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	<title>Labouratorio &#187; Dalla periferia dell&#8217;Impero</title>
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	<description>Magazine di sperimentazione alchemica per una generazione che non c&#039;è</description>
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		<title>[Europeismi] Un nuovo europeismo per la sinistra</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 00:36:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A pochi giorni dall’ennesimo vertice europeo, annunciato come momento cruciale nel definitivo salvataggio dell’Euro, e tuttavia già fallimentare nei suoi effetti nel contrastare la crisi del debito, a fronte di una spaccatura drammatica tra il Regno Unito di Cameron strenuo difensore dell’avido capitalismo finanziario della City e il resto dell’Europa appeso alle decisioni miopi e ideologiche… <a href="http://www.labouratorio.it/2012/01/18/europeismi-un-nuovo-europeismo-per-la-sinistra/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>A pochi giorni dall’ennesimo vertice europeo, annunciato come momento cruciale nel definitivo salvataggio dell’Euro, e tuttavia già fallimentare nei suoi effetti nel contrastare la crisi del debito, a fronte di una spaccatura drammatica tra il Regno Unito di Cameron strenuo difensore dell’avido capitalismo finanziario della City e il resto dell’Europa appeso alle decisioni miopi e ideologiche della Germania di Angela Merkel, noi militanti del circolo Radio Londra di SEL sentiamo fortemente la necessità di reagire, proponendo un’alternativa forte sia alla rassegnazione al crollo della moneta unica sia alla subalternità culturale all’Europa dei tagli e delle politiche di austerità.<br />
Ci rivolgiamo dunque a tutti gli iscritti, militanti e simpatizzanti di Sinistra Ecologia e Libertà con questo documento politico che ha uno scopo ben preciso: lanciare una mobilitazione forte sul piano politico e culturale per un nuovo europeismo di sinistra, che dia forza a un’idea di Europa diversa, fondata su principi democratici, attenta alle tutele sociali e tesa a ristabilire il primato della politica sull’economia e una più equa distribuzione della ricchezza.</em></p>
<p><strong>L’Europa a un passo dal baratro</strong><br />
La crisi economico-finanziaria iniziata negli USA nel 2007, ha raggiunto poco dopo l’Europa, colpendo dapprima le banche e l&#8217;economia reale, per poi tramutarsi negli ultimi due anni in una crisi del debito sovrano. Iniziata dai paesi più periferici dell’Unione la crisi è sbarcata la scorsa estate nel cuore dell’Eurozona, colpendo in modo particolare ma per niente esclusivo, il nostro paese. Ai crolli quotidiani delle borse si accompagnava l’esplosione dei tassi di interesse sui titoli di stato.<br />
Per mesi ci è stato ripetuto che la crisi dei debiti sovrani era un effetto diretto di una spesa pubblica sovradimensionata, principalmente dovuta ad un peso eccessivo del welfare, e che pertanto la ovvia e necessaria risposta politica alla crisi dovesse essere fatta di tagli e riduzione del ruolo dello stato nell’economia, in assoluta continuità con le ricette economiche rigoriste proprie del paradigma economico neoliberista.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/europe-map.gif"><img class=" wp-image-5142 alignright" title="europe-map" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/europe-map.gif" alt="" width="299" height="363" /></a><br />
Si è dunque reagito con una serie impressionante di vertici tra capi di stato, conferenze internazionali, trattative più o meno segrete, che hanno avuto come unica indicazione quella di implementare politiche di austerity volte a ridurre in tempi rapidi l’entità del debito pubblico dei paesi al centro della crisi.<br />
Queste politiche restrittive sono state a vari livelli annunciate e messe in pratica, spesso in modo improvvisato e sulla scorta di diktat e imposizioni provenienti dai vertici politici (asse franco-tedesco, o meglio il duo Sarkozy Merkel) e finanziari (BCE) dell’Europa, in nessun caso producendo un risultato apprezzabile nel fermare la corsa al rialzo dei tassi di interesse.<br />
Nel ripetersi del fallimento delle ricette economiche proposte dalle autorità politiche ed economiche dei paesi dell’Eurozona, è emersa con sempre maggiore forza una visione alternativa del processo economico in atto. Secondo questa interpretazione, la crisi del debito è la naturale conseguenza della crisi finanziaria del 2007 che ha messo in moto meccanismi speculativi inarrestabili (inarrestabili in quanto non sono stati poste in essere efficaci politiche di regolazione e controllo del sistema finanziario) che, facendo leva su difetti fondamentali nell’architettura monetaria e politica dell’Europa, si sono posti come obiettivo l’affossamento dell’Euro.<br />
Questo processo è ormai sempre più vicino al compimento. Le speranze reali di salvare la moneta unica sono ormai davvero ridotte al lumicino e le risposte di politica economica che potrebbero arrestare il processo di avvitamento della crisi non sembrano essere all’ordine del giorno.<br />
Nel momento in cui l’Europa si avvicina a passi da gigante verso la perdita della moneta unica, punta più avanzata in termini simbolici di un processo di integrazione durato 60 anni, non è più possibile ignorare le ragioni profonde di questo fallimento.<br />
Il percorso che ha portato alla nascita dell’unione monetaria è nato e si è sviluppato in un momento storico dominato da una concezione monolitica dell’economia, che poneva l’enfasi sulla riduzione del ruolo dello stato come agente economico e sulle capacità taumaturgiche di un mercato lasciato libero a sè stesso, il tutto in un contesto mondiale di globalizzazione che si traduceva in deregulation e nella definitiva liberazione del capitale dal vincolo nazionale. Il portato in termini di distribuzione della ricchezza è stato un trasferimento netto di risorse dai ceti medio bassi, tramite compressione dei salari e perdita progressiva di potere d’acquisto, al mondo del turbocapitalismo che vive di rendita finanziaria, vero responsabile della costruzione del castello di carta derivata iniziato a crollare nel 2007.<br />
Questi processi storici si sono riflessi in un processo di integrazione guidato, negli ultimi venti anni, quasi esclusivamente dagli interessi economici e finanziari, che vedevano in un mercato unico e in un’unica valuta un’imperdibile occasione di profitto, prima ancora che di sviluppo. Il trattato di Maastricht ha sugellato la nascita di un percorso fatto di vincoli di bilancio agli stati nazionali accompagnati da una dottrina monetaria europea di derivazione tedesca che vedeva nel controllo dell’inflazione l’unico obiettivo della politica economica europea, che si andava di fatto progressivamente a sostituire a quelle nazionali. Non è un caso che in queste condizioni tutti o quasi i paesi dell’Eurozona abbiano sensibilmente ridotto i proprio tassi di crescita perdendo posizioni relative rispetto al resto del mondo.<br />
