[Il video integrale] Most Wanted. Il capo della nuova Mafia
| lunedì 16 gennaio 2012 | Scritto da Redazione - 106 letture |
| lunedì 16 gennaio 2012 | Scritto da Redazione - 106 letture |
| martedì 10 gennaio 2012 | Scritto da Redazione - 172 letture |
Volete essere e dirvi dei veri socialisti ma non avete tempo e risorse per leggervi tutto marx? Beh prendetevi 11 minuti per guardare questo video. E quando avete finito, meditateci sopra. E quando ci avete meditato sopra, linkatelo ai vostri amici socialisti. E’ cosi’ che si facevano un tempo, le rivoluzioni.
| mercoledì 9 novembre 2011 | Scritto da Redazione - 61 letture |
Un tranquillo pomeriggio di Agosto, nella Redazione di Labouratorio. Di fronte alla lavagnetta scarobocchiata dove discutere i temi del prossimo numero, giacciono ormai da giorni tre faldoni con la pila di lettere di ammiratrici del Maggiani che ancora non hanno ricevuto risposta.
Straboccano, finendo per adagiarsi sui tre manuali di economia politica macchiati di caffè su cui mezza redazione ha fatto finta di studiare, dopo averli presi in prestito, e mai restituiti, alla biblioteca universitaria. Sul tavolo grande, accanto al commodor 64 su cui scriviamo i pezzi dopo lo spegnimento del server al cesio 136 in seguito al referendum nucleare, tredici solleciti di pagamento della luce che stanno per tagliarci, 4 bicchieri sporchi e una copia della Repubblica usata per assorbire le macchie di umidità che gocciano dal soffitto.
E’ tempo di riunioni nell’anticamera adibita a dormitoio, dove alloggiano i 5 labouranti scappati di casa per fuggire ai genitori dipietristi. Si alza una voce immensa, dall’angolo più buio, vicino al poster di Mazzini. E’ Bardini che parla, con voce cavernosa.
<<Cosi avanti non si può andare, le ripetizioni di geografia ai ragazzini delle medie non bastano più, non abbiamo nemmeno i soldi per pagare un webmaster decente, da quando la Digos ha rapito Crucio>>. E subito inizia a snocciolare gli ultimissimi prodotti sui mercati finanziari con cui, a suo dire, Labouratorio potrebbe far quadrare i disastrati conti. Nella sala, si alza un brusio improvviso. Chi propone di continuare con lo spaccio di stupefacienti, chi difende l’esproprio proletario. Ad un tratto, una voce femminile riporta il silenzio.
<<Il problema non sono solo i soldi, questa redazione è un casino, nessuno fa nulla per settimane e poi a turno e a caso, la gente si attiva, serve coordinamento!>>
E’ Antonella Soldo ad aver parlato, con un certo piglio. Un coro soffuso di approvazione pervade la redazione. Emergono dettagli scabrosi sulle attività intraprese dal Pugliese nei momenti di massimo svacco.
Dal lato della porta, accanto al busto di Turati, interviene Isidoro Niola, anche lui avvocato:
<<Servono delle regole chiare, carta canta, qua siamo tutti illegali! Prima o poi scopriranno che nessuno paga l’affitto>>.
E’ ormai panico in sala. La consapevolezza della precarietà attraversa le menti e i cuori. Tutti sapevano già che Labouratorio vive di una vita effimera, di ritagli di tempo nelle pieghe di esistenze movimentate e distanti, viaggia sulla cresta dell’onda dell’entusiasmo, di buona volontà ed immaginazione. Ma le bollette da pagare sono là che parlano, il caos regna sovrano, l’illegalità la fa da padrone. Basta un nonnullla, l’ennesimo bisticcio tra direttore e vicedirettore e può andare tutto in fumo.
Ma è proprio quando la disperazione ha conquistato i presenti, che dal lungomare di Barletta arriva una proposta dirompente. E’ Alessandro Porcelluzzi a parlare:
<<Ragazzi, qua o si fa qualcosa o si muore, diamo vita a una Comune! 10 euro a testa, una testa un voto, si mangia e si lavora tutti insieme>>
Mentre la parole si spargono nell’aria fattasi pesante della stanza piena di volute di fumo del sigaro di Manfr, viene il tempo della riflessione, nel caldo pomeriggio di Agosto.
