Labouratorio

[il Controeditoriale] Riformisti e conservatori

di Lorenzo Passerini - mercoledì 15 luglio 2009 - 144 views

controeditoriale

Con la dicotomia riformisti-conservatori viene spesso descritto il panorama politico. In tutta Europa nel primo campo vi sono le forze della sinistra socialista, mentre nel secondo quelle della destra moderata. In Italia invece, Paese nel quale la rivoluzione giustizialista ha radicalmente modificato i paradigmi, la distinzione non è cosi netta.

Un chiaro esempio viene fornito dalle posizioni sul mercato del lavoro, confermate dalle recenti reazioni al disegno riformatore di Maurizio Sacconi, Ministro del Welfare del governo di centrodestra, dettagliato in “La vita buona nella società attiva”, il Libro Bianco sul futuro del modello sociale approvato dal Consiglio dei Ministri il 6 maggio 2009.

La nostra società e il mondo del lavoro sono stati attraversati, negli ultimi decenni, da cambiamenti epocali, descritti precisamente nell’analisi di contesto del Libro Bianco: “Le grandi tendenze in atto hanno modificato radicalmente i processi produttivi e gli ambienti di lavoro contribuendo alla nascita di nuovi lavori e di nuove professioni. I modelli organizzativi d’impresa hanno conosciuto innovazioni radicali che segnano la definitiva transizione verso una economia dell’informazione e della conoscenza. Le tecnologie del calcolo e della comunicazione hanno determinato un superamento di sistemi organizzativi rigidamente verticali dove i lavoratori sono stabilmente chiamati a svolgere mansioni predeterminate per uno stesso datore di lavoro. La rivoluzione digitale ha indotto la possibilità che imprese diverse operino in rete favorendo la specializzazione produttiva, le esternalizzazioni e anche fenomeni di delocalizzazione. Aumenta l’autonomia del lavoratore nella realizzazione delle proprie mansioni e progressivamente si stemperano i rigidi vincoli di subordinazione gerarchica e funzionale. Quindi, il prototipo di lavoro subordinato standard non è più la fattispecie di riferimento, nella prassi operativa come nella legislazione sul lavoro.”

Oggi il sistema di ammortizzatori sociali italiano è tarato su un modello organizzativo fordistico, nel quale il profilo standard del lavoratore corrisponde a quello di un individuo di sesso maschile, impiegato nella grande industria e che nel corso della sua esperienza lavorativa rimane dipendente di una sola impresa. Il contesto attuale è radicalmente cambiato, i riformisti e coloro i quali operano per tutelare gli interessi collettivi e dei meno protetti devono necessariamente tenerne conto. Non ci si può permettere di conservare l’esistente. Cosi facendo si difendono i già protetti, gli insider del mercato escludendo gli outsider che non potranno mai avere un contratto a tempo indeterminato. Una forza di sinistra deve difendere i più deboli, non l’interesse esclusivo delle proprie corporazioni di riferimento (i lavoratori della grande industria, gli statali e i pensionati) e deve cercare soluzioni realizzabili ai problemi. Biagi ha infatti aperto la strada verso la moderna protezione del lavoratore piuttosto che del posto di lavoro integrando i sussidi con la formazione e con il sistema dei servizi per l’impiego. Si potrebbe introdurre maggiore flessibilità nel contratto a tempo indeterminato ed aumentare le tutele attive di chi perde il posto di lavoro.

La spesa per la protezione sociale in Italia è ripartita in modo del tutto svantaggioso per le nuove generazioni di lavoratori, garantendo prevalentemente il sistema pensionistico e sanitario.

In Italia soltanto il 18 per cento delle persone in cerca di occupazione riceve un sussidio, mentre negli altri paesi europei, dove la spesa sociale è distribuita in modo meno sproporzionato e non penalizzante, oltre il 70 per cento dei disoccupati riceve un benefit.

Se si riuscisse a garantire un sistema di welfare to work, ovvero un ammortizzatore sociale unico, generalizzato e universale limitato nel tempo e nell’entità del sussidio ed esteso a tutte le categorie di lavoratori (e non soltanto a certe categorie, privilegiate e sindacalizzate), avremmo davvero pari opportunità e copertura per tutti, certamente limitata a brevi periodi, ma finalizzata ad un rapido reinserimento nel mercato del lavoro.

Il cosiddetto schieramento di centrodestra ha avuto il merito di aprirsi, nella legislatura 2001-2006, alle idee e alle elaborazioni di Marco Biagi, proseguendole con l’impegno del Ministro Sacconi, nonostante che esse si ponessero esplicitamente in continuità con il precedente governo avverso, con il Pacchetto Treu. Sul terreno della politica del lavoro, oggi, la contrapposizione tradizionale fra destra e sinistra ha sempre meno senso, le linee di demarcazione tra i veri interessi in gioco sono profondamente cambiate rispetto agli schemi prevalenti del secolo scorso. Marco Biagi lo aveva capito: e questo è il “reato” per il quale sette anni fa i terroristi hanno eseguito la sentenza di condanna a morte.

Un capitolo importante del Libro Bianco di Sacconi è intitolato “Meriti e bisogni”: evidente il richiamo alle parole d’ordine della Conferenza programmatica di Rimini del Psi del 1982. La spinta riformista data da Craxi e Martelli, precursori del New Labour di Tony Blair, merita di essere considerata e presa come riferimento. Avevano infatti intuito il valore sociale della libertà: più l’individuo ha libertà, più è in grado di produrre ricchezza e civiltà. Avevano capito che con il “Welfare State” i lavoratori hanno conquistato la protezione dello Stato e tutte le libertà collettive e che vi era la necessità di innestare elementi di liberalismo sulle radici riformiste. Per questo sono stati oggetto della demonizzazione della sinistra comunista, anche in quell’occasione “in ritardo”.