Accanto a questo processo di integrazione economica è per di più mancato un altrettanto ambizioso percorso di integrazione politica. Il governo economico dell’Eurozona è, a un decennio di distanza dalla nascita dell’Euro, tuttora un miraggio, sostituito da poco comunitari vertici intergovernativi, perfino a due o tre paesi. In termini di istituzioni democratiche, siamo tuttora fermi al Parlamento Europeo, attore sostanzialmente inerte perfino in questo drammatico momento.<br />
La crisi attuale è figlia di questi errori storici e può avere conseguenze devastanti sul futuro della stessa Unione Europea. Di fronte al pericolo di frantumazione dell’Euro troverebbero gioco facile tutti i meccanismi della reazione conservatrice che, facendo leva sulla necessità di ragionare in termini di interessi nazionali, accompagnerebbero alla inevitabile recessione un contorno di guerriglia strisciante tra i paesi dell’Unione. Già si intravede il ritorno dei nazionalismi, dei fascismi, dei movimenti populisti xenofobi e perfino di una sinistra nazional statalista di risulta, che troveranno argomenti e fiato di fronte alla deflagrazione provocata dal crollo della moneta unica.<br />
<strong>Un&#8217;altra Europa è possibile</strong><br />
Gli errori commessi nel percorso di costruzione europea hanno segnato storicamente un percorso altrimenti senza precedenti nella storia. 60 anni di pace, di progresso, di sviluppo economico e avanzamento sociale sono certamente sotto gli occhi di tutti ed in particolare di quelli dei militanti dei movimenti politici progressisti e socialisti. L’idea stessa di un economia sociale di mercato, prodotto più avanzato del “compromesso socialdemocratico” che accompagna alle libertà economiche un forte sistema di welfare a sostegno della classi svantaggiate, rappresenta la punta più avanzata di organizzazione sociale mai creata nella storia, e rischia ora di scomparire sotto l’attacco coordinato di un’offensiva speculativa al debito e una offensiva ideologica all’idea stessa di welfare, condannato come tutta la spesa pubblica vista a prescindere dal suo scopo sociale.<br />
<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/UE-bandiera.jpg"><img class="alignleft  wp-image-5143" title="UE-bandiera" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/UE-bandiera.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Tornare indietro nel processo di integrazione sarebbe contrario ai nostri interessi, desideri e perfino alla ovvia e necessaria direzione del mondo verso un’integrazione sempre maggiore di popoli e istituzioni. La dissoluzione dell’unità politica Europea costituirebbe l’inizio di un processo generale di instabilità politica ed economica che non potrà che avere ripercussioni sostanziali sulla stabilità degli equilibri mondiali, tuttora alla ricerca di un nuovo ordine dopo la fine del mondo unipolare dominato dalla superpotenza americana.<br />
Correggere la rotta è necessario, urgente, imprescindibile.<br />
E’ di fondamentale importanza aggredire prioritariamente quella che è La questione di fondo che inficia la legittimità di tutti i progetti politici in atto: la questione democratica.<br />
A fronte di un processo di globalizzazione che ha di fatto esautorato dalle decisioni che contano i vertici degli stati nazionali che soli sono frutto di una legittimazione democratica, è compito assolutamente ineludibile quello di dotare l’Europa di istituzioni democratiche in grado di operare scelte e politiche nell’interesse e per conto dei cittadini europei.<br />
Occorre procedere senza indugio verso un cammino di integrazione politica, a livello di stati, partiti, associazioni. Un percorso federalista rispettoso dell’individualità delle parti costituenti e attento agli equilibri culturali e politici, oltre che economici.<br />
Senza affrontare la questione democratica non è possibile correggere l’impostazione economicista che ha viziato fin qui il processo di integrazione europeo. Soltanto un governo europeo legittimato dal voto popolare può essere il naturale esecutore delle esigenze di progresso, non solo economico, che attengono al popolo europeo tutto.<br />
L’ampiezza della sfida è, di fronte alla portata degli eventi in atto, assolutamente proibitiva.<br />
E’ dunque prioritario lanciare un messaggio di speranza, di coraggio, di sfida. E’ necessario un segnale politico che dica ad alta voce che di fronte al fallimento dell’Europa delle banche, dei bilanci, del rigore, e delle politiche finanziarie come orizzonte politico, noi rilanciamo la necessità del sogno europeo, di un comune destino dei popoli dell’Unione.<br />
<strong>Appello per una mobilitazione immediata</strong><br />
Per questo auspichiamo che Sinistra Ecologia e Libertà si faccia urgentemente promotrice di una manifestazione per un nuovo europeismo, che riprenda il filo spezzato del progetto federalista proprio del patrimonio della cultura socialista e progressista. Una giornata di mobilitazione per ricostruire l’Europa attorno a dei pilastri politici e sociali all’altezza della sfida, a partire dai valori internazionalisti,di pace, libertà, giustizia sociale e democrazia.<br />
Una giornata in cui chiamare a raccolta le moltitudini di cittadini che, oggi come 60 anni fa, hanno trovato nell’Europa la risposta alle loro aspirazioni professionali, di studio, di libertà, cosi come dei giovani che si sono formati nei progetti Erasmus e hanno scoperto il mondo con un interrail, che trovano lavoro e si trasferiscono in altre città d’Europa sentendosi comunque a casa.<br />
Una manifestazione che ponga le basi per una campagna in cui riunire sotto la bandiera di un europeismo di alternativa radicale tutti i movimenti politici internazionalisti, siano essi partiti socialisti o socialdemocratici, verdi, o appartenenti al variegato mondo del fronte anticapitalista. <a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/PSE.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-5144" title="PSE" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/PSE-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Un’occasione concreta per creare le basi di una nuova unità dei movimenti politici della sinistra, nel segno di un nuovo corso di politica economica, e della centralità della questione democratica.<br />
Il sociologo polacco Zygmunt Bauman circa un anno fa, diceva:<br />
“Il potere (che è capacità di realizzare le cose) e la politica (che è capacità di decidere quali cose necessitano di essere fatte) ora sono separati. Il potere è stato globalizzato, la politica è rimasta localizzata. O legata a personaggi. Queste due entità devono essere riunite in un livello sovrastatale. Questa sfida probabilmente consumerà la parte migliore della presente generazione. Ma è un obiettivo a cui dobbiamo per forza mirare.” 1<br />
60 anni prima di lui, in una piccola isoletta al largo delle coste del Lazio, dove erano stati confinati dal fascismo, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, terminavano il loro Manifesto di Ventotene con queste parole, che sono la migliore conclusione del presente appello:<br />