Prende la parola, non del tutto convinto, il Plex in persona.
<<L’idea è suggestiva ma impegnativa. Cambiare tutto, per restare come siamo, anarcoidi situazionisti in cerca d’autore. E però fare le cose sul serio. Registrare la testata, creare un’associazione, definire meglio compiti e impegni, si dividono le spese, si accettano donazioni e sponsorship. Con una Rosa nel Pugno e nel cuore, certo. Senza riferimenti politici chiari nell’immediato, per forza di cose. D’altronde, c’è sempre bisogno di una rivista socialista radicale e radicalsocialista no? Che dite? Chi ci sta?>>
Già, chi ci sta?
| mercoledì 9 novembre 2011 | Scritto da Redazione - 110 letture |
Forse è vero che c’è un tempo per tutte le cose. Che si legge, si pensa, si clicca, si corre, si parla e non si scorgono i confini. Che siamo in perenne movimento, senza direzione, senza sosta, senza consapevolezza della meta.
Forse è vero che il frutto più avvelenato della modernità è l’averci spogliato dei confini materiali dell’esistenza, identità virtuali perennemente presenti, finalmente libere dalla tirannia di spazio e tempo, fluide, volatili, quasi eteree.
Forse è vero, ma è solo un’illusione. Ciò che è reale è perchè è qui e ora. Nello spazio di un attimo, del presente che è tutto ciò che è, è stato e sarà. In quell’istante di comprensione, in quello slancio d’amore, in quel lampo di interesse, non ancora soffocato dall’ansia bulimica di chi affoga la propria noia di vivere nella perenne attesa di un flash d’agenzia.
Vivere nel futuro è premessa di sciagura, e avremmo dovuto saperlo. Troppo intenti a guardare sempre avanti, ci siamo dimenticati di guardarci intorno, allo specchio, negli occhi. La vuota agitazione di chi arde di passione senza conoscere i propri limiti, senza la capacità di incanalare le proprie spinte in una direzione sostenibile, è la premessa della fine di ogni amore. L’ostinata frenesia non porta alla felicità, ma alla fine di tutte le passioni, allo spegnersi inavvertito del fuoco che brucia dentro, lasciando una desolazione di cenere e sogni smarriti.
La felicità è nella determinazione consapevole di chi sa dove vuole andare, è il compimento più genuino della realizzazione delle proprie potenzialità inespresse, è la condizione più alta di chi vive perché vuole vivere, in armonia col mondo e secondo giustizia. Ma se siamo solo noi a poterci realizzare, non possiamo essere noi a decidere chi siamo e di cosa siamo fatti e non c’è nulla di più insensato al mondo di scegliere di non fare i conti con sè stessi, di non cercare di capire cosa si è e cosa non si è.
Labouratorio finisce oggi, in una nuvola di fumo, di idee e di speranze. Muore di troppa libertà, di troppa fiducia, di troppa voglia. Muore per il troppo tempo di cui ha vissuto, e del troppo poco tempo che si è riservato per sè.
Siamo stati felici finchè abbiamo vissuto, finchè abbiamo avuto fiato in gola per gridare, finchè abbiamo combattuto nell’amore delle nostre idee e ideali. Ma la felicità non dura per sempre. Nulla dura per sempre, nemmeno il mondo stesso.
Ma per un mondo che scompare ce ne è un altro da costruire e perché sia costruito bene, su fondamenta solide e durature, è necessario che sia costruito secondo giustizia. E non si tratta, come spesso si equivoca, soltanto dell’equità nella ripartizione dei beni, degli oneri e degli onori. La giustizia non è un vuoto esercizio di contabilità, la banale divisione in parti eguali della torta della vita.
No. La giustizia è qualcosa di più. E’ la più intima ragione, la causa profonda che tiene unito il sistema nella sua armoniosa complessità. E’ la sostenibilità che regge l’ordine delle cose, il logos che ne è alla base e ne determina il bilanciamento più esatto. Vive in profondità, seppellita di contraddizioni, la giustizia. Ed è per questo che è così difficile servirla e difenderla.