Una sinistra riformatrice dovrebbe fare proprio un tale patrimonio di idee e di valori, anche oggi però gli eredi del Pci e gli allievi di Berlinguer si limitano alla difesa dello status quo. L’ex-ministro e attuale responsabile del Dipartimento Welfare del PD Cesare Damiano di fronte al progetto di riforma del Governo ha replicato con una logica puramente conservatrice “L’art.18 non si tocca né ora né in futuro”. Nicola Rossi, deputato del PD, ci fornisce, in un’intervista al Corriere della Sera del 20 marzo 2007, una spiegazione a tale rigida posizione: “Onestamente il fatto che la sinistra (postcomunista) non riconosca il lavoro innovativo di Marco Biagi non mi meraviglia per nulla. Non si può essere riformisti per forza. La strada riformista è stata presa dalla sinistra (postcomunista) sempre spinta dagli eventi ma non è nel suo Dna (…) Io ho sempre sostenuto che la Biagi non andava abrogata e mi ricordo benissimo le reazioni negative di tutto il vertice sindacale e diessino. La cultura della sinistra italiana è questa (…) Quella di Cofferati non fu una triste pagina, è semplicemente la storia della Cgil. Bisogna capire che questi non sono episodi ma le espressioni di una cultura molto radicata (…) La radice di questo comportamento sta negli anni in cui la sinistra è stata all’opposizione. E durante i quali sono stati commessi errori che pagheremo a lungo: anziché approfittare per aprire un confronto riformista dentro la sinistra sono stati gli anni della sua radicalizzazione.” Anche oggi, le parole di Damiano non delineano scenari confortanti per i valori del socialismo riformista.

Per operare una scelta di discontinuità che Veltroni ha sempre rivendicato sarebbe stato opportuno affidare la responsabilità del Dipartimento Welfare del partito a Pietro Ichino, oggi deputato del Pd. Egli scrisse infatti, sul Corriere della Sera del 19 marzo 2007 parole di sostengo per le analisi di Biagi e di feroce contestazione per la linea del Pci-Pds-Ds: “la sinistra, per paura di mettere in discussione la propria politica del lavoro dell’ultimo quarantennio, dà del visionario a Marco Biagi quando denuncia quello italiano come «il mercato del lavoro peggiore del mondo»: peggiore non per il tasso di lavoro precario, che è più o meno in linea con il resto d’Europa, ma per il maggior tasso di disoccupazione permanente, di lavoro nero, di esclusione dal lavoro di donne, giovani e anziani. (…) Va anche detto che su tutti questi temi la nostra destra non è più reattiva della sinistra. (…) Anche perché, a ben vedere, il suo schieramento è attraversato da una profonda crepa interna molto simile a quella che attraversa lo schieramento di sinistra, tra conservatori e riformatori. E quanto potesse sentire Marco Biagi come proprio uomo è dimostrato dal volgare insulto rivoltogli davanti alle telecamere, tre soli mesi dopo la sua morte, da un ministro degli Interni del governo Berlusconi”.

È quindi urgente per l’Italia la costruzione di una moderna forza riformista di tipo europeo pienamente integrata nell’Internazionale socialista, seguendo la via indicata da Craxi: la via del socialismo liberale.

Tags: ammortizzatori sociali, bettino craxi, cesare damiano, claudio martelli, conservatori, controeditoriale, europe, Italia, libertà, libro bianco, marco biagi, maurizio sacconi, meriti e bisogni, new labour, nicola rossi, riformismo, riformisti, socialismo liberale, sussidio di disoccupazione, Tony Blair, welfare, welfare to work

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[E poi c'è il mondo...] E se il G20…

di Redazione - lunedì 20 aprile 2009 - 81 views

articolo di Filippo Bovo

g20

Il tempo ci dirà se ciò che abbiamo visto a Londra sia stata l’ennesima ripetizione, allargata stavolta a 20 paesi in luogo dei precedenti sette o otto, dei vecchi e noiosi G8 in cui l’unica nota di colore era portata dalle proteste dei pacifisti e dei no-global. Erano quelli dei G7 e dei G8 frettolosi e superficiali, nei quali si pensava di risolvere i problemi del mondo nel giro di poche ore e soprattutto facendo i conti senza l’oste: parlare dei problemi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina senza neppure una rappresentanza formale o parziale di quest’ultimi è sintomatico di una mentalità da Congresso di Berlino del 1878 e difatti il clan dei paesi privilegiati, in questi suoi vertici contestatissimi, ha agito con ottica e finalità neocolonialiste piuttosto che di illuminato progressismo. Che ci piaccia o meno, di progresso se ne parlava molto di più, e con molta più volontà e maggiori risultati, ai vertici dei paesi non allineati di Bandung, o nei vari patti di Casablanca e di Monrovia che videro muoversi personalità di tutta eccezione come gli indimenticati ed indimenticabili Mitterand, Nkrumah, Nehru, Soekarno, e compagnia bella.

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[A Sinistra ... senza farsi illusioni] Il nuovo ordine può essere peggio del vecchio … guardate la Formula1!

di carlo magnani - giovedì 2 aprile 2009 - 86 views

f1

Non facciamoci illusioni,  dalla crisi economica non si esce necessariamente a sinistra.  La crisi finanziaria non produrrà automaticamente nuove politche socialiste,  la ri-regolamentazione dei mercati da tutti più o meno richiesta può avere esiti molto deludenti.  Le riforme possono rivelarsi pessimi provvedimenti,  e semmai peggiorare le cose.

La prova di tutto questo è nel campionato mondiale di Formula Uno che è appena partito.  Doveva essere un nuovo inizio pieno di promesse,  con regole nuove di zecca per grantire costi bassi,  prestazioni competitive,  gare aperte a più vincitori potenziali,  decretando così la fine del duopolio Ferrari McLaren degli ultimi anni.