“Oggi è il momento in cui bisogna saper gettare via vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge così diverso da tutto quello che si era immaginato, scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie tra i giovani. Oggi si cercano e si incontrano, cominciando a tessere la trama del futuro, coloro che hanno scorto i motivi dell’attuale crisi della civiltà europea, e che perciò raccolgono l’eredità di tutti i movimenti di elevazione dell’umanità, naufragati per incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo.<br />
La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà.”<br />
Note:<br />
1 lectio magistralis tenuta all’Università la Sapienza tenuta a Roma, Dicembre 2010</p>
<p>2 &#8220;<a href="http://www.labouratorio.it/2011/03/25/labouratorio-di-futuro-il-manifesto-di-ventotene/">Per un&#8217;Europa libera e unita. Progetto d&#8217;un manifesto</a>&#8220;, Agosto 1943<br />
<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/manifesto-ventotene.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5145" title="manifesto ventotene" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2012/01/manifesto-ventotene-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a></p>
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		<title>[Islam] La parte integrante dell&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 21:09:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommaso Gazzolo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La liberazione della Libia è stata la prima guerra autenticamente europea dalla fine dei sistemi coloniali formali. Guerra europea perché il problema politico fondamentale ad essa sotteso è quello del controllo, lungo il mediterraneo, dei paesi musulmani da parte delle potenze europee. Va detto, sin d’ora, che tutto ciò è stato possibile soltanto a partire dal ripensamento… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/islam-la-parte-integrante-delleuropa/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La liberazione della Libia è stata la prima guerra autenticamente <em>europea</em> dalla fine dei sistemi coloniali formali. Guerra<em> europea</em> perché il problema politico fondamentale ad essa sotteso è quello del controllo, lungo il mediterraneo, dei paesi musulmani da parte delle potenze europee.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/EuropeFlag_m.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4878" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/EuropeFlag_m-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Va detto, sin d’ora, che tutto ciò è stato possibile soltanto a partire dal ripensamento della gestione degli spazi mondiali da parte degli Stati Uniti, inaugurato con la presidenza di Obama ed il Discorso del Cairo. Si ricordino due punti chiave: l’Islam come “<em>parte integrante</em>” dell’America e l’idea che, se la democrazia non si deve imporre ad una nazione, “i governi che proteggono e tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior successo, i più sicuri”. Dopo l’Iraq, la “primavera araba” sembra corrispondere all’idea di un <em>cordone sanitario</em> e strategico che, lungo l’Africa settentrionale, è condizione per l’esercizio in modo <em>indiretto</em> del controllo da parte degli Stati Uniti.</p>
<p>È la prima volta che si assiste ad un <em>allineamento</em> di Paesi musulmani entro l’asse politico occidentale (è la prima volta, del resto, che nelle manifestazioni di piazza non si vedono bruciare le bandiere degli Stati Uniti): l’Islam, in tal senso, diviene davvero “parte integrante” degli spazi occidentali. Gli Stati Uniti hanno, oggi, intensificato – e non diminuito – l’intervento esterno, molto più di quanto non sia accaduto con la presidenza Bush. Ma, ripensato in termini di “allineamento delle province” dell&#8217;impero, tale intervento ha avuto per conseguenza quella di coinvolgere direttamente le responsabilità ed il controllo di quelle posizioni spaziali da parte dei paesi dell’Europa.</p>
<p><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/islamwest2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4928" title="islamwest2" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/islamwest2-300x245.jpg" alt="" width="300" height="245" /></a>Per tale ragione la “liberazione” della Libia è stata una guerra <em>europea</em>, una guerra, cioè, in cui si è <em>determinato</em> – perché tale era la posta in gioco &#8211; quali tra gli Stati europei saranno chiamati a sostenere il compito di mantenere l’allineamento di quell’area nell’orbita occidentale. L’alleanza anglo-francese ha, evidentemente, vinto questa guerra. Vittoria preparata, pensata e resa possibile dal trattato di collaborazione militare firmato tra i due Paesi il 2 Novembre 2010. Alla Francia è stato riconosciuto il controllo decisivo dell’Europa occidentale e mediterranea; controllo dal quale, ora, dipenderanno i due Stati che hanno perduto questa guerra: la Spagna e l’Italia.</p>
<p>Sarebbe, del resto, improprio voler giudicare i rapporti tra Italia e Francia sulla base del solo problema del riassestamento delle relazioni ed influenze economiche con la Libia del dopo-Gheddafi. Il “<em>colonialismo datore</em>” – secondo la formula di Kojève – è prima fenomeno politico che economico, perché lo sviluppo finanziario che si sosterrà in Libia sarà chiamato a svolgere il compito chiave di mantenere l’ “allineamento” di quei Paesi africani nel sistema occidentale. Sotto il profilo politico, è pertanto illusorio pensare che il mantenimento dei contratti con le imprese italiane da parte del nuovo governo libico possa garantire all’Italia un ruolo politico che la guerra le ha ormai reso impossibile.</p>
<p>Difficile è dire se la Germania abbia perduto questa guerra. I suoi rapporti con la Francia non sembrano essere stati messi in discussione, se questo stesso mese i due Paesi hanno concordato i nuovi indirizzi della politica economica europea. Nello stesso tempo, la posizione tedesca resta radicata nell’Est europeo ed al centro dei problemi chiave delle relazioni europee con la Russia e la Turchia. Se, tuttavia, questa guerra non ha determinato una crisi dei rapporti tra Francia e Germania, significa che, in essa, non sono stati coinvolti problemi di <em>egemonia</em> sul continente europeo: è l’asse Nord-Sud che ha subito un essenziale riassestamento.</p>
