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	<title>Labouratorio &#187; Interviste</title>
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	<description>Magazine di sperimentazione alchemica per una generazione che non c&#039;è</description>
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		<title>[Intervista a Luca Fantacci] “E se all’euro affiancassimo le monete locali?”</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 21:13:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò Cavalli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Euro]]></category>
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		<description><![CDATA[Luca Fantacci insegna Scenari economici internazionali e Storia, istituzioni e crisi del sistema finanziario globale all&#8217;Università Bocconi di Milano. Distinguished Visting Fellow presso il Christ’s College di Cambridge, il professor Fantacci ha recentemente curato una raccolta di saggi di Keynes, intitolata Eutopia– Proposte per una moneta internazionale e ha pubblicato, insieme a Massimo Amato, Fine della Finanza. Da dove viene… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/intervista-a-luca-fantacci-%e2%80%9ce-se-all%e2%80%99euro-affiancassimo-le-monete-locali%e2%80%9d/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
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<p><strong><em>Luca Fantacci insegna Scenari economici internazionali e Storia, istituzioni e crisi del sistema finanziario globale all&#8217;Università Bocconi di Milano. Distinguished Visting Fellow presso il Christ’s College di Cambridge, il professor Fantacci ha recentemente curato una raccolta di saggi di Keynes, intitolata Eutopia– Proposte per una moneta internazionale e ha pubblicato, insieme a Massimo Amato, Fine della Finanza. Da dove viene la crisi e come si può pensare di uscirne. </em></strong></p>
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<p><strong>Professore, che cosa sta succedendo da qualche settimana nelle borse?</strong><br />
Niente, e proprio questo è il problema. Non c’è un solo fatto nuovo che giustifichi il terremoto finanziario delle scorse settimane: dalle difficoltà di Obama con il Congresso alle fragilità fiscali dell’Europa, tutto era già presente e noto. Perfino il downgrading degli Usa era già stato più volte preannunciato. Per non parlare dei debiti pubblici, che hanno potuto crescere per anni senza preoccupare nessuno. Davvero, non è successo niente di nuovo e sconvolgente.<img class="alignright" src="http://www.linkiesta.it/sites/default/files/imagecache/immagine_620_fixed/uploads/articolo/immagine-singola/Euro%20e%20lira.jpg" alt="" width="620" height="433" /></p>
<p><strong>Nulla di cui preoccuparsi, dunque?</strong><br />
Tutt’altro. È proprio questo terremoto in assenza di novità il dato allarmante, su cui è opportuno riflettere: se oggi, senza motivo, i mercati finanziari tremano, vuol dire che fino a ieri erano spavaldi, ugualmente senza motivo. Niente giustificava i guadagni di ieri, così come niente può spiegare le perdite di oggi o i recuperi di domani. I mercati finanziari dimostrano di avere sempre meno un criterio attendibile per distinguere fra quando va bene e quando va male, fra chi va bene e chi va male.</p>
<p><strong>Una finanza che vive in un mondo che ha poco a che fare con la realtà?</strong><br />
Non mi riferisco a una semplice scollatura tra finanza ed economia reale. È perfettamente legittimo, e anzi necessario, che il valore di borsa di un’azienda possa discostarsi temporaneamente dall’andamento corrente dei suoi affari. Perché la borsa, per sua natura, guarda avanti: guarda ai profitti futuri, non a quelli attuali; esprime aspettative e può sbagliarsi. Ma, affinché questo gioco di scommesse abbia un senso, bisogna che almeno due condizioni siano rispettate. Primo, occorre che a un certo momento una linea sia tracciata e i conti siano fatti. Bisogna che finisca la gara, in modo che si veda chi ha scommesso sul cavallo vincente. Secondo, occorre che l’esito della corsa non sia condizionato dall’andamento delle scommesse. Ma questo è proprio ciò che non avviene in borsa, dove non si verifica né la prima né la seconda condizione.</p>
<p><strong>Cosa intende dire?</strong><br />
È molto semplice: gli andamenti dei valori di borsa non riflettono più alcun tipo di “fondamentale”, non si basano più su alcun giudizio in merito alla solidità economica o politica dell’emittente. Nei momenti di massima volatilità, come in questi giorni, siamo tutti d’accordo a dire che “basta un nulla” per scuotere i mercati e che a tenere il campo sono le aspettative che si autorealizzano. Tanto è vero che si parla comunemente, anche sulla stampa finanziaria, di “speculazione” e si dà per scontato che è il mercato finanziario a dettare l’andamento dell’economia reale, perfino le sorti di interi paesi, e non viceversa. Ma c’è da chiedersi se, nei periodi cosiddetti normali, la maggiore calma non dipenda unicamente da una maggiore unanimità delle aspettative, da una maggiore tenuta delle convenzioni, da una maggiore stabilità emotiva. In finanza come in amore, rischiamo di essere in balia delle emozioni, attrattive o repulsive che siano: e quello che, fino a ieri, era visto come un investitore benefico, oggi è chiamato un avido speculatore, con la stessa volubile inconsistenza che fa apparire l’amante della sera prima come un’opportunista spregevole.</p>
<p><strong>Il che non sembra molto rassicurante per le sorti del nostro Paese, finito anch’esso nel mirino degli “speculatori”.</strong><br />
Ecco, ciò che sta accadendo con i titoli del debito pubblico italiano è un buon esempio del carattere autoreferenziale dei mercati. I buoni del tesoro possono anche essere visti come un investimento nell’azienda-Italia. Ma, a dispetto di quest’orribile espressione, gli stati nazionali, a differenza delle aziende, non sono fatti per fare profitti e per remunerare i detentori dei titoli, non presentano un bilancio consuntivo, e non esiste alcun criterio certo sulla base del quale possano essere giudicati redditizi o anche semplicemente solvibili. Eppure, tutto ruota attorno a quel punto: la caduta del prezzo dei titoli di stato e il corrispettivo incremento del loro rendimento, e dunque l’ampliarsi del differenziale rispetto al rendimento degli omologhi tedeschi, i timori di un’ulteriore recessione, le preoccupazioni per la disintegrazione dell’euro, il crollo delle borse… tutto è stato scatenato dal timore di un possibile default dell’Italia.</p>
<p><strong>Si tratta di un rischio concreto?</strong><br />
Questo è appunto il problema. Per poter rispondere, e magari assegnare un grado di probabilità all’evento, come si pretende di fare sul mercato, bisognerebbe poterne dare una definizione univoca. Ora, che cosa significhi essere “in default”, o “insolvente”, nel caso di un’impresa è chiaro: significa non essere in grado di pagare i propri debiti, ossia non avere attività sufficienti per far fronte alle proprie passività. Ma, sulla base di questa definizione, tutti gli stati sono insolventi! Nessuno stato è in grado di ripagare i propri debiti. D’altro canto, gli stati non sono nemmeno tenuti a ripagare i loro debiti. I debiti degli stati, da quando hanno preso la forma di titoli negoziabili sul mercato, ossia da poco più di trecent’anni, non sono più fatti per essere ripagati, bensì per essere continuamente rinnovati e per circolare indefinitamente. I titoli di stato sono emessi, sono acquistati e rivenduti ripetutamente sul mercato e, quando giungono a scadenza, sono rimborsati con i proventi dell’emissione di nuovi titoli.</p>
<p><strong>In che senso, allora, si può parlare oggi di stati a rischio di insolvenza?</strong><br />
Il termine è utilizzato con un’accezione ben diversa, per riferirsi all’incapacità di uno stato di rifinanziarsi sul mercato a condizioni sostenibili. Si dovrebbe parlare, propriamente, non di “solvibilità”, ma di “sostenibilità” del debito. Ed è ben più problematico. Non soltanto perché il concetto è più vago, privo di una definizione univoca. Ma soprattutto perché il fenomeno che esso descrive è fortemente autoreferenziale. Infatti, quanto meno un debito pubblico appare sostenibile, tanto più costa allo stato indebitarsi; ma quanto più aumenta il costo del debito, tanto meno risulta sostenibile.</p>
<p><strong>Un circolo vizioso che conduce gli stati sull&#8217;orlo del baratro.</strong><br />
Si tratta di un problema che è al tempo stesso politico ed economico. Quando uno stato, come l’Italia o la Grecia, accumula un tale debito nei confronti degli stranieri da dover rendere conto delle proprie decisioni ai creditori prima ancora che ai cittadini, allora si ha un problema politico: in che senso possiamo ancora parlare di una democrazia, quando a dettar legge non è il popolo né il parlamento né il governo, bensì una trojka internazionale Bce-Ue-Fmi, in rappresentanza degli interessi dei creditori? D’altro canto, quando la capacità di un debitore di ripagare i propri debiti dipende assai più dal grado di fiducia dei mercati che dalle proprie prestazioni, comunque le si voglia misurare, allora il problema è anche economico: in che senso si può ancora parlare di un investimento, quando il tasso di rendimento non ha alcun rapporto con alcuna misura, per quanto imprecisa, di produttività, ma dipende unicamente dal grado di sfiducia dei creditori? Sul piano politico, la concessione di crediti condizionati, subordinati all’adozione di determinate misure, come quelli che la Bce oggi concede all’Italia, non può essere letta che come l’instaurazione di un regime di sovranità limitata nel paese debitore. Sul piano economico, la concessione di crediti a tassi d’interesse del 16%, come quelli che oggi il mercato accorda alla Grecia, non ha altro nome che usura.</p>
<p><strong>È la crisi dell’Europa?</strong><br />
Senza dubbio. Una crisi dovuta alla pretesa di costruire l’unione politica sull’unificazione monetaria. Ma il problema non consiste nel ritornello secondo cui “ha prevalso l’economia sulla politica”, piuttosto nel fatto che si è mancato di vedere il piano politico e il piano economico nella loro articolazione. L’unificazione economica e monetaria è già, in sé, un atto politico. Non c’è nessuna legge economica che ne detti la necessità, tanto meno la forma. Può essere realizzata in modi diversi: il mercato comune non implica necessariamente la moneta unica, la libera circolazione dei beni non comporta necessariamente il movimento indiscriminato dei capitali. Come mostra concretamente il precedente storico dell’Unione Europea dei Pagamenti che, negli anni ’50, ha assicurato ai paesi europei crescita, stabilità e integrazione economica, senza bisogno di una moneta unica. Viceversa, l’euro ha accordato un po’ di stabilità e un po’ di crescita, ma a costo di una crescente divergenza fra i paesi membri che oggi rischia di compromettere sia la crescita sia la stabilità.</p>
<p><strong>E che cosa si dovrebbe fare?</strong><br />
Credo che sia opportuna una riforma radicale della governance dell’Unione Europea, come da più parti auspicato: una revisione del patto di stabilità, un emendamento dello statuto della Bce, e magari anche la ricostituzione dell’<a rel="nofollow" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Unione_Europea_dei_pagamenti">Unione Europea dei Pagamenti</a>. Per gestire l’emergenza, ossia la crisi dei debiti pregressi, sono convinto che non ci sia altro da fare che consentire alla Bce di agire da prestatore di ultima istanza, acquistando titoli del debito pubblico dei paesi membri. E naturalmente, è bene che tali prestiti siano accompagnati da raccomandazioni ai governi che ne beneficiano, perché adottino politiche di rigore, in modo da arginare l’azzardo morale, ossia la tentazione del figliol prodigo di tornare a spendere, abusando della misericordia del padre. Ma sarebbe ben più efficace di qualunque raccomandazione se gli stati europei non potessero né dovessero continuare a contrarre nuovi debiti, emettendo titoli sui mercati internazionali.</p>
