità politiche ed economiche dei paesi dell’Eurozona, è emersa con sempre maggiore forza una visione alternativa del processo economico in atto. Secondo questa interpretazione, la crisi del debito è la naturale conseguenza della crisi finanziaria del 2007 che ha messo in moto meccanismi speculativi inarrestabili (inarrestabili in quanto non sono stati poste in essere efficaci politiche di regolazione e controllo del sistema finanziario) che, facendo leva su difetti fondamentali nell’architettura monetaria e politica dell’Europa, si sono posti come obiettivo l’affossamento dell’Euro.<br />
Questo processo è ormai sempre più vicino al compimento. Le speranze reali di salvare la moneta unica sono ormai davvero ridotte al lumicino e le risposte di politica economica che potrebbero arrestare il processo di avvitamento della crisi non sembrano essere all’ordine del giorno.<br />
Nel momento in cui l’Europa si avvicina a passi da gigante verso la perdita della moneta unica, punta più avanzata in termini simbolici di un processo di integrazione durato 60 anni, non è più possibile ignorare le ragioni profonde di questo fallimento.<br />
Il percorso che ha portato alla nascita dell’unione monetaria è nato e si è sviluppato in un momento storico dominato da una concezione monolitica dell’economia, che poneva l’enfasi sulla riduzione del ruolo dello stato come agente economico e sulle capacità taumaturgiche di un mercato lasciato libero a sè stesso, il tutto in un contesto mondiale di globalizzazione che si traduceva in deregulation e nella definitiva liberazione del capitale dal vincolo nazionale. Il portato in termini di distribuzione della ricchezza è stato un trasferimento netto di risorse dai ceti medio bassi, tramite compressione dei salari e perdita progressiva di potere d’acquisto, al mondo del turbocapitalismo che vive di rendita finanziaria, vero responsabile della costruzione del castello di carta derivata iniziato a crollare nel 2007.<br />
Questi processi storici si sono riflessi in un processo di integrazione guidato, negli ultimi venti anni, quasi esclusivamente dagli interessi economici e finanziari, che vedevano in un mercato unico e in un’unica valuta un’imperdibile occasione di profitto, prima ancora che di sviluppo. Il trattato di Maastricht ha sugellato la nascita di un percorso fatto di vincoli di bilancio agli stati nazionali accompagnati da una dottrina monetaria europea di derivazione tedesca che vedeva nel controllo dell’inflazione l’unico obiettivo della politica economica europea, che si andava di fatto progressivamente a sostituire a quelle nazionali. Non è un caso che in queste condizioni tutti o quasi i paesi dell’Eurozona abbiano sensibilmente ridotto i proprio tassi di crescita perdendo posizioni relative rispetto al resto del mondo.<br />
Accanto a questo processo di integrazione economica è per di più mancato un altrettanto ambizioso percorso di integrazione politica. Il governo economico dell’Eurozona è, a un decennio di distanza dalla nascita dell’Euro, tuttora un miraggio, sostituito da poco comunitari vertici intergovernativi, perfino a due o tre paesi. In termini di istituzioni democratiche, siamo tuttora fermi al Parlamento Europeo, attore sostanzialmente inerte perfino in questo drammatico momento.<br />
La crisi attuale è figlia di questi errori storici e può avere conseguenze devastanti sul futuro della stessa Unione Europea. Di fronte al pericolo di frantumazione dell’Euro troverebbero gioco facile tutti i meccanismi della reazione conservatrice che, facendo leva sulla necessità di ragionare in termini di interessi nazionali, accompagnerebbero alla inevitabile recessione un contorno di guerriglia strisciante tra i paesi dell’Unione. Già si intravede il ritorno dei nazionalismi, dei fascismi, dei movimenti populisti xenofobi e perfino di una sinistra nazional statalista di risulta, che troveranno argomenti e fiato di fronte alla deflagrazione provocata dal crollo della moneta unica.<br />
<strong>Un&#8217;altra Europa è possibile</strong><br />
Gli errori commessi nel percorso di costruzione europea hanno segnato storicamente un percorso altrimenti senza precedenti nella storia. 60 anni di pace, di progresso, di sviluppo economico e avanzamento sociale sono certamente sotto gli occhi di tutti ed in particolare di quelli dei militanti dei movimenti politici progressisti e socialisti. L’idea stessa di un economia sociale di mercato, prodotto più avanzato del “compromesso socialdemocratico” che accompagna alle libertà economiche un forte sistema di welfare a sostegno della classi svantaggiate, rappresenta la punta più avanzata di organizzazione sociale mai creata nella storia, e rischia ora di scomparire sotto l’attacco coordinato di un’offensiva speculativa al debito e una offensiva ideologica all’idea stessa di welfare, condannato come tutta la spesa pubblica vista a prescindere dal suo scopo sociale.<br />
<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/UE-bandiera.jpg"><img class="alignleft  wp-image-5143" title="UE-bandiera" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/UE-bandiera.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Tornare indietro nel processo di integrazione sarebbe contrario ai nostri interessi, desideri e perfino alla ovvia e necessaria direzione del mondo verso un’integrazione sempre maggiore di popoli e istituzioni. La dissoluzione dell’unità politica Europea costituirebbe l’inizio di un processo generale di instabilità politica ed economica che non potrà che avere ripercussioni sostanziali sulla stabilità degli equilibri mondiali, tuttora alla ricerca di un nuovo ordine dopo la fine del mondo unipolare dominato dalla superpotenza americana.<br />
Correggere la rotta è necessario, urgente, imprescindibile.<br />
E’ di fondamentale importanza aggredire prioritariamente quella che è La questione di fondo che inficia la legittimità di tutti i progetti politici in atto: la questione democratica.<br />
A fronte di un processo di globalizzazione che ha di fatto esautorato dalle decisioni che contano i vertici degli stati nazionali che soli sono frutto di una legittimazione democratica, è compito assolutamente ineludibile quello di dotare l’Europa di istituzioni democratiche in grado di operare scelte e politiche nell’interesse e per conto dei cittadini europei.<br />
Occorre procedere senza indugio verso un cammino di integrazione politica, a livello di stati, partiti, associazioni. Un percorso federalista rispettoso dell’individualità delle parti costituenti e attento agli equilibri culturali e politici, oltre che economici.<br />
Senza affrontare la questione democratica non è possibile correggere l’impostazione economicista che ha viziato fin qui il processo di integrazione europeo. Soltanto un governo europeo legittimato dal voto popolare può essere il naturale esecutore delle esigenze di progresso, non solo economico, che attengono al popolo europeo tutto.<br />
L’ampiezza della sfida è, di fronte alla portata degli eventi in atto, assolutamente proibitiva.<br />
E’ dunque prioritario lanciare un messaggio di speranza, di coraggio, di sfida. E’ necessario un segnale politico che dica ad alta voce che di fronte al fallimento dell’Europa delle banche, dei bilanci, del rigore, e delle politiche finanziarie come orizzonte politico, noi rilanciamo la necessità del sogno europeo, di un comune destino dei popoli dell’Unione.<br />
<strong>Appello per una mobilitazione immediata</strong><br />
Per questo auspichiamo che Sinistra Ecologia e Libertà si faccia urgentemente promotrice di una manifestazione per un nuovo europeismo, che riprenda il filo spezzato del progetto federalista proprio del patrimonio della cultura socialista e progressista. Una giornata di mobilitazione per ricostruire l’Europa attorno a dei pilastri politici e sociali all’altezza della sfida, a partire dai valori internazionalisti,di pace, libertà, giustizia sociale e democrazia.<br />
Una giornata in cui chiamare a raccolta le moltitudini di cittadini che, oggi come 60 anni fa, hanno trovato nell’Europa la risposta alle loro aspirazioni professionali, di studio, di libertà, cosi come dei giovani che si sono formati nei progetti Erasmus e hanno scoperto il mondo con un interrail, che trovano lavoro e si trasferiscono in altre città d’Europa sentendosi comunque a casa.<br />
Una manifestazione che ponga le basi per una campagna in cui riunire sotto la bandiera di un europeismo di alternativa radicale tutti i movimenti politici internazionalisti, siano essi partiti socialisti o socialdemocratici, verdi, o appartenenti al variegato mondo del fronte anticapitalista. <a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/PSE.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-5144" title="PSE" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/PSE-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Un’occasione concreta per creare le basi di una nuova unità dei movimenti politici della sinistra, nel segno di un nuovo corso di politica economica, e della centralità della questione democratica.<br />
Il sociologo polacco Zygmunt Bauman circa un anno fa, diceva:<br />
“Il potere (che è capacità di realizzare le cose) e la politica (che è capacità di decidere quali cose necessitano di essere fatte) ora sono separati. Il potere è stato globalizzato, la politica è rimasta localizzata. O legata a personaggi. Queste due entità devono essere riunite in un livello sovrastatale. Questa sfida probabilmente consumerà la parte migliore della presente generazione. Ma è un obiettivo a cui dobbiamo per forza mirare.” 1<br />