La rivoluzione quasi totale insomma,  così profonda da consigliare i rinnovatori ad accontentarsi di quanto già in opera rinviando l’adozione del nuovo regolamento per i punti,  quello che intende assegnare il titolo al pilota che vince più gare a prescindere dai punti complessivi ottenuti (così come inevece è previsto ora).  Un atto di moderatismo che non si può non salutare con un sospiro di sollievo dopo il primo Gran premio australiano di domenica scorsa.  Già, perchè alla bandiera a scacchi ognuno ha pensato,  cavolo qui ci mancavano solo i punti nuovi eppoi eravamo a posto!

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[Giovani Socialisti]Labouranti per l’Unità

di Peppe Potenza - venerdì 26 dicembre 2008 - 96 views

E pur si muove! Non è la presunta frase pronunciata da Galileo Galilei come abiura al sistema eliocentrico, ma è il lento movimento che l’universo dei giovani socialisti italiani  sta compiendo in questi mesi. Un movimento, quello che si è messo in moto nel caldo autunno, che ha bisogno di accelerare, calamitando a se tutti coloro i quali giovani socialisti sono stati, sono e vorranno esserlo. Un movimento che dovrà navigare in mare aperto, imparare a conoscere tutti i poeti e i pazzi che incontrerà per strada, facendo tesoro di ogni volto, di qualche  lacrima o  qualche risata.

Le tetri nubi della crisi economica che da qualche tempo hanno iniziato ad avvolgere ogni angolo del mondo,  lasceranno cadere a pioggia la voglia di nuove conquiste  sociali, il desiderio di essere artefici del proprio futuro, la necessità di diritti che si devono ad ogni essere umano, come il poter scegliere dove, quando e con chi condividere i propri sentimenti. Non è lontana la stagione in cui queste rivendicazioni dei cittadini saranno pressanti e si accentueranno di giorno in giorno quando la lente verrà puntata sull’incapacità di amministrare, spesso legata  a doppio filo a vicende di  malaffare. E allora, quando quel momento arriverà noi, giovani socialisti, dovremo essere pronti;  pronti con la nostra politica, pronti  con una  idea ben precisa di come mettere in campo quelle riforme di struttura che oggi più che mai si presentano indispensabili per una Nazione che voglia avere un futuro. Dal canto nostro dovremo fare un’attenta autocritica su ciò che ha impedito al movimento giovanile di essere linfa vitale per il socialismo italiano. Dovrà essere un’analisi corale, dove tutti dovranno assumersi oneri e onori. Oggi più che mai occorre ripartire dall’anno zero, mettendo  in rete tutti coloro i quali vogliano dar vita ad un movimento caratterizzato da una forte spinte ideale, l’ideale socialista. Quello che andremo a svolgere a gennaio dovrà essere il congresso della Federazione dei Giovani Socialisti Italiani,  l’erede storico di quella fondata nel 1903, quella di cui nel 2003 festeggiavamo i suoi primi 100 anni di storia. Discontinuità, innovazione e collegialità dovranno essere i tre postulati di fondo su cui erigere un nuovo modus operandi.  Dunque non una nuova organizzazione giovanile, ma un’organizzazione giovanile nuova al cui interno ci siano tutti e ripeto tutti quei giovani compagni e quelle giovani compagne che hanno sempre avuto  e vorranno avere il coraggio di essere socialisti in Italia, in Europa e nel Mondo. Il socialismo italiano nel XXI sec. sarà vivo soltanto se noi riusciremo con una matita ed un album a disegnare un sogno, il sogno  di un futuro possibile. Non dobbiamo farlo per noi, ma per tutti quegli uomini e quelle donne che giorno dopo giorno hanno smesso di guardare oltre il proprio naso per la paura di vedere il baratro. E allora lavoriamo per costruire una prospettiva politica che con forza riporti all’esterno la nostra identità e che ci faccia avviare una rivoluzione nella società italiana e che ci consenta di travolgere  i connotati del centro-sinistra. Insomma  la rivoluzione di un autentico riformismo.  Di spunti già ne abbiamo tanti, molti dei quali sono racchiusi nelle tante pagine web della area socialista, altri dovranno essere messi nero su bianco! Facciamolo, facendo diventare la giovanile socialista e i nostri  spazi web, i  naturali punti di riferimento per  quel popolo young che pensa sia possibile una sinistra diversa:  la sinistra socialista.

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[Labouratorio n.37] Ora che la crisi non è più virtuale

di Redazione - lunedì 10 novembre 2008 - 125 views

di Giuseppe Lavalle

E alla fine la crisi da virtuale diventa reale.
Sono cinquantanove le aziende nella provincia di Bologna che hanno mandato in cassa integrazione i propri lavoratori. Tante, purtroppo. Le aziende cominciano a fermarsi, le banche restringono il credito, produzioni e vendite sono quasi dimezzate.
Nell’ultimo articolo parlavo di mito del denaro che da solo crea altro denaro e di centralità del lavoro. Coloro che hanno creato il mito abbiamo già visto che se la caveranno. Mi interessa invece, dal mio punto di vista, come si presentano i lavoratori davanti a questa crisi. 
Ho provato a stilare un elenco, completo ma non esaustivo, poiché si presta ad una marea di possibili combinazioni.