Ma se la giustizia vive in profondità, in superficie si manifesta l’ingiustizia. E grida, di un dolore sordo, nelle menti e nei cuori degli uomini che non possono fare a meno di ascoltare e di com-muoversi. Nella catastrofe di un mondo che crolla sotto il peso di ingiustizie feroci, Labouratorio ha provato a mettere in ordine alcune priorità, a raccontare storie e unire persone, a porsi domande e a trovare risposte.
L’abbiamo fatto senza mezzi, senza chiese, o partiti da servire o fazioni da compiacere.
Abbiamo rifuggito e deriso i mestieranti della politica e gli “avventurieri della disubbidienza facile”, brandendo come spada il coraggio ingenuo di chi non ha niente da difendere e tutto da conquistare.
Non sappiamo cosa abbiamo conquistato e non sappiamo nemmeno che sarà di noi. Sappiamo solo che oggi che finisce il mondo, finiamo pure noi.
Ci ritroverete, forse, sempre qui. Anzi: ci troveremo qua, insieme. Perché oggi come ieri, “se c’è una cosa che ha significato fare, quella cosa è sostituire il noi ai tanti io che compongono gli stonati cori di questa mediocre post-modernità”.
| mercoledì 9 novembre 2011 | Scritto da Alessandro Porcelluzzi - 22 letture |
Il conflitto è padre di tutte le cose e di tutte è il re: e gli uni fece dei, gli altri uomini: gli uni servi, gli altri liberi.
Eraclito
Abbiamo tutti ascoltato ogni tipo di argomentazione in questi giorni rispetto ai fatti di Roma. Rispetto ai black block e alle violenze di Piazza San Giovanni. Abbiamo ascoltato le sciocchezze di Di Pietro e Maroni (strane convergenze?) sulla necessità di leggi speciali per l’ordine pubblico. Qualcuno ha attribuito la causa remota alla precarietà. Altri hanno ipotizzato un’azione esemplare contro patti elettorali tra Vendola e i moderati del movimento. Non sono mancate, come sempre, ipotesi di infiltrazioni, servizi deviati e altri residui dei tempi della strategia della tensione.
La tesi più accreditata, quasi unanimemente accettata, è quella di un movimento diviso in due: da una parte gli indignati pacifici, dall’altra i facinorosi violenti.
È una vecchia abitudine, dura a perdersi. I violenti sono sempre altro da noi. Sono “sedicenti”, sono schegge impazzite, il messaggio genuino è altro.
Io credo che il discorso sulla violenza sia stato troppo in fretta liquidato. Ricacciato tra i brutti ricordi da dimenticare.
Non si può archiviare il tema della violenza con un passo indietro. Spostandosi un metro più in là. Condanna, dissociazione, biasimo. Ciò che intendo sostenere è: la violenza è un elemento consustanziale alla politica. In particolare a qualsiasi politica che voglia dirsi rivoluzionaria. Se ne possono discutere le espressioni, le articolazioni, le modalità. Ma negare che la violenza sia oggetto da dibattere, negarne il potere e il carattere dirimente è l’ennesima distorsione del dominio del politicamente corretto.
Ha scritto Vendola su Facebook che la violenza dei black block è figlia di una cultura di destra che cresce nelle curve degli stadi. È una visione certamente rassicurante. Molti di noi non frequentano affatto gli stadi. Al massimo siedono in tribuna. Nessuno si sente di destra. E tuttavia si tratta di un’enorme sciocchezza. “Ogni azione di distruzione e di sabotaggio ridonda su di me come segno di colleganza di classe. Né l’eventuale rischio mi offende: anzi mi riempie di emozione febbrile, come attendendo l’amata”. Non è uno striscione della Fossa dei Leoni. È Toni Negri. Erano gli anni Settanta. Novecento inoltrato. Quarant’anni fa. Superato, da archiviare, mi si dirà.