<p>La “primavera araba”, infatti, pone la questione strategica fondamentale se l’Islam potrà o meno costituirsi come parte integrante dello spazio occidentale. Questione che importa un profondo ripensamento dell’Unione Europea, la quale è, ancora, pensata in termini di <em>nazioni</em>, nonché del senso <em>politico e culturale</em> di quegli spazi europei. Francia e Inghilterra hanno intuito quello spostamento, il quale comporterà la necessità, per l’Europa, di abbandonare l’asse Est-Ovest su cui è stato costruito il suo equilibrio.  Come controllare questo spazio, sarà il compito essenziale che la prossima Conferenza di Parigi sarà chiamata ad iniziare a dover sostenere. Non c&#8217;è infatti impero &#8211; come scriveva Ortega y Gasset &#8211; senza <em>un piano di vita imperiale</em>. Il che, nel caso di specie, indica anche che la scelta dell&#8217;integrazione dell&#8217;Islam &#8211; quello che Lévi-Strauss definiva<em> l&#8217; Occidente dell&#8217;Oriente</em> &#8211; nel sistema spaziale europeo, nell&#8217;allineamento, tradisce un&#8217;idea imperiale precisa. Ed essa sembra in linea con l&#8217;asse Nord-Sud sul quale la politica occidentale si sta riposizionando, e corrisponde alla necessità di rafforzare l&#8217;opposizione con l&#8217;Oriente Estremo. Per servirsi ancora delle parole di Lévi-Strauss, integrare l&#8217;Islam nell&#8217;asse spaziale politico occidentale significa cioè rafforzare l<em>&#8216;interdizione-</em>chiave di cui l&#8217;Islam è portatrice;  rafforzare, in altri termini, quella barriera tra Oriente ed Occidente di cui è la religione islamica la forza fondamentale, il custode ed il vero e proprio <em>katéchon</em>, in quanto l&#8217;Islam è, nella sua radice, la negazione e la separazione del mondo musulmano dall&#8217;Oriente, è la sua occidentalizzazione.</p>
<p><strong>Tommaso Gazzolo parte integrante di Labouratorio <a href="http://www.labouratorio.it/2011/07/28/alienamenti-di-breivik-o-della-prospettiva-dallalto/">da quando ci ha guardati tutti dall&#8217;alto.</a></strong></p>
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		<title>[Alienamenti] Di Breivik o delle colpe della nuova destra</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 21:07:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Enrico Peroni, new entry su Labouratorio, riprende il tema dell&#8217;eccidio norvegese inaugurato la scorsa settimana da questo bellissimo pezzo di Tommaso Gazzolo. Sarà mica il caso di leggerli entrambi? Chi diffonde paure inesistenti è colpevole: di procurato allarme, di rischi per la società e per i singoli individui. Se chi diffonde queste paure lo fa per… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/alienamenti-di-breivik-o-delle-colpe-della-nuova-destra/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Enrico Peroni, new entry su Labouratorio, riprende il tema dell&#8217;eccidio norvegese inaugurato la scorsa settimana da <a href="http://www.labouratorio.it/2011/07/28/alienamenti-di-breivik-o-della-prospettiva-dallalto/">questo bellissimo pezzo di Tommaso Gazzolo</a>. Sarà mica il caso di leggerli entrambi?</strong></em></p>
<p>Chi diffonde paure inesistenti è colpevole: di procurato allarme, di  rischi per la società e per i singoli individui. Se chi diffonde queste  paure lo fa per ottenerne un vantaggio elettorale, inoltre, è due volte  colpevole. Perché dicendo le bugie e prendendo voti si compie un furto.<br />
La  nuova destra populista radicale, capace di raggiungere brillanti  risultati elettorali accarezzando pregiudizi e stereotipi contro  immigrati e/o minoranze etniche, era quindi, fino al 22 di Luglio del  2011, colpevole di procurato allarme, di istigazione all’odio e di  furto. Da quel giorno è colpevole anche di essere stata la base  ideologica di un attentato terroristico che ha avuto come vittime la  classe dirigente giovane di uno dei partiti socialdemocratici e  riformisti migliori del mondo.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/Giornale-islam-300x182.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4857" title="Giornale-islam-300x182" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/Giornale-islam-300x182.jpg" alt="" width="300" height="182" /></a></p>
<p>Vittime giovani. Giovani impegnati in  politica. Per una politica migliore. Migliore perché aperta al mondo,  capace di accogliere i principi e i valori dell’eguaglianza, della  giustizia, della solidarietà, dell’accoglienza del diverso.<br />
La nuova  destra radicale europea si è forgiata sui principi opposti. Odio e paura  sono le parole chiave della nuova destra. Odio contro il diverso per il  solo fatto di essere diverso. Odio contro chi vuole una società aperta.  Odio nei confronti del principio comune alle tradizioni socialista  riformista, liberale democratica e cattolica per il quale la persona ha  una propria intrinseca dignità e che l’individua abbia per sé una serie  di diritti civili, politici e sociali. E paura. Principalmente due  paure. Una concreta, dei ceti medio-bassi, di perdere alcuni diritti  sociali a favore di qualcuno che non si ritiene degno di averli perché  non è nato in un determinato luogo o non ha il colore della pelle, la  religione, gli usi o i costumi uguali a quelli locali. E una simbolica,  tipica di ogni ceto sociale, di perdere la propria identità. Etnica,  nazionale. Inventata o reale. La propria identità che, per assurdo, in  molti casi, è stata già persa quando nascono questi movimenti  identitari. Ne sono un esempio le Fiandre: quando il cattolicesimo che  teneva unita la società è stato indebolito dallo sviluppo economico e  soprattutto dalla secolarizzazione della società, si sono rafforzati i  movimenti indipendentisti. Spesso razzisti anche con gli immigrati  (Vlaams Belang), o per lo meno intolleranti con i valloni (quasi tutti  gli altri partiti delle “ricche” Fiandre).<br />
In breve le paure e i  pregiudizi sono stati usati per rafforzare l’ideologia dell’odio, che  sente l’Europa “invasa” dagli immigrati, indebolita nel suo vigore  etnico dalle politiche delle forze progressiste e di sinistra, umiliata  per via della perdita della propria purezza. A questo proposito valgono  due riflessioni ulteriori di carattere storico, una valida per  l’antichità, una per la storia contemporanea.<br />
La prima, necessaria, è  quella relativa alla purezza e all’etnia (o alle etnie) europea  (europee). L’Europa è stata e sempre sarà un crogiuolo di popoli:  linguisticamente si vede, dal punto di vista biologico non ne parliamo.  Le pianure russe ad est sono una porta d’accesso all’Europa così  semplice da rendere impossibile nella Storia la creazione di uno spazio  etnico chiuso nel nostro continente.. Inoltre, la grandissima facilità  di spostamento per via dei climi temperati, ha prodotto sempre  migrazioni e commerci intraeuropei impossibili in continenti disposti  nord-sud come America e Africa. Riassumendo, la forza dell’Europa antica  e la sua superiorità tecnologica si devono alla mescolanza etnica e  alla disposizione geografica del continente. Di purezza, nessuna.<br />
La  seconda è quella relativa alla situazione degli Stati europei  all’indomani delle due guerre mondiali. Nel 1946 una eredità il Nazismo  l’aveva lasciata. Gli Stati europei erano tutti – ripeto, tutti –  diventati omogenei dal punto di vista linguistico-culturale. Le  costruzioni nazionali dell’800 avevano creato nazionalismi che nel 900  hanno portato a Stati monoculturali. L’Italia, la Francia, la Spagna,  l’Austria, la Polonia (ecc) nel 1946 erano stati senza minoranze  etniche. Le migrazioni intraeuropee per portare ad una teorica  omogeneità culturale hanno prodotto un fatto assurdo. Nel 1946 essere  nazionalisti nella maggior parte dell’Europa significava avere le armi  spuntate: non c’erano piú minoranze etniche da usare. L’idea della  guerra era mal vista dopo che due generazioni erano state bruciate nei  campi di battaglia. Infine, il terzo motore possibile del razzismo, la  povertà, venne derubricato rapidamente grazie alle politiche del Piano  Marshall da un lato e al fallimentare ma stabilizzante sistema comunista  dall’altro.<br />