<p><strong>Sembrerebbe un’utopia…</strong><br />
In verità, proprio questo sarebbe reso possibile se si mettesse in opera un’istituzione analoga all’Unione Europea dei Pagamenti, che fungesse da camera di compensazione multilaterale per i debiti e i crediti contratti tra paesi dell’eurozona. Questo avrebbe un duplice vantaggio. Primo, consentirebbe di distinguere il debito pubblico, che è un affare interno fra i cittadini e lo stato, e il debito estero, che è un rapporto fra paese creditore e paese debitore. Secondo, consentirebbe di apprezzare il fatto che il debito estero beneficia entrambi i paesi, poiché permette al debitore di acquistare ciò che altrimenti non potrebbe acquistare, ma permette anche al creditore di vendere ciò che altrimenti non potrebbe vendere. Se il sistema dei crediti fra paesi s’interrompe, ci rimettono entrambi. Non è un caso se la crisi del debito nell’Europa meridionale ha comportato anche un arresto della crescita in Germania, come registrano i dati di questi giorni. Se gli italiani non comprano, i tedeschi non vendono. Il mercato è aperto, ma nessuno ci va…</p>
<p><strong>Quindi?</strong><br />
Quindi è bene che, a differenza di quanto oggi avviene, l’onere del debito non venga sopportato, economicamente e simbolicamente, soltanto dai paesi debitori. Mentre le nuove istituzioni create per gestire la crisi debitoria europea, come l’Efsf (European Financial Stability Facility) continuano a far gravare l’onere e l’onta degli squilibri sui paesi debitori, l’istituzione di una camera di compensazione europea consentirebbe di ripartire equamente l’onere dell’aggiustamento fra creditori e debitori.</p>
<p><strong>Sta parlando di un’Europa senza euro?</strong><br />
No, la mia proposta non è affatto di abolire l’euro, ma anzi di difenderlo dai suoi stessi difetti, che oggi rischiano di portarlo alla dissoluzione. E, per far questo, occorre che sia affiancato, non sostituito, dalle monete nazionali, e magari anche da monete regionali e locali. Così l’euro potrebbe essere davvero soltanto un mezzo di scambio, per agevolare il commercio europeo. Ma, al tempo stesso, le economie locali potrebbero tornare ad avere una moneta adeguata e una reale autonomia politica, senza rinunciare all’apertura verso l’esterno. Altrimenti continueremo a sacrificare ogni comunità in nome della Comunità Europea, salvo poi sacrificare la Comunità Europea in nome del mercato globale.</p>
<p><strong>Ma è una strada percorribile quella che propone?</strong><br />
Dal mio punto di vista, è l’unica via d’uscita plausibile da una situazione in cui gli stati hanno sempre meno margini di manovra e i mercati hanno sempre meno contatto con la realtà. A differenza di quattro anni fa, non possiamo più fare affidamento sull’intervento pubblico. Oggi l’alternativa a una riforma radicale non è l’intervento dello stato in economia, ma l’interferenza sempre più cogente e pervasiva del mercato finanziario nella vita politica. Infatti, stante l’attuale forma delle istituzioni economiche, l’unica politica concessa è quella che viene giudicata adeguata dal mercato finanziario, indipendentemente dal suo contenuto. E che cosa vuole il mercato? Niente di chiaro e definito. Vuole soltanto essere rassicurato. Le manovre dei nostri governi possono essere opportune e risolutive, oppure insensate e controproducenti, ma, in ogni caso, se il mercato le reputa adeguate, ricomincia ad acquistare i nostri titoli, i rendimenti scendono, e noi siamo salvi. Come l’autocrate totalitario descritto da Koestler, il mercato ha sempre ragione, purché non si metta mai in dubbio la sua parola, anche se dovesse dichiarare ad ogni istante una verità nuova.</p>
<p><strong>Nicolo&#8217; Cavalli 24 anni. Ha trovato un ottimo motivo per non radere al suolo la Bocconi.  Siccome pero&#8217; ci studia pure lui, forse in fin dei conti, vale la pena raderla al suolo uguale.</strong></p>
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		<title>[Intervista a Tommaso Labate] &#8220;De Magistris, il dritto. Se vince, vince lui, se perde, perdono gli altri&#8221;</title>
		<link>http://www.labouratorio.it/2011/05/16/intervista-a-tommaso-labate-de-magistris-il-dritto-se-vince-vince-lui-se-perde-perdono-gli-altri/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2011 00:25:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Isidoro Niola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[De Magistris]]></category>
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		<description><![CDATA[Voi ce li avete i vostri eroi? Noi si. Tommaso Labate, interista da 32 anni, calabrese come il principe Milito, e&#8217; uno di loro. E non solo perche&#8217; e&#8217; la seconda volta che ci condede un&#8217;intervista (la prima la trovate qui). Il fatto e&#8217; che Labate per campare fa il giornalista. Di piu&#8217;, fa il giornalista… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/05/16/intervista-a-tommaso-labate-de-magistris-il-dritto-se-vince-vince-lui-se-perde-perdono-gli-altri/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Voi ce li avete i vostri eroi? Noi si. Tommaso Labate, interista da 32 anni, calabrese come il principe Milito, e&#8217; uno di loro. </strong></p>
<p><strong>E non solo perche&#8217; e&#8217; la seconda volta che ci condede un&#8217;intervista (la prima la trovate <a href="http://www.labouratorio.it/2008/02/11/finche-bordin-fa-la-rassegna-i-radicali-non-moriranno-intervista-a-tommaso-labate/">qui</a>).</strong></p>
<p><strong>Il fatto e&#8217; che Labate per campare fa il giornalista. Di piu&#8217;, fa il giornalista che tutti noi che abbiamo almeno una volta scritto un articolo, vorremmo essere. Penna brillante, umorismo tagliente, e un istinto naturale per lo scoop. Perche&#8217; Tommaso Labate non sta la&#8217; a pettinare le bambole. Dove c&#8217;e&#8217; una notizia, c&#8217;e&#8217; lui. E&#8217; lui che ha fatto esplodere Carrocciopoli, <a href="http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/259761/">l&#8217;inchiesta sulla parentopoli leghista</a>, e&#8217; lui che quotidianamente pubblica, sulle colonne del Riformista diretto da Emanuele Macaluso, retroscena e indiscrezioni dai palazzi del potere. L&#8217;accuratezza dei quali si puo&#8217; evincere dal fatto che e&#8217; stato uno dei pochi a dire, con circa un mese d&#8217;anticipo, che <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=ZC13H">De Magistris sarebbe arrivato al ballottaggio al posto del candidato del PD, Morcone</a>. Noi lo amiamo soprattutto per i suoi pezzi sul gioco piu&#8217; bello del mondo (come questa splendida <a href="http://tommasolabate.com/2011/04/10/giovanni-galeone-il-4-3-3-e-la-sinistra-perduta/">intervista al profeta Galeone</a>) ma siccome siamo gente seria gli abbiamo fatto qualche domanda sulla situazione napoletana. Risposte brevi, ma efficaci&#8230;</strong></p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/05/tommaso_labate.jpg"><br />
</a><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2008/02/tommaso_labate.JPG"><img class="aligncenter size-full wp-image-251" title="Tommaso Labate" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2008/02/tommaso_labate.JPG" alt="" width="574" height="136" /></a></p>
<p><strong>1)Tommaso Labate, De Magistris al ballottaggio a Napoli, tu l’avevi  detto sul Riformista in tempi non sospetti (beccandoti ta l’altro  l’accusa di pataccaro). Hai la palla di cristallo o il gruppo dirigente  del Pd è del tutto tetragono alla realtà?</strong></p>
<p>Nessuna delle due. Il risultato, però, era ampiamente prevedibile. Soprattutto dopo il caos primarie del Pd.<br />
<strong>2) A pensar male&#8230;Per chi  hanno votato i sostenitori di Ranieri e Cozzolino, candidati alle  primarie del PD poi annullate? Del resto, a supporto di Lettieri c&#8217;erano  tanti vecchi amici e compagni di partito (Velardi in testa).</strong><br />
Risposta impossibile a domanda (giustamente) maliziosa. C&#8217;è il segreto   di un&#8217;urna in cui però molti democrat hanno voltato le spalle al loro   partito.</p>
<p><strong>3) De  Magistris, tanto attaccato dal PD per la sua scelta di anticipare i  tempi e proporre la sua candidatura, alla fine ha avuto ragione. Ha  dimostrato che la discontinuità rispetto al bassolinismo poteva anche  venire dal di fuori del centrodestra. In teoria adesso il PD dovrebbe  fare fronte comune con De Magistris che ne dovrebbe essere ben lieto. In  pratica? </strong></p>
<p>In pratica de Magistris, che ha rifiutato  l&#8217;apparentamento col Pd, s&#8217;è  messo nelle condizioni migliori. Se vince,  vince lui. Se perde, hanno  perso gli altri.</p>
<p><strong>4) Lettieri parte con l&#8217;11% di vantaggio su De Magistris ma  senza l&#8217;immancabile &#8220;effetto traino&#8221; dei consiglieri/capibastone che al  primo turno portano tanta gente al voto. La tua palla di cristallo cosa  prevede? Ce la farà Lettieri? </strong></p>
<p>Ora de Magistris è il favorito della &#8220;critica&#8221;. Ma Lettieri ha ancora il vantaggio del &#8220;pubblico&#8221;.</p>
<p><strong>5) Terzo Polo: De Mita ha dichiarato che  Lettieri e De Magistris sono due personaggi che non augura alla città di  Napoli; una parte di Fli (Rivellini, in testa) aveva già preferito  Lettieri a Pasquino. Napoli è anche l’unica grande città dove i  terzopolisti sono potenzialmente decisivi. In che modo i dirigenti del  Terzo Polo potranno riuscire a far pesare quel 9% di voti al  ballottaggio? </strong></p>
<p>Come Terzo Polo hanno subito quello che, nel basket, viene chiamato il   &#8220;tagliafuori&#8221;. A prescindere da come finirà, sono sicuro che   l&#8221;&#8221;elettore&#8221; De Mita voterebbe Lettieri.</p>
<p><strong>6) Se per il Pd le elezioni napoletane sono state un  disastro, per il PDL non è che siano andate proprio alla grande con  Lettieri sotto il 40%. Candidatura sbagliata anche a destra, faide di  potere o la crisi del Berlusconismo si fa sentire pure all’ombra del  Vesuvio? </strong></p>
<p>Tutte e tre le cose.  In particolare, il dramma riguarda il rapporto non  spesso risolto tra  Cosentino e la &#8211; chiamiamola così &#8211; base.</p>
<p><strong>7) Il 70% di differenziata promesso da De Magistris in 6 mesi  non assomiglia tanto alla &#8220;Napoli pulita in 2 giorni&#8221; di Berlusconi? Che  opinione hai dell’ex magistrato? Di Pietro ha motivo di essere  preoccupato di conservare il posto di campione del giustizialismo? </strong></p>
<p>Come sindaco non  funzionerebbe (ma è comunque dieci spanne sopra  Lettieri). Come non ha  funzionato indossando la toga. Ma ha dimostrato  un grandissimo fiuto  politico. Ed è molto popolare.</p>
<p><strong> <img src='http://www.labouratorio.it/wp-includes/images/smilies/icon_cool.gif' alt='8)' class='wp-smiley' /> <img src="http://static.ak.fbcdn.net/images/blank.gif" alt="8)" /> Bersani punta forte sui referendum a rischio quorum. Fa bene? Quanto può durare ancora Berlusconi? </strong></p>
<p>Tutto dipende dai ballottaggi. Se li vince a Milano e Napoli, il quorum   non è più un miraggio. E la repentina caduta di Berlusconi nemmeno.</p>
<p><strong>9)  Bersani, toni bassi, pancia a terra, concretezza, e il Pd e la sinistra  sono ancora in piedi. Reggerà o l’esperimento del Pd è comunque votato  al fallimento? Dov&#8217;è finito D&#8217;Alema?</strong></p>
<p>Bersani, per adesso, ha riportato la sua prima grande vittoria da   leader del Pd. D&#8217;Alema lo sostiene, e ripete che lo sosterrà. Segno che,   sulla carta, ha vinto anche lui.</p>
<p><strong>10) Quanto fa male vedere  Mourinho triturato da Barcellona in campionato e champions? Non era  meglio per tutti se fosse restato all’Inter?</strong></p>
<p>Nessun male. Ora c&#8217;è Leo. Rimaniamo stabilmente sintonizzati sul presente, evitando l&#8217;effetto vintage.</p>
