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Redazione - giovedì 15 ottobre 2009 - 204 views


ADOTTA UN OMOFOBO _ Un omofobo ha bisogna d’amore. Non lasciarlo solo. Adottalo e prenditi cura di lui.
P.S _Tutti i testimonials ci odiano
. Campagna (trans)nazionale promossa da: http://www.labouratorio.it
Tags: anna paola binetti, camillo ruini, campagna transnazionale, fidel castro, LGBT, luca volontè, mahmoud ahmadinejad, mario borghezio, Maurizio Gasparri, omofobia, omofobo ti amo, omosessualità, roberto calderoli
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Francesco Berni - martedì 13 ottobre 2009 - 308 views
Labouratorio sembrava avere tutto. Una redazione di sballati, un sito web, degli articoli che dire ganzi è dire ganzi, delle immagini sconvolgenti, un lessico da osteria e un fisico bestiale. E invece Labouratorio non era niente perchè non aveva un piano. Ma ora ce l’ha. Ce lo ha portato da dietro le linee nemiche il compagno/amico/fratello Francesco B. detto Berni. Adesso non potranno più fermarci … al massimo potranno guardarci le cosce mentre li prendiamo a calci in culo (sempre che abbiano gli occhi dietro la testa). T.C

Obiettivi:
diventare culturalmente importanti stile lobby di Lotta Continua, questo permetterebbe altresì a chi ha problemi con l’altro sesso di risolverli definitivamente.
Non ci abbandoneremo altresì al lessico e alle pratiche violente di quel gruppo, siamo tutti quanti turatianamente non violenti, ma vogliamo raggiungere uno status sociale tale che ci permetta di mantenerci anche se privi di qualunque talento, come ogni buon ex-esponente di Lotta Continua insegna.
Questa egemonia culturale va raggiunta attraverso volantinaggi nelle borgate, occupazioni di immobili sfitti, centri socialisti occupati autogestiti, e presenza fissa nei migliori salotti della borghesia post comunista piddina per sfotterla ed attentare alle virtù delle signore che facilmente cederanno al nostro savoir faire, nonché alla virilità dei ragazzi di borgata che ci sosterranno.
Altresì non andrà disdegnato il civettare con i circoli della destra liberal, stile “Fare Futuro”, per imparare a capire il loro passaggio dalle fogne degli anni ‘70 a destra liberale, rispettabile e di governo.
Azioni immediate:
Labouratorio non solo online, ma anche di carta distribuito nelle Università e nelle scuole della Repubblica, aperto a contributi esterni e culturali, come per esempio ai membri del Partito Pirata, alle avanguardie artistiche-teatrali se ancora esistono in questo paese, e alle donne, visto che più che una testata, labouratorio pare un canneto.
Cercare di fondare quella che io chiamerei “ Divisione Artistica Socialismo”, che servirà a riunire tutti quelli come noi che fanno musica, teatro e cinema.
Altresì dobbiamo avere una linea editoriale in aperto contrasto al gruppo editoriale Espresso-La Repubblica. Per quale motivo?
Non tanto per i disastri politici causati dal duo Scalfari-Mauro, ma per dimostrare che è nata una nuova generazione che si ribella alle vecchie contumelie del mondo che vede nei post Pci l’unica alternativa alla destra, ma soprattutto perché ci servirà ad uscire dal ghetto e ad essere corteggiati anche a destra … e poi anche perché si prova gusto a fare gli stronzi rompiballe.
Come farci conoscere?
Attraverso azioni di guerrilla marketing che seguano un iter narrativo, guerrilla gardening per ridare una tinteggiata di verde alle nostre città, ambush ossia utilizzare gli spazi pubblicitari altrui.
E qui ribadisco una mia vecchia idea, creiamo una benedetta web radio, una specie di Radio Radicale punk…
A proposito di punk, dobbiamo rilanciare profondamente la nostra immagine: basta roselline, falciemartello, pugnirosati, garofani. Consiglierei piuttosto l’utilizzo di antichi simboli ormai desueti e poco utilizzati dalla tradizione italiana.
Il cosiddetto cerchio antifascista a tripla freccia, simbolo della socialdemocrazia é fottutamente punk.
Come vedete, oggi si sono poste le basi di quella nuova tendenza culturale che sconvolgerà il paese, il “ Media Nenniano”.
P.S _ Se la proposta verrà approvata si avvieranno subito dopo le consultazioni per decidere chi sono i nostri maestri del pensiero. Appare chiaro fin da subito che Enrico Beruschi, Gianfranco D’Angelo e Marina Lothar debbano far parte di questo elenco.
LABOURATORIO n.51 – (in)SOMMARIO
Francesco Berni _ Il Labourante dell’Etruria meridionale (emigrantemente lagunare), nasce nel lontano 1986 ben 34 giorni dopo il disastro di Chernobyl nella ridente e fascistissima cittadina di Veterbe, proprio dentro le sue mura.
Provato da un’infanzia difficile in Sinistra Giovanile (dai 15 ai 21 anni) e da una quadriennale esperienza nella Facoltà di Economia della sua città, decide di emigrare nel settembre 2009 a Venezia per continuare i propri studi, riuscendo così a tirare fuori il meglio di sè, soprattutto dalle sue ghiandole sudoripare.
Tags: cerchio antifascista, destra liberal, divisione artistica socialismo, enrico beruschi, fare futuro, gianfranco d'angelo, gruppo editoriale l'espresso-repubblica, lobby stile lotta continua, marina lothar, nonviolenza, partito pirata, problemi con l'altro sesso, pugnirosati
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Plex - martedì 13 ottobre 2009 - 298 views