1) Disoccupato. Paradossalmente per lui la situazione non cambia: semplicemente trovare lavoro sarà ancora più difficile.
2) Precario. Lo dice la parola stessa: se prima era piegato adesso, se possibile, si piegherà ancora di più, nella speranza, prima o poi, di diventare flessibile.
3) Lavoratore con mutuo. Ovviamente a tempo indeterminato, ha già passato un anno difficile. Con la crescita dell’Euribor, la sua rata mutuo è passata da 820 euro base a 1.084. Sono 264 euro di differenza al mese, che moltiplicati per 12 fanno 3.168 euro annui. In sostanza si è mangiato non solo la tredicesima ma anche la quattordicesima del suo stipendio discreto. Lui, la proposta di Draghi di agganciare i mutui non all’Euribor, non la lascerebbe cadere nel vuoto.
4) Lavoratore con figli. Al nido paga una retta di circa 600 euro mensili. A scuola, con le 24 ore settimanali, oltre al caro libri dovrà pagare anche l’estensione del servizio realizzato da una cooperativa, o meglio ancora da una qualche istituzione cattolica. All’università il numero chiuso si può definire per censo.
5) Lavoratore in cassa integrazione. A rischio perdita del posto di lavoro, percepisce uno stipendio (il primo probabilmente dopo tre mesi) che man mano diminuisce, e che è pagato dall’INPS, Istituto notoriamente non gravato da debiti. 
6) Lavoratore con contratto non ancora rinnovato. Alcuni attendono ancora il rinnovo di un contratto già scaduto e comunque si preparano allo sciopero generale.
7) Lavoratore single. È quello che sembra stare meglio di tutti, e infatti se non lascia la casa paterna la crisi la può affrontare. Se decidesse, per puro caso, di sposarsi, comprare casa e magari avere pure dei figli, sarebbe la sua fine.

E qui, secondo la definizione classica di lavoratore, dovrei fermarmi. Però, di lavoratori ce ne sono altri, e quindi  inserisco un’altra categoria.

OTTO) Piccolo e medio imprenditore.
È gente che lavora sodo, che spesso non conosce ferie. Sono anni che quando mette la chiave nella toppa alla mattina sa che deve dare il cinquanta per cento dei suoi ricavi al suo socio di maggioranza che non si presenta mai a lavorare.

Questo elenco ha un unico elemento comune: tutte queste persone non hanno avuto ancora nessun aiuto, tanto meno per affrontare la crisi che sentiamo arrivare sulla nostra pelle.
Sono socialista, e più in generale di sinistra, perché queste persone sono la mia prima preoccupazione, non l’ultima. Ma queste sono pulsioni, che un foglio elettronico non potrà mai trasmettere, quindi meglio tornare al nostro ragionamento.
Da anni sentiamo ripetere da tutte le forze politiche che bisogna aiutare le famiglie, specie le più numerose. Ultimamente, a queste si sono aggiunte anche le piccole e medie imprese.
La proposta principe che viene avanzata è quella di detassare la tredicesima. Ma cosa vuol dire detassare la tredicesima? In alcuni casi serve solo a pagare i debiti. In altri, ad avere un paio di mesi di respiro, più o meno.
È la classica misura tampone, l’ennesima. Eh sì, perché noi siamo abituati bene, a noi piace correre e tappare le falle quando diventano crepe.
Occorre invece, per avere un impatto significativo, una diminuzione strutturale delle tasse sul lavoro, che permetta di rilanciare i consumi e di conseguenza la produzione.
Per fare questo, a detta degli economisti che hanno sottovalutato la crisi, occorrono risorse che in Italia sono risicate. E se non bastasse, ci sono anche dei rischi: la spirale inflazionistica, l’aumento del debito pubblico e lo sfondamento del tetto del 3%.

C’è una litania che sento ripetere da anni e che recita più o meno così: “occorre ribadire il primato della politica”. Bene, dico io, vediamo. Siamo capaci? Allora non c’è momento migliore.
Scenderei in piazza per questi motivi, e lo farei, insieme agli studenti.
Nell’ultimo numero di Labouratorio ho letto con molto piacere l’articolo di Antonello sul movimento  studentesco, specie quando parlava di “saldatura”.
La saldatura tra il movimento studentesco e quello dei lavoratori può avvenire perché sono dalla stessa parte della barricata. Se anche l’operaio vuole il figlio dottore, credo che il figlio dottore voglia che il padre operaio non resti davanti alla pressa per quattordici ore, e in tali difficoltà economiche.
L’unica cosa che non vedo ancora, per rafforzare movimenti e saldatura, sono i partiti, in special modo quelli di sinistra.

Se infatti la contestazione post decreto va bene per la società civile e per i sindacati, non va bene invece per i partiti, o anche solo per coloro che vogliono provare ad essere classe dirigente.
I partiti di sinistra, quelli che io vorrei vedere, hanno un’idea di insieme che salda le ragioni degli uni e degli altri e le fa diventare aspirazioni.
I partiti di sinistra che vorrei vedere, anticipano le questioni, non inseguono i media per ribadire la loro posizione, che sarà pure corretta e avanzata, ma rimane solo sulla carta, e sinceramente non so che farmene.
Ma questa è, come sempre, un’altra storia, e io ho finito le parole che avevo a disposizione.
In compenso sono tornato a fare 16 litri di benzina con 20 €, e l’Euribor finalmente scende, anche se molto lentamente.

SOMMARIO DEL N.37

  • [Labouratorio n.37] Ora che la crisi non è più virtuale
  • [Labouratorio di squola dibatte] A’ Gelmini è o’male .. o almeno una faccia del problema
  • [Non sono un camorrista] Eppur non mi piace (come scrive) Saviano
  • [Lumìe di Sicilia] Considerazioni sulle sortite del compagno Mosca
  • [Alla ricerca dell'Università] Tra concorsi e valutazioni chiediamoci dove si vuole andare
  • [LABOURACOULTURA] Intervista a Vittorio Marinelli
  • Tags: antonello cresti, aziende in crisi, cassa integrazione, crisi finanziaria, crisi virtuale, disoccupazione, giuseppe lavalle, labouratorio n.37, lavoratore con contratto non ancora rinnovato, lavoratore con mutuo, lavoratore precario, lavoratore single, movimento studentesco, piccolo e medio imprenditore, primato della politica

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    [Semplici domande] Tra FRODE e FINANZA

    di Redazione - martedì 4 novembre 2008 - 94 views

    di Giuseppe Lavalle

    Ora che il grande clamore è passato finalmente si può ragionare.
    Era un pò che ci rimuginavo sopra, ma poi, leggendo i giornali e guardando i vari tg, mi convincevo: parlano di CRISI, finanziaria per giunta, salvataggi di banche, iniezioni di liquidità, sedute di borse altalenanti.
    Ed “è la domanda il nostro chiodo fisso”. Allora io, tanto per non sbagliare, me ne sono fatte un paio: ma alla fine i costi di questa CRISI chi li paga? E la domanda successiva è: ma sarà poi corretto usare il termine “crisi” o forse è meglio chiamarla “FRODE”?