Il caso di Carlo Giuliani è sintomatico e ci riporta al presente. O almeno al passato prossimo. A più riprese politici della sinistra radicale l’hanno ricordato come “eroe”. Di questo ragazzo non abbiamo scritti, testamenti politici, eredità spirituali. Al di là delle rettifiche il ricorso a un certo tipo di linguaggio non può che riferirsi all’unico fotogramma conservato. Un ragazzo che agita un estintore contro un blindato. Ancora una volta è la violenza in sé ad occupare la scena. A determinare l’abnegazione di sé, la cancellazione del proprio interesse (perfino quello primario all’incolumità) in favore dello scontro politico.
“Nulla rivela più di quest’attività di franco tiratore, di sabotatore, di assenteista, di deviante, di criminale che mi trovo a vivere. Immediatamente risento il calore della comunità operaia e proletaria, tutte le volte che mi calo il passamontagna…”. Toni Negri ha scritto non molti anni fa un libro, Impero, che ha spopolato proprio tra i ragazzi come Carlo Giuliani. Sostituite la moltitudine (il 99%?) alla classe operaia e avrete il nuovo Negri. Una guida per leggere gli ultimi anni.
Ma che c’entra Negri? È il teorico dell’Autonomia operaia, uno dei fondatori di Potop. Non c’entra con la storia del movimento operaio. Quello vero. Quello certificato.
“Si può parlare all’infinito di rivolte senza mai provocare un movimento rivoluzionario, fin tanto che non vi sono miti accettati dalle masse il mito è un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa dal socialismo contro la società moderna”. È Sorel che scrive. Il padre del sindacalismo rivoluzionario. Diverse generazioni separano Negri e Sorel. Ma fu proprio Sorel il primo a individuare un nucleo tematico autonomo nello scontro tra borghesia e proletariato: la violenza.In Sorel la violenza non è un’appendice fastidiosa ma necessaria nel conflitto tra classi. “Oggi non esito a dichiarare che il socialismo non potrebbe sussistere senza un’apologia della violenza”, scrive Sorel. Il mito che serve a mobilitare le masse proletarie è appunto la violenza. Che restituisce alla borghesia i soprusi subiti nello sfruttamento. Violenza contro forza. “La forza ha per oggetto l’imposizione di un certo ordine sociale, in cui governa una minoranza, mentre la violenza tende alla distruzione di questo ordine. La borghesia ha impiegato la forza dall’inizio dei tempi moderni, mentre il proletariato reagisce ora contro di essa e contro lo stato con la violenza”.
La politica è lontanissima dalla democrazia ateniese. La politica democratica immagina che la somma di tante piccole virtù individuali dia luogo a una virtù collettiva superiore. Questo era il pensiero di Aristotele (la polis come organismo con tante braccia, tante gambe, ecc.). Ma Atene è ormai seppellita. E nello scontro, nel fragore delle armi, ritorna Sparta. Città in cui la virtù era solo una: il coraggio del guerriero. Ancora Sorel: “Salutiamo i rivoluzionari come i Greci salutarono gli eroi spartani che difesero le Termopili e contribuirono a mantenere la luce del mondo antico”.
Se nemmeno Sorel vi sembra convincente, ricordate Lenin. In Stato e rivoluzione Lenin rilegge Engels. E parlando del rapporto tra lo Stato borghese e democratico e la rivoluzione corregge il vecchio Engels. Engels parlava di “estinzione” dello Stato. Immaginava che la fine della società in classi avrebbe condotto all’inutilità delle strutture statuali. E al loro inevitabile accantonamento. “La società che riorganizza la produzione in base a una libera ed uguale associazione di produttori, relega l’intera macchina statale nel posto che da quel momento le spetta, cioè nel museo delle antichità accanto alla rocca per filare e all’ascia di bronzo”.
No, pensa Lenin. Lo stato democratico e borghese va spezzato. Lo Stato si estinguerà solo grazie ad un’azione violenta che imporrà come essenziali due sole funzioni: controllo della produzione e della distribuzione; registrazione del lavoro e dei prodotti. Tutti i cittadini diventano operai armati. Lavorano nella stessa misura, osservano la stessa misura di lavoro, ricevono nella stessa misura.
Violenza organizzata contro un sistema e un nemico comune.