Il generale crollo elettorale dei partiti socialisti in giro per l’Europa ha alimentato un diluvio di analisi, studi, domande e risposte. Lungi da me il tentativo di addentrarsi nei meandri del dibattito. Più modestamente, si vuole qui introdurre un punto di vista parzialmente inedito che si può sintetizzare in una domanda: può il Movimento Socialista prescindere dal prendere una posizione, e quindi ri-definirsi, in relazione ai profondi sconvolgimenti che stanno rivoluzionando l’ordine geopolitico globale?
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Tommaso Ciuffoletti - venerdì 24 luglio 2009 - 317 views
A Malta i socialisti vanno alla grande. Alle Europee il Partit Laburista, guidato dal 35enne Josep Muscat, ha preso un bel 54,77%. Festa! Champagne! Ricchi premi e cotillons!
In attesa che da La Valletta parta la riscossa socialista in Europa e in Occidente, a qualcuno vien tuttavia il fondato dubbio che si sia giunti al capolinea. A lanciare nuovamente il sasso nello stagno è stato Bernard-Henri Lévy, che in una recente intervista sul Journal du Dimanche ha serenamente affermato che il partito socialista francese deve scomparire. Stavolta non si tratta di furberie retoriche o di un dibattito strumentale tipo quello a cui abbiamo assistito in Italia ai tempi in cui nasceva il Partito Democratico. Stavolta, pur conoscendo il radicalscicchismo di Bernard-Henri Levy, la provocazione arriva in un momento in cui l’imbarazzato silenzio seguito al disastro delle Europee rischiava di diventare la prova provata che sì, quel capolinea era ormai stato raggiunto. Non solo in Francia, ma, appunto, in tutta Europa.
Un capolinea che sta nelle parole d’ordine dei socialisti d’Europa, prima ancora che nelle urne.
Per lunga parte dello scorso secolo la socialdemocrazia ha rappresentato il compromesso più lungimirante realizzato tra la borghesia capitalista e la classe operaia*. Le conquiste di quel periodo hanno significato maggiori tutele, maggiori garanzie, maggiori diritti per larga parte delle società in cui quel compromesso è stato più o meno compiutamente realizzato.
Oggi però quelle società non esistono più. Quanto meno non sono più rappresentabili da quel compromesso. Non accettare questa evidenza è ciò che sta facendo scomparire i socialisti d’Europa, molto più che le asserzioni di Levy.
Il modello di stato sociale costruito in quegli anni, soprattutto nell’Europa settentrionale, ha garantito crescita e progresso, ma non calza più per una realtà mutata. Insistere nella sua difesa tout-court significa attestarsi, di fatto, sulla linea di conservazione di un’esistente che non può più resistere di fronte ai suoi costi, alla parzialità delle tutele che può garantire, così come manca di ricette per affrontare credibilmente le sfide della globalizzazione, dell’immigrazione e dei suoi effetti.
E per favore, non ci si illuda che le risposte stataliste alla crisi abbiano rilanciato le ragioni di un rinnovato “socialismo” de facto. Quello che abbiamo visto all’opera di recente è un atteggiamento prettamente emergenziale, si tratta di uno statalismo di salvataggio, che non ha nulla di programmatico a lunga scadenza, né di ideologico e che non può avere né l’uno, né l’altro**.
Se oggi il socialismo ha da essere è bene che sia altro da quello che si nasconde dietro slogan inneggianti al socialismo europeo (quando poi di fatto non esiste, ma esistono piuttosto socialismi europei). Anche perché là dietro sta nascosto niente più che un cadavere.
Ma anche ai cadaveri c’è chi è affezionato e chi ancora s’affeziona, senza che ciò porti grande giovamento né a costoro, né al cadavere. Diverso è invece rimanere affezionati al ricordo di ciò che era prima di quel cadavere. Libertà e uguaglianza, meriti e bisogni, diritti e doveri. Per rinnovare quell’affetto, e se proprio vogliamo credere che esista un socialismo europeo, allora forse varrebbe la pena ripartire di lì e magari recuperando dall’oblio il Libro Bianco per l’occupazione e lo sviluppo proposto da Jacques Delors.
Altrimenti ci si accontenti di continuare a morire a stento. Del resto a noi socialisti d’Italia una simile sorte è stata ormai di fatto consegnata da una storia tanto infame quanto pietosa. Infame per come ha archiviato un assassinio politico e moralista, pietosa nel consentirci oggi, magra consolazione, di morire a stento, ma canticchiando in rima.
Prima che fosse finita/ ricordammo a chi vive ancora/ che il prezzo fu la vita/ per il male fatto in un’ora.
Poi scivolammo nel gelo/ di una morte senza abbandono/ recitando l’antico credo / di chi muore senza perdono.
Chi derise la nostra sconfitta/ e l’estrema vergogna ed il modo/ soffocato da identica stretta/ impari a conoscere il nodo.
Chi la terra ci sparse sull’ossa/ e riprese tranquillo il cammino/ giunga anch’egli stravolto alla fossa/ con la nebbia del primo mattino.
* Umberto Ranieri sull’ultimo numero de Le Nuove Ragioni del Socialismo
** Luciano Cafagna sull’ultimo numero de Le Nuove Ragioni del Socialismo
_ Tommaso Ciuffoletti – 29 anni – Socialista liberale fiorentino. Che vi piaccia o no
LABOURATORIO n. 50 – SOMMARIO
Tags: bernard-henry levy, elezioni europee, jacques delors, josep muscat, journal du dimanche, labouratorio, le nuove ragioni del socialismo, luciano cafagna, malta, Partito Democratico, partito socialista europeo, pes, PSE, socialdemocrazia, socialismi d'europa, socialismo europeo, Tommaso Ciuffoletti, tutti morimmo a stento, umberto ranieri
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Tommaso Ciuffoletti - venerdì 24 luglio 2009 - 105 views