Queste due riflessioni sono utili per comprendere da una  parte il limite dell’ideologia neofascista, che non parla più di una  superiorità razziale ma che sostiene la superiorità dell’Europa su basi  economiche o sociali che non hanno senso alla luce della considerazioni  fatte. Dall’altra parte si può capire lo shock di vasti strati sociali  della popolazione europea cresciuti in un contesto di omogeneità  culturale profonda, quasi eccessiva. Fino al 1970-75 la gran parte della  Francia non conosceva la multiculturalità (fa eccezione Parigi), fino  al 1995 Spagna e Italia avevano tassi d’immigrazione risibili. Ad Est la  storia è un po’ diversa: si puó dire che la cappa comunista aveva  azzerato i problemi interetnici con la polizia militare.. Finito il  comunismo molti postcomunisti hanno riscoperto vecchi attriti  (Jugoslavia, Slovacchia-Ungheria) e soprattutto miti di grandi stati,  inventandosi umiliazioni storiche (La Grande Ungheria, la  Grande-Romania, la Grande Moravia).</p>
<p>Tutto questo fino ad oggi  aveva prodotto disastri nelle coscienze, nelle urne e nell’umiliazione  di diritti di minoranze ed immigrati. Il 22 di Luglio ha prodotto 2  attacchi terroristici. E’ forse ora che tutti in Europa cominciamo a  fare un muro contro questa nuova destra, uscendo dall’errore enorme di  considerarlo un attore con cui si puó dialogare. L’FPO di Strache o il  VB nelle Fiandre, il Front National in Francia e alcuni personaggi della  Lega Nord in Italia (e si puó ovviamente continuare) sono da  considerare come soggetti minanti la nostra società, il nostro modello  sociale, la nostra cultura, la nostra libertà, i nostri diritti. Non  solo per le politiche razziste che pongono in essere. Ma anche perché  con le loro parole di odio e paura aizzano gli squilibrati.<br />
E’ ora  che tutti, la sinistra riformista ma soprattutto la destra moderata  mettano una linea. Un argine. Una trincea. Chi non lo farà sarà  colpevole. Di procurato allarme, di istigazione all’odio, di furto di  voti. E di contribuire a costruire il clima da cui la violenza razzista  trae alimento.</p>
<p><strong>Enrico Peroni, scambiato per serbo in Serbia, per  tedesco in Germania, per svizzero in Spagna e per inglese a Roma, è  veneto da diverse generazioni e sogna l&#8217;Europa Unita fin dalla  fanciullezza. Fondatore di un&#8217;associazione ghei a 19 anni in una città  piccolo borghese del nordest, innamorato della Spagna e dei suoi  abitanti di sesso maschile, ad oggi Segretario di Partito della stessa  città di cui sopra.</strong></p>
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		<title>[E poi c&#039;è sempre il Colosseo] Non serve venderlo, basta metterlo a bilancio!</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Aug 2011 21:01:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[riceviamo su redazione@labouratorio.it e prontamente pubblichiamo. Nei giorni scorsi ha fatto scalpore il diffondersi della notizia (smentita dall’ambasciata finlandese alla quale ci siamo rivolti) della pretesa dello stato finlandese di ottenere quale mezzo digaranzia per il concorso nel salvataggio finanziario dello stato greco una sorta diipoteca sul Partenone. Più precisamente, sono circolate voci diplomatiche, riportate dalla… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/08/30/e-poi-ce-sempre-il-colosseo-non-serve-venderlo-basta-metterlo-a-bilancio/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>riceviamo su redazione@labouratorio.it e prontamente pubblichiamo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nei giorni scorsi ha fatto scalpore il diffondersi della notizia (smentita dall’ambasciata finlandese alla quale ci siamo rivolti) della pretesa dello stato finlandese di ottenere quale mezzo digaranzia per il concorso nel salvataggio finanziario dello stato greco una sorta diipoteca sul Partenone. Più precisamente, sono circolate voci diplomatiche, riportate dalla stampa, secondo le quali la Grecia disporrebbe di beni per il valore complessivodi 300 miliardi di euro.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/colosseo.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4905" title="colosseo" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/08/colosseo.jpg" alt="" width="560" height="312" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Quel che è certo è che, con tale atto, la Finlandia avrebbeimpresso un chiaro vulnus al principio della invalutabilità dei beni demaniali, principio che, nel gergo giuridico, verrebbe definito “tralaticio”, ossia che sitramanda di generazione in generazione meccanicamente, senza alcuna revisione dirazionalità e di attualità. Certo, finché i bilanci degli stati non creano problemi, ilprincipio tralaticio può ancora essere salvato senza troppi pensieri, ma nel momentoin cui persino gli U.S.A. rischiano il default, qualcuno potrebbe cominciare achiedersi come mai le ricchezze maggiori di un Paese continuano a restare fuori dalbilancio dello stato, cosa che non sarebbe permessa a una società privata. Del resto, se una società privata per azioni iscrive in bilancio all’attivo i propri “beni immobili”(art. 2424 c.c., c. 1, 1° cpv., n. 2), e lo stesso fanno le società in mano pubblica, non si vede perché solo lo Stato e gli altri enti territoriali debbano ignorare di possederebeni immobili e fondiari oltretutto immensi e immani. Se ne ricava che il bilanciodello Stato sia un bilancio senza cespiti immobiliari, l’unico noto con tale bizzarra caratteristica. Si consideri ad esempio questa bizzarria, per la quale se una S.p.A.possiede un terreno, questo è iscritto in bilancio e ha un valore di mercato,indipendentemente dall’esistenza di una volontà di venderlo, mentre se lo stessoterreno viene espropriato da una pubblica amministrazione questo valore sivolatilizza, dato che non viene iscritto in alcun bilancio e in alcuna sua parte: diventaun costo. Eppure già nel 1896 Antonio Labriola scriveva che, con l’evoluzione storica, lo Stato “è dovuto divenire una potenza economica”, in particolare “nelladiretta proprietà del demanio”, oltre che “nella razzia, nella preda, nell’imposizionebellica”. Si trattava dell’eredità dello Stato patrimoniale, di quelli che già per A.Smith erano i beni di sua proprietà per il sostentamento del principe, oltre che per glispostamenti delle truppe.<br />
Oggi questo demanio è sterminato: strade e autostrade, porti e aeroporti, impianti energetici, beni storici e artistici, coste, acque territoriali, fiumi, laghi, risorse naturalidegli enti locali, miniere, cave e, per accessione, rete elettrica e cavi telefonici (almeno potenzialmente), armamenti, strade ferrate, l’etere, che viene dato inconcessione alle emittenti televisive per scarso corrispettivo, così come le costevengono “privatizzate” con concessioni per pochi denari. A tacere delle riserveauree, 2500 tonnellate in Italia, e a loro volta non contabilizzate.<br />