60 anni prima di lui, in una piccola isoletta al largo delle coste del Lazio, dove erano stati confinati dal fascismo, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, terminavano il loro Manifesto di Ventotene con queste parole, che sono la migliore conclusione del presente appello:<br />
“Oggi è il momento in cui bisogna saper gettare via vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge così diverso da tutto quello che si era immaginato, scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie tra i giovani. Oggi si cercano e si incontrano, cominciando a tessere la trama del futuro, coloro che hanno scorto i motivi dell’attuale crisi della civiltà europea, e che perciò raccolgono l’eredità di tutti i movimenti di elevazione dell’umanità, naufragati per incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo.<br />
La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà.”<br />
Note:<br />
1 lectio magistralis tenuta all’Università la Sapienza tenuta a Roma, Dicembre 2010</p>
<p>2 &#8220;<a href="http://www.labouratorio.it/2011/03/25/labouratorio-di-futuro-il-manifesto-di-ventotene/">Per un&#8217;Europa libera e unita. Progetto d&#8217;un manifesto</a>&#8220;, Agosto 1943<br />
<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/manifesto-ventotene.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5145" title="manifesto ventotene" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/manifesto-ventotene-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a></p>
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		<title>[La fine...della settima economia mondiale] L&#8217;Italia, una crisi nella crisi</title>
		<link>http://www.labouratorio.it/2011/11/09/la-fine-della-settima-economia-mondiale-litalia-una-crisi-nella-crisi/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 02:30:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<description><![CDATA[Labouratorio è orgoglioso di pubblicare ampi estratti di questo articolo recentemente apparso su Moneta e Credito, firmato dal professor Roncaglia e dall&#8217;economista Labouratore Carlo D&#8217;Ippoliti. L&#8217;articolo affronta in modo molto chiaro da una prospettiva economica alternativa al mainstream neoliberista i principali nodi della crisi finanziaria globale ed europea con particolare riferimento alla situazione italiana. &#160; Le radici finanziarie… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/11/09/la-fine-della-settima-economia-mondiale-litalia-una-crisi-nella-crisi/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Labouratorio è orgoglioso di pubblicare ampi estratti di questo articolo recentemente apparso su <a href="http://scistat.cilea.it/index.php/MonetaeCredito/article/view/384">Moneta e Credito</a>, firmato dal </strong><strong>professor Roncaglia e dall&#8217;economista Labouratore Carlo D&#8217;Ippoliti. </strong><strong>L&#8217;articolo affronta in modo molto chiaro da una prospettiva economica alternativa al mainstream neoliberista i principali nodi della crisi finanziaria globale ed europea con particolare riferimento alla situazione italiana.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Le radici finanziarie della crisi</strong></p>
<p><em>Dove si mostra come la crisi mondiale non sia semplicemente dovuta all&#8217;esplodere delle bolle e delle contraddizioni dell&#8217;insostenibile modello di sviluppo americano, ma alla natura stessa del sistema finanziario globale.</em></p>
<p>Sembra che ormai vi sia accordo unanime sul fatto che la crisi mondiale, esplosa negli Stati Uniti con il fallimento della Lehmann Brothers ormai tre anni fa, abbia avuto origini finanziarie. Tuttavia, l’importanza di questo fatto non sembra ancora percepita appieno. In occasione della crisi del debito pubblico dell’area dell’euro si è tornati ad<br />
attribuire importanza dominante agli squilibri reali (dei conti pubblici e/o dei conti con l’estero) relegando in secondo piano i meccanismi finanziari della speculazione. E già in occasione della crisi finanziaria del 2007-2008 in molti avevano posto in primo piano lo scoppio della bolla immobiliare, senza tenere conto del fatto che le dimensioni del disastro finanziario erano ben superiori a quelle dell’insieme dei mutui immobiliari in essere in quel momento [...]<br />
Se l’unico problema negli Stati Uniti fosse stato la politica predatoria di concedere (spesso con la frode) mutui subprime, a<br />
condizioni e tassi proibitivi, alle fasce più emarginate e povere della società (quindi prevalentemente a immigrati, Dymski, 2011), lo scoppio della bolla immobiliare non avrebbe generato la più grande<br />
recessione dei paesi industrializzati dalla crisi del ‘29.</p>
<p>Certamente, gli Stati Uniti perseguivano e tuttora perseguono un modello di sviluppo<br />
insostenibile, fondato sull’indebitamento delle famiglie e su una bilancia dei pagamenti persistentemente in passivo.[...]</p>
<p>Tuttavia, la crisi scoppiata nel 2007/08 non è nata da una correzione improvvisa di quelle variabili che presentano i<br />
maggiori squilibri (Borio and Disyatat, 2011). Lo scoppio della bolla dei mutui immobiliari negli Stati Uniti ha costituito l’innesco, ma non l’esplosivo, che va piuttosto individuato nella deregolamentazione dei mercati finanziari, favorita dall’ideologia neo-liberista.</p>
<p>In conseguenza della finanziarizzazione dell’economia e della deregolamentazione<br />
dei mercati finanziari, in particolare con la crescita esplosiva dell’utilizzo dei prodotti derivati, il mercato delle attività reali – che si tratti di barili di petrolio o abitazioni – costituisce la base relativamente ridotta su cui poggia una piramide capovolta di titoli finanziari e di strumenti derivati, come mostrato nella figura 1.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/piramide.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-5009" title="piramide" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/piramide-300x166.png" alt="" width="300" height="166" /></a></p>
<p><strong>Figura 1 – La piramide rovesciata della finanza nei paesi del G-10,</strong> <strong>prima e dopo lo scoppio della crisi (miliardi di dollari correnti)</strong><strong><br />
</strong></p>
<p>In primo luogo, la finanziarizzazione porta a una maggiore instabilità dei mercati, per via delle caratteristiche intrinseche dei mercati finanziari e in particolare del cosiddetto <em>herd behaviour</em>. Il punto è semplice, e fu bene individuato già<br />
da Keynes, ma la teoria dei mercati finanziari efficienti lo aveva successivamente negato. Si tratta di questo: un operatore finanziario ottiene la stragrande maggioranza dei suoi guadagni non interpretando i movimenti di fondo dell’economia, ma intervenendo sui movimenti di breve e brevissimo periodo dei mercati finanziari stessi. Come operatore,<br />
posso anche pensare che il debito pubblico italiano sia più sicuro di quello tedesco (ed è una ipotesi meno ardita di quel che possa sembrare, considerando la fragilità del sistema bancario tedesco e i costi di un suo<br />
eventuale salvataggio: si veda oltre), ma se colgo un orientamento del mercato in direzione opposta tra oggi e domani, o anche tra ora e i prossimi dieci minuti, mi converrà operare in tale direzione, opposta alle mie convinzioni, per poi chiudere le mie posizioni il giorno o il minuto successivo. Questo spiega perché quel che tutti sapevano a proposito del<br />
mercato immobiliare statunitense già nel 2007, o della situazione greca o italiana già nel 2010, non avesse provocato reazioni significative fin quando non si percepì qualche movimento di mercato in quella direzione. [...]<br />
Come si dice abbia affermato Keynes, “markets can remain irrational a lot longer than you and I can remain solvent” (i mercati possono rimanere irrazionali molto più a lungo di quanto io e lei possiamo rimanere solventi).</p>
<p>In secondo luogo, alcuni tra i nuovi strumenti derivati – in particolare i credit default swaps – hanno, come è stato osservato da alcuni importanti operatori, la natura di “armi di distruzione di massa”, in quanto strumenti straordinariamente efficaci per la speculazione al ribasso (rinviamo su questo punto a Kregel, 2011). In termini drasticamente semplificati, il punto è che i credit default swaps vengono correntemente utilizzati non solo e non tanto per operazioni di copertura da rischi, ma anche da parte di chi intende speculare sulle prospettive di peggioramento della situazione. Infatti, assicurandosi contro il default, o anche solo contro la caduta di prezzo, di un titolo che non si possiede (ovvero acquistando “naked” CDS) si può speculare al ribasso con maggiore efficacia (e generalmente maggiore leva) di quanto sia possibile, ad esempio, con vendite allo scoperto del titolo. [...]</p>
<p>Si osservi che per trarre profitto dai CDS non è necessario che il prestito obbligazionario vada in default; è sufficiente che il rischio di default cresca, provocando un aumento di prezzo dei CDS che a questo punto possono essere ceduti.[...]</p>
<p>Tuttavia, nel clima liberistico di imperante “lasciar fare, lasciar passare” questi aspetti sembravano non preoccupare nessuno: tuttora la questione non è stata affrontata con la necessaria determinazione, e i CDS sono tra gli<br />
strumenti più utilizzati dalla speculazione al ribasso sui titoli del debito pubblico greci, spagnoli, italiani.</p>
<p><em>Per una rapida infarinatura sui CDS, clicca <a href="http://www.labouratorio.it/2011/07/28/si-va-falliti-credit-default-swap-lottimismo-e-il-profumo-della-vita/">qui</a>, n.d.r.</em></p>