Alì Reza Soltani, per gli amici è semplicemente Alessandro, gestore di uno dei locali più frequentati e piacevoli di Firenze, quel Caffè S.Ambrogio che s’affaccia proprio sulla piazza dedicata al patrono di Milano e che ogni sera si anima come poche altre zone della città.
Oggi Alessandro è un uomo e un imprenditore di successo, ma la prima volta che arrivò in Italia, lui nato nel nord-ovest dell’Iran poco lontano dal confine con quella che oggi è la Repubblica dell’Azerbaigian, era uno dei ragazzi dell’Associazione degli studenti iraniani contro lo Shah. Per questo quando esplose il movimento rivoluzionario contro il regime di Mohammad Reza Pahlavi tornò in Iran per unirsi alle proteste. Era la prima fase della rivoluzione, tra la fine del 1978 e i primi mesi del 1979, quella in cui ancora i tratti della rivolta non si erano esauriti nelle cupe rughe del volto di Ruhollah Khomeini. Quella in cui erano presenti aspirazioni laiche e secolari accanto a vagheggiamenti marxisti e fervori di nuove “eresie” islamiche.
Alessandro torna in Italia all’inizio del 1979. Da quel momento costruirà la sua vita in Italia, senza mai smettere di tenere le fila di rapporti d’amore, d’attenzione, d’apprensione per il suo paese, dove intanto si costruiva quella cosa chiamata Repubblica Islamica.
Oggi Alessandro è in contatto quotidiano con la gente del suo paese, attraverso la stampa, il satellite e soprattutto Internet. Discutere d’Iran con lui è l’occasione per conoscere meglio una realtà di cui tanti parlano e scrivono, ma che pochi conoscono in profondità.
Non più gli yankees, oggi i “colonialisti” sono russi e cinesi
. Il primo punto che Alessandro chiarisce, all’inizio della nostra conversazione iraniana, è il mutato quadro internazionale. Meglio ancora, chiarisce come è mutata la lettura che l’opinione pubblica iraniana dà del quadro internazionale.
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Tags: alì rafsanjani, intervista esclusiva, iran, khomeini, mahmoud ahmadinejad, mousavi, movimento, onda verde, opinione pubblica iraniana, repubblica islamica, riforma, Welayat-e fakih
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Riccardo Monaco - venerdì 24 luglio 2009 - 220 views