Eppure tutti dicono che lo Stato è “povero”, che ha un immane deficit di bilancio, unavoragine di debiti, che non ha di che spendere: eppure stranamente quando la politicavuole lo fa. E se la Grecia ha beni per 300 miliardi l’Italia, con tutte le città d’arte, ne ha certamente molti di più&#8230;<br />
Povero Stato, che rende poveri noi con manovre “lacrime e sangue”, quando basterebbe un ammodernamento della teoria del bilancio dello Stato per consentire manovre di crescita e non gravemente restrittive come avviene ora.</p>
<p><strong>Fabio Massimo Nicosia,</strong><br />
<strong>Davide Leonardi,</strong><br />
<strong>Domenico Letizia.</strong><br />
<strong>Associazione “Diritto e Mercato”</strong></p>
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		<title>[MAGGIANATA EPOCALE]Il crollo dell&#8217;Impero di carta,i rischi per la democrazia,la prospettiva bellica.</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 00:50:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Maggiani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Dalla redazione...]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Intercettazioni]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro maggiani]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; &#8221;Nei consigli governativi, dobbiamo guardarci le spalle contro l’acquisizione di influenze che non danno garanzie, sia palesi che occulte, esercitate dal complesso militare-industriale. Il potenziale per l’ascesa disastrosa di poteri che scavalcano la loro sede e le loro prerogative esiste ora e persisterà in futuro&#8221; Dwight David Eisenhower &#8221;Io credo che le istituzioni bancarie… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/07/28/maggianata-epocaleil-crollo-dellimpero-di-cartai-rischi-per-la-democraziala-prospettiva-bellica/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/07/dali-voltodiguerra.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4834" title="dali-voltodiguerra" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/07/dali-voltodiguerra-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" /></a>&#8221;Nei  consigli  governativi,  dobbiamo guardarci le spalle contro  l’acquisizione di  influenze che  non danno garanzie, sia palesi che  occulte, esercitate dal <strong> complesso</strong> <strong>militare-industriale</strong>.  Il potenziale  per l’ascesa disastrosa di poteri  che scavalcano la  loro sede e le loro  prerogative esiste ora e persisterà in  futuro&#8221;</em></p>
<div><strong>Dwight David  Eisenhower</strong></div>
<p><em>&#8221;Io credo che le <strong>istituzioni bancarie</strong> siano più pericolose per le nostre libertà di quanto non lo siano gli   eserciti permanenti. Essi hanno di già messo in piedi un&#8217;aristocrazia   facoltosa che ha attaccato il Governo con disprezzo.  Il potere di   emissione deve essere tolto via dalle banche e restituito al popolo, al   quale esso appartiene propriamente.&#8221;</em><br />
<strong><br />
Thomas Jefferson</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le  citazioni sono importanti,più difficile è trovare quelle necessarie.Le  due riportate sono di gloriosi Presidenti degli Stati Uniti  d&#8217;America,<strong>due</strong> liberali,<strong>due </strong>credenti nel libero mercato,<strong>due</strong> epoche  diverse,<strong>due</strong> diversi pericoli segnalati con profetico anticipo nel loro  gravare sulla sopravvivenza delle isitituzioni democratiche.<br />
Parole profetiche,ripetiamo,previsioni che convergono ora nel 2011,in  questo decisivo tornante lungo la salita della Storia,nel quale  complesso militare industriale e potere finanziario si accavallano,si  stimolano a vicenda spingendo l&#8217;umanità verso l&#8217;inevitabile punto di  rottura del sistema economico globale.<br />
Guerra del <strong>Vietnam,</strong>anni 60,gli USA si avventurano nella più sciagurata  impresa bellica della loro epoca di dominio globale.Il debito pubblico  crollato nettamente dopo il secondo conflitto mondiale torna ad  aumentare sotto la presidenza di <strong>Kennedy e Johnson</strong>, sotto il peso della  spesa per armamenti che gia a partire della guerra di Corea e dopo la  crisi della Baia dei Porci era stata notevolmente implementata. Bloccati  nel pantano vietnamita gli Stati Uniti emettono dollari e aumentano il  proprio debito sacrificando  sul mercato novanta mila tonnellate d&#8217;oro  per continuare a stampare banconota secondo gli accordi di <strong>Bretton Wood.</strong><br />
Ma il sistema non regge,le riserve auree non bastano.<br />
Il presidente <strong>Nixon</strong> cosi&#8217;,nel 1971,decide di intervenire rinnegando i  patti che avevano regolato l&#8217;economia globale del dopoguerra,superando  la convertibilità in oro della moneta in modo tale da rendere  svalutabile il dollaro ed &#8221;esportare&#8221; inflazione nei paesi  concorrenti.<br />
Quaranta anni fa,l&#8217;inizio della fine,il momento della nascita della più  grande bolla finanziaria di tutti i tempi: la bolla del debito.<br />
Slegata la banconota da ogni riferimento reale,dismessa la veste del  dollaro come &#8221;derivato&#8221; dell&#8217;oro,gli USA da allora non possono fare  altro che combattere periodicamente guerre più o meno fredde per  mantenere il dollaro come moneta di riferimento globale. Si  innesca  cosi&#8217; un meccanismo perverso per il quale a ogni guerra segue nuovo  indebitamento,a nuovo indebitamento depressione,a ogni depressione  svalutazione per &#8221;esportare&#8221; <strong>inflazione </strong>e con essa far salire  export,spesso proprio in armi.<br />
Istituzionalizzato il sistema con la demolizione di ogni freno statale  sotto la Presidenza Reagan,illusi che la sola potenza militare fosse la  vera riserva aurea, inebriati e acciecati dal crollo dell&#8217;Unione  Sovietica,gli USA a partire dalla presidenza di <strong>Bush Senior,</strong>con  l&#8217;entrata quindi ufficiale e stabile delle industrie belliche e della  <strong>CIA</strong> alla Casa Bianca,non hanno fatto altro che perseguire il ciclo  guerra-debito-recessione-inflazione-export-crescita-guerra,gonfiando  talora una bolla tecnologica,talvolta una militare.<br />
Esemplificativo della teoria che sottende questo sistema è la battuta  del presidente Reagan che interrogato in merito al debito pubblico  rispose: &#8221;è,grande?bene,ora potrà andare in giro da solo&#8221;.<br />
Su questo solco teorico semina guerra e debito senza discontinuità   anche Bush Junior,che,eletto finanziato dalla lobby militare,scatena  dopo l&#8217;undici Settembre una guerra &#8221;globale&#8221; a un entità vaga come <strong>Al  Qaeda</strong>,prendendo di mira Afghhanistan e Iraq,non a caso primo paese che  comincia a commerciare petrolio in euro.<br />