<p>In terzo luogo, le operazioni speculative per loro natura sono scommesse bilaterali: se qualcuno guadagna, qualcun altro deve perdere. Se in caso di fallimento subentra la mano pubblica, in una forma o nell’altra, abbiamo una classica situazione di profitti privati e perdite pubbliche. [...]</p>
<p><strong>Crisi del debito pubblico o attacco all&#8217;Euro?</strong></p>
<p><em>Dove si mostra il fondamentale ruolo della speculazione dietro all&#8217;esplodere della crisi del debito pubblico in Europa.</em></p>
<p>Il persistere di condizioni di fragilità finanziaria è stato dimostrato ad abundantiam dagli eventi degli ultimi mesi, con la cosiddetta crisi del debito pubblico di alcuni paesi dell’euro. Come si accennava sopra, al di là dell’innesco, la natura dell’esplosivo è rimasta la stessa: cioè gli ampi margini di manovra disponibili per la speculazione finanziaria.<br />
Nel nostro caso basta seguire l’andamento degli eventi. Le difficoltà greche erano note da qualche tempo, almeno da quando era emerso che il governo di destra aveva occultato una parte cospicua del disavanzo<br />
pubblico, con l’aiuto di trucchi contabili suggeriti dai suoi advisor internazionali (tra cui uno dei maggiori istituti di credito statunitensi coinvolti nella speculazione). Improvvisamente, lo spread sui titoli del<br />
debito pubblico greco rispetto ai Bund tedeschi esplode [...]; il caso greco è ad un tempo separato e virtualmente indipendente dalla crisi finanziaria in corso (sebbene i problemi di insolvenza siano ovviamente più gravi nei periodi di maggiore instabilità finanziaria) ed è esemplare del groviglio di conflitti d’interesse e azzardo morale che investe le principali banche, agenzie di rating e società finanziarie europee e non. Non vi sarebbe dunque ragione di temere un contagio verso gli altri paesi con alto debito pubblico, quanto piuttosto verso i sistemi finanziari (in primis bancari) creditori del governo e delle banche greche (D’Ippoliti, 2011). Invece, com’è noto, dopo la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l’Irlanda [...] è finita sotto tiro anche l’Italia.</p>
<p>Come mostrato nella figura 3, anche in Italia lo spread con i titoli di stato tedeschi rimane più o meno stabile nella prima metà del 2011 per accelerare improvvisamente e in modo apparentemente inspiegabile tra la fine di giugno e l’inizio di luglio. Cosa è cambiato nel nostro paese, da maggio a luglio? La situazione reale dell’economia italiana era la stessa<br />
di prima, mentre per quel che riguarda il deficit pubblico le cose sembrano semmai, sia pur lievemente, migliorate. [...] La manovra finanziaria predisposta dal governo sembrava apprezzata in sede europea e si distingueva per rispettare i<br />
target imposti dal “Patto Euro Plus” senza essere eccessivamente depressiva per l’economia reale nell’immediato.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/spread1.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-5012" title="spread" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/spread1.png" alt="" width="805" height="457" /></a><strong>Figura 3 – Spread dei titoli pubblici italiani rispetto a quelli tedeschi nel 2011</strong></p>
<p>Come spiegare dunque che nulla di simile a quanto accaduto ai nostri tassi d’interesse si sia verificato per<br />
paesi in condizioni peggiori se non, in misura molto inferiore, in Spagna?<br />
Dobbiamo tenere conto di tre circostanze, tutte e tre rilevanti, che tuttavia hanno a nostro parere peso diverso. In primo luogo, è ovvio che – come si è appena visto – la situazione del debito sovrano presenta elementi indubbi di fragilità: le sole dimensioni di quello italiano rappresentano un unicum che inevitabilmente attira periodicamente lo<br />
scetticismo di commentatori e a volte operatori. Inoltre, come nota De Grauwe (2011), i paesi fuori dall’area dell’euro (tra cui i citati Regno Unito e Polonia, secondo alcuni criteri in condizioni peggiori dell’Italia) hanno ancora la sovranità monetaria e quindi sono sempre solvibili per definizione, potendo finanziare virtualmente qualsiasi livello di debito<br />
pubblico con inflazione e deprezzamento della valuta.</p>
<p>[...]</p>
<p>In secondo luogo, la crisi finanziaria del 2007-2008, innescata dal debito privato, ha indotto una riallocazione dei portafogli delle istituzioni finanziarie in direzione del debito sovrano; tuttavia, nella nuova situazione hanno acquistato crescente importanza le distinzioni di rischi e rendimenti all’interno della categoria dei debiti sovrani. Gli investitori<br />
istituzionali erano probabilmente sovra-esposti verso il debito italiano, anche a causa della sua maggiore liquidità e redditività rispetto ad altri titoli dell’area euro [...]<br />
In terzo luogo – ed è questo l’elemento che a nostro parere assume maggiore rilievo nello spiegare perché la speculazione si concentra ora sull’Italia piuttosto che sulla Spagna (pur senza voler trascurare la diversa stima dell’opinione internazionale per i governi dei due paesi) – la scommessa ora riguarda la capacità di tenuta dell’euro come valuta di<br />
un’ampia area geo-politica dotata di sufficiente coesione interna. Il punto è che la speculazione finanziaria ha scelto gli spread sul debito pubblico dei paesi dell’area dell’euro, e non gli altri, come obiettivo operativo intermedio per una scommessa di carattere più generale, relativa alla solidità dell’euro in quanto moneta sovranazionale [...]</p>
<p>Naturalmente l’obiettivo intermedio, di per sé, è già fonte di guadagni speculativi; ma il contagio tra la Grecia e gli altri paesi fa assumere alle operazioni speculative una natura più ampia. La cosa poteva essere facilmente prevista: se non sono più possibili le speculazioni sui cambi tra le valute dei vari paesi dell’Unione Europea, assumendo che tali paesi mantengano un andamento non convergente nel tempo, le tensioni sono destinate a scaricarsi sulla valutazione di solidità<br />
dei titoli del debito pubblico dei vari paesi, quindi sugli spread.</p>
<p>Come si è accennato sopra, la speculazione si è mossa sulla base di considerazioni obiettive. Tra queste però rientra anche il fatto che la sua stessa azione modifica la situazione di base, rendendo più probabile il suo successo. Il punto è che la sostenibilità del debito pubblico, sia secondo il criterio statico sia secondo quello dinamico, è molto sensibile al livello<br />
dei tassi d’interesse; in assenza di una gestione centralizzata del debito pubblico dell’area dell’euro, tali tassi sono differenziati paese per paese, quindi più facilmente influenzati dalla manovra speculativa. Il rialzo<br />
degli spread ha quindi un effetto negativo sulla sostenibilità del debito, in misura potenzialmente assai rilevante, specie per paesi che hanno uno stock di debito pari o superiore al proprio PIL.</p>
<p>Di fronte all’immediatezza del problema della crisi del debito sovrano e alle crescenti dimensioni che andava assumendo, la risposta di politica economica si è concentrata su di esso, mentre per quel che riguarda il problema di fondo delle regole istituzionali della politica monetaria europea non è stato compiuto alcun significativo passo in<br />
avanti, a parte l’istituzione dello EFSF, sui cui compiti tuttavia la discussione è ancora aperta. Le proposte avanzate da più parti di emissioni obbligazionarie europee hanno ricevuto una doccia fredda dal direttorio Merkel-Sarkozy, che hanno riproposto l’adesione fideistica al ripristino di una strettissima disciplina di bilancio.</p>
<p>I rischi di una frammentazione dell’area dell’euro non possono essere considerati trascurabili. Molti sembrano vederla con favore, ignorando sia gli effetti destabilizzanti che essa avrebbe sui bilanci bancari, sia la corsa alle svalutazioni competitive che ne deriverebbe, con le conseguenze negative già sperimentate negli anni Trenta del<br />
Novecento, sia soprattutto il fatto che una sua frammentazione in un’area del marco e un’area mediterranea sarebbe esiziale per un paese come l’Italia, riaprendo le spinte alla secessione di un nord “bavarese” da un<br />
sud mediterraneo: un problema che vale anche per varie altre aree d’Europa, in particolare Spagna e Belgio, dove potrebbero riaprirsi aspre tensioni nazionalistiche oggi sopite dal processo di unificazione europea.<br />
Come notava già Keynes riguardo al sistema di Bretton Woods, un sistema a cambi fissi (e a maggior ragione un’unione monetaria) che lasci tutto il peso della correzione degli squilibri macroeconomici sui soli paesi in deficit è prono alla deflazione e difficilmente genera piena occupazione, sia nei paesi in surplus sia in quelli in deficit. Dunque, la<br />
strategia di uscita dalla crisi dell’euro dovrebbe consistere nel rilancio della crescita economica, con strumenti di politica attiva a livello continentale (iniziando dai cosiddetti eurobond e dalla realizzazione di progetti europei di infrastrutture, oltre che da una politica monetaria che persegua, come la Fed, sia la stabilità dei prezzi sia la piena occupazione<br />
e non il primo obiettivo soltanto, come invece prevede l’attuale statuto della BCE). Dovrebbe invece essere limitata allo stretto indispensabile l’imposizione di misure di austerità, rinunciando all’imposizione di rigide tabelle di marcia per la riduzione del debito in proporzione del PIL. Tali misure, peraltro, difficilmente potranno garantire la solvibilità di alcuni paesi (come la Grecia) o la sostenibilità del debito di altri. [...]</p>