Ad un mese di distanza dalle elezioni in Iran, la situazione del rimland mediorientale è lentamente uscita dall’agenda mediatica occidentale, lasciando, coi suoi strascichi sanguinosi, una diffusa quanto inevitabile distorsione analitica nell’opinione pubblica nostrana.
Nel transfert percettivo in atto, l’Iran viene variamente rappresentato come un Paese diviso a metà, schematizzabile nel duopolio costituito dal rigoroso conservatorismo teocratico al potere e dalle colombe riformiste dell’opposizione, falcidiate dalla ben nota repressione, sostanzialmente benedetta da Alì Khamenei.
Tuttavia, le ragioni – o le disfunzioni – dell’affermazione di Ahmadi-Nejad non sono inquadrabili, se non molto parzialmente, nell’ambito di tale dicotomia in salsa occidentale.
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Tommaso Ciuffoletti - mercoledì 15 luglio 2009 - 114 views

In una nota di mercoledì 8 luglio, l’agenzia Adnkronos fa un rapido quadro della composizione etnico-religiosa della Cina e ci informa che “nello Yunnan, la provincia sudoccidentale della Cina, mosaico di etnie, tra le bancarelle per turisti fuori dai templi buddisti si trovano commercianti Han (etnia che comprende il 95 per cento dei cinesi) che vendono cibi tipici cinesi”.
Ebbene questo è solo uno dei tantissimi esempi che si potrebbero fare riguardo all’approssimazione con cui, anche cronisti capaci, trattano di Cina. Il problema è che muoversi tra le ombre cinesi non è facile e farlo affidandosi a presunte certezze è la cosa più rischiosa che si possa fare. Il caso della “etnia Han” è, in questo senso, assolutamente esemplare.
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Redazione - mercoledì 15 luglio 2009 - 104 views
Articolo di Paolo Rizzi

Con una forte sensazione di deja-vù, violenti scontri sono scoppiati in Cina, nella regione del Xinjiang, i nuovo territori, la regione che qualche giornalista con poca inventiva ha prontamente ribattezzato come “Tibet islamico”.
I nuovi territori, in realtà, sono nuovi solo se paragonati alla millenaria storia unitaria cinese; tralasciando i brevi scorci delle dinastie Han e Tang, lo Xinjiang entra a far parte dell’universo cinese a metà del 1700, regnante la dinastia mancese dei Qing, per poi attraversare la prima parte del ‘900 seguendo lo stesso destino di instabilità della traballante Repubblica fondata da Sun Yatsen ed essere infine riportato sotto la sovranità cinese con la nascita della Repubblica Popolare.
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Redazione - mercoledì 15 luglio 2009 - 58 views
articolo di Alessio Bardelli

In uno scenario insolito e quanto mai infuocato (dal caldo), in una città ricostruita parzialmente per ospitare i grandi del mondo, si tiene all’Aquila il summit del G8. Gli obiettivi del vertice sono molteplici: dalla risposta alla crisi economico-finanziaria globale, alla lotta al protezionismo per la liberalizzazione del commercio internazionale, dalla sicurezza alimentare alla lotta ai cambiamenti climatici.
Partecipano, oltre alle 8 potenze mondiali, anche i paesi in via di sviluppo, i paesi emergenti dell’Africa e le principali organizzazioni internazionali.
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Redazione - lunedì 20 aprile 2009 - 273 views
articolo di Andrea Carnicci