Per affermarsi nella guerra contro il nemico comune occorre accettare il rischio dell’annientamento di sé. Che significa cancellare i propri interessi prima e dopo il conflitto. Ma ancora più radicalmente mettere a repentaglio la propria vita. Un’idea che accomuna tutte le rivoluzioni. Ce lo insegna Hanna Arendt. Parlando della Rivoluzione francese, Arendt sostiene che Robespierre abbia ereditato da Rousseau l’idea che la virtù rivoluzionaria per eccellenza sia l’abnegazione. Il rivoluzionario incorruttibile fonda questa certezza “sulla sua intima convinzione che il valore di una politica possa essere verificato in base al grado in cui si oppone a tutti gli interessi particolari e il valore di un uomo possa essere giudicato dal grado in cui agisce contro il proprio interesse e contro la propria volontà”.
Anche la non-violenza, quando la si osservi senza paraocchi ideologici, è solo una variante dell’estetica della violenza sin qui rappresentata. Se ne osservino le pratiche: il digiuno, lo sciopero della fame, la resistenza passiva. La violenza non è eliminata. Non è un paradigma irenico quello che ci si presenta davanti. Piuttosto è l’oggetto della violenza ad essere mutato. L’esibizione del corpo rimane. Ma il corpo ferito è il proprio. Il sasso che prima era lanciato contro il nemico rimbalza ora sul corpo di chi protesta. Anche qui annientamento di sé. Addirittura in grado superiore.
Alessandro Porcelluzzi,
| mercoledì 9 novembre 2011 | Scritto da Antonella Soldo - 152 letture |
Avete visto The Truman Show, no? A metà del film un giornalista chiede all’ideatore dello show: “Per quale motivo Truman non è mai riuscito a scoprire la vera natura del mondo in cui ha vissuto finora?” E il regista Christof risponde: “Noi accettiamo la realtà in cui viviamo così come si presenta, è molto semplice”. Poi però, un pezzo alla volta il mondo artefatto in cui il protagonista viveva ignaro dalla nascita si sgretola, si dissolve. Un elemento alla volta, l’amore, l’amicizia, la famiglia, la citta…persino quello splendido cielo blu all’orizzonte non è che un telo stampato.
Ebbene io penso che in questo momento noi occidentali siamo più o meno così. Questo bel mondo fatto di salde certezze sta precipitando, e non ci sarà manovra che reggerà l’impatto. Noi siamo come i nostri avi cinque secoli fa quando scoprono di non essere gli unici abitanti del pianeta, ma che esiste un continente altrettanto grande, quando scoprono che la terra gira intorno al sole, che il cielo non è fatto di etere e i mondi sono infiniti. Insomma, siamo di fronte ad una nuova “rivoluzione copernicana”, ma di valori questa volta. Così come nel Cinquecento è crollato il sistema aristotelico- tolemaico oggi crolla il sistema occidentale che sull’Utile ha costruito il suo potere. L’economia, l’unica scienza legittimata a perseguire quest’unico fine, ha fallito, e dalla più concreta attività dell’uomo (l’oikos nomia è l’arte di gestire la casa) si è trasformata in una mano più che invisibile imprevedibile. Della forza terrificante dell’economia virtuale hanno fatto le spese già molti popoli, storditi da eventi di cui potevano bene vedere gli effetti, nell’impoverimento immediato delle loro vite, ma le cui cause rimanevano recondite, troppo lontane, magari in qualche accordo tra banchieri stipulato nell’altra parte del globo, comunque sempre celate.
Lo sbigottimento degli islandesi, che sapevano di vivere tranquillamente in uno dei paesi più ricchi del mondo, non deve essere stato minore di quello degli europei dell’età moderna difronte agli abitanti del Nuovo Mondo, o difronte alle meraviglie del binocolo di Galilei, nel momento in cui si sono visti travolti dalla crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato. Nemmeno i greci immaginavano di essere così poveri e destinati a portare negli anni a venire la croce di un debito pubblico che non sanno nemmeno loro come sia stato rimpinguato. Gli ungheresi, i portoghesi aspettano attoniti che qualcosa accada, gli italiani sono scimuniti dalle acrobazie del governo e dai piani di salvataggio che hanno la durata massima di un pomeriggio.