<p>Gli stessi paesi in surplus di bilancia dei pagamenti (Germania, ma anche Paesi Bassi, ecc.), che rifiutano di accettare politiche fiscali o monetarie espansive, hanno un forte interesse ad una ripresa della crescita nei paesi “mediterranei”. Infatti, nonostante i diversi pacchetti di salvataggio a Grecia, Irlanda e Portogallo (che hanno spostato parte del<br />
rischio d’insolvenza di questi creditori sulle finanze pubbliche europee), i loro sistemi bancari sono ancora, a molti mesi dallo scoppio della crisi, fortemente esposti verso i cosiddetti PIIGS [...]</p>
<p><strong>La deriva italiana</strong></p>
<p><em>Dove si mostra come la crisi italiana inizia molto prima di quella globale, segnata da una perdita di competitività dovuta all&#8217;aumento dell&#8217;inflazione e da una sostanziale stagnazione della produttività.</em></p>
<p>Veniamo così all’Italia. Da noi, il sistema bancario si è trovato in qualche difficoltà nel momento più drammatico della crisi finanziaria, ma a differenza di molti paesi europei non è andato incontro a una vera crisi.<br />
Come nota Ciocca (2010): “[l]a tradizione dei controlli della Banca d’Italia, la prudenza degli intermediari, la ristrutturazione recente dell’industria finanziaria, il più basso indebitamento dei privati, la stessa<br />
minore vivacità dell’economia hanno concorso al risultato, altamente positivo, di sottrarre – sinora – l’Italia alla instabilità finanziaria internazionale” [...]</p>
<p>Il punto è che l’Italia da anni attraversava già una crisi strisciante, fatta di ristagno e di inflazione<br />
(contenuta ma pur sempre maggiore di quella dei nostri partner commerciali), con una progressiva perdita di terreno in termini di competitività e di reddito pro-capite rispetto agli altri paesi europei.</p>
<p>Com’è noto, l’Italia si caratterizza per tassi di attività e di occupazione più bassi sia della media europea sia di quella<br />
dei paesi dell’area dell’euro. A partire dalla fine degli anni ‘90, una serie di riforme tese a rendere più flessibile l’ingresso e l’uscita dal lavoro, così come a rendere più decentralizzata la contrattazione salariale, sembrano<br />
avere effettivamente avuto qualche successo in termini occupazionali [...]<br />
Queste riforme hanno però comportato un cambiamento del modello di sviluppo, verso un sentiero di bassa crescita della produttività, bassi investimenti e alto utilizzo della forza lavoro [...]</p>
<p>Così, la produttività media del lavoro, storicamente superiore alla media dei paesi dell’EU-27, sebbene inferiore a quella dell’area euro, ha ristagnato rimanendo all’incirca costante in tutto il periodo dalla seconda metà degli anni ‘90 fino a subito prima della crisi (2007), mentre nello stesso periodo cresceva la produttività sia dei paesi che adottano l’euro sia degli altri paesi europei.</p>
<p>In aggiunta, e in parte in conseguenza di questo fenomeno, nello stesso periodo la crescita dei prezzi è stata nel nostro paese superiore a quella media europea, come mostrato nel riquadro c) della figura 7. La differenza, per quanto limitata, cumulandosi nel tempo ha generato un peggioramento dei problemi di competitività che hanno iniziato ad<br />
affliggere l’Italia [...]<br />
In conseguenza di questo prolungato periodo di (bassa) crescita occupazionale senza crescita della produttività e con inflazione superiore alla media, in realtà l’Italia era entrata in recessione già prima della crisi<br />
mondiale. [...]</p>
<p><strong>Conclusione</strong></p>
<p><em>Dove si mostra come le proposte di modifiche costituzionale per il pareggio di bilancio e liberalizzazioni del mercato del lavoro siano inutili nella migliore delle ipotesi.</em></p>
<p>[...] finché in particolare non si provvederà a livello internazionale ad una riforma incisiva della finanza (che limiti la<br />
speculazione, abolisca alcuni strumenti derivati e sposti su mercati regolamentati e vigilati lo scambio di molti altri strumenti oggi scambiati over-the-counter) e finché non si porrà mano alla struttura costituzionale<br />
e le regole procedurali dell’Unione Europea, i vincoli per la politica economica nazionale appaiono insuperabili.</p>
<p>Iniziamo con le due proposte di modifica costituzionale, intese a imporre un vincolo di pareggio del bilancio pubblico e a indirizzare il paese verso una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro. In entrambi i casi, e soprattutto nel secondo, non si tratta certo di misure che possano contribuire al riequilibrio, nell’immediato, dei nostri conti<br />
pubblici; possono piuttosto essere considerate misure “di facciata”, dirette semmai a compensare una qualche debolezza negli interventi diretti su entrate e spese pubbliche. In questo senso, misure di revisione costituzionale potrebbero avere una utilità concreta solo nella misura in cui contribuissero a modificare in senso positivo le valutazioni degli<br />
operatori internazionali, in particolare delle società di rating, sulla capacità delle autorità politiche italiane di sciogliere i nodi strutturali che appesantiscono i nostri conti pubblici e ostacolano lo sviluppo economico; proprio in questo senso, tuttavia, occorre temere il confuso e dispersivo dibattito politico cui inevitabilmente si dà avvio con<br />
l’annuncio di intenzioni vaghe e non di opzioni ben definite fin nei dettagli e sostenute da un largo consenso.</p>
<p>Per quanto riguarda la “liberalizzazione” del mercato del lavoro ci limitiamo a sottolineare tre aspetti. Primo, non si tratta di una delle questioni più urgenti, in una fase in cui il problema della crescita riguarda soprattutto il ristagno della domanda aggregata e in cui al centro dell’attenzione è il tema dei conti pubblici. Secondo, la flessibilità di cui<br />
il nostro paese avrebbe bisogno riguarda soprattutto l’introduzione di nuove tecnologie, non la riduzione del potere contrattuale dei sindacati, come mostra anche l’andamento recente della distribuzione del reddito richiamata sopra. Terzo, nel momento in cui il costo concreto della manovra ricade soprattutto sui lavoratori dipendenti (sia tramite le tasse, sia tramite le modifiche alla normativa pensionistica) appare decisamente inopportuno introdurre un ulteriore elemento di scontro con misure dirette a limitare l’efficacia dello Statuto dei lavoratori.</p>
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		<title>[La fine di...cinque secoli di storia] La crisi, Copernico e The Truman Show</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 01:35:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Soldo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Avete visto The Truman Show, no? A metà del film un giornalista chiede all’ideatore dello show: “Per quale motivo Truman non è mai riuscito a scoprire la vera natura del mondo in cui ha vissuto finora?” E il regista Christof risponde: “Noi accettiamo la realtà in cui viviamo così come si presenta, è molto semplice”. Poi… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/11/09/la-fine-di-cinque-secoli-di-storia-la-crisi-copernico-e-the-truman-show/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p id="internal-source-marker_0.23838717583566904" dir="ltr">Avete visto The Truman Show, no? A metà del film un giornalista chiede all’ideatore dello show: “Per quale motivo Truman non è mai riuscito a scoprire la vera natura del mondo in cui ha vissuto finora?” E il regista Christof risponde: “Noi accettiamo la realtà in cui viviamo così come si presenta, è molto semplice”. Poi però, un pezzo alla volta il mondo artefatto in cui il protagonista viveva ignaro dalla nascita si sgretola, si dissolve. Un elemento alla volta, l’amore, l’amicizia, la famiglia, la citta…persino quello splendido cielo blu all’orizzonte non è che un telo stampato.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/trum1.jpg"><img class="alignright size-large wp-image-5003" title="trum" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/trum1-1024x576.jpg" alt="" width="640" height="360" /></a></p>
<p dir="ltr">Ebbene io penso che in questo momento noi occidentali siamo più o meno così. Questo bel mondo fatto di salde certezze sta precipitando, e non ci sarà manovra che reggerà l’impatto. Noi siamo come i nostri avi cinque secoli fa quando scoprono di non essere gli unici abitanti del pianeta, ma che esiste un continente altrettanto grande, quando scoprono che la terra gira intorno al sole, che il cielo non è fatto di etere e i mondi sono infiniti. Insomma, siamo di fronte ad una nuova “rivoluzione copernicana”, ma di valori questa volta. Così come nel Cinquecento è crollato il sistema aristotelico- tolemaico oggi crolla il sistema occidentale che sull’Utile ha costruito il suo potere. L’economia, l’unica scienza legittimata a perseguire quest’unico fine, ha fallito, e dalla più concreta attività dell’uomo (l’oikos nomia è l’arte di gestire la casa) si è trasformata in una mano più che invisibile imprevedibile. Della forza terrificante dell’economia virtuale hanno fatto le spese già molti popoli, storditi da eventi di cui potevano bene vedere gli effetti, nell’impoverimento immediato delle loro vite, ma le cui cause rimanevano recondite, troppo lontane, magari in qualche accordo tra banchieri stipulato nell’altra parte del globo, comunque sempre celate.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/copernico.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5004" title="copernico" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/copernico.jpg" alt="" width="256" height="197" /></a></p>