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		<title>[Labouratorio &amp; MelogranoRosso] Intervista a Lanfranco Turci: &#8220;Da Milano parte il riscatto nazionale&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2011 00:22:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lanfranco Turci, già presidente dell’Emilia Romagna e della Lega delle cooperative è stato a lungo esponente della corrente migliorista del PCI prima di approdare, più recentemente su lidi socialisti. Di recente, ha promosso con altri compagni tra cui diversi labouranti, il Network per il Socialismo Europeo, un&#8217;associazione che si impegna per la riorganizzazione della sinistra italiana… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/05/16/labouratorio-melogranorosso-intervista-a-lanfranco-turci-da-milano-parte-il-riscatto-nazionale/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Lanfranco Turci, già presidente dell’Emilia Romagna e della Lega delle cooperative è stato a lungo esponente della corrente migliorista del PCI prima di approdare, più recentemente su lidi socialisti. Di recente, ha promosso con altri compagni tra cui diversi labouranti, il Network per il Socialismo Europeo, un&#8217;associazione che si impegna per la riorganizzazione della sinistra italiana attorno a un forte partito popolare di sinistra collegato al Socialismo Europeo. L&#8217;associazione ha promosso il sito <a href="www.melogranorosso.eu">MelogranoRosso</a>, che pubblica congiuntamente a Labouratorio quest&#8217;intervista sull&#8217;esito del voto amministrativo.</em></p>
<p><strong>Lanfranco Turci, come commenti i risultati delle amministrative di ieri? Ha perso Berlusconi?</strong></p>
<p><strong></strong> Sì! Usando parole che non mi sono congeniali, si potrebbe dire che con Milano è cominciata la nostra autocritica nazionale per la vergogna che abbiamo condiviso o subito per vent’anni, per  un governo e un leader che ci hanno resi ridicoli di fronte a quello che con parole ancora razziste si definisce il mondo civile. La pulizia è appena cominciata, ma stavolta non credo possibile un recupero di Berlusconi.</p>
<p><strong>Un dato interessante è l’arretramento della Lega, tanto a Torino quanto a Milano. Quali pensi possano essere le opzioni per il partito di Bossi nell’immediato futuro?</strong></p>
<p>Credo che per la lega diventi sempre più difficile la doppia linea di partito di lotta e di governo,soprattutto di governo di coalizione con Berlusconi.L’elettorato leghista è populista e popolare,barricadiero e razzista. Non ama i salotti, i troppo ricchi, i frequentatoti dei palazzi e le dame di regime. D’altro lato il federalismo fiscale è solo un casino amministrativo,che la Lega fin che può agita come metafora di autogoverno e secessione.Ma alla lunga il gioco non tiene.Credo che la Lega più prima che poi lascerà il Berlusconi perdente e si ributterà nel radicalismo tipico delle altre destre razziste e scioviniste d’Europa. Bisogna parlare al suo elettorato popolare con una proposta di sinistra che sappia recuperare le ragioni dello scontro sociale e proporle come alternativa a quelle della contrapposizione razzista e localista.Tutt’altra cosa che le strizzatine d’occhio fatte ancora recentemente da Bersani.Per non parlare dell’equivoco della costola della sinistra,che scambiava il dato sociologico con le idee e i valori.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/05/turci.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4441" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/05/turci.jpg" alt="" width="384" height="288" /></a></p>
<p><strong>Qual’è il tuo giudizio sullo straordinario risultato di Giuliano Pisapia a Milano? Qual’è la lezione da trarre per la sinistra a livello nazionale?</strong></p>
<p>Quando per  primo Franco D’Alfonso mi chiese un’opinione se partecipare al nascente progetto di Pisapia candidato alle prlmarie, non ebbi alcun dubbio.Ho poi discusso con amici del PD convinti che Pisapia fosse troppo a sinistra. Con vecchi compagni del Pci ancora fermi allo schema che ci voleva un moderato tipo De Bortoli.Avevano torto.Ora c’è rimasto solo quel genio(?) politico di Cacciari a sostenere che si doveva candidare Albertini! Il PD milanese ne ha tratto un buon dato elettorale,anche se al di sotto delle politiche del 2008.Questo è positivo,come è positivo che il centro sinistra unito abbia rivinto a Torino.Ma Pisapia è una storia diversa,che insegna a non farsi prendere dal complesso dei ” moderati”,che dice che c’è una sinistra vincente che non deve per forza avere fatto il bagno nelle acque tiepide e insipide del PD. Non credo che Pisapia a Torino avrebbe preso la posizione di Chiamparino e Fassino sulla FIAT,eppure ha battuto lo stesso la Moratti. Mi auguro che il risultato di Pisapia dia un po’ di coraggio a Bersani a ridimensionare l’ala liberale e clericale del PD. Ma mi auguro prima ancora che Sel prenda da quel risultato, e da un dato nazionale complessivo che la conferma in gioco, la forza per darsi un più netto profilo culturale e organizzativo di un serio partito di sinistra socialista di tipo europeo. A quella ipotesi mi sentirei di dare una mano anche personalmente.</p>
<p><strong>Come giudichi il risultato del PD? Bersani in una dichiarazione prima del voto aveva dichiarato che in l’asticella della vittoria era fissata per la vittoria al primo turno a Torino e a Bologna, e per i ballottaggi a Milano e Napoli. Pensi che sia giustificato rivendicare la vittoria?</strong></p>
<p><strong></strong> Bersani può essere contento di Torino e Milano, deve avvertire lo stallo a Bologna e in tutte le regioni rosse, dove avanzano i grillini.E deve meditare sul disastro al sud, in Calabria dove è ridotto ai minimi termini un PD che sembra la copia della vecchi Dc meridionale e a Napoli dove paga ancora il prezzo del bassolinismo.</p>
<p><strong>Quale pensi che sarà il ruolo del terzo polo e come giudichi il suo risultato nelle sfide chiave?</strong></p>
<p>Il terzo polo si è dimostrato abbastanza inconsistente. Sarà opportuno cercare il suo consenso nei prossimi ballottaggi,anche se credo che lo distribuiranno con calcoli puramente di bottega. Ma chi ancora ieri l’altro puntava sulla prospettiva di un asse PD -terzo polo come alternativa a Berlusconi dovrà rifare i suoi conti.Se il PD facesse in futuro una scelta del genere potrebbe trovarsi alla sua sinistra un campo di forze per quanto composito di più del 20%.dell’elettorato. Continuo a pensare che la sinistra può vincere in futuro sulla base della costituzione di una grande partito popolare più nettamente di sinistra dell’attuale PD(anche se costituito con parti consistenti del PD),che riprenda il tema della giustizia sociale,che riparli ai lavoratori e ai ceti popolari,anche se molto trasformati  in confronto alla fisionomie sociali del passato.Un partito che non abbia paura a riusare la parola capitalismo per esprimere le ragioni della sua opposizione e che si colleghi alle forze nuove presenti nel socialismo europeo.Un partito del genere potrebbe fare esplicite alleanze politiche e elettorali con forze di centro senza snaturarsi e rinnegare se stesso.L’esatto opposto di quanto fatto con la costituzione del PD.</p>
<p><strong>La vicenda napoletana continua a mostrarsi complicata da decifrare, come leggi il risultato di De Magistris e il magro bottino dei candidati tanto del PD (e SEL) quanto del PDL? C’è qualche dinamica che reputi importante anche in chiave nazionale?</strong></p>
<p>La mia impressione tutta esterna è che Sel e molti nel PD non abbiano capito che De Magistris si presentava come il solo candidato in grado di rompere con una continuità ormai indifendibile.Io per ragioni di pelle non sopporto i demagoghi, i Di Pietro, i Grillo et similia. Non mi piacciono neppure i partiti delle procure.Ma ho l’impressione che sia un errore anche l’antigiustizialismo di principio,e che in questo caso abbia fatto  velo a capire il ribollimento che maturava nell’elettorato napoletano .Un ribollimento che fa onore a una città tanto martoriata.</p>
<p><strong>Come giudichi il risultato delle liste dei “grillini” su tutto il territorio della tua “Emilia Rossa”? Pensi anche tu, come molti labouranti, che qualche consigliere rompicoglioni non possa che fare bene alla sinistra e alle istituzioni in generale?</strong></p>
<p>Sì,a malincuore devo dire di sì. E’ certo però che il grillismo può essere capito solo come un atteggiamento di transizione, se no diventa una malattia più grave dei mali che vorrebbe curare.</p>
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		<title>[Lab intervista Baccaro] I sindacati? Destinati a scomparire</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 11:08:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicolò Cavalli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lucio Baccaro è docente di Macro-sociologia presso l&#8217;Università di Ginevra dopo una laurea &#8220;summa cum laude&#8221; in filosofia presso La Sapienza, un MBA, un dottorato a Pavia e un secondo dottorato al prestigioso MIT, Massachusetts Institut of Technology. Dal 2004 al 2005 e&#8217; stato &#8216;Head of Research&#8217; presso l&#8217;istituto di ricerca dell&#8217;International Labour Organization (ILO). I suoi… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/04/14/lab-intervista-baccaro-i-sindacati-destinati-a-scomparire/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.unige.ch/ses/socio/luciobaccaro.html">Lucio Baccaro</a> è docente di Macro-sociologia presso l&#8217;Università di Ginevra dopo una laurea &#8220;summa cum laude&#8221; in filosofia presso La Sapienza, un MBA, un dottorato a Pavia e un secondo dottorato al prestigioso MIT, Massachusetts Institut of Technology. Dal 2004 al 2005 e&#8217; stato &#8216;Head of Research&#8217; presso l&#8217;istituto di ricerca dell&#8217;International Labour Organization (ILO)</strong><strong>. I suoi interessi si focalizzano sull&#8217;interazione tra forze economiche e sociali, e sul modo in cui tale interazione modella le norme che regolano le società capitalistiche contemporanee, con particolare attenzione al mondo del lavoro e al welfare state. E&#8217; con orgoglio che Labouratorio presenta questa intervista.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/04/quarto_stato_moderno-d24a7.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4208" title="quarto_stato_moderno-d24a7" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/04/quarto_stato_moderno-d24a7.jpg" alt="" width="440" height="246" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Professor Baccaro, in che relazione i risultati del suo articolo si pongono con la letteratura precedente sul tema?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La letteratura precedente considera il corporativismo, un tema molto caldo alcuni anni fa, poi sostanzialmente abbandonato, come un capitolo chiuso.  Questa ricerca mostra che il corporativismo e’ vivo e vegeto come forma istituzionale, ma non costituisce piu’ un’alternativa negoziata al modello di capitalismo liberale dominante.  Semmai favorisce l’approvazione di riforme di impronta neoliberale anche in paesi istituzionalmente ‘densi’ come i paesi dell’Europa continentale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La sua analisi mette in luce come il “nuovo corporativismo” sia associato ad effetti minori di riduzione della diseguaglianza e anzi ad una redistribuzione del rischio dal capitale al lavoro e del reddito dal lavoro al capitale. Questo processo appare come un processo irreversibile? Avrebbe senso pensare di tornare ad un modello improntato sul “vecchio corporativismo”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Chi fa scienza sociale si comporta come la ‘nottola di Minerva’, che si leva sempre sul far del tramonto, ossia guarda al passato piu’ che al futuro, e nessuna delle scienze sociali e’ particolarmente brava a fare previsioni.  Tuttavia, sulla base di quel che sappiamo, il ritorno a modelli di corporatismo nazionale redistributivo sembra assai improbabile, a meno che il quadro dell’economia internazionale non cambi radicalmente.  