La realtà è che dietro i proclami ufficiali, le prese di posizione delle istituzioni monetarie internazionali, i summit dei capi di stato, dietro tutto questo c’è un “sistema” che è comunque una costruzione storica, un’invenzione di uomini orientati verso precisi valori, e in quanto tale è fallace e passibile di essere messa in discussione. E’ la storia che ha trasformato gli uomini in cittadini nell’antica Grecia, in fedeli con l’avvento del cristianesimo, in lavoratori e classe operaia nell’Ottocento, in produttori, consumatori, investitori speculatori nella nostra epoca, e la storia non sempre è giusta.
Quello che il nostro mondo ha dimenticato in questi anni è proprio la domanda sull’Uomo. “Chi siamo?” La prima domanda della filosofia, la domanda dei bambini, resta senza risposta: “consumatori”, “lavoratori”, “produttori”, anche “cittadini” è troppo poco per definire l’umanità.
Lo stesso utilitarismo nella formulazione dell’inglese Jhon Stuart Mill teneva fermo un obiettivo: la felicità degli individui che compongono una nazione. “ Il valore di uno Stato è il valore degli individui che lo compongono- scriveva Mill nel saggio Sulla libertà- uno Stato che rimpicciolisce i suoi uomini perché possano essere strumenti più docili nelle sue mani, anche se a fini benefici, scoprirà che con dei piccoli uomini non si possono compiere cose veramente grandi; e che la perfezione meccanica cui ha tutto sacrificato alla fine non gli servirà a nulla, perché mancherà la forza vitale che, per fare funzionare meglio la macchina, ha preferito bandire”. L’unico valore assoluto per Mill è la libertà, intesa come la possibilità per ognuno di perseguire a suo modo il suo proprio bene. Cito ancora dal Saggio sulla libertà: “la natura umana non è una macchina da costruire secondo un modello e da regolare perché compia esattamente il lavoro assegnato, ma un albero, che ha bisogno di crescere e di svilupparsi in ogni direzione, secondo le tendenze delle forze interiori che lo rendono una persona vivente”. Nelle nostre società la felicità è un ideale per pazzi, per gente fuori dal mondo, per filosofi falliti. La felicità al limite è intesa come un prodotto, preconfezionato, ed anche i desideri non sono mai personali, sono sempre desideri della società, veicolati dalle pubblicità. Quando un bambino nasce è catapultato nella società dell’utile: tutto quello che fa deve “servire” a qualcosa, la scuola che sceglie deve essere compatibile con il mercato, persino le attività del tempo libero devono essere utili. L’utile è l’ossessione della nostra società.
Cesare Cremonini, collega e rivale di Galilei all’Università di Padova, fu l’ultimo filosofo a sostenere la visione aristotelica del mondo, e per questo si rifiutò di guardare attraverso il cannocchiale per verificare di persona le scoperte di Galilei, urlando che si trattava di uno strumento del Demonio. Ebbene, questa crisi è un momento drammatico, ma è anche la possibilità per noi di guardare nel cannocchiale e vedere che questo mondo in cui siamo calati non è l’unico sistema possibile, datoci una volta per sempre dalla natura, ma è costruito su delle idee umane, che stanno dimostrando ai nostri tempi i loro limiti e la loro fallibilità. Questa crisi è una possibilità per riportare l’economia ad una dimensione reale, per porsi nuovamente la domanda sull’uomo, e magari orientare l’organizzazione delle nostre società su criteri di bellezza e felicità, che lungi dall’essere ideali utopici sono in realtà quanto di più propriamente umano possa esistere.