    Già, perché, se le parole per molti hanno un senso, per me, in questo caso, hanno anche un bel peso… L’altro giorno ero in banca, una grande banca, di quelle che danno fiducia per intenderci, e prima di infilarmi nell’ufficio dove ero atteso, mi accorgo che subito, lì, ci sono almeno una ventina di giovani anzianotti, in fila, che parlottano tra di loro, e di fianco ad ognuno di loro ci sono altre persone, probabilmente i figli, scuri in volto, quasi da quiete, prima della tempesta però.
    Ne ho aspettati un paio di fuori. Uno si era fumato 20.000 euro, l’altro ben 65.000, e i rispettivi figli che inveivano contro di loro. Ad uno di questi la banca aveva proposto un fondo vincolato fino al 2013, in cui non era rimasto più nulla. Oh, badate che il giovane aveva 83 anni, e nel 2013 ne avrebbe avuti 88.

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    Tags: banca, cartolarizzare un mutuo, cgil, crisi, crisi finanziaria, finanza, frode, giuseppe lavalle, illegalità, lehman brothers, morgan stanley, pensionati, sindacati, ten most wanted, tfr

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    [Labouratorio n.33] Alitalia: Evirati e contenti

    di Tommaso Ciuffoletti - martedì 23 settembre 2008 - 509 views

    “La realtà è che una sinistra prigioniera dei propri slogan genera una colossale rendita di posizione per una destra che ha le idee chiare su come smontare il codice di procedura penale, ma non sul come regolare in modo efficiente il sistema delle relazioni sindacali. Gli sbarramenti eretti da sinistra contro ogni intervento efficace su questa materia consentono alla destra di starsene con le mani in mano senza pagare pegno per questo”.
    Pietro Ichino – “A che cosa serve il sindacato?”

    Credo che valga la pena andare alla radice del caso Alitalia che sta consumando in questi giorni i suoi ultimi atti.
    Atti la cui cifra oscilla tra il drammatico e il grottesco. Conoscevo infatti la battuta sull’irragionevolezza di chi si taglia gli attributi per far dispetto alla moglie. Non immaginavo potesse esserci qualcuno disposto a tagliarseli per far dispetto a se stesso. Il riferimento, se non fosse chiaro, è ai dipendenti Alitalia esultanti a Fiumicino per il ritiro dell’offerta della Cai.

    Nel caso specifico, visto che molte dita sono state puntate contro l’atteggiamento della CGIL, io non ritengo Epifani correo del possibile fallimento. Ritengo che Epifani abbia piuttosto dato prova della sua incapacità tattica, riuscendo a beccarsi responsabilità non sue e a far da parafulmine per governo e sindacati autonomi.
    Ritengo tuttavia che il dato più serio sul quale i sindacati confederali debbano interrogarsi sia strutturale e non di congiuntura e riguardi la pedagogia che essi hanno contribuito a diffondere tra i lavoratori sul come debbano stare i rapporti tra azienda e lavoratori stessi.
    Il caso Alitalia è infatti un esempio estremo e doloroso di come alla lunga la cultura esclusiva della conflittualità, spesso pregiudiziale, arrechi danni a tutti, lavoratori in primis. Lavoratori che, per giunta, hanno fatto di tutto per apparire al peggio delle proprie possibilità di fonte agli occhi dell’opinione pubblica fatta da quei cittadini che hanno pagato per anni il deficit di Alitalia (compresi gli stipendi dei suoi dipendenti) e che nell’accordo tra governo e Cai si sarebbero dovuti sobbarcare tutto il peso della cosiddetta “bad company” (che in italiano si traduce con “debiti, tanti debiti”).
    Ad esultare per il fallimento dell’accordo avrebbe potuto essere – come è stato – qualche stupido populista come Di Pietro, che proprio nella festante Fiumicino si è presentato per lanciare slogan beceri e tipici di chi ormai specula su qualunque idiozia il mercato politico italiano gli metta a disposizione.

    A noi non resta che ripartire dalle parole di Ichino, nella speranza che il sindacato, a partire da quelli confederali, sappia trarre la dura lezione che il caso Alitalia sta impartendo a chi ancora abbia voglia ed umiltà di apprendere. Un modello maggiormente cooperativo nelle relazioni industriali può costare nell’immediato sacrifici e la rinuncia a piccoli privilegi di nicchia, ma può garantire prospettive migliori. Certo non peggiori di quelle a cui sembra destinata Alitalia.

    SOMMARIO DEL NUMERO 33

    • [Labouratorio n.33] Alitalia: Evirati e contenti
    • [Il fare politica] Intervista a Hugues Le Paige
    • [Vestivamo alla zuava] Grazie Roma, che bel XX Settembre …
    • [Coppie di fatti] Quanto dura la luna di miele fra Silvio e gli italiani?
    • [Welcome to the Jungle] Insicurezze post-moderne
    • [Storia e Dossier] I protagonisti dell’anarchismo in Italia – Errico Malatesta

    Tags: a che cosa serve il sindacato, Alitalia, bad company, cgil, evirati e contenti, fiumicino, guglielmo epifani, labouratorio n.33, modello conflittuale, modello cooperativo, parafulmine, Pietro Ichino, populismo, sindacati confederali

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    [Coppie di fatti] Quanto dura la luna di miele fra Silvio e gli italiani?

    di Redazione - martedì 23 settembre 2008 - 225 views

    di Nicola Carnovale

    Se l’esito delle elezioni dello scorso aprile, era dato per scontato dalla stragrande maggioranza degli addetti ai lavori del mondo politico e di tutto ciò che in torno ad esso gravita, decisamente non si avevano certezze riguardo gli indici di gradimento di cui il nuovo governo avrebbe goduto nei mesi avvenire. La domanda che riecheggiava (e che riecheggia) – visti i trascorsi non certo idilliaci dei precedenti governi – è quanto duratura potesse essere “la luna di miele” tra Berlusconi ed il paese. Ma soprattutto, che tipo di reazioni si sarebbe manifestata innanzi ai primi provvedimenti di una stagione difficile che lo stesso premier, accortamente, annunciò essere contrassegnata da sacrifici.