<p dir="ltr">Lo sbigottimento degli islandesi, che sapevano di vivere tranquillamente in uno dei paesi più ricchi del mondo, non deve essere stato minore di quello degli europei dell’età moderna difronte agli abitanti del Nuovo Mondo, o difronte alle meraviglie del binocolo di Galilei, nel momento in cui si sono visti travolti dalla crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato. Nemmeno i greci immaginavano di essere così poveri e destinati a portare negli anni a venire la croce di un debito pubblico che non sanno nemmeno loro come sia stato rimpinguato. Gli ungheresi, i portoghesi aspettano attoniti che qualcosa accada, gli italiani sono scimuniti dalle acrobazie del governo e dai piani di salvataggio che hanno la durata massima di un pomeriggio.</p>
<p dir="ltr">La realtà è che dietro i proclami ufficiali, le prese di posizione delle istituzioni monetarie internazionali, i summit dei capi di stato, dietro tutto questo c’è un “sistema” che è comunque una costruzione storica, un’invenzione di uomini orientati verso precisi valori, e in quanto tale è fallace e passibile di essere messa in discussione. E’ la storia che ha trasformato gli uomini in cittadini nell’antica Grecia, in fedeli con l’avvento del cristianesimo, in lavoratori e classe operaia nell’Ottocento, in produttori, consumatori, investitori speculatori nella nostra epoca, e la storia non sempre è giusta.</p>
<p dir="ltr">Quello che il nostro mondo ha dimenticato in questi anni è proprio la domanda sull’Uomo. “Chi siamo?” La prima domanda della filosofia, la domanda dei bambini, resta senza risposta: “consumatori”, “lavoratori”, “produttori”, anche “cittadini” è troppo poco per definire l’umanità.</p>
<p dir="ltr">Lo stesso utilitarismo nella formulazione dell’inglese Jhon Stuart Mill teneva fermo un obiettivo: la felicità degli individui che compongono una nazione. “ Il valore di uno Stato è il valore degli individui che lo compongono- scriveva Mill nel saggio Sulla libertà- uno Stato che rimpicciolisce i suoi uomini perché possano essere strumenti più docili nelle sue mani, anche se a fini benefici, scoprirà che con dei piccoli uomini non si possono compiere cose veramente grandi; e che la perfezione meccanica cui ha tutto sacrificato alla fine non gli servirà a nulla, perché mancherà la forza vitale che, per fare funzionare meglio la macchina, ha preferito bandire”. L’unico valore assoluto per Mill è la libertà, intesa come la possibilità per ognuno di perseguire a suo modo il suo proprio bene. Cito ancora dal Saggio sulla libertà: “la natura umana non è una macchina da costruire secondo un modello e da regolare perché compia esattamente il lavoro assegnato, ma un albero, che ha bisogno di crescere e di svilupparsi in ogni direzione, secondo le tendenze delle forze interiori che lo rendono una persona vivente”. Nelle nostre società la felicità è un ideale per pazzi, per gente fuori dal mondo, per filosofi falliti. La felicità al limite è intesa come un prodotto, preconfezionato, ed anche i desideri non sono mai personali, sono sempre desideri della società, veicolati dalle pubblicità. Quando un bambino nasce è catapultato nella società dell’utile: tutto quello che fa deve “servire” a qualcosa, la scuola che sceglie deve essere compatibile con il mercato, persino le attività del tempo libero devono essere utili. L’utile è l’ossessione della nostra società.</p>
<p dir="ltr">Cesare Cremonini, collega e rivale di Galilei all’Università di Padova, fu l’ultimo filosofo a sostenere la visione aristotelica del mondo, e per questo si rifiutò di guardare attraverso il cannocchiale per verificare di persona le scoperte di Galilei, urlando che si trattava di uno strumento del Demonio. Ebbene, questa crisi è un momento drammatico, ma è anche la possibilità per noi di guardare nel cannocchiale e vedere che questo mondo in cui siamo calati non è l’unico sistema possibile, datoci una volta per sempre dalla natura, ma è costruito su delle idee umane, che stanno dimostrando ai nostri tempi i loro limiti e la loro fallibilità. Questa crisi è una possibilità per riportare l’economia ad una dimensione reale, per porsi nuovamente la domanda sull’uomo, e magari orientare l’organizzazione delle nostre società su criteri di bellezza e felicità, che lungi dall’essere ideali utopici sono in realtà quanto di più propriamente umano possa esistere.</p>
<p dir="ltr"><strong>Antonella Soldo, 24 anni, è una terrona trapiantata a Roma per fare cose inutili come studiare filosofia. Svezzata al giornalismo nei seriosi ambienti di Radio Radicale non è in grado di fare di sè una presentazione auto ironica.</strong></p>
</div>
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		<title>[La fine...dello stato] Breve storia di una morte lunga trent&#8217;anni</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 01:20:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
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		<description><![CDATA[Sembra evidente che la bancarotta di alcuni Stati in epoche recenti è stata provocata dalla rigidità nel cambio delle rispettive monete nazionali. Il fallimento è stato preceduto da pressioni speculative sulle rispettive valute e debiti sovrani (garantiti, cioè, dai rispettivi Stati). Anche la Grecia, che utilizza l’euro, una moneta non adeguata ai parametri della propria economia, si sta avviando al… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/11/09/la-fine-dello-stato-breve-storia-di-una-morte-lunga-trentanni/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><strong><em><br />
</em></strong></div>
<div>Sembra evidente che la bancarotta di alcuni Stati in epoche recenti è stata provocata dalla rigidità nel cambio delle rispettive monete nazionali. Il fallimento è stato preceduto da pressioni speculative sulle rispettive valute e debiti sovrani (garantiti, cioè, dai rispettivi Stati). Anche la Grecia, che utilizza l’euro, una moneta non adeguata ai parametri della propria economia, si sta avviando al naturale epilogo della bancarotta.</div>
<p style="text-align: justify;">Premesso questo, basta ascoltare un qualunque notiziario per sentirsi ribadire che il fallimento di uno Stato è la conseguenza della crisi del suo debito sovrano. Sembra che a nessuno venga in mente che la relazione di causa-effetto possa essere, piuttosto, quella contraria: il debito pubblico di una nazione va fuori controllo perché lo Stato che la<br />
governa è stato privato della sua autorità di governo e di indirizzo. Il debito pubblico, cioè, si dilata a dismisura quando uno Stato è politicamente e socialmente fallito. Bene, io credo che la relazione di causa-effetto sia la seconda, e che la causa principale della recessione in corso vada ricercata in un cambio di mentalità avvenuto negli anni ’80 nelle<br />
nazioni dell’Occidente.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/fallimento.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4983" title="fallimento" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/10/fallimento.jpg" alt="" width="324" height="230" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Certo, prima di analizzare i fatti, bisogna ricordarsi che l’economia è una scienza monca.<br />
Che tutti i modelli economici prendono in considerazione un numero molto contenuto di variabili. Che è largamente imprevedibile, tanto per fare un esempio, l’impatto che avranno sulla nostra economia nazionale l’espansione delle economie emergenti nei prossimi anni e la conseguente corsa all’accaparramento delle risorse residue.<br />
Ma anche considerando uno scenario di volatilità, rimane un dato strutturale evidente:<br />
da almeno trent’anni lo Stato (e con la parola Stato mi riferisco a tutte le realtà statuali dell’occidente) viene smantellato. Questo è un fatto incontrovertibile la cui percezione presso molti cittadini è però poco chiara, e proverò oltre a spiegarne il perché.<br />
A trent’anni dal trattato di Maastricht e a dodici anni dall’introduzione dell’euro, sono rimasti appannaggio dello Stato europeo soltanto beni e servizi improduttivi: la sanità, la pubblica istruzione, l’esercito, le forze di polizia, l’amministrazione della giustizia o dei parchi nazionali… Lo Stato si trova costretto ad attingere risorse esclusivamente<br />
dalla tassazione e dalla vendita di beni demaniali (che prima o poi finiscono). E quel che è peggio, lo Stato vende quando è obbligato a farlo, vale a dire in contesti di turbolenza economica, a seguito di attacchi speculativi alla propria valuta, per ripianare un deficit di bilancio. Va da sé che in queste condizioni lo Stato non è in grado di dettare il prezzo del<br />
bene venduto.<br />
Affrontare ideologicamente la questione non aiuta. Piuttosto, sembra utile citare alcuni esempi tratti dalla storia economica recente. Dopo la sfaldamento e il crollo dello stato comunista, la Russia di Yeltsin pratica una politica di estese liberalizzazioni e dismissioni. Ma nel 1998 arriva una crisi economica, finanziaria e politica di dimensioni<br />
imponenti. Azioni e obbligazioni tracollano, il rublo perde il 75% del suo valore, si chiude l’era di Yeltsin e incomincia quella di Putin. Con suo grande vantaggio, la Russia torna a prendere le distanze dall’Occidente e dalle sue politiche economiche e monetarie (naturalmente, l’esempio non riguarda le libertà politiche e civili). Nel 2001, in un<br />
punto opposto del pianeta, l’Argentina, dopo i disastrosi governi di Menem (allievo modello del Fondo Monetario Internazionale), è in preda alla più totale instabilità politica e istituzionale. Ad aggravare le cose c’è la parità forzosa del cambio dollaro-peso.<br />