Antonella Soldo, 24 anni, è una terrona trapiantata a Roma per fare cose inutili come studiare filosofia. Svezzata al giornalismo nei seriosi ambienti di Radio Radicale non è in grado di fare di sè una presentazione auto ironica.
| mercoledì 9 novembre 2011 | Scritto da Redazione - 43 letture |
Su questo pezzo la Redazione di Labouratorio, tanto per cambiare, si è spaccata. Di più, a finito per azzannarsi in una sterile diatriba. Il tutto per la parte iniziale di questo accorato appello, che alcuni potrebbero trovare verbosa. Ma noi lo proponiamo lo stesso invitandovi ad arrivare fino in fondo e a dedicare 60 secondi di orologio a pensare a cosa direste voi, col megafono, in strada…
Ci sono voluti un pò di giorni prima di fare un’analisi di quello che ho visto e vissuto in via Merulana ed in via Cavour. Dall’adrenalina di quei momenti, alla rabbia, al rimorso: il rimorso di non aver potuto portare a termine una bellissima giornata, un momento di gioia.
Adesso, come a Genova (e solo in questo possono essere paragonabili), non stiamo più parlando del perchè eravamo lì. Stanno oscurando tutto. Non è importante tanto parlare di complotti, infiltrazioni o sabotaggi, quanto confrontarci sui nostri problemi e costruire passo dopo passo un senso di collettività, quel senso comune che (idee chiare o meno) è riuscito a far ritrovare 300000 persone: il più grande risultato per lo meno di tutta Europa.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: il primo è il divieto di manifestare in corteo per la FIOM, ma ne seguiranno altri.
Mi soffermo un attimo sulla questione del rapporto tra violenza e non-violenza, una chiave di lettura prettamente pragmatica che voglio condividere con voi.
Molti indicano i manifestanti come traditori per aver applaudito l’intervento delle forze dell’ordine, ma si dimenticano che, aldilà di qualsiasi giudizio sulla figura che ricoprono, sono anch’essi vittime della crisi, come il 90% della popolazione italiana.
Senza cadere in un dibattito sterile, vorrei ricordare che il governo ha tagliato fondi pari a 60 milioni di euro a polizia, vigili del fuoco e guardia forestale. Per questo, ad esempio, le pattuglie, sulle tracce di importanti boss della famiglia dei Casalesi, sono state costrette a sospendere le indagini per mancanza di benzina.
Non ho intenzione di fare distinzioni, vorrei semplicemente che quel 90% si ritrovasse più unito possibile.
Chi pensa invece che questi atti di vandalismo siano un segno della frustrazione che stiamo vivendo dice il vero, ma non possiamo negare che colpire indistintamente macchine, banche, agenzie interinali, monumenti storici, vetrine dei negozi e delle poste (per non parlare dei saccheggi), sia il simbolo di questa società che rifiuta la complessità dei fenomeni e che ha bisogno che tutto sia ridotto a demagogia, lasciando abbandonati i giovani.
Essi sono paradossalmente i figli di questo sistema: un circuito che vorrebbe creare confusione nelle menti delle persone, appiattendole, portandole ad avere paura, a scendere in piazza. Qual è la distinzione tra chi brucia macchine o distrugge un alimentari e chi ti colpisce e ti rende precario a vita? Fra chi con bombolette spray imbratta il Colosseo ed un governo che taglia sulla cultura? C’è chi si scaglia contro la polizia chiamandoli “servi del potere”, ma cosa ne pensa di questo sistema che alimenta la guerra tra ceti medio-bassi?
Mi ha colpito in particolare un articolo di una ragazza che diceva che, anche se il corteo si fosse concluso pacificamente, non saremmo qui a parlare di finanziarizzazione, di debito pubblico e di banche, poichè non ci sarebbe stata pubblicità da parte dei mass media. Ha perfettamente ragione.
Questo fa riflettere anche su quanto siamo diventati oltremodo schiavi di un mondo basato su un virtualismo informatico che distanzia i rapporti, mentre dovremmo parlarci, riprendere la bellezza del contatto visivo e fisico. Ecco l’occasione che abbiamo davanti.
Voglio essere onesto in tutto e per tutto con voi: ho molti dubbi, nonostante il gran numero di partecipanti alla manifestazione di sabato, che sia chiaro a tutti quale sia il nemico da sconfiggere. I 300000 in realtà sono il risultato di una crisi che inevitabilmente sentiamo, ma quando ero in corteo ho avvertito che siamo ancora lontani, ad esempio, dagli indignati americani, andati pacificamente per le strade del quartiere di Wall-Street(uno dei nodi centrali).