Nel decennio <strong>2001-2011 </strong>le spese militari volano come non mai e con loro  il debito pubblico.Gli<strong> USA </strong>portano il costo del denaro praticamente a  zero e stampano,stampano,stampano banconota e obbligazioni comprate  saggiamente dal nuovo concorrente cinese.Ma non sono solo le casse  pubbliche ad essere gonfiate di debiti sostanzialmente  virtuali,garantiti solo da una potenza militare a sua volta produttrice  di debito.<br />
Sono anche le banche private,le assicurazioni a essere  &#8221;truccate&#8221;,spinte nel proprio motore da una benzina potente e  pericolosa,i derivati finanziari,strumenti che hanno consentito ad  esempio a <strong>Lehman Brothers o Enron</strong> di contrarre debiti senza  contabilizzarli.<br />
Ad oggi i &#8216;<strong>&#8216;derivati&#8221;</strong>( future,cds,swap,opzioni) ammontano a otto volte  l&#8217;intero <strong>PIL </strong>mondiale.Un immenso castello  di carta di cui  è caduto  solo qualche foglio,con i crack del 2008 prontamente coperti con nuovo  debito pubblico.<br />
Si debito pubblico,nella patria del libero mercato si pubblicizzano  perdite private per il semplice motivo che se l&#8217;amministrazione Bush era  piena di ex consulenti dell&#8217;industria bellica o petrolifera,quella del  presunto rinnovatore Obama pullula di ex dipendenti di <strong>Goldamn Sachs</strong> a  partire del segretario al tesoro <strong>Geithner </strong>fino a <strong>Larry Samuelson.</strong><br />
Arriviamo cosi ai nostri giorni,a questa situazione drammatica,con un  mondo sommerso di debiti,una moneta di riferimento,il dollaro,troppo  svalutata per essere ancora tale,le agenzie che per la prima  volta degradano il rating <strong>USA</strong>.<br />
L&#8217;ordine mondiale è tutto da ricostruire.<br />
Il gioco bellico non è più opzione per farlo? Per ora pare  cosi,l&#8217;Impero morente tenta di attaccare i concorrenti esportanto  inflazione.Basterà? Dubitiamo,ma intanto complesso militare industriale e  sistema finanziario avranno reso <strong>le democrazie occidentali simulacri di  quel che erano,riducendo interi paesi a oligarchie tecnocratiche,</strong> avvicinando il rischio di movimenti reazionari e di un redde rationem  globale:un nuovo  terribile conflitto armato,unico e ultimo arbitro per stabilire chi farà  il &#8221;prezzo&#8221; nel mercato globale del nuovo millennio.</p>
<p><strong>Alessandro Maggiani,buon uomo religioso ed onesto, è mantenuto   dai suoi genitori per assenza di speranze. Campione di polemica ai   giochi della gioventù del 1997, ha come unico hobby la contemplazione   delle donne. Bombarolo mancato, ha sbagliato epoca in cui nascere.</strong></p>
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		<title>[Si Muore] Una rosa per i compagni</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 00:47:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Pugliese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I tragici fatti norvegesi meritavano di essere ricordati anche qui su Labouratorio, la cui spina dorsale, vale la pena ricordarlo, sono tanti giovani socialisti europei. Uno di loro è il nostro Matteo Pugliese, a cui abbiamo chiesto di scrivere i suoi pensieri sull&#8217;accaduto. L’AUF, la Lega dei Giovani Labouristi, ha cresciuto generazioni di socialdemocratici norvegesi. Come… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/07/28/si-muore-una-rosa-per-i-compagni/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong>I tragici fatti norvegesi meritavano di essere ricordati anche qui su Labouratorio, la cui spina dorsale, vale la pena ricordarlo, sono tanti giovani socialisti europei. Uno di loro è il nostro Matteo Pugliese, a cui abbiamo chiesto di scrivere i suoi pensieri sull&#8217;accaduto.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">L’AUF, la Lega dei Giovani Labouristi, ha cresciuto generazioni di socialdemocratici norvegesi. Come la Norvegia, anche la giovanile del Partito Labourista si tiene in disparte dagli organismi internazionali, ma questo non rende il legame coi compagni meno forte. Una giovanile fatta di giornate sui prati bagnati dal debole sole scandinavo, in stile ‘scout’, ma anche di educazione alla politica fondata su credibilità, responsabilità, rigore, concretezza, solidarietà. Prati come quello di Utoya, definito dallo stesso premier labourista Stoltenberg ‘paradiso della sua giovinezza’, trasformato in un mostruoso incubo di morte. E’ difficile superare il profondo dolore, snebbiare la mente dalla disperazione e il viso dalle lacrime, ma provo a farlo per dare qualche risposta, qualche rassicurazione, qualche motivo per sperare.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/07/norvegese.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4677" title="norvegese" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/07/norvegese.jpg" alt="" width="302" height="458" /></a><br />
Sbaglia chi classifica la strage di Utoya come il gesto di un folle isolato, come un fatto tragico, inevitabile ed imprevedibile. Le vite di quasi cento giovani animati dalla passione politica, da uno spirito civico, o semplicemente dal sentirsi parte di una grande Idea, non sono state falciate per caso, annichilite da un fatto di cronaca nera ascrivibile alla psicologia criminale. Questi cento giovani spazzati via da una furia fredda e calcolatrice sono le vittime innocenti di un fenomeno antico che serpeggia come un fiume carsico.<br />
La ‘società aperta’ vessillo del primo ministro Stoltenberg è figlia di una lunga tradizione scandinava di politiche progressiste, dallo svedese Olof Palme alla stessa ex premier norvegese Gro Harlem Brundtland (anche lei poche ore prima sull’isola e nel mirino di Breivik), esempi di coraggiosa intransigenza verso le ingiustizie interne ed esterne, verso le forme di intolleranza e disparità di genere.<br />
L’isola di Utoya, di proprietà del Partito Labourista, ha visto crescere lo stesso Stoltenberg in quella cultura generosa e contestatrice&#8230; La Norvegia durante i suoi mandati ha consolidato lo stato sociale, la solidarietà e la tolleranza per il diverso, elementi insopportabili per un cancro sotterraneo di cui Anders Breivik si è fatto portatore. L’odio per il multiculturalismo e l’intolleranza si sono insinuati nella pacifica società norvegese ed hanno scosso con violenza le abitudini quotidiane dei suoi abitanti.<br />
Perché i labouristi? Perché sono stati alfieri di questa politica progressista e difensori degli emarginati. Perché i giovani? Perché recidere il germoglio è il modo più sicuro per negare un futuro a quell’Idea.<br />
Eskil Pedersen, leader dei giovani labouristi, ancora traumatizzato dall’esperienza vissuta in prima persona sull’isola, racconta con la voce rotta di “giovani che si battono perché un essere umano non venga discriminato per il colore della propria pelle o per la sua fede religiosa. Giovani che credono negli ideali di tolleranza e antirazzismo. Il nostro impegno si moltiplicherà, è questo il modo per onorare i nostri compagni uccisi. Noi non ci faremo zittire. Mai.”<br />