Con il divieto di prelevare denaro contante dalle banche la situazione sociale esplode e il paese va in bancarotta. L’Argentina si riprenderà negli anni successivi limitando drasticamente l’ingerenza delle multinazionali nella propria economia. Quello greco è un caso a parte: se non fosse stata una nazione dell’area euro, alla Grecia sarebbe bastata una robusta svalutazione competitiva per tirarsi fuori dai guai. O forse le sarebbe stato sufficiente costringere gli armatori a pagare le tasse (cosa che può fare soltanto uno Stato autorevole).</p>
<p>Eppure, è dagli anni ’90 in poi che la vulgata scientifico-economica (perfezionata nelle aule universitarie, appresa dagli studenti sui libri di testo delle facoltà economiche, amplificata dalla stampa e dai telegiornali di grande diffusione) presenta le sorti del capitalismo come magnifiche e progressive. Il privato è da esaltare, il pubblico è da<br />
disprezzare. L’imprenditore (per definizione) è uno che si dà da fare; il politico, invece, è corrotto e l’impiegato pubblico è un fannullone. Consulenze e servizi devono essere forniti da società private, spesso pagate profumatamente con soldi pubblici. La rete autostradale, quella ferroviaria, le spiagge e un’infinità di beni che creavano rendite per<br />
lo Stato vengono ceduti, per sempre o in concessioni di durata pluriennale, a soggetti privati. Banche ed aziende private vengono sostenute, nei momenti di difficoltà, con il denaro pubblico, senza che lo Stato si rivalga poi sui profitti privati. Così succede che il dipendente pubblico o l’ente pubblico, senza più mezzi per operare correttamente e con<br />
rapidità, cominciano ad essere visti dai cittadini come parassiti. Gli operatori dei servizi pubblici e il ceto politico vengono accomunati nello stesso giudizio negativo.<br />
È anche evidente che chi si dà alla politica in uno Stato senza soldi non può pensare di cambiare le cose. Le leve del controllo, della progettazione e del cambiamento non appartengono più allo Stato. Quindi, chi fa politica o è totalmente ingenuo o la fa per tornaconto personale, usando mezzi finanziari privati, propri o altrui. Il degrado dei<br />
partiti politici e la carenza di leader carismatici nei paesi dell’Occidente negli ultimi trent’anni appare sempre più come la conseguenza delle diete imposte alla democrazia.<br />
E se gli Stati vanno in malora, i loro servitori vanno a rotoli. Diventa incredibilmente facile, per un qualsiasi potere economico organizzato, indirizzare le scelte di un governo.<br />
L’imposizione di tasse e balzelli (per risanare le casse dissestate dello Stato o per rifinanziare il sistema bancario) rende odiosa la classe politica. Il cittadino perde fiducia nei partiti, che diventano esclusivo strumento di interessi clientelari, e la percentuale dei votanti si riduce drasticamente. Viene perciò a mancare, in ultimo, quella larga partecipazione democratica che è il requisito essenziale per il corretto funzionamento di uno Stato. Si consolida una percezione dell’inutilità della politica la cui manifestazione accresce, in un circolo vizioso, questa stessa inutilità.<br />
Per rimediare al guaio, si invocano “grandi coalizioni” (ammucchiate di partiti prive, per loro natura, di un chiaro orientamento politico) e fantomatici “governi tecnici”, dove il “tecnico” di turno è normalmente privo di qualsiasi legittimazione democratica e senza un solo elettore a cui rendere conto. In entrambi i casi queste forme di governo<br />
dovrebbero servire a “garantire maggiore efficienza” e a “promuovere la libertà di concorrenza”. Cosa che puntualmente non avviene, perché in nome della libertà di concorrenza, si ignorano deliberatamente obiezioni sacrosante.<br />
Voglio citarne almeno tre, le cui risposte sono scontate per i cultori della scienza economica (e per chi possiede una normale dose di buonsenso): per quale motivo bisognerebbe affidare lo sfruttamento di una rendita ad un privato piuttosto che a un ente pubblico? Perché un monopolio privato, in qualsiasi settore produttivo, sarebbe<br />
preferibile a un monopolio pubblico? E se lo Stato viene smantellato, chi vigila sulla formazione di nuove rendite monopolistiche?</p>
<p>Basterebbe rispondere ai tre quesiti per capire come mai il ritorno ad un sistema leggero di partecipazioni statali produrrebbe indipendenza del sistema politico, prestigio della classe politica, programmazione delle scelte future di una società. Ma sappiamo benissimo che dovrebbe essere questa classe politica – svuotata, presuntuosa, distratta,<br />
inefficiente – a creare un nuovo sistema di governo dell’economia. Ed è per questa semplice ragione che mi prende lo sconforto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Roberto Aprile</strong> <strong>scrive da Atene, e si vede!</strong></p>
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		<title>[Islam] La parte integrante dell&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 21:09:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Gazzolo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La liberazione della Libia è stata la prima guerra autenticamente europea dalla fine dei sistemi coloniali formali. Guerra europea perché il problema politico fondamentale ad essa sotteso è quello del controllo, lungo il mediterraneo, dei paesi musulmani da parte delle potenze europee. Va detto, sin d’ora, che tutto ciò è stato possibile soltanto a partire dal ripensamento… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/islam-la-parte-integrante-delleuropa/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La liberazione della Libia è stata la prima guerra autenticamente <em>europea</em> dalla fine dei sistemi coloniali formali. Guerra<em> europea</em> perché il problema politico fondamentale ad essa sotteso è quello del controllo, lungo il mediterraneo, dei paesi musulmani da parte delle potenze europee.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/EuropeFlag_m.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4878" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/EuropeFlag_m-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Va detto, sin d’ora, che tutto ciò è stato possibile soltanto a partire dal ripensamento della gestione degli spazi mondiali da parte degli Stati Uniti, inaugurato con la presidenza di Obama ed il Discorso del Cairo. Si ricordino due punti chiave: l’Islam come “<em>parte integrante</em>” dell’America e l’idea che, se la democrazia non si deve imporre ad una nazione, “i governi che proteggono e tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior successo, i più sicuri”. Dopo l’Iraq, la “primavera araba” sembra corrispondere all’idea di un <em>cordone sanitario</em> e strategico che, lungo l’Africa settentrionale, è condizione per l’esercizio in modo <em>indiretto</em> del controllo da parte degli Stati Uniti.</p>
<p>È la prima volta che si assiste ad un <em>allineamento</em> di Paesi musulmani entro l’asse politico occidentale (è la prima volta, del resto, che nelle manifestazioni di piazza non si vedono bruciare le bandiere degli Stati Uniti): l’Islam, in tal senso, diviene davvero “parte integrante” degli spazi occidentali. Gli Stati Uniti hanno, oggi, intensificato – e non diminuito – l’intervento esterno, molto più di quanto non sia accaduto con la presidenza Bush. Ma, ripensato in termini di “allineamento delle province” dell&#8217;impero, tale intervento ha avuto per conseguenza quella di coinvolgere direttamente le responsabilità ed il controllo di quelle posizioni spaziali da parte dei paesi dell’Europa.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/islamwest2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4928" title="islamwest2" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/islamwest2-300x245.jpg" alt="" width="300" height="245" /></a>Per tale ragione la “liberazione” della Libia è stata una guerra <em>europea</em>, una guerra, cioè, in cui si è <em>determinato</em> – perché tale era la posta in gioco &#8211; quali tra gli Stati europei saranno chiamati a sostenere il compito di mantenere l’allineamento di quell’area nell’orbita occidentale. L’alleanza anglo-francese ha, evidentemente, vinto questa guerra. Vittoria preparata, pensata e resa possibile dal trattato di collaborazione militare firmato tra i due Paesi il 2 Novembre 2010. Alla Francia è stato riconosciuto il controllo decisivo dell’Europa occidentale e mediterranea; controllo dal quale, ora, dipenderanno i due Stati che hanno perduto questa guerra: la Spagna e l’Italia.</p>
<p>Sarebbe, del resto, improprio voler giudicare i rapporti tra Italia e Francia sulla base del solo problema del riassestamento delle relazioni ed influenze economiche con la Libia del dopo-Gheddafi. Il “<em>colonialismo datore</em>” – secondo la formula di Kojève – è prima fenomeno politico che economico, perché lo sviluppo finanziario che si sosterrà in Libia sarà chiamato a svolgere il compito chiave di mantenere l’ “allineamento” di quei Paesi africani nel sistema occidentale. Sotto il profilo politico, è pertanto illusorio pensare che il mantenimento dei contratti con le imprese italiane da parte del nuovo governo libico possa garantire all’Italia un ruolo politico che la guerra le ha ormai reso impossibile.</p>