Se chiedi in giro tanti ancora ti parleranno della “casta politica”, qualcuno invece ti dirà che sono tutti uguali…Il punto è che abbiamo bisogno come il pane di fare politica (bene infatti su questo punto ciò che dichiarano gli indignati italiani) e che essa ci sia rendendoci utili nel nostro piccolo e nella vita quotidiana. Abbiamo bisogno di non sentirci soli, di cancellare la competitività che sentiamo l’un l’altro e lo spirito individualista che ci pervade.
Per farlo dobbiamo capire perchè siamo arrivati a questo punto.
Circa 30 anni fa vi è stato un cambiamento evolutivo (o meglio “disevolutivo”) dal capitalismo che accettava il “compromesso sociale”, al capitalismo finanziario ( se vogliamo turbocapitalismo). In questa fase il disegno era ben preciso: la destrutturazione della democrazia per sovvertire l’ordine e rendere subalterno l’indirizzo politico all’indirizzo economico-finanziario. La sempre più crescente subalternità della politica in toto (anche le sinistre europee si erano appiattite al sistema) ha permesso di creare ed incrementare, a livello globale, una forbice di disuguaglianza sociale, favorendo i pochi, i ricchi.
Noi siamo stati a guardare e pian piano, dalle grandi battaglie del ’68 fino agli anni ’70, siamo diventati sempre di più schiavi di quei teleschermi. Ci hanno fatto credere che il problema era la “casta”, l’extracomunitario che, vittima anch’esso della globalizzazione nel mercato libero, veniva da noi. Abbiamo perso il contatto con la realtà, perso il lavoro fisso, i nostri diritti, siamo diventati competitivi, distanti tra noi, siamo stressati e abbiamo creato una generazione senza futuro.
Ma chi sono i “mostri”? I mostri sono gli speculatori, le agenzie di rating, le grandi multinazionali che, a differenza degli stati non hanno confini, ma sono sopratutto le banche private e non, che hanno gonfiato all’estremo i debiti “pubblici” di tutto il mondo.
Cosa sta succedendo adesso? Adesso i governi, schiavi di questo sistema a circuito chiuso ed astratto, stanno cercando di ricapitalizzare e salvare le banche. Esattamente chi ha causato la crisi del 2008!
Chi ci rimetterà? Tutti noi: diminuiranno drasticamente i posti di lavoro, chiuderanno le fabbriche, aumenteranno i prezzi, diminuiranno gli stipendi, la cultura, l’istruzione, la ricerca…Tutto per proteggere qualcosa che concretamente non esiste! Un pezzo di carta, il denaro, contro la vita stessa, l’uomo e l’ambiente.
Eccoci dunque arrivati al punto. Questo momento di silenzio ci regalerà una grande occasione e proprio perchè abbiamo bisogno di coinvolgere tutti, perchè si tratta del destino di tutti noi, è nostro dovere rendere coscienti ed obiettive le persone. Superiamo qualsiasi barriera, indignati e non, politicanti e non, associazionisti o semplici cittadini, l’importante è rendere chiare le cose! Ecco la proposta: prima di elaborare una qualsiasi alternativa, abbiamo il coraggio di fare 1-2 giorni con microfono o megafono in mano, piazza per piazza, quartiere per quartiere e spiegare con parole semplici chi sono i nostri nemici e il perchè ci troviamo in queste condizioni? E’ essenziale. So bene che non è semplice ed è per questo che chiedo la disponibilità a tutti voi: se questo messaggio avrà un’ottima adesione possiamo cercare di costruire un appello che verrà letto e riletto in ogni angolo di città, per farlo arrivare a tutti. Senza bisogno di televisione, perchè se “Maometto non va alla montagna è la montagna che va da Maometto”. E proprio perchè sono convinto che rendere consapevoli milioni di persone è molto più pericoloso che tirare qualche bomba carta e creare il caos, lascio a voi queste parole. Siamo tutti colpevoli della situazione in cui ci troviamo. Smettiamola di essere complici!
“Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo” [M.Gandhi]
Ottavio Herbstritt, cittadino.
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