A dirla in breve, occorrebbe che gli effetti della globalizzazione si annullino, che si ritorni ad un quadro macroeconomico simile a quello degli anni ’70 con uno spazio ed un’autonomia per politiche economiche nazionali assai maggiori che nella situazione attuale, dei sindacati molto piu’ forti e rappresentativi, e oltre a questo occorrerebbero parecchie altre cose<strong>. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Buona parte del dibattito oggi riguardante i sindacati, ma più in generale le riforme sociali ed economiche, si rimettono alla contemplazione dell’oggettività dei processi economici globali, i quali imporrebbero ben precise scelte. Quanto questo discorso è,  appunto, “oggettivo” e quanto invece frutto di una determinata volontà politica? Insomma, esiste uno spazio per politiche di segno opposto rispetto a quelle teorizzate dal Washington Consensus o esse sono dettate dalla cogenza delle trasformazioni strutturali dell’economia internazionale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io sono dell’opinione che i vincoli dell’economia internazionale siano abbastanza cogenti e che gli attori nazionali, malgrado le differenze di impostazione ideologica, facciano sostanzialmente le stesse cose.  Le differenze ci sono, ovviamente, ma sono piu’ di dettaglio che di sostanza.  Questa opinione non e’ condivisa da molti, direi la maggior parte, dei miei colleghi che si occupano di questi fenomeni, per i quali non c’e’ nessun processo di convergenza tra modelli nazionali.  Io penso che perche’ politiche di segno opposte rispetto a quelle mainstream siano fattibili e’ necessario che cambi profondamente il quadro macroeconomico internazionale.  Gli effetti della crisi finanziaria internazionale, e soprattutto i tentativi di riregolazione della finanza internazionale, avrebbero potuto determinare questo tipo di situazione.  Ma mi sembra che la finestra di opportunita’ si sia ormai chiusa.  Detto questo, occorre distinguere tra ragione e volonta’, tra quel che e’ fattibile, e quel che e’ auspicabile.  Un operatore politico fa quel che ritiene possibile dati i vincoli che si ritrova davanti.   Un idealista articola un nuovo sistema di valori, indipendentemente dalla loro praticabilita’.   Se tutti gli attori politici internalizzano i suddetti vincoli, se nessuno si mobilita per metterli in questione, allora nessun cambiamento e’ possibile.  E’ per questo che i movimenti di mobilitazione collettiva, anche ‘ingenui’, sono per me estremamente importanti.   Solo se un numero sufficiente di individui crede che c’e’ un’alternativa, per quanto irrealista essa possa sembrare, l’alternativa esiste.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La crisi organizzativa in cui si trovano oggi i sindacati è testimoniata da una forte diminuzione del numero di iscritti e probabilmente anche della fiducia nel loro operato. Lei tuttavia sostiene che il movimento sindacale continua a rimanere una forza fondamentale per la “organizzazione” dell’uguaglianza in una società. E’ allora possibile che i sindacati escano dalla crisi in cui si trovano? E come?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non so se i sindacati usciranno dalla crisi di rappresentanza, che e’ profonda e che tocca tutti i movimenti sindacali nazionali che conosco, compresi quelli dei paesi in via di sviluppo.  Sicuramente non e’ un problema soggettivo, di strategia: se fosse un problema di strategia, per ragioni puramente statistiche, qualcuno troverebbe la giusta via.  La mia previsione (fallibile, come tutte le previsioni) e’ che tra cento anni si parlerà dei sindacati nella stessa maniera in cui parliamo ora delle organizzazioni di rappresentanza degli interessi agricoli: una volta erano estremamente importanti, oggi esistono ancora ma sono marginali.  Sicuramente la scomparsa dei sindacati sara’ un fenomeno graduale e per molti anni ancora gli attori politici si troveranno a fare i conti con loro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per quale motivo i sindacati si sono trovati ad accettare e gestire riforme che, fino a poco tempo prima, nessuno avrebbe pensato ipotizzabili? E com’è possibile che non vi sia stata una forte opposizione del tessuto sociale, ma anzi una sostanziale accettazione delle stesse? </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La risposta e’ quella offerta da Margaret Thatcher: ‘There Is No Alternative’ (TINA).  Se ci mettiamo dal punto di vista dei decisori sindacali non e’ che le alternative fossero particolarmente invitanti.  Prendiamo il caso dell’Italia.  Se i sindacati non firmano la riforma delle pensioni del 1995 o del 2007, ci sono buone possibilita’ che torni Berlusconi (o chi per lui) e ne faccia una ancora piu’ penalizzante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che dialettica c’è stata, nel movimento sindacale, tra i gruppi favorevoli a tentare di “governare” le riforme neo-liberali e invece le frange minoritarie e riottose? Vi è stato un vero dibattito di prospettiva e strategia? E quanto hanno influito, in questo processo, le posizioni dei partiti storicamente più vicini ai sindacati?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La mia impressione e’ che a livello politico non ci sia stato nessun dibattito vero: la sinistra italiana, storicamente una fucina di innovazioni culturali cui hanno attinto i politologi internazionali per decenni, non ha proposto nessuna analisi innovativa, ha semplicemente interiorizzato le ricette neoliberali dominanti – per esempio che la disoccupazione e’ dovuta a rigidita’ del mercato del lavoro, che la crescita richiede ‘riforme strutturali’ (ma cosa saranno mai?), ecc. – cercando di renderle socialmente piu’ gestibili e digeribili.  In generale, si e’ proposta di governare i processi di ristrutturazione internazionale.  Al massimo ha abbracciato l’ideologia della terza via elaborata altrove, tutta centrata sul miglioramento delle opportunita’ individuali di impiegabilita’ e di sviluppo del capitale umano.  Occorre dire tuttavia che in Italia lo spazio di azione politica autonoma e’ reso ancor piu’ limitato che altrove dall’enorme peso del debito pubblico.   A livello sindacale ci sono invece delle frange di resistenza, sempre piu’ limitate in termini numerici, e da decenni ridotte alla sola CGIL, ma non mi sembra che queste frange abbiano saputo produrre molto piu’ che la difesa della cittadella assediata delle situazioni pre-esistenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel suo articolo, Lei afferma che la partecipazione dei sindacati ai tavoli del policy-making ha fatto in modo che le categorie maggiormente rappresentate nelle strutture sindacali stesse (i cosiddetti insider), siano stati toccati in maniera minore rispetto ai lavoratori appartenenti a categorie non sindacalizzate, come giovani e lavoratori temporanei. A cosa può condurre, anche in prospettiva, questa dialettica tra insider e outsider?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">E’ una situazione molto pericolosa per il sindacato.  Se perde, oltre ai membri, la legittimita’, se (come negli Stati Uniti) e’ percepito come ‘special interest’ invece che portatore di interessi e progetti almeno potenzialmente generali, il sindacato e’ finito.  Ma e’ anche una situazione molto difficile da gestire.  Il riequilibrio tra insider e outsider richiede una ridistribuzione interna.  Questa e’ molto piu’ facile da attuare quando il paese cresce del 3% all’anno.  Si tratta di far crescere di meno i gruppi piu’ favoriti, e di piu’ gli altri.  Ma quando, come dal 1992 a questa parte, il paese e’ fermo il riequilibrio richiede perdite secche per qualcuno, e questo e’ molto difficile per qualsiasi organizzazione, non solo il sindacato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche a causa della cristallizzazione dei benefici in ambito lavorativo, le giovani generazioni si trovano spesso ai margini del mondo dell’impiego. Cresce il fenomeno dei NEET (not in employment, education or training) e la disoccupazione in Italia raggiunge il 28% nelle fasce d’età giovanili, tanto che da molti viene sostenuto come il vero sistema di welfare italiano sia la famiglia. In questo modo, tuttavia, il vincolo di dipendenza tra figli e genitori si solidifica e si protrae nel tempo, al rischio di intaccare l’autonomia delle giovani generazioni. Potrebbe essere la disponibilità di questo paracadute a fare in modo che gli outsider non riescano ad organizzarsi per la difesa dei propri interessi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certo, la presenza di forti legami di solidarieta’ endofamiliare, con la pensione del nonno che sovvenziona la disoccupazione o inattivita’ del nipote, potrebbe spiegare perche’ gli esclusi non percepiscano ancora la situazione come catastrofica, e quindi perche’ non si organizzino per cambiarla, anche solo come semplice meccanismo di difesa.  Tuttavia, le teorie principali sulla mobilitazione collettiva sostengono che quel che spiega meglio la mobilitazione collettiva non e’ la presenza di ‘grievances’, ossia di situazioni di disagio, ma di forme organizzative pre-esistenti anche se legate ad altre tematiche, e di risorse associate.  E’ una situazione che non so spiegarmi, se non ricorrendo a categorie molto generali di stampo culturalista: il fatto che l’Italia, soprattutto al Sud, sia un paese rassegnato, che non ci sia mai stato un processo di mobilitazione nazionale, che l’attitudine generale sia quella del ‘piegati giunco che passa la piena’.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se il policy-making corporativo di “nuova generazione” si è dimostrato deleterio per il welfare delle nazioni in cui questo è stato maggiormente attuato (come in Italia, dove il 45% del reddito è detenuto dal 10% della popolazione), quale altro tipo di assetto delle relazioni industriali è immaginabile? Esiste la possibilità di sviluppare un nuovo e differente modello di organizzazione del lavoro nei paesi considerati?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non direi che il policy-making corporativo sia stato deleterio.  Semplicemente, che i suoi risultati non sono molto diversi da altri tipi di formazione delle politiche pubbliche.  Quanto all’assetto delle relazioni industriali, io non sono a priori contro la contrattazione nazionale.  Credo anzi che in alcuni casi sia indispensabile.  Lo scambio politico in particolare permette ai sindacati di allargare la sfera di influenza dal mercato del lavoro a quello delle politiche pubbliche.  Tuttavia, per contrattare occorre essere forti, e avere delle alternative strategiche.  Dunque il problema del sindacato e’ quello ritornare a far bene il proprio mestiere di rappresentanza dei lavoratori sui luoghi di lavoro; di tutti i lavoratori e in tutti i luoghi di lavoro. Non sono sicuro che i sindacati ci riusciranno, ma lo spero.<strong> </strong></p>