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    Tags: Alitalia, commissione riforme, governo prodi, luna di miele, manovra finanziaria su base triennale, ministro brunetta, ministro gelmini, nicola carnovale, popolo delle libertà, riforma scolastica, silvio berlusconi, sondaggi gradimento governo

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    [We do it better] Class-action all’italiana

    di Andrea Natalini - mercoledì 18 giugno 2008 - 211 views

    Era arrivata quasi al traguardo la class action, l’azione risarcitoria collettiva all’italiana, ma qualcuno ha voluto che si fermasse. La class action in breve per chi non lo sapesse, è una graziosa azione legale condotta da uno o più soggetti che permette in USA, ma in Italia ancora no, di chiedere che la soluzione di una questione comune di fatto o di diritto avvenga con effetti ultra partes per tutti i componenti presenti e futuri della classe. In termini capibili per l’uomo della strada, permette di avere dei risarcimenti collettivi da potenti lobby: ad esempio io e il mio vicino, che in apparenza non abbiamo nulla in comune, tranne il danno subito, possiamo insieme chiedere il risarcimento del danno stesso.

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    Tags: andrea natalini, class action, class action all'italiana, claudio scajola, consiglio nazionale dei consumatori, dietrofront

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    [n.23] Labouratorio e la ciccia socialista

    di Redazione - lunedì 19 maggio 2008 - 646 views

    Eppur si muove. Il dibattito pre-congressuale del Partito Socialista – pur nel permanere di clandestinità latenti – inizia a muoversi. Ma qua, as usual, si è all’avanguardia e mentre gli altri ancora si stiracchiano Labouratorio sculetta allegramente davanti al proprio barbecue di spunti di dibattito. E per non farvi mancare nulla son pure tornate le previsioni del colonnello Albano. Un numero per buongustai, buon appetito!
    T.C

    Editoriale di Carlo D’Ippoliti

    Il dibattito politico interno al PS ricorda la passata campagna elettorale: tutti a fare a chi ce l’ha più riformista. (il partito, o il leader)
    QUALI “riforme” fare, non molti si degnano di precisarlo. In realtà, se non quando veramente costretto, fuori delle aule parlamentari il dibattito politico italiano non parla di contenuti. Almeno dall’inizio della Seconda Repubblica.
    Da allora, Sartori si sbraccia di dirci che la colpa, della degenerata politique politicienne, è nel numero eccessivo e nelle manie di protagonismo dei piccoli partiti. Peccato che, morti i “nanetti”, lui stesso non trovi niente di meglio da dirci, che riproporre la (errata) teoria della sovrappopolazione di Malthus. Tremonti d’altronde, ha definitivamente chiarito che il PdL è un partito conservatore, non liberale, e ci ha dato la sua visione della globalizzazione (visione, purtroppo o per fortuna, ignorata dal dibattito).
    Di contenuti di rilievo -ciccia- c’è poco altro.
    Insomma, se la gente si disinteressa di politica, o cade nell’antipolitica, non me la sento di dire che è colpa sua. Vi interessereste voi di sapere chi prende la poltrona di Ministro per l’attuazione del programma? Se state leggendo questo editoriale forse sì, ma la colpa è vostra.
    Sarebbe interessante aprire un dibattito sul dibattito, ovvero sulle ragioni del suo inaridimento. Dalla comprensione di questo, potremmo identificare spazi politici (e forse editoriali) da cui ricominciare a fare una politica che sia un po’ più interessante dell’annosa questione se il PS debba stare a sinistra del PD ma a destra di SA, o a destra del PD e a sinistra del PdL. (scusate sono un povero ingenuo, ma è uno dei privilegi che preferisco, per noi accademici nelle torri d’avorio)

    Provo allora a buttar giù qualche ipotesi (in ordine sparso) che, guarda caso, nasconde anche qualche implicita risposta alla domanda “di quali riforme parliamo?”.

    1. i partiti si sono lanciati alla conquista del favore di Confindustria, favore divenuto finalmente accessibile in regime di concorrenza tra più partiti, dopo l’abbandono da parte del P-DS dell’ideologia comunista.
    2. i politici hanno creduto alla teoria dell’elettore mediano, ovvero che le elezioni si vincono al centro, convergendo obiettivamente nei programmi e nella prassi.
    3. nel settore della stampa e dell’informazione non vige la minima concorrenza. I giornali più agguerriti e indipendenti al massimo “fanno commento”, ma certo non fanno informazione.
    4. l’università è ormai frantumata in un pulviscolo di micro-sedi, che rende la vita impossibile ai professori, oberati di cattedre da spartirsi e senza più tempo per dedicarsi alla società.
    5. gli intellettuali non hanno più un ruolo sociale. (scusa, chi?)
    6. l’enorme ulteriore concentrazione di potere finanziario e industriale che si è avuta nel nostro Paese negli ultimi decenni ha eliminato un buon numero di conflitti di interesse, nella società e nella politica: non c’è più molto di cui discutere dal punto di vista dei “poteri forti”.
    7. ci sono ancora in Italia troppe poche lobbies, e troppo piccole, opache e malamente organizzate.
    8. l’economia sembra ormai l’unico argomento di cui valga la pena dibattere, ma a livello teorico e metodologico si tratta purtroppo della più semplicistica e ideologica delle scienze sociali.
    9. il mondo è effettivamente cambiato troppo velocemente rispetto ai tempi in cui si è formata l’attuale classe dirigente italiana (uomini, ultrasessantenni, tendenzialmente ex-DC ex-PCI o ex-PSI), ed è oggi molto difficile da interpretare (soprattutto per loro).
    10. le istituzioni sovranazionali e internazionali limitano effettivamente il potere decisionale (ovvero la scelta degli obiettivi) della politica nazionale, mentre le mutate condizioni politico-economiche ne limitano decisamente l’efficacia (ovvero la forza degli strumenti).
    11. dal punto di vista culturale abbiamo ormai abbracciato il leaderismo in versione Berlusconi, cioè la selezione non del partito ma del leader, e sulla base delle vere o presunte qualità personali (ad esempio la possibilità di (sotto)mettere daccordo i notabili del partito) e non delle sue opinioni.