La stucchevole vicenda del cartello elettorale «Sinistra e Libertà» porta simpatizzanti e militanti socialisti a misurarsi in un dibattito politico sterile e vuoto come le componenti di questa lista, che può essere nobilitato solo da riferimenti di carattere politico-culturale anche lontani nel tempo. C’è poi un secondo livello possibile di discussione, già più prossimo del primo alla realtà, costituito dall’analisi delle decisioni, delle prese di posizione e degli atti che i componenti la lista hanno assunto in passati più o meno recenti, quando militavano in altri partiti, magari dentro la stessa coalizione, come nel periodo dell’ultimo governo Prodi. Ci sarebbe poi un terzo livello del dibattito che, per la sua stringente attualità, poco si confà al contesto italiano in genere, portato a svuotare l’agorà dai contenuti per trasformare la politica nel più gigantesco reality trasmesso sul territorio nazionale. Eppure, per non morire di sbadigli, o per un ultimo e disperato sussulto di vita, proviamoci!
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Redazione - martedì 3 febbraio 2009 - 228 views
Siamo lieti di ospitare questa bella lettera aperta del compagno cristiano “deluso, sbalordito, scandalizzato, amareggiato” Salvatore Gentile
Il Papa Benedetto XVI ritira la scomunica ai quattro vescovi tradizionalisti, scismatici consacrati da Mons. Marcel Lefebvre.
E Mons. Bernard Fellay, superiore degli scismatici, esulta e dice: “adesso è stata ripristinata la dottrina cattolica”.
Povera chiesa che apre le porte al rientro dei tradizionalisti di Mons. Marcel Lefebvre, antisemiti, uno dei quali, Mons. Richard Williamson, nega la storia dell’Olocausto degli ebrei, le camere a gas, da sempre tutti in aperto contrasto con il Concilio Vaticano II, con la riforma liturgica bollata come “messa bastarda” e con i papi del dopo concilio, chiamandoli “papi bastardi”, che hanno sempre demonizzato qualsiasi tentativo di ecumenismo!
Povera chiesa che continua a mantenere chiuse le porte, lasciandoli nell’emarginazione e nell’esclusione, i tanti credenti progressisti (laici, sacerdoti, vescovi) che in tutto il mondo e specialmente in America Latina si sono sforzati e si sforzano di vivere la fede in Gesù nella fedeltà al Vangelo fino al sacrificio della loro vita!
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Redazione - lunedì 26 gennaio 2009 - 639 views
articolo di Andreas
Pubblichiamo questo interessante intervento apparso su perlarosanelpugno.it dove si è sviluppato un’interessante dibattito sulla cultura ebraica e su come questa sia legata ai caratteri dello stato di Israele. Sperando che a questo seguano altri approfonditi contributi da parte dei forumisti o di chiunque volesse replicare

Alcuni dei pregiudizi nei confronti degli ebrei risiedono in un supposto deficit di laicità della cultura ebraica, avvertito come indice di irrimediabile difformità con le altre culture occidentali.
Nel patrimonio culturale ebraico riveste fondamentale importanza la distinzione fra idee e prassi. Le prime sono tutte lecite e sostenibili, secondo un concetto fatto discendere dalla Torah. La «prassi», cioè l’osservanza delle regole date, è costituita dalla legge ebraica, somma dell’Halakhah con i responsa rabbinici, e rappresenta i segni distintivi più esteriori, ossia i comportamenti, dell’ identità di gruppo, altrimenti impossibile da individuarsi attraverso le idee, data la liceità delle opinioni divergenti. D’altra parte il senso della religiosità ebraica è dato dalla ricerca compiuta sulla propria individualità, come irriducibilità dell’io al conformismo dei valori sociali e collettivi vigenti. Questo è ciò che equivale alla scoperta di Dio e alla realizzazione dei suoi voleri. In altre parole, nella religione ebraica, e quindi nella sua cultura, esiste la ricerca e l’esaltazione della diversità. Il ché può apparire paradossale solo ad una superficiale considerazione del patrimonio culturale ebraico.
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