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		<title>[Eurofuturismi] La Grecia insegna. Cambiamo l&#8217;Europa!</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 11:04:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Demi Romeo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La crisi del debito, che di recente ha colpito la finanza portoghese, conferma i timori espressi già in passato da Labouratorio circa il ruolo dell’Unione Europea e le difficoltà incontrate dal suo modello di sviluppo economico e territoriale. Mentre si pensa ad una nuova prospettiva di mutamento politico volto alla risoluzione internazionale e solidaristica della crisi… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/04/14/la-grecia-insegna-cambiamo-leuropa/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La crisi del debito, che di recente ha colpito la finanza portoghese, conferma i timori espressi già in passato da Labouratorio circa il ruolo dell’Unione Europea e le difficoltà incontrate dal suo modello di sviluppo economico e territoriale. Mentre si pensa ad una nuova prospettiva di mutamento politico volto alla risoluzione internazionale e solidaristica della crisi – che investe direttamente il mercato del lavoro e la fiducia delle economie periferiche in Europa – tuttavia oggi il dibattito si svolge tra la necessità di proteggere la moneta unica dal pericolo inflazionistico e l’esigenza di venir incontro a quella fetta crescente di disoccupati.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’autorevole analisi di George Papandreou – Presidente del Governo greco e numero 1. dell’Internazionale Socialista –, in merito al dibattito sul futuro dell’Ue e sui notevoli effetti causati dalla crisi finanziaria negli equilibri democratici dei Paesi debitori, fornisce un contributo di fondamentale importanza che ci aiuta a comprendere meglio quei bisogni essenziali manifestati finora dai cittadini europei, come: il dotarsi di istituzioni democratiche; oppure la volontà di estendere la coesione sociale oltre la logica che promuova la competitività delle imprese e l’offerta di lavoro a basso costo, piuttosto che non intervenire sull’entità delle transazioni finanziarie, sull’erosione della sovranità sociale nell’agenda dei governi nazionali e sulla concetrazione del potere economico, già a discapito dell’esercizio democratico e del diritto al lavoro.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La ‘rivoluzione democratica’, allora, può diventare il veicolo mediante cui trasformare il concetto classico di competitività nell’assetto produttivo, pertanto quale nuovo elemento per far misurare l’Ue con l’abbondante industrializzazione dei Paesi situati al di là degli Urali. Per questo l’Agenda politica dei Socialisti europei proporrà di modificare il Patto dell’Euro sui temi dell’occupazione e avanzerà una generale proposta volta alla realizzazione di una Europa sociale ed inclusiva.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/04/papandreou4.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4205" title="papandreou4" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/04/papandreou4.jpg" alt="" width="500" height="333" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">(di George Papandreou, discorso del 29 marzo 2011)</p>
<p style="text-align: justify;">1. I MITI DELLA DESTRA EUROPEA</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie per essere qui e per la solidarietà che ci date in questa fase  difficile. Voglio dire alcune cose, perchè il problema greco sta diventando il problema di tutto gli stati periferici. Qualcuno parla di  PIIGS. Ma questo credo colga il punto di alcuni dei principali problemi  che abbiamo in quanto europei e, direi, riguardo a dove l’Europa voglia  andare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il bisogno di un’Europa che sia socialmente giusta, governata in  maniera democratica e in grado di affrontare  le molte sfide che  abbiamo di fronte, che non sono solo finanziarie. Riguardano l’ambiente,  la creazione di posti di lavoro, la competitività. E come movimento  progressista, anche la nostra visione del mondo che sta cambiando così  rapidamente, come in Nord Africa.<br />
Credo che il nostro ruolo non possa che essere quello di umanizzare e  democratizzare la nostra economia e la nostra società a livello globale,  europeo e nazionale. E lo dico perchè i conservatori stanno creando un  gran numero di miti, e spesso usano la Grecia per alimentare questi  miti. Allora voglio rispondere.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno di questi miti è che il mercato risolverà i problemi. E’ un mito che  conosciamo bene. Sulla Grecia, e ora sul Portogallo, dicono che se  facciamo quel che è giusto, quel che è necessario, tutto andrà per il  verso giusto.<br />
Il dato di fatto è che la Grecia ha attuato grandi cambiamenti. Abbiamo  dovuto prendere decisioni difficili a causa del debito che abbiamo  trovato dal governo precedente. Le pensioni e gli stipendi sono stati  ridotti. Ma siamo riusciti a raggiungere i tagli di bilancio previsti.  Abbiamo fatto sacrifici enormi per evitare la bancarotta, intraprendendo  programmi di aggiustamento fiscale aggressivi e riducendo così il  deficit del 6%. Nessuno credeva che ce l’avremmo fatta.<br />
Cambiare la Grecia non è, ovviamente, solo far fronte al debito. E’  aprire nuove opportunità, rompere i privilegi e raggiungere il nostro  potenziale economico.<br />
Abbiamo cambiando il nostro sistema fiscale, per renderlo più giusto ed  efficiente. Abbiamo fatto una riforma del bilancio per tagliare gli  sprechi e ridurre le spese. Abbiamo raggiunto la piena trasparenza:  tutto è online, ogni singola spesa del governo in Grecia è su  internet. Abbiamo decentralizzato il governo e cambiato il sistema di  governo locale.Abbiamo aperto più di cento professioni che fino ad oggi  erano chiuse. Stiamo tagliando la burocrazia per permettere  investimenti rapidi. Abbiamo cambiato il sistema pensionistico per  renderlo sostenibile. E abbiamo lanciato programmi per rendere  efficienti oppure privatizzare le infrastrutture pubbliche, dalle strade  ai porti e gli aeroporti.<br />
Grazie a questo la Grecia sarà uno dei pochissimi paesi con un surplus  di bilancio primario nel 2012. Questo è possibile perchè la Grecia non è  un paese povero. E’ un paese che ha avuto un governo inadeguato. Ecco  perchè la questione della governance democratica è così importante.<br />
Sperpero di risorse, politiche clientelari anzichè meritocratiche,  privilegi per pochi. Certamente anche carenza di trasparenza e  corruzione. Queste sono le vere cause della crisi greca.<br />
Ma nonostante tutto quello che abbiamo fatto, non vediamo risposte dal  mercato. Ci sono molte ragioni, certo. C’è panico diffuso, una recessione  che continua, misure di austerity che frenano. Sono elementi che certo  non aiutano la crescita di mercato. E senza dubbio ci sono anche delle  falle nell’architettura della nostra moneta comune: nessun Tesoro  comune, nessun vero coordinamento delle politiche economiche. E  l’elevata insicurezza nei mercati, la preoccupazione verso la crescita  del debito, la scarsa trasparenza delle agenzie di rating. Tutto ciò  danneggia la nostra economia e le nostre prospettive.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco perchè credo sia importante che l’Europa abbia preso una decisione  di solidarietà. Dimostra che possiamo avere la forza di cambiare e di  proteggere e far crescere le nostre economie.<br />
Ma siamo troppo rassegnati all’idea che il mercato da solo risolverà  tutto. In fin dei conti, l’Europa ha creato un meccanismo per  intervenire sui mercati in solidarietà alla Grecia, per garantire il  nostro futuro comune. Magari possiamo discutere se ha fatto abbastanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo mito è che la vera profonda causa della crisi greca fosse  l’eccesso di spesa dovuto al welfare. Lo dicevano i conservatori: il  problema è il welfare, è lì che bisogna andare a colipire. Invece,  debito e deficit erano in realtà conseguenze della cattiva  amministrazione. Non sono certo le pensioni, la scuola o il sistema  sanitario la causa dell crisi in Europa. Credo anzi che se guardiamo a  dove la crisi è cominciata, negli Stati Uniti, ci rendiamo conto che il  problema sta proprio nei mercati finanziari, nella carenza di  trasparenza e di controllo, nelle frodi delle agenzie di rating che  davano AAA ai titoli tossici. Erano pratiche di vera corruzione, che non  erano controllate e che hanno portato gli Stati Uniti e il mondo  nell’abisso e che siamo riusciti a fermare solo attraverso politiche di  tipo keynesiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo dico perchè in molte analisi emerge un paragone tra questa crisi e la  Grande Depressione. E una cosa che emerge da numerosi studi – primi fra  tutti Stiglitz e Krugman – è che al centro di tutto c’è la questione  della disuguaglianza. Da un lato perchè, a causa delle disuguaglianze, la  capacità delle nostre società di mantenere un certo livello di vita si  fonda sull’indebitamento. E abbiamo molti Stati con elevatissimo debito  privato.</p>
<p style="text-align: justify;">2. LE DISUGUAGLIANZE ECONOMICHE E LA RIVOLUZIONE DEMOCRATICA</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c’è un problema politico più importante. Queste enorme dusuguaglianze  economiche hanno creato una straordinaria disuguaglianza di potere. E  la concentrazione di denaro e di potere porta corruzione. Vi voglio dare  solo qualche dato. Rothkoff dice che ci sono circa 6000 persone che  oggi controllano il mondo. Che il 10% della popolazionbe del mondo  controlla l’85% delle risorse. E il 2% controlla il 50% della ricchezza. Mentre ci sono solo 60 stati che hanno un pil superiore a 50  miliardi, sono ben 166 le corporation che fatturano più di 50 miliardi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello della disuguaglianza e della corruzione, è solo un problema  etico? No, è sopratutto una questione di democrazia, di forza delle  istituzioni di fronte al potere dell’economia. Giusto alcuni esempi. Sia  la Norvegia che la Nigeria hanno il petrolio. Ma in un Paese i proventi  vanno allo Stato, nell’altro vanno al ministro. Che significa? E’ un  problema di istituzioni e di governance democratica, ed è una questione  cruciale. Guardiamo a cosa succede nel mondo arabo. Ascoltiamo gli  slogan nelle piazze. Urlano: “Restituiamo i soldi al popolo”.<br />
E’ chiaro che in paesi che non hanno una solida tradizione democratica,  le istituzioni sono deboli e più facilmente controllabili da forti  interessi economici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma oggi, anche nei paesi sviluppati, abbiamo un  problema analogo. Ve lo dico con le parole di Jeffrey Sachs sul Financial  Times: oggi la differenza tra Repubblicani e Democratici negli Stati  Uniti è che i repubblicani prendono i soldi dall’industria petrolifera, i  democratici da quella di Wall Street. Non so cosa sia meglio, ma questo  esempio mostra quali enormi poteri debbano fronteggiare le istituzioni  democratiche.<br />
E’ una questione di democrazia. I politici eletti perdno potere  nell’economia globalizzata. Perciò è comprensibile che i nostri giovani  dicano “Perchè voi politici non decidete?”. Ecco, è perchè non abbiamo  il potere che le persone credono che abbiamo. La democrazia è minata.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci serve una <strong>rivoluzione democratica</strong>. Dobbiamo rafforzare le nostre  istituzioni, e credo che questa sia la questione cruciale per l’Europa.<br />
Se mostriamo che, come Europa, siamo in grado di lavorare insieme, in  modo democratico e seguendo i voleri del popolo, possiamo risolvere  molti problemi.</p>
<p style="text-align: justify;">3. NUOVE REGOLE PER IL MERCATO COMUNE. LA TASSA SULLE TRANSAZIONI FINANZIARIE</p>
<p style="text-align: justify;">Questo mi pare ci porti a un altro problema. Si dice che i profitti e  l’economia funzionano così. Nell’economia globalizzata significa che i  profitti si spostano verso le economie emergenti, dove senza dubbio ci  sono più ricchezza e migliori standard di vita.<br />