    Come conseguenza, credo che la sterilità del dibattito crei “nicchie di mercato”, completamente trascurate dal Veltrusconi. In politichese, lo spazio c’è.
    Ma per ora mi piacerebbe si discutesse almeno un po’ del perché in Italia non si può (più) parlare di contenuti, in politica.

    SOMMARIO DEL N.23

    • [#23] Labouratorio e la ciccia socialista
    • [Carne al fuoco] Il punto dopo gli spunti
    • [Carne al fuoco] Chi non passa alla storia, passa alla geografia
    • [Carne al fuoco] Sulla proposta di Lanfranco Turci
    • [Carne al fuoco] Un partito non può vivere senza un’idea
    • [Il meteo del colonnello Albano] Il gran ritorno!
    • [What's going on] I primi vagiti del Veltrusconi
    • [What went on] 34 anni fa un’Italia un po’ più civile
    • [Partiture Riformiste] Fra etica e politica

    Tags: carlo d'ippoliti, confindustria, Economia, giovanni sartori, giulio tremonti, istituzioni nazionali e sovranazionali, lobbies, nicchie di mercato, Partito Socialista, popolo delle libertà, poteri forti, seconda repubblica, stampa e informazione, thomas robert malthus, università

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    [Labouratorio n.22] Working Class Hero

    di Andrea D'Uva - martedì 13 maggio 2008 - 449 views

    Fatto il governo ora tocca di governare. Berlusconi ha varato il suo quarto esecutivo, al quale spetterà il compito di guidare l’Italia per i prossimi cinque anni.
    Un risultato pare già essere centrato ed è il superamento dell’instabilità politica: poter contare su di un ampia maggioranza consente di affrontare in maniera incisiva il tema fondamentale delle riforme. In particolare quelle che dovrebbero stare maggiormente a cuore a chi a sinistra si riempie la bocca della parola “riformismo” riguardano la sfera sociale e del lavoro, le cui deleghe sono state affidate ad un ministro la cui storia personale è legata proprio all’area socialista: Maurizio Sacconi. Già esponente del Psi poi approdato a Forza Italia, era sottosegretario al Welfare ai tempi della stesura del libro bianco di Marco Biagi, con cui collaborò prima dell’assasinio del giuslavorista.

    Le prime dichiarazioni del neo ministro fanno ben sperare. Ha dichiarato, pur criticandola per via dei costi che graveranno soprattutto sulle future generazioni, di non voler modificare la controriforma pensionistica voluta dal governo Prodi, questo per evitare di alimentare il clima di incertezza in campo previdenziale. La priorità, ha proseguito Sacconi, deve essere l’aumento di partecipazione al lavoro, aiutando con politiche mirate le categorie più marginalizzate ovvero le donne, i giovani e gli ultracinquantenni. Al tempo stesso il governo ha in programma di adottare a breve scadenza un provvedimento teso all’incremento della parte variabile di salario, ed alla detassazione degli straordinari, due voci legate alla produttività aziendale. Ogni opposizione a tali proposte non potrà prescindere dal merito delle proposte stesse, per risultare credibile agli occhi di un elettorato apparso più maturo di come lo ha tradizionalmente dipinto una certa intellighenzia.

    Quale atteggiamento adotterà il Partito Democratico? Accetterà la sfida del riformismo, quello concretamente praticato non quello meramente predicato? Oppure si chiuderà su di una logica di contrapposizione aprioristica? Se ascolterà le sirene di quella parte di sinistra, radicalmente conservatrice, peraltro esclusa dalla rappresentanza parlamentare, nell’illusione di attrarre verso di se il suo elettorato finirà col perdere la sfida della modernità. Se sposerà la linea della triplice sindacale, cercando una rivincita postuma in qualche manifestazione di piazza si condannerà ad una posizione di nostalgica retroguardia. CGIL, CISL e UIL appaiono scettici rispetto alle proposte governative e sono orientati ad una generica redistribuzione, attraverso maggiori detrazioni, di pochi spiccioli nella busta paga di tutti i lavoratori dipendenti e dei pensionati.
    Tale operazione rischia di essere scarsamente percepita dalla maggioranza dei lavoratori come un reale incremento del potere di acquisto e sarebbe marginalmente ininfluente rispetto alla produttività. Sentirsi premiati, in termini economici, per la quantità di lavoro aggiuntiva data alla causa aziendale è una legittima aspirazione di molti lavoratori dipendenti, i quali non sono più disposti a farsi irretire dalla retorica della lotta di classe all’ombra della quale molti sindacalisti si sono nascosti per farsi casta e portare avanti una carriera nella quale il lavoro ha avuto poca o punta parte. La politica riprenda il suo ruolo, che è quello delle decisioni. Nei paesi democratici le preferenze dei cittadini si esprimono con il voto, mentre nei sistemi oligarchici sono le corporazioni a dettar legge.

    Pare che la maggioranza parlamentare l’abbia capito e stando al governo appronterà le sue decisioni, vedremo cosa sarà capace di fare l’opposizione dal cui atteggiamento dipende la possibilità di evolvere verso una forma più moderna di sinistra.