<p>Difficile è dire se la Germania abbia perduto questa guerra. I suoi rapporti con la Francia non sembrano essere stati messi in discussione, se questo stesso mese i due Paesi hanno concordato i nuovi indirizzi della politica economica europea. Nello stesso tempo, la posizione tedesca resta radicata nell’Est europeo ed al centro dei problemi chiave delle relazioni europee con la Russia e la Turchia. Se, tuttavia, questa guerra non ha determinato una crisi dei rapporti tra Francia e Germania, significa che, in essa, non sono stati coinvolti problemi di <em>egemonia</em> sul continente europeo: è l’asse Nord-Sud che ha subito un essenziale riassestamento.</p>
<p>La “primavera araba”, infatti, pone la questione strategica fondamentale se l’Islam potrà o meno costituirsi come parte integrante dello spazio occidentale. Questione che importa un profondo ripensamento dell’Unione Europea, la quale è, ancora, pensata in termini di <em>nazioni</em>, nonché del senso <em>politico e culturale</em> di quegli spazi europei. Francia e Inghilterra hanno intuito quello spostamento, il quale comporterà la necessità, per l’Europa, di abbandonare l’asse Est-Ovest su cui è stato costruito il suo equilibrio.  Come controllare questo spazio, sarà il compito essenziale che la prossima Conferenza di Parigi sarà chiamata ad iniziare a dover sostenere. Non c&#8217;è infatti impero &#8211; come scriveva Ortega y Gasset &#8211; senza <em>un piano di vita imperiale</em>. Il che, nel caso di specie, indica anche che la scelta dell&#8217;integrazione dell&#8217;Islam &#8211; quello che Lévi-Strauss definiva<em> l&#8217; Occidente dell&#8217;Oriente</em> &#8211; nel sistema spaziale europeo, nell&#8217;allineamento, tradisce un&#8217;idea imperiale precisa. Ed essa sembra in linea con l&#8217;asse Nord-Sud sul quale la politica occidentale si sta riposizionando, e corrisponde alla necessità di rafforzare l&#8217;opposizione con l&#8217;Oriente Estremo. Per servirsi ancora delle parole di Lévi-Strauss, integrare l&#8217;Islam nell&#8217;asse spaziale politico occidentale significa cioè rafforzare l<em>&#8216;interdizione-</em>chiave di cui l&#8217;Islam è portatrice;  rafforzare, in altri termini, quella barriera tra Oriente ed Occidente di cui è la religione islamica la forza fondamentale, il custode ed il vero e proprio <em>katéchon</em>, in quanto l&#8217;Islam è, nella sua radice, la negazione e la separazione del mondo musulmano dall&#8217;Oriente, è la sua occidentalizzazione.</p>
<p><strong>Tommaso Gazzolo parte integrante di Labouratorio <a href="http://www.labouratorio.it/2011/07/28/alienamenti-di-breivik-o-della-prospettiva-dallalto/">da quando ci ha guardati tutti dall&#8217;alto.</a></strong></p>
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		<title>[Alienamenti] Di Breivik o delle colpe della nuova destra</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 21:07:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Enrico Peroni, new entry su Labouratorio, riprende il tema dell&#8217;eccidio norvegese inaugurato la scorsa settimana da questo bellissimo pezzo di Tommaso Gazzolo. Sarà mica il caso di leggerli entrambi? Chi diffonde paure inesistenti è colpevole: di procurato allarme, di rischi per la società e per i singoli individui. Se chi diffonde queste paure lo fa per… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/alienamenti-di-breivik-o-delle-colpe-della-nuova-destra/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Enrico Peroni, new entry su Labouratorio, riprende il tema dell&#8217;eccidio norvegese inaugurato la scorsa settimana da <a href="http://www.labouratorio.it/2011/07/28/alienamenti-di-breivik-o-della-prospettiva-dallalto/">questo bellissimo pezzo di Tommaso Gazzolo</a>. Sarà mica il caso di leggerli entrambi?</strong></em></p>
<p>Chi diffonde paure inesistenti è colpevole: di procurato allarme, di  rischi per la società e per i singoli individui. Se chi diffonde queste  paure lo fa per ottenerne un vantaggio elettorale, inoltre, è due volte  colpevole. Perché dicendo le bugie e prendendo voti si compie un furto.<br />
La  nuova destra populista radicale, capace di raggiungere brillanti  risultati elettorali accarezzando pregiudizi e stereotipi contro  immigrati e/o minoranze etniche, era quindi, fino al 22 di Luglio del  2011, colpevole di procurato allarme, di istigazione all’odio e di  furto. Da quel giorno è colpevole anche di essere stata la base  ideologica di un attentato terroristico che ha avuto come vittime la  classe dirigente giovane di uno dei partiti socialdemocratici e  riformisti migliori del mondo.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/Giornale-islam-300x182.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4857" title="Giornale-islam-300x182" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/Giornale-islam-300x182.jpg" alt="" width="300" height="182" /></a></p>
<p>Vittime giovani. Giovani impegnati in  politica. Per una politica migliore. Migliore perché aperta al mondo,  capace di accogliere i principi e i valori dell’eguaglianza, della  giustizia, della solidarietà, dell’accoglienza del diverso.<br />
La nuova  destra radicale europea si è forgiata sui principi opposti. Odio e paura  sono le parole chiave della nuova destra. Odio contro il diverso per il  solo fatto di essere diverso. Odio contro chi vuole una società aperta.  Odio nei confronti del principio comune alle tradizioni socialista  riformista, liberale democratica e cattolica per il quale la persona ha  una propria intrinseca dignità e che l’individua abbia per sé una serie  di diritti civili, politici e sociali. E paura. Principalmente due  paure. Una concreta, dei ceti medio-bassi, di perdere alcuni diritti  sociali a favore di qualcuno che non si ritiene degno di averli perché  non è nato in un determinato luogo o non ha il colore della pelle, la  religione, gli usi o i costumi uguali a quelli locali. E una simbolica,  tipica di ogni ceto sociale, di perdere la propria identità. Etnica,  nazionale. Inventata o reale. La propria identità che, per assurdo, in  molti casi, è stata già persa quando nascono questi movimenti  identitari. Ne sono un esempio le Fiandre: quando il cattolicesimo che  teneva unita la società è stato indebolito dallo sviluppo economico e  soprattutto dalla secolarizzazione della società, si sono rafforzati i  movimenti indipendentisti. Spesso razzisti anche con gli immigrati  (Vlaams Belang), o per lo meno intolleranti con i valloni (quasi tutti  gli altri partiti delle “ricche” Fiandre).<br />
In breve le paure e i  pregiudizi sono stati usati per rafforzare l’ideologia dell’odio, che  sente l’Europa “invasa” dagli immigrati, indebolita nel suo vigore  etnico dalle politiche delle forze progressiste e di sinistra, umiliata  per via della perdita della propria purezza. A questo proposito valgono  due riflessioni ulteriori di carattere storico, una valida per  l’antichità, una per la storia contemporanea.<br />
La prima, necessaria, è  quella relativa alla purezza e all’etnia (o alle etnie) europea  (europee). L’Europa è stata e sempre sarà un crogiuolo di popoli:  linguisticamente si vede, dal punto di vista biologico non ne parliamo.  Le pianure russe ad est sono una porta d’accesso all’Europa così  semplice da rendere impossibile nella Storia la creazione di uno spazio  etnico chiuso nel nostro continente.. Inoltre, la grandissima facilità  di spostamento per via dei climi temperati, ha prodotto sempre  migrazioni e commerci intraeuropei impossibili in continenti disposti  nord-sud come America e Africa. Riassumendo, la forza dell’Europa antica  e la sua superiorità tecnologica si devono alla mescolanza etnica e  alla disposizione geografica del continente. Di purezza, nessuna.<br />
La  seconda è quella relativa alla situazione degli Stati europei  all’indomani delle due guerre mondiali. Nel 1946 una eredità il Nazismo  l’aveva lasciata. Gli Stati europei erano tutti – ripeto, tutti –  diventati omogenei dal punto di vista linguistico-culturale. Le  costruzioni nazionali dell’800 avevano creato nazionalismi che nel 900  hanno portato a Stati monoculturali. L’Italia, la Francia, la Spagna,  l’Austria, la Polonia (ecc) nel 1946 erano stati senza minoranze  etniche. Le migrazioni intraeuropee per portare ad una teorica  omogeneità culturale hanno prodotto un fatto assurdo. Nel 1946 essere  nazionalisti nella maggior parte dell’Europa significava avere le armi  spuntate: non c’erano piú minoranze etniche da usare. L’idea della  guerra era mal vista dopo che due generazioni erano state bruciate nei  campi di battaglia. Infine, il terzo motore possibile del razzismo, la  povertà, venne derubricato rapidamente grazie alle politiche del Piano  Marshall da un lato e al fallimentare ma stabilizzante sistema comunista  dall’altro.<br />
Queste due riflessioni sono utili per comprendere da una  parte il limite dell’ideologia neofascista, che non parla più di una  superiorità razziale ma che sostiene la superiorità dell’Europa su basi  economiche o sociali che non hanno senso alla luce della considerazioni  fatte. Dall’altra parte si può capire lo shock di vasti strati sociali  della popolazione europea cresciuti in un contesto di omogeneità  culturale profonda, quasi eccessiva. Fino al 1970-75 la gran parte della  Francia non conosceva la multiculturalità (fa eccezione Parigi), fino  al 1995 Spagna e Italia avevano tassi d’immigrazione risibili. Ad Est la  storia è un po’ diversa: si puó dire che la cappa comunista aveva  azzerato i problemi interetnici con la polizia militare.. Finito il  comunismo molti postcomunisti hanno riscoperto vecchi attriti  (Jugoslavia, Slovacchia-Ungheria) e soprattutto miti di grandi stati,  inventandosi umiliazioni storiche (La Grande Ungheria, la  Grande-Romania, la Grande Moravia).</p>