Ma non sta andando esattamente così. In realtà, la ricchezza non si sta  spostando verso i paesi in via di sviluppo, ma verso la “stratosfera”,  verso i ricchi. Certo, qualcosa sta andando ai lavoratori indiani o  cinesi, mentre è portato via ai lavoratori occidentali. Ma la maggior  parte della ricchezza, in questo mondo globalizzato, va verso un’altra  dimensione. Verso un altro mondo che ha ben poche regole, nessuna  accountability, nessun confine e pochissime tasse. Non è una  competizione tra Asia, Europa e Stati Uniti.  E’, in fin dei conti, un  confronto tra il popolo e una nuova classe che sta crescendo a livello  globale. Stiamo assistendo ad una clamorosa concentrazione di potere,  con ricchezza, media, armi, conoscenza nelle mani di pochissimi. La  questione dell’evasione fiscale non è, ad esempio, solo un problema  greco.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno dice che ogni anno l’evasione fiscale in Europa raggiunge i 100  miliardi di euro. Ecco perchè noi abbiamo proposto uno strumento  semplice: <strong>la tassa sulle transazioni finanziarie</strong>. E’ uno degli strumenti  per costruire una governance economica globale. Giorni fa ho avuto uno  scontro, al Consiglio Europeo, perchè alcuni membri dicevano che la FTT è  aplicabile solo a livello globale. Cioè è impossibile da applicare,  perchè non ci sarà mai una tassa globale. E allora ho detto, e devo  ammettere che con me c’erano anche alcuni conservatori: “Cominciamo  dall’Europa, cominciamo dall’Europa!” In questo modo abbiamo ottenuto di  dare alla Commissione il mandato di formulare una proposta attuabile  entro la fine dell’estate. Ma questo non significa che la battaglia è  finita. Anzi, la battaglia è appena iniziata. E dobbiamo continuare  l’iniziativa.</p>
<p style="text-align: justify;">4. LA COMPETITIVITA&#8217; SECONDO I SOCIALISTI EUROPEI</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, fatemi dire un paio di cose sulla competitività. Recentemente  abbiamo definito il Patto per l’Euro. Abbiamo fatto un grande lavoro,  insieme al Parlamento, per far si che il Patto non fosse uno di quei  vestiti pronti per ciascuna taglia e per ciascun Paese. Ma ci sono  diversi punti di vista rispetto a cosa significa competitività, come  rispetto ai temi della convergenza, della crescita e della creazione di  posti di lavoro. Sono punti importanti, sui quali i Socialisti devono  continuare a dare battaglia per cambiare il Patto. Come, senza dubbio, c’è  la questione dell’inserimento dei parametri di rispetto del debito  nella Costituzione. Noi abbiamo detto che ciascun Paese dovrebbe  decidere autonomamente come controllare meglio deficit e debito. Allo  stesso modo, abbiamo fatto una battaglia per far si che il Patto per  l’Euro fosse compatibile con il Trattato: metodo comunitario, rispetto  della giurisdizione e del ruolo della Commissione e del  Parlamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante questo, è chiaro che qui si tocca un punto  ideologico e vediamo che siamo di fronte a un salto economico verso  l’Asia e le economie emergenti. Il punto è: come possiamo competere con  le economie emergenti? Penso che su questo ci siano chiaramente due  differenti punti di vista. Da un lato ci sono i mercati emergenti, che  hanno un vantaggio comparato grazie al bassissimo costo del lavoro, la  carenza di diritti collettivi e talvolta anche democratici, l’assenza di  norme ambientali. Sono vantaggi di corto respiro, ma sono  vantaggi. Vogliamo adeguarci a questo modello? L’Europa vuole adeguarsi a  questo modello? Noi Socialisti, no. Noi vogliamo un modello differente.  Un modello in cui la competitività si basi sulla qualità. C’è ad esempio  un modello nordico, che certo subisce pressioni ma resta un modello che  tiene insieme competitività, lotta alle disuguaglianze e coesione  sociale. Ed è per questo che sembrano essere i paesi più felici del  mondo. Perchè non copiamo quel modello, mentre seguiamo esempi molto  conservatori e neoliberisti? Dobbiamo lanciare un’offensiva. Ovviamente  dobbiamo sviluppare le nostte economie, e senza dubbio gli investimenti e  la crescita sono importanti. Ma centrale è la crescita europea. Ciò che  non possiamo fare a livello nazionale, possiamo farlo a livello di  Europa.</p>
<p style="text-align: justify;">Finanziando il progetto attraverso la FTT e gli Eurobond. Queste  sono possibilità concrete. Gli Eurobond possono essere usati per grandi  progetti, per la green economy, l’innovazione, la società della  conoscenza. Servono infrastrutture per collegare davvero il mercato  unico. I Socialisti devono essere in prima linea su questo fronte.</p>
<p style="text-align: justify;">5. CONCLUSIONI</p>
<p style="text-align: justify;">La mia conclusione è che ci serve un nuovo modello di crescita, di  governance, di cooperazione, anche in Europa. Senza questo nuovo  modello, senza questa prospettiva di giustizia sociale ed uguaglianza,  senza questa transizione verso la green economy e senza più democrazia e  trasparenza, non andremo avanti. Dobbiamo lavorare insieme. La nostra  forza è nell’unità. Certo, è più difficile quando hai da fronteggiare  un’elite di 6000 nel mondo, di 500 o 1000 in Europa. Per loro è più  facile, con i loro jet privati, incontrarsi parlare e decidere. Per noi è  difficile organizzare la società al di là dei confini. Ecco perchè  serve l’Europa. La questione del cambiamento climatico, la crisi  finanziaria, la disuguaglianza, la democrazia, sono questi i comuni obiettivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo di nuovo riunire le forze al di là dei confini e delle  divisioni etniche, su cui la destra gioca. Dobbiamo mostrare che  l’Europa è davvero un’Unione. Possiamo vincere tutte queste sfide. Siamo  forti, se siamo uniti e con l’Unione Europea riusciamo a dare una  prospettiva ai nostri popoli. Possiamo fare la differenza. Sarà una dura  battaglia. Siamo al governo in poche realtà, ma cambieremo l’Europa!</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(fonte: Euprogress.it)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><strong>Demi Romeo_22 anni per adesso. Rompiballe dichiarato e cinico osservatore della società politica di regime, ormai è vittima delle incresciose fasi di mobilità internazionale che lo costringono all’asilo politico presso le sezioni socialiste d’oltralpe. Calabrese sofisticato, stranamente non va pazzo per la ‘nduja.</strong></strong><em><br />
</em></p>
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		<title>[Labouranetwork] Start-up in Italy: il punto con Emil Abirascid</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 11:01:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Baruffi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dalla redazione...]]></category>
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		<description><![CDATA[Francesco Baruffi è il creatore e animatore di Social Buzz Life, un blog sui social network, &#8220;sull’innovazione e sui temi legati allo start-up d’impresa hi-tech e alla finanza alternativa&#8221;. Consulente e advisor finanziario, Francesco ha accettato di collaborare con Labouratorio: tenete d&#8217;occhio la sua rubrica, ci regalerà articoli imperdibili! Alcuni giorni fa mentre con il team di Democenter-Sipe decidevamo… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/04/14/labouranetwork-start-up-in-italy-il-punto-con-emil-abirascid/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Francesco Baruffi è il creatore e animatore di <a href="http://socialbuzzlife.wordpress.com">Social Buzz Life</a>, un blog sui social network, &#8220;sull’innovazione e sui temi legati allo start-up d’impresa hi-tech e alla finanza alternativa&#8221;. Consulente e advisor finanziario, Francesco ha accettato di collaborare con Labouratorio: tenete d&#8217;occhio la sua rubrica, ci regalerà articoli imperdibili!</strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/04/cropped-ruota1.jpg"></a><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/04/cropped-ruota11.jpg"></a><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/04/cropped-ruota12.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4167" title="cropped-ruota1" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/04/cropped-ruota12.jpg" alt="" width="693" height="126" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni giorni fa mentre con il team di <a href="http://www.democentersipe.it/">Democenter-Sipe</a> decidevamo i contenuti del nuovo sito di <a href="http://innovaday.wordpress.com/">Innova Day</a> ci scambiavamo alcune battute sul numero di eventi e di iniziative dedicati alle start-up che ci sono oggi in giro per l’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ da circa due anni e mezzo che mi occupo di creazione d’impresa hi-tech e la sensazione che ho avuto negli ultimi mesi è che il settore si stia evolvendo molto rapidamente. Tra una battuta e l’altra ho pensato che è venuto il momento di fare il punto della situazione. Contattate alcune delle persone che in Italia hanno più il polso della situazione sul mondo delle start-up e sull’ecosistema dell’innovazione e inviate loro alcune domande per capire meglio che cosa sta accadendo: questo è il resoconto.</p>
<p style="text-align: justify;">Così è nato il micro-progetto <strong><a href="http://socialbuzzlife.wordpress.com/?page_id=245&amp;preview=true">“Start-Up in Italy”</a>.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La prima persona che ho contattato è <a href="http://twitter.com/emilabirascid">Emil Abirascid</a>. Direttore della rivista<a href="http://www.lobbyinnovazione.it/">Innov’Azione</a>, giornalista che da anni si occupa di start-up e di innovazione pubblicando articoli su <a href="http://nova.ilsole24ore.com/">Nova del Sole 24 Ore</a>, <a href="http://www.wired.it/">Wired</a>, e che da pochi giorni ha lanciato la nuova versione della piattaforma <a href="http://it.startupbusiness.it/">Start-Up Business</a>. Emil si è dimostrato come sempre cortese e disponibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da pochi giorni è on-line la nuova piattaforma di <a href="http://it.startupbusiness.it/">Start-Up Business</a> uno dei più importanti social network per l’ecosistema dell’innovazione presenti in Italia. Da dove nasce l’idea?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’idea nasce nel 2005 quando feci la prima edizione di <a href="http://www.smau.it/milano10/mini_home/target/percorsi/">Percorsi dell’innovazione</a>, l’area delle startup in seno a <a href="http://www.smau.it/roma11/">Smau</a>. All’epoca in Italia l’ecosistema delle startup non esisteva ancora e l’intuito fu quello di puntare su un fenomeno che negli anni successivi sarebbe cresciuto con ritmi esponenziali. Affinché gli attori di tale fenomeno potessero avere un ‘luogo’ dove incontrarsi e poter condividere risorse, esperienze, opportunità, notizie, idee ho dato vita a Startupbusiness che è nato nel 2008 con il supporto della <a href="http://www.mi.camcom.it/">Camera di Commercio di Milano</a> e oggi è essa stessa una startup che offre anche servizi e collabora con una serie di altri attori che fanno cose per il mondo delle imprese innovative come per esempio <a href="http://www.startupinitiative.com/en/index.html">Intesa Sanpaolo Startup Initiative</a>. Lo scorso 1 marzo siamo andati online con la nuova piattaforma del tutto rinnovata nelle funzioni, nella grafica, nell’offerta. Per registrarsi è sufficiente andare su <a href="http://it.startupbusiness.it/">www.startupbusiness.it</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanti sono e chi sono i membri della community?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I membri di Startupbusiness sono oggi oltre 2100 e sono soprattutto startup, imprese, investitori in capitale di rischio come venture capital e business angel, sono istituzioni finanziarie, sono incubatori, parchi scientifici e tecnologici, università, studenti</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che cosa ne pensi dell’ecosistema dell’innovazione oggi in Italia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Penso che stia vivendo un momento molto interessante perché dopo essere cresciuto esponenzialmente per circa 5-6 anni è oggi di fronte alle necessità di fare un salto di maturazione anche qualitativa. Siamo sulla strada giusta, deve forse passare ancora un po’ di tempo perché alcuni elementi si assestino, per esempio c’è una sorta di corsa a organizzare cose per le startup ma solo una parte di questa offerta è efficace e non mossa da esigenze di marketing, e serve anche che si pensi alle startup innovative considerando tutti i filoni tecnologici, in molti oggi pensano alle startup solo come a quelle che fanno progetti sul web, che va benissimo perché rappresentano una parte importantissima dell’ecosistema, ma se andiamo a vedere quali startup italiane nate negli ultimi anni hanno oggi successo si rileva che esse operano in diversi settori: energie, nuovi materiali, ict, biotech.