Quanto alle vergognose tesi di Vittorio Feltri per cui i giovani sono stati degli “incapaci, egoisti e rammolliti” in quanto nessuno abbia avuto il coraggio di immolarsi lanciandosi sull’attentatore, ci auguriamo solo che venga espulso dall’Ordine dei giornalisti con disonore. E’ un insulto infame addossare la colpa su innocenti ragazzi terrorizzati e presi di sorpresa. (Nonostante non siano mancati disperati tentativi di fermare l’attentatore da parte di un poliziotto fuori servizio, vicino alla famiglia reale, abbattuto all’istante).<br />
Già iniziano a circolare commenti giornalistici e pareri di esperti sul profilo psicologico del massacratore Breivik. Si fa a gara tra i radical-chic nel brillare per falso garantismo, definendo l’ergastolo inadeguato ed inumano alla situazione. Io penso che la funzione rieducativa della pena in certi casi debba essere esclusa, in quanto non c’è giustificazione per uno dei peggiori atti che l’uomo possa compiere, preparato per anni con cura e freddezza, calcolato nei particolari e compiuto con tranquillità. Chi si fingeva morto veniva freddato alla testa per sicurezza. Beivik ha affermato tramite il suo avvocato che l’azione è stata “crudele ma necessaria”, quindi consapevole della gravità e capace di intendere e di volere. La storia ha conosciuto in altre epoche simili situazioni, a cui la società civile e democratica ci ha disabituato, tanto dal tendere a concepire una strage come un gesto folle. La lucidità di Breivik dimostra il contrario, è un fenomeno sociale e politico sottovalutato e pericoloso, una condanna esemplare servirà non solo a lenire l’immenso dolore delle famiglie e degli amici, ma anche a prevenire in parte future intolleranze.<br />
La crisi profonda che attraversa l’Europa è culturale prima che politica. Fatti economici e xenofobia sono figli dello stesso fallimento della classe dirigente europea, votata all’autoconservazione e manchevole di una politica comunitaria di sviluppo democratico. O si fa l&#8217;Europa o si muore. Il Vecchio Continente è chiamato all&#8217;ennesima prova, superare il terrore, ritrovare lo spirito di Ventotene. Possa l&#8217;Europa imparare una lezione indelebile, uno di quegli eventi che non vorremmo mai ricordare negli annali. La risposta, come ha affermato Stoltenberg, è più forza e più democrazia, non dimenticando che per Goethe &#8220;la tolleranza dovrebbe essere una fase di passaggio. Dovrebbe portare al rispetto.&#8221;</p>
<p><strong>Matteo Pugliese, 20 anni, giovane compagno socialista europeo. Proprio come loro.</strong></p>
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		<title>[La domanda esistenziale] Meglio un giorno da Scajola o cento da Scilipoti?</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 00:44:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stefano Del Giudice</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se fosse il personaggio di un film , ci vorrebbe il miglior Danny De Vito per interpretarlo, magari doppiato dal Nino Frassica prima maniera. Ma Scilipoti non è un film, Scilipoti esiste ed attraversa sorridente la propria vicenda surreale con la forza interiore che solo i personaggi consapevolmente caricaturali sanno di avere. Di lui, fino ad… <a href="http://www.labouratorio.it/2011/07/28/la-domanda-esistenziale-meglio-un-giorno-da-scajola-o-cento-da-scilipoti/" rel="bookmark">LEGGI ANCORA ...</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se fosse il personaggio di un film , ci vorrebbe il miglior Danny De Vito per interpretarlo, magari doppiato dal Nino Frassica prima maniera. Ma Scilipoti non è un film, Scilipoti esiste ed attraversa sorridente la propria vicenda surreale con la forza interiore che solo i personaggi consapevolmente caricaturali sanno di avere.<a href="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/07/scili.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4698" title="scili" src="http://www.labouratorio.it/wp-content/2011/07/scili.jpg" alt="" width="285" height="177" /></a><br />
Di lui, fino ad oggi,si è detto peste e corna,soprattutto per quella storia del mutuo che “ qualcuno “ gli avrebbe pagato per cambiare casacca, lasciando l’IDV per un improbabile gruppo parlamentare giunto in soccorso del governo Berlusconi. Su di lui si è anche ironizzato fino all’inverosimile ,vuoi per il disinvolto nulla idologico in cui si muove,vuoi per quel suo grottesco subordinare il voto di fiducia al ripensamento della legislazione in tema di agopuntura. Il “responsabile “ Scilipoti,insomma,è stato eletto a simbolo del trasformismo di questa politica sciatta e decadente,finalizzata al mero utile personale al di là di tutto e nonostante tutto, ma d’altronde non si può fare a meno di convenire che la sacrosanta indignazione coagulatasi intorno alla sua figura si è clamorosamente dissolta al corrosivo contatto del carattere caricaturale della sua presenza politica. Va bene, si dirà che alla fine Scilipoti non ha inventato nulla e che altri hanno fatto forse anche di peggio, ma questa pur vera affermazione non basta a spiegare,in un Paese senza memoria storica e politica come il nostro, il graduale mutarsi dell’indignazione nei suoi confronti in una sorta di diffusa ilarità: dopo tutto, il nostro eroe ha pur sempre tirato la corda oltre l’inverosimile ,platealizzando comportamenti che per altri più scafati parlamentari sono praticabili solo nell’ombra protettiva del sottobosco politico. La verità è che,come ebbe a scrivere Giorgio Bocca tanti anni fa, la maggioranza dei politici potrebbe morire sotto i colpi del ridicolo, mentre ve ne sono alcuni altri che sanno sguazzare e prosperare proprio nel loro essere grotteschi. Scilipoti è essenzialmente uno di questi ,o forse il più sfacciato fra questi, dato che la sua forza pare proprio la capacità di interpretare il peggio della nostra classe politica in modo così maldestro e sgangherato da rappresentare una parodia perfetta.<br />
Si tratta,alla fine, di una operazione simile ai libri di barzellette ed alle pubblicità in cui Totti ironizza su se stesso,giustificando i suoi ricchi contratti col fatto che la figura del calciatore ignorante come una capra fa ridere,ma soprattutto fa vendere migliaia di abbonamenti telefonici in più alla faccia dei tanti laureati disoccupati . Anche Scilipoti fa ridere, ma intanto salva le chiappe al governo in debito di fiducia parlamentare, si candida ad un posto di sottosegretario e si permette di presentare al mondo la sua imperdibile autobiografia con la benedizione sonnolenta e rassegnata di un Berlusconi bollito ed a corto di idee. Il tutto, alla faccia di chi crede che la politica, in questo Paese, sia ancora una cosa seria.<br />
Durerà? Non durerà? Non è questo il problema.Il problema è che ormai si è capito che in questa politica marchettara e cialtrona è meglio vivere cento giorni da Scilipoti che uno da Scajola: allegria più, faccia tosta più, agopuntura più, più, più&#8230;</p>
<p><strong>Stefano Del Giudice, ha comprato il suo libro, ci scrive sopra articoli, è il suo unico vero fan&#8230;</strong></p>
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