<p>Tutto questo fino ad oggi  aveva prodotto disastri nelle coscienze, nelle urne e nell’umiliazione  di diritti di minoranze ed immigrati. Il 22 di Luglio ha prodotto 2  attacchi terroristici. E’ forse ora che tutti in Europa cominciamo a  fare un muro contro questa nuova destra, uscendo dall’errore enorme di  considerarlo un attore con cui si puó dialogare. L’FPO di Strache o il  VB nelle Fiandre, il Front National in Francia e alcuni personaggi della  Lega Nord in Italia (e si puó ovviamente continuare) sono da  considerare come soggetti minanti la nostra società, il nostro modello  sociale, la nostra cultura, la nostra libertà, i nostri diritti. Non  solo per le politiche razziste che pongono in essere. Ma anche perché  con le loro parole di odio e paura aizzano gli squilibrati.<br />
E’ ora  che tutti, la sinistra riformista ma soprattutto la destra moderata  mettano una linea. Un argine. Una trincea. Chi non lo farà sarà  colpevole. Di procurato allarme, di istigazione all’odio, di furto di  voti. E di contribuire a costruire il clima da cui la violenza razzista  trae alimento.</p>
<p><strong>Enrico Peroni, scambiato per serbo in Serbia, per  tedesco in Germania, per svizzero in Spagna e per inglese a Roma, è  veneto da diverse generazioni e sogna l&#8217;Europa Unita fin dalla  fanciullezza. Fondatore di un&#8217;associazione ghei a 19 anni in una città  piccolo borghese del nordest, innamorato della Spagna e dei suoi  abitanti di sesso maschile, ad oggi Segretario di Partito della stessa  città di cui sopra.</strong></p>
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		<title>[Regole d&#039;oro] Troppi crauti fanno male</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 21:06:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Pugliese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se per George Bernard Shaw l&#8217;unica regola d&#8217;oro è che non esistono regole d&#8217;oro, Nicolas Sarkozy non è dello stesso avviso. La &#8216;regola d&#8217;oro&#8217; proposta è quella che la Germania ha già introdotto a livello costituzionale ed impegna al pareggio di bilancio il governo federale, ma non è ancora operativa. Sembra che la Francia voglia seguire… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/regole-doro-troppi-crauti-fanno-male/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se per George Bernard Shaw l&#8217;unica regola d&#8217;oro è che non esistono regole d&#8217;oro, Nicolas Sarkozy non è dello stesso avviso. La &#8216;regola d&#8217;oro&#8217; proposta è quella che la Germania ha già introdotto a livello costituzionale ed impegna al pareggio di bilancio il governo federale, ma non è ancora operativa. Sembra che la Francia voglia seguire l&#8217;esempio tedesco e non solo su questo punto.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/merkel-sarkozy.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4861" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/merkel-sarkozy.jpg" alt="" width="602" height="431" /></a><br />
L&#8217;urgenza ed il precipitare degli eventi hanno costretto, come sempre accade, le due più forti economie europee a serrare le fila in quell&#8217;asse franco-tedesco, già sperimentato per altre finalità politiche e talvolta esteso alla Polonia nel Triangolo Weimar, sogno erotico del ministro Westerwelle.<br />
Le ultime settimane hanno dimostrato che neppure il colosso tedesco è al sicuro dalla speculazione finanziaria. Per correre ai ripari Angela Merkel ha praticato una svolta europeista ma germanocentrica, commissariando la politica italiana e imponendo la sua linea all&#8217;Eliseo.<br />
La conferenza stampa con cui i due leaders hanno tentato di frenare la rovinosa caduta delle borse nazionali era costellata di proposte innovative ma tardive e interessate. Ciò che più colpisce è senz&#8217;altro la proposta di un governo economico dell&#8217;Eurozona, presieduto dal gettonatissimo Van Rompuy, per la sua attitudine all&#8217;asservimento. Ma proprio questa proposta pone il primo problema, grande quanto il debito pubblico italiano: per descriverlo si può usare una citazione dall&#8217;editoriale di Thomas Klau per East: &#8220;Eppure la verità è che basta un esame obbiettivo dei precedenti della Ue per ricevere un messaggio estremamente chiaro: le politiche europee sono state efficaci laddove sono state organizzate secondo un modello di integrazione, un modello che dispone un reale trasferimento di sovranità al livello europeo di policy-making. Le politiche sono state invece invariabilmente deboli laddove hanno poggiato su un sistema di cooperazione e di coordinamento, persino nei casi in cui il sistema prevedeva sanzioni.&#8221; Perciò la proposta Sarkozy-Merkel è destinata al fallimento nella prassi. Governi che devono allo stesso tempo fare gli interessi nazionali e comunitari? Quegli interessi quasi mai coincidono. Da qui si arriva a bomba al secondo problema, centrale in questa riflessione: come conciliare la necessità di maggiore potere per le istituzioni comunitarie senza rinunciare ad una parte della sovranità nazionale?<br />
La Corte costituzionale tedesca ha stabilito, dopo aver esaminato il Trattato di Lisbona, che il limite massimo di trasferimento di poteri dal livello nazionale a quello comunitario è stato raggiunto e oltre non si può andare. Questo problema si pone prepotentemente in altri stati a costituzione rigida e laddove c&#8217;è stata una revisione in senso nazionalista come l&#8217;Ungheria di Orban.<br />
La domanda che, anche noi europeisti, dobbiamo ora porci è: quale Europa politica vogliamo costruire? Daniele Capezzone qualche anno fa scrisse &#8216;Un fantasma si aggira per l&#8217;Europa: l&#8217;Europa&#8217;. Ma di fantasmi, a ben vedere dagli ultimi eventi, ne compaiono più d&#8217;uno.<br />
Quando Rossi, Spinelli e Colorni elaborarono il Manifesto a Ventotene, che idea di Europa unita avevano in mente? La questione del nazionalismo ci arresta come un macigno, perché per compiere il passo più lungo, l&#8217;unità politica del Vecchio Continente, bisogna rinunciare definitivamente e dolorosamente ad una porzione di sovranità.<br />
Dal punto di vista costituzionale, questa scelta è quasi impraticabile, giacché prevedrebbe una revisione costituzionale di tutti i paesi membri. Un processo lungo e quasi impossibile data la vasta influenza parlamentare dei partiti (ultra)nazionalisti. Senza contare che un&#8217;ipotetica federazione, con un forte governo centrale e ampi poteri in politica economica ed estera (un miraggio), contrasterebbe con il principio arcaico che vede il monarca al vertice dei poteri.<br />
Una fetta rilevante dei paesi membri sono monarchie, anche se ridotte a funzioni poco più che simboliche.<br />
Fatte queste premesse, si giunge a due diversi sbocchi del problema. Il primo, più semplice ma meno incisivo, è tentare la costruzione di un modello costituzionale di Europa politica &#8216;soft&#8217;, mantenendo il carattere sovranazionale della federazione nonostante la delega sostanziosa in alcuni settori. Il secondo, più efficace ma più lungo e faticoso, è un iter di modifica costituzionale, stato per stato, ove è possibile anche con la rimozione delle monarchie grazie alle forze progressiste e repubblicane. Questa soluzione si può anche operare in seguito ad eventi traumatici, sul modello della liberazione del proletariato nella Prima guerra mondiale con l&#8217;intervento bellico o nella Seconda a seguito della Resistenza col tentativo di instaurazione di un regime da parte del PCI prima di Yalta. Fantapolitica? Forse, ma nessuno 60 anni fa avrebbe creduto agli eventi che oggi leggiamo sui giornali.<br />
In merito all&#8217;ultimo ragionamento, sarebbe opportuno che il Partito del Socialismo Europeo, opposizione al conservatorismo, spingesse con vigore nella direzione dell&#8217;integrazione comunitaria ed avesse il coraggio di proporre scelte drastiche. Una prospettiva piuttosto lontana. Sarebbe anche giusto chiudere un capitolo imbarazzante per il movimento socialista in Europa, con l&#8217;affermazione che socialismo democratico e monarchia sono princìpi inconciliabili.<br />
E&#8217; paradossale che nel 2011 il repubblicanesimo sia ancora rifiutato da parte del PSE.<br />
Gli esempi nel mondo non mancano, cerchiamo e adattiamo la migliore forma federativa che possa rendere efficaci le politiche europee e che non creino un&#8217;abissale ingiustizia sociale tra l&#8217;idraulico polacco e il manager de La Defénse.<br />
Un altro fantasma che aleggia è la questione degli Eurobond, causa di un acceso dibattito tra i leaders e gli economisti. Sarkò ha affermato che, nonostante il principio sia corretto, è necessario aspettare il completamento dell&#8217;adesione all&#8217;Unione prima di parlarne. George Soros ha spiegato dalle colonne del Sole perché è favorevole ai titoli di debito UE, presentando motivazioni abbastanza condivisibili. Il leader dei socialdemocratici tedeschi, Sigmar Gabriel, giudica gli Eurobond &#8220;una necessità urgente&#8221;, contraddicendo le dichiarazioni di altri membri del PSE. La realtà è che nella disperata situazione in cui l&#8217;Europa naviga, non troviamo soluzione migliore che perpetrare il nefasto uroboro della speculazione finanziaria, questa volta a livello comunitario. A questo appuntamento con la Storia, l&#8217;Europa si è presentata in ritardo e sarà difficile recuperare il tempo perduto.</p>
<p><strong>Matteo Pugliese 20 anni, nel 1946 non ha votato per la monarchia.</strong></p>
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