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se tu dovessi tracciare un profilo del business angel italiano come lo descriveresti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Così come tutti gli attori dell’ecosistema anche i business angel stanno maturando. Oggi in Italia ci sono gruppi di investitori, penso per esempio a <a href="http://www.italianangels.net/">Italian Angels for Growth</a>, che sono in grado di mettere insieme risorse finanziarie e competenze di altissimo livello come mai è avvenuto in passato, sotto certi punti di vista questo modello è anche più efficace di quello del venture capital tradizionale. Credo che, soprattutto in Italia, i business angel, o anche i cosiddetti <a href="http://www.fastcompany.com/magazine/152/rise-of-the-super-angels.html">‘superangel’</a>, stiano giocando e continueranno a giocare un ruolo importantissimo, e credo anche che possano dare un importante contributo anche alla diffusione della cultura dell’imprenditoria innovativa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questo periodo si sente molto parlare di Silicon Valley. Molti italiani in passato si sono trasferiti li. Oggi il fenomeno si è intensificato: molti start-upper – chi per lunghi periodi, chi per alcuni mesi – vanno in Silicon Valley per sviluppare i loro progetti d’impresa o per lanciarli sul mercato. <a href="http://mindthebridge.blogspot.com/">Mind the Bridge</a> è un evento che ha come obiettivo quello di portare li start-upper per svolgere training intensivi. <a href="http://www.bestprogram.it/">Fullbright Best</a> è un programma di borse di studio che porta in USA e in particolare in Silicon valley italiani con una idea d’impresa in testa con l’obiettivo di fare maturare il progetto per poi fare nascere una start-up in Italia. Qual’è la ragione di una così grande attenzione? Perché la Silicon Valley e non ad esempio Bangalore?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Silicon Valley va benissimo ma non è replicabile, non solo in Italia ma in qualsiasi altra parte del mondo, anche all’interno degli Usa non ci sono altri posti così. È importante andare a fare un giro in Silicon Valley per chi vuole fare startup, ma è anche importante comprendere quali sono gli aspetti che possono essere più importanti come per esempio il networking o la cultura dell’innovazione che vede la nuova generazione di imprenditori essere innovativa non solo nelle cose che propone e che sviluppa ma anche nell’approccio: un rapporto di apertura verso i soci di capitale, una considerazione costruttiva del fallimento, una visione efficace della concorrenza e dell’internazionalizzazione. Quindi tutto il contrario dell’approccio che hanno gli imprenditori più tradizionali che vedono nei soci di capitale potenziali predatori dell’azienda, che credono che il fallimento sia macchia indelebile, che affrontano la concorrenza con il piglio dell’individualismo imprenditoriale e che pensano all’internazionalizzazione solo quando si accorgono che il mercato locale è saturo. Questo nuovo approccio al mercato e alle sue regole,che in Silicon Valley è naturale, deve diventare parte della cultura imprenditoriale anche da noi, e sta già avvenendo.<br />
Tu citi Bangalore, ma si possono citare altri posti, il fatto che il modello della Silion Valley sia difficilmente replicabile non significa che anche in altri luoghi del mondo non si possano creare condizioni di fertilità per la nascita di startup innovative, bisogna farlo tenendo presente specifiche caratteristiche e non emulando modelli che difficilmente attecchirebbero. Ma si può fare, anche in Italia basterebbero alcuni accorgimenti per dare slancio: per esempio defiscalizzare il costo del lavoro per le startup innovative per, diciamo, i primi tre anni, in tal modo si favorirebbe la creazione dei posti di lavoro di alto livello creando così anche in terreno fertile per attrarre cervelli stranieri o per favorire il rientro degli italiani all’estero, si favorirebbe la crescita dimensionale delle startup che devono essere viste come multinazionali che muovono i primi passi e si creerebbero posti di lavoro che trascorsi i primi tre anni diventerebbero fonte di entrare per l’erario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che idea ti sei fatto andando in Silicon Valley?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Che è un luogo dove si può imparare molto, dove bisogna andare per mettersi alla prova spingendo il limite più avanti possibile, ottima palestra per chi vuole fare il mestiere dello start upper.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo Te che cosa è possibile esportare in Italia di quel modello?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come ho detto prima, la cultura dell’imprenditoria innovativa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche in Italia soprattutto negli ultimi anni sono nati progetti di valorizzazione di idee e di creazione d’impresa interessanti. Quali sono secondo Te oggi le best practices nel Nostro Paese?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Senza mettermi qui a fare l’elenco dei buoni e dei meno buoni va detto che le startup devono imparare a selezionare gli eventi ai quali partecipare. In linea di massima conviene verificare il settore al quale i singoli eventi si rivolgono, verificare se in palio ci sono premi o se, preferibilmente, ci sono occasioni di incontro con la comunità dei finanziatori anche di tipo industriale. Per individuare gli eventi e le occasioni Startupbusiness è un buon punto di partenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Circa un anno fa hai lanciato un progetto in collaborazione con la rivista <a href="http://www.wired.it/">WIRED</a> – <a href="http://italianvalley.wired.it/">Italian Valley</a>- sulla quale tieni anche una rubrica settimanale dedicata alle start-up. Dove nasce l’idea e quali risultati ha avuto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’idea nasce proprio per dare una vetrina in più alle startup innovative italiane, in fondo il mio Dna è quello di giornalista e come tale dirigo la rivista Innov’azione il cui editore è il <a href="http://www.polotecnologico.it/">Polo tecnologico di Navacchio</a> dove ha anche sede l’<a href="http://www.apsti.it/">Associazione Italiana dei Parchi Scientifici e Tecnologici</a>. Italian Valley è nata originariamente come rubrica sulla rivista, poi ha avuto la sua prima evoluzione online in concomitanza con il progetto <a href="http://www.innovazionepa.gov.it/lazione-del-ministro/eventi-e-progetti/shanghai-2010/italia-degli-innovatori-la-selezione.aspx">Italia degli Innovatori</a> voluta dall’<a href="http://www.aginnovazione.gov.it/">Agenzia per la Diffusione delle Tecnologie e per l’Innovazione</a> che ha portato oltre 200 imprese innovative italiane all’<a href="http://en.expo2010.cn/">Expo di Shanghai</a> nel 2010. I risultati di Italian Valley sono ottimi perché è ottimo il lavoro fatto da Wired in questi due anni, da quando appunto esiste la versione italiana dell’omonima rivista Usa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono gli obiettivi futuri del progetto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi Italian Valley è sia la rubrica che curo sulla rivista sia una delle cinque sezioni del sito Wired.it dove ogni giorno sono pubblicate notizie sulle imprese innovative del Paese e dove vi sono anche blog curati da altri protagonisti di questo ecosistema.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da due anni sei ospite dell’evento <a href="http://www.innovaday.it/">Innova Day</a>. L’evento promosso da<a href="http://www.democentersipe.it/">DemoCenter-Sipe</a> per favorire l’incontro tra start-up hi-tech, innovatori e potenziali partner e finanziatori. Che cosa ne pensi dell’ecosistema dell’innovazione modenese?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Penso che l’ecosistema dell’innovazione non debba avere recinti: settoriali, geografici, anagrafici o di altra natura. Quindi sono convinto che in Italia le imprese innovative oggi possano nascere e crescere ovunque, vedi per esempio i casi di due delle più splendide gemme dell’innovazione made in Italy come sono <a href="http://www.eurotech.com/it/">Eurotech</a> e<a href="http://www.dallara.it/">Dallara</a> che hanno sede in luoghi lontanissimi dai grandi centri urbani. Ovunque significa soprattutto in territori dove riescono a esprimersi grandi potenzialità e sinergie e Modena è oggi uno di questi insieme a, per esempio, Pisa, Trento,<a href="http://www.area.trieste.it/opencms/opencms/area/it/">Trieste</a>. Il lavoro che <a href="http://www.democentersipe.it/">DemoCenter-Sipe</a> ha fatto e che continua a fare è importante perché ha scelto una strada nuova che va oltre quella dei compiti tradizionali di un centro per il trasferimento tecnologico e questa strada sta dando ottimi risultati, ciò è frutto del fatto che la strategia punta alla concretezza con poco spazio per le chiacchiere ed è apprezzata sia dagli investitori, finanziari e industriali, sia dagli start upper.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se dovessi dare un consiglio a una start-up hi-tech che decide di nascere a Modena e in Emilia Romagna che cosa gli diresti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Che è importante fin dal primo giorno considerare il mercato globale, e questo vale che si nasca a <a href="http://www.comune.modena.it/">Modena</a> o in qualsiasi altro luogo. E poi di conoscere molto bene il tessuto industriale della zona.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cambiando completamente area geografica. Oltre ad essere un giornalista molto seguito in Italia sei un osservatore attento dell’ecosistema dell’innovazione e delle economie dei Paesi del <a href="http://lobbyinnovazione.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=332%3Amedio-oriente-culla-emergente-per-le-start-up-innovative&amp;catid=15%3Anumero-005&amp;Itemid=31&amp;lang=it">Medio Oriente</a>. Quali pensi che saranno le conseguenze dei rivolgimenti in atto sui sistemi economici di quei Paesi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I Paesi del mondo arabo contano complessivamente circa 300 milioni di persone che parlano tutte la medesima lingua e oltre il 60% di loro ha meno di 25 anni. Questi numeri da soli mettono in luce le grandi differenze che ci sono, da un punto di vista sociale e anagrafico, con l’Europa. Personalmente credo che ciò che sta avvenendo nella sponda sud del Mediterraneo sia mosso dalle giovani generazioni che hanno bisogno di guardare avanti, di tenere in mano il futuro e ciò non sarebbe stato possibile con i regimi che erano al potere. Sono persuaso del fatto che proprio perché sono i giovani a muoversi non vi saranno derive integraliste e non vi saranno nemmeno migrazioni di massa perché chi vuole cambiare le cose ora lo può fare direttamente in quei Paesi, andare via ora sarebbe un errore, significherebbe perdere le nascenti opportunità. L’area è indubbiamente infiammata e i costi di questa transazione sono altissimi in termini umani e sociali, ma quando la tempesta sarà passata avremo una ‘nazione araba’ più forte, consapevole e, auspico, democratica. Il Medio Oriente e il nord Africa potrebbero diventare l’epicentro del futuro boom economico, i nuovi Paesi emergenti, e li abbiamo qui a poche miglia nautiche dalle nostre coste, una grande opportunità anche per l’Italia e per il suo meridione soprattutto, un treno che, se passerà come mi auguro, non ci potremmo permettere di perdere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I cambiamenti in atto pensi che avranno conseguenze in termini di innovazione anche sul Nostro Paese? Se si quali?