    SOMMARIO DEL N.22

    • [Labouratorio n.22] Working Class Hero
    • [ItaliaEuropa] La proposta Franceschini e cosa sta cambiando
    • [Congresso PS] Spunti per un dibattito aperto. La mozione della Fgs
    • [Congresso PS] Con amarezza, ma non ci sono speranze
    • [Laicamente] Ci voleva un nuovo governo Berlusconi per …
    • [Primarie USA] Democratici sconfitti?
    • [Congresso PS] Il partito “corsaro” per la nuova stagione socialista

      Labouratorio: Numero 22

    Tags: andrea d'uva, cgil, cisl, conservatorismo, detassazione degli straordinari, governo, incremento della parte variabile del salario, maurizio sacconi, ministro del lavoro, modernità, opposizione, politiche sociali, PSI, riformismo, riformismo socialista, sedicesima legislatura, sindacati confederali, socialismo, uil, working class hero

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    [n.21] Labouratorio … e il socialismo spirituale del compagno Tremonti

    di Tommaso Ciuffoletti - mercoledì 7 maggio 2008 - 533 views

    Labouratorio e il compagno TremontiEin Gespenst geht um in Europa – das Gespenst des Kommunismus, così iniziava il più celebre Manifesto della storia. Ed un fantasma aleggia anche nell’ultimo libro di Giulio Tremonti (La Paura e la Speranza): “… il fantasma sta davvero arrivando in Occidente e comincia a fare paura nelle periferie e nelle famiglie, nelle campagne, e nelle fabbriche; e ora anche nelle cittadelle della finanza, tanto negli Usa, quanto in Europa“. Non è ovviamente il Gespenst di Marx ed Engels, ma la retorica del fantasma è altrettanto potente e forse sarebbe il caso che a sinistra vi si dedicasse un po’ d’attenzione (ovviamente nel tempo rimasto libero fra un’appassionante discussione sui destini del camino del loft e la riproposizione del sempreverde duello fra D’Alema e Veltroni).

    La possente retorica della tragedia che incombe è la prima cosa che colpisce nelle parole del compagno Giulio. Uno stile che fin dalle prime pagine, e per tutta la pars destruens del libro, colpisce come un martello e taglia come una falce. Si scaglia con furia particolarmente devastante contro le devastazioni della finanza internazionale. Lo fa con argomenti invero condivisi da molte parti, ma esposti con forza e lucidità. Quest’ultima, però, cede troppo facilmente il passo alla foga quando giunge a colpire il mercato globale delle merci e delle idee, quasi che sia davvero la paura a guidare la mano del Giulio. Il monolite mercatista eretto dal racconto tremontiano diventa un golem da abbattere senza riguardo, pena la sopravvivenza stessa della nostra civiltà. Si respira un’ansia quasi rivoluzionaria – o forse reazionaria, ma fa poca differenza.

    Il paesaggio di desolazione ed angoscia deve però, a questo punto, lasciare il passo alla Speranza. Per far ciò Tremonti trasporta la Spe Salvi di Benedetto XVI nell’agone politico italiano e, ancor di più, europeo. “La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente – sta scritto nella lettera enciclica del sommo Pontefice – : il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino”. Il mezzo per raggiungere quella meta sta nel ritorno alle radici, che sono quelle giudaico-cristiane. E’ vero, dice Tremonti, sono state escluse dal preambolo della Costituzione Europea. Eppure stanno lì le sole risorse per affrontare con un briciolo di speranza la paura di un conflitto globale – economico, sociale, culturale … e chissà, forse anche bellico – che per buona parte è già in atto.

    Già vi vedo storcere il naso, compagni ed amici, laici, liberali e socialisti. Beh .. è segno che la pur scarna presentazione delle tesi del socialista spirituale Giulio Tremonti ha già suscitato una reazione. Il che non è poco, considerati i sonori sbadigli che accompagnano le cronache dal loft.

    SOMMARIO DEL n. 21

    • [n.21] Labouratorio … e il socialismo spirituale del compagno Tremonti
    • [Congresso Socialista] Intercettazioni precongressuali
    • [Congresso Socialista] Lettera aperta e politicamente scorretta a Riccardo Nencini
    • [Congresso Socialista] Le uniche informazioni a disposizione
    • [Leftism] Sinistra ad assetto variabile
    • [Leftism] Perché l’elettorato social-riformista del Partito Democratico è sottorappresentato a livello parlamentare?
    • [Mundialito] La crisi alimentare internazionale
    • [Vaffa 1,2 e 3] Sul fenomeno Grillo che c’è da dire?

      Labouratorio: Numero 21

    Tags: Add new tag, Benedetto XVI, costituzione europea, finanza internazionale, friedrich engels, gespenst, giulio tremonti, globalizzazione, golem mercatista, il compagno tremonti, il manifesto del partito comunista, karl marx, la pura e la speranza, Massimo D'Alema, mercatismo, radici giudaico cristiane, socialismo spirituale, SPE Salvi

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    [Mundialito] La crisi alimentare internazionale

    di Lidano Lucidi - mercoledì 7 maggio 2008 - 453 views

    Negli ultimi mesi l’aumento del prezzo dei generi di prima necessità hanno toccato punte molto preoccupanti. L’Italia è stata investita da un’ondata di rincari di pane, pasta, farina, verdura ed altro mettendo in crisi le finanze delle famiglie. A livello mondiale poi, recenti studi hanno denunciato il rischio che 100 milioni di persone possano soffrire la fame. Ad avvalorare le preoccupazioni arriva anche la denuncia del PAM (Programma Alimentare delle Nazioni Unite) che esprime profonda preoccupazione della situazione creatasi in pochissimo tempo. Milioni di persone si sono avvicinati alla soglia della carestia in soli sei mesi, e questo per il forte aumento dei prezzi degli alimenti. Le ragioni sono diverse, ma due in particolare meritano attenzione.

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    Tags: beni alimentari, biocarburanti, consumi globali, crisi alimentare, hedge funds, mercati internazionali, prezzo delle materie prime, speculazioni

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