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Già oggi nei Paesi delle sponde sud ed est Mediterraneo c’è grande fermento anche dal punto di vista dell’innovazione, come ho detto la popolazione giovane è in maggioranza. In alcuni Paesi, come per esempio il Libano, tutti parlano almeno tre lingue, in molti sono tornati dopo esperienze in Usa o in Europa, grandi gruppi industriali stanno investendo. Recentissima è la nascita del <a href="http://www.lobbyinnovazione.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=818%3Apalestinian-technology-venture-fund-mevcf-launches-operations&amp;catid=1%3Ablog&amp;Itemid=15&amp;lang=it">primo fondo per investimenti</a> in società tecnologiche Palestinesi, fondo da quasi 30 milioni di dollari in cui hanno investito anche <a href="http://www.cisco.com/en/US/hmpgs/index.html">Cisco</a> e <a href="http://www.google.com/corporate/">Google</a> e che è gestito da un palestinese e da un israeliano. Se non è un segnale questo!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Negli ultimi tempi si respira un clima abbastanza acceso in Italia tra finanziatori – in particolare fondi di investimento – da un lato e start-upper dall’altro. I primi accusano spesso i secondi di non essere sufficientemente preparati quando presentano i loro progetti di business, i secondi accusano i primi di non finanziare progetti o di fare richieste troppo pesanti. Che cosa ne pensi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Penso che come sempre chi più parla meno fa. In Italia ci sono investimenti attivi di rilievo, ci sono gli investitori che investono e le start-up che promettono bene, ci sono perfino i primi casi di successo. Credo che sia una polemica del tutto superflua perché non vera. Certo non tutti trovano i soldi e non tutte le start-up sono promettenti, normale, ma ci sono anche quelle che promettono e che trovano i soldi, forse dipende solo da chi sono gli interlocutori. Ciò che bisognerebbe fare è eliminare i premi a fondo perduto e puntare invece sugli investimenti anche industriali, una grande azienda che in veste in una start-up perché le tecnologie di quella start-up l’aiutano a rinnovarsi servirebbe all’ecosistema cento volte di più che una manciata di premi perché dimostrerebbe come il processo di rinnovamento del tessuto industriale, economico e produttivo del Paese si è innescato e darebbe una visione in prospettiva molto più efficace. Inoltre scatenerebbe la corsa all’imitazione perché creerebbe valore industriale e non solo finanziario per l’impresa acquirente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un ultima domanda. Qual è secondo te una caratteristica che contraddistingue le start-up italiane rispetto alle altre e che può costituire un punto di forza sul quale puntare per avere successo – si tratta ovviamente di una generalizzazione e come tale sbagliata – ?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si sente spesso dire che in Italia ci sono i talenti, c’è la creatività, c’è l’inventiva ed è verissimo, gli italiani per competenze e visione non hanno nulla da invidiare ad altri nel mondo. Ciò che però serve per tradurre innovazione in valore, quindi in imprese, in posti di lavoro, in nuove possibilità di sviluppo per l’economia, non è solo il talento e la creatività perché questi fattori devono essere accompagnati anche dalla capacità e dalla voglia di fare, di sudare, di sacrificarsi, di scommettere su se stessi, di rischiare al massimo. Torniamo alla cultura dell’innovazione che in molti anche in Italia dimostrano di avere e torniamo alla necessità di fare crescere l’ecosistema non solo in quantità ma anche in qualità e per quello che vedo io il processo è innescato, sono ottimista.</p>
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		<title>[Intervista a Gianni Pittella] &#8220;In Libia emergenza umanitaria, occorreva essere in campo&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 16:16:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Pugliese</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Politica Estera]]></category>
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		<description><![CDATA[Labouratorio continua a intervistare esponenti dei principali partiti sulla crisi libica. Dopo l&#8217;intervista al radicale Marco Perduca, e quella, molto sentita, al ministro degli esteri Franco Frattini, per il Partito Democratico e&#8217; intervenuto Gianni Pittella. 52 anni, Gianni Pittella e&#8217; uno dei vicepresidente del Parlamento Europeo. In passato anche una militanza nei Giovani Socialisti. Nel parlamento europeo… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/03/25/intervista-a-gianni-pittella-pd-in-libia-emergenza-umanitaria-occorreva-essere-in-campo/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Labouratorio continua a intervistare esponenti dei principali partiti sulla crisi libica. Dopo <a href="http://www.labouratorio.it/2011/03/01/labouratorio-intervista-marco-perduca-da-oltre-40-anni-la-nostra-politica-estera-e-letteralmente-dettata-dalleni/">l&#8217;intervista al radicale Marco Perduca</a>, e quella, molto sentita, <a href="http://www.labouratorio.it/2011/02/27/labouratorio-intervista-franco-frattini-anche-nel-centrodestra-c%E2%80%99e-gente-che-non-capisce-la-politica-internazionale/">al ministro degli esteri Franco Frattini</a>, per il Partito Democratico e&#8217; intervenuto Gianni Pittella.</strong></p>
<p><strong>52 anni, Gianni Pittella e&#8217; uno dei vicepresidente del Parlamento Europeo. In passato anche una militanza nei Giovani Socialisti. Nel parlamento europeo si occupa di economia ed integrazione europea. Nel PD, e&#8217; uno degli esponenti piu&#8217; preparati sui temi di politica estera.</strong></p>
<p><strong>1)Tunisia, Egitto e adesso Libia&#8230;Da due mesi il mondo ha gli occhi puntati sull&#8217;infuocata situazione del Nord Africa. Fin dove puo&#8217; arrivare questa ondata rivoluzionaria? E&#8217; davvero rintracciabile un desiderio di democrazia che accomuni le varie rivolte?</strong></p>
<p>Anche i piu accaniti sostenitori del complotto alquaedista hanno dovuto finalmente ammettere l&#8217;origine spontanea e popolare delle sommosse che stanno percorrendo il mondo arabo e che hanno cambiato in pochi mesi la geografia delle dittature con i quali finora l&#8217;Occidente ha trattato appoggi politici ed economici in cambio della stabilita dei rifornimenti energetici e dell&#8217;isolamento dei movimenti fondamentalisti. Questo non vuol dire che in Tunisia, Egitto e oggi nell&#8217;area della regione libica che si sta opponendo al regime di Gheddafi siamo a un passo dalla democrazia compiuta. C&#8217;e ancora molto da fare e l&#8217;Europa ha un grande compito da assolvere.</p>
<p><strong>2)In Libia in particolare si tratta di una rivolta consapevole per la liberta&#8217; e la democrazia o siamo di fronte ad una terribile e cruenta resa di conti fra Clan rivali?</strong></p>
<p>In Libia si fronteggiano un esercito ben organizzato e finanziato dalle ricche casse del raìs e una gran parte della popolazione stanca di essere governata con le leggi ispirate da concezioni feudali e medioevali, come il taglio della mano e del piede per i ladri o le frustate alle adultere, e di vivere sotto il tallone di un dittatore e della sua famiglia. La Libia non e l&#8217;Afghanistan.</p>
<p><strong>3)Quanto è reale il pericolo del Fondamentalismo Islamico in Libia e piu&#8217; in generale nelle varie rivoluzioni in atto?</strong></p>
<p>Credo che se riusciremo a accelerare la transizione verso istituzioni realmente democratiche e sotto la spinta della presa di coscienza politica e civile che Internet ha favorito e fatto crescere tra la popolazione giovanile, la borghesia intellettuale, i piccoli e medie imprenditori, i professionisti, il rischio che la rivolta si faccia risucchiare da uno Stato regolato dalla Sharia sia molto scarso. Stanno chiedendo di entrare finalmente nella modernita non di riscivolare nel Medioevo.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/03/gianni_pittella2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3942" title="gianni_pittella" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/03/gianni_pittella2.jpg" alt="" width="694" height="475" /></a></p>
<p><strong>4)Trattato di Amicizia Italia-Libia. In occasione della sua ratifica, i deputati radicali hanno fatto un ammirevole ostruzionismo in parlamento. In quella stessa votazione il Pd, che oggi condanna Gheddafi, ha invece votato a favore. Troppa Realpolitik da parte del principale partito di opposizione?</strong></p>
<p>La Libia e un partner strategico per lItalia nello scacchiere mediterraneo, speriamo di poter stringere il prossimo accordo di amicizia con i rappresentanti del popolo libico.</p>
<p><strong>5) Le sembra che nel corso delle rivolte le democrazie occidentali abbiano adottato una condotta adeguata? Quanto bisognera&#8217; attendere per una politica mediterranea chiara e strategica dell&#8217;Unione Europea?</strong></p>
<p>In Europa siamo passati da una prima fase di timore e sconcerto per la rapidita e la portata di quanto e successo, che sconvolgeva in pochi giorni rapporti e visioni del mondo mediorientale che avevano garantito per decenni stabilita politica e solidi accordi commerciali, a una prudente apertura e presa datto che ha visto all&#8217;opera soprattutto le singole diplomazie, e&#8217; mancata e manca ancora una politica dellUnione in grado di riposizionare il vecchio continente nel nuovo scenario in una prospettiva di sviluppo e di crescita comune tra le due sponde del Mediterraneo.</p>
<p><strong>6) Cosa pensa dell&#8217;improvvisa e misteriosa chisura della Borsa la mattina dopo il precipitare della situazione a Tripoli?</strong></p>
<p>Probabilmente si e&#8217; impedito che la crisi si ripercuotesse sulla quotazione delle piu grandi aziende italiane in un clima di grande incertezza.</p>
<p><strong>7)L&#8217;Italia ha strettissimi rapporti economici, specie sul piano energetico, con il vicino libico. Ritiene la strategia prima attendista, poi moderatamente interventista adottata dal governo la via migliore per tutelare questi interessi? Qual è la posizione del PD rispetto a questa crisi?</strong></p>
<p>Prima di tutto la crisi libica costituisce un&#8217;emergenza umanitaria, come ha sancito l&#8217;Onu nella sua risoluzione che ha determinato l&#8217;intervento militare e come io stesso avevo chiesto di considerarla da tempo: occorre essere in campo per difendere la popolazione e il suo diritto all&#8217;autodeterminazione, senza calcoli cinici.</p>
<p><strong><img src="http://static.ak.fbcdn.net/images/blank.gif" alt="8)" />Il problema dei profughi provenienti dalla Libia rischia di peggiorare. Di quali strumenti puo&#8217; disporre l&#8217;Italia per impegnare l&#8217;Unione Europea a una gestione comunitaria del problema dei rifugiati e piu&#8217; in generale del paventato rischio di un&#8217;invasione di immigrati dalle coste nordafricane?</strong></p>
<p>L&#8217;Europa e gia intervenuta in mare con l&#8217;Agenzia Frontex nel soccorso ai profughi provenienti dal Nordafrica, ora si deve al piu presto attuare un programma di accoglienza che coinvolga tutti i paesi europei e nel quale lItalia deve fare la sua parte, le dimensioni del fenomeno non sono ancora il fenomeno biblico che la Lega agita davanti agli occhi atterriti dei suoi elettori, siamo ai livelli dei flussi gia gestiti nel 2008, ma e&#8217; chiaro che ci si deve muovere con efficienza e rapidita nel sostegno umanitario a chi fugge da guerra e carestia. Certo prendere in ostaggio gli immigrati di Lampedusa e l&#8217;intera politica estera italiana per ricattare lUe non e&#8217; il miglior sistema per accreditarsi agli occhi dei nostri partner europei e dei futuri governi dellarea del Maghreb.</p>
<p><strong>Matteo Pugliese_20 anni e un’onorata carriera nel Sismi. A dirla tutta, è l’infiltrato di Labouratorio nei servizi.</strong></p>
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