[Polemismi] Si scrive Portogallo ma si legge anche Spagna [cit. da Roberto Perotti]
| giovedì 14 aprile 2011 | Scritto da Nicolò Cavalli - 64 letture |
Fino a poche settimane fa, il conclamato effetto domino della crisi del debito europea sembrava, dopo il salvataggio di Grecia e Irlanda, non essersi davvero innescato: le altre due economie a rischio, quelle di Portogallo e Spagna, apparivano risparmiate da pressioni dei mercati finanziari, probabilmente per i segnali rassicuranti lanciati da una UE determinata a garantire la stabilità dell’eurozona “salvando” i propri membri in difficoltà.
Invece, nei giorni scorsi il costo dei prestiti per il Portogallo è aumentato drasticamente, raggiungendo la cifra record di quasi il 10% per i bond a cinque anni e quella, altissima, del 5,9% per i prestiti a breve termine. Se per convincere gli investitori ad acquistare i titoli portoghesi servono tassi così elevati, significa che i mercati sono scettici sulle capacità del Portogallo di pagare gli interessi sul proprio debito e tale convinzione, inibendo gli investimenti nei titoli emessi, priva effettivamente lo stato della liquidità necessaria per farlo.
Offrendo interessi più elevati, aumenterà l’appetibilità di tali titoli ma allo stesso tempo lo Stato si impegna a ripagare cifre ancora più elevate, così che mantenere tali impegni diventa di fatto una mission impossible. In particolare, il Portogallo dovrà “promettere” tassi di interessi proibitivi in ben cinque emissioni di titoli previste per i prossimi due mesi, per un totale di 6 miliardi di dollari che il governo portoghese spera di ottenere allo scopo di ripagare i 5 miliardi di interessi dovuti il 15 Aprile, cui si aggiungono i 300 milioni che la compagna ferroviaria statale deve pagare l’11 dello stesso mese.
Anche se dovesse riuscire in questa impresa, tutt’altro che scontata, a metà Giugno il Portogallo dovrebbe comunque ripagare altri 7 miliardi di interessi sui bond. Se non dovesse trovare la liquidità necessaria, sarebbe fallimento. Per questo, il governo portoghese dimissionario ha fatto capire di avere superato le resistenze del primo ministro, José Socrates, e di vedere come ineluttabile l’aiuto finanziario dell’Unione Europea.
E’ tuttavia a questo punto che si inserisce un problema politico: in Portogallo sono previste elezioni per il 5 giugno prossimo, così che, quando sarà tempo di prendere le decisioni fondamentali di politica economica, non ci sarà di fatto un governo operativo, né il parlamento eletto sarà entrato in carica, il che potrebbe portare ad un immobilismo fatale.
Anche perché, se l’effetto domino che sembrava smentito va materializzandosi, il prossimo candidato al rischio fallimento sarà la Spagna. Per ora i mercati non stanno mettendo pressione sui titoli emessi dal governo iberico ma, se anche in Spagna dovesse ripetersi le situazioni sopra descritte, i problemi non sarebbero minori. Grecia, Irlanda e Portogallo, infatti, rappresentano insieme solo il 6% del Pil totale dell’Unione Europea. Il Pil spagnolo, da solo, vale invece il 9% del totale continentale. Salvare un’economia di queste dimensioni non è detto che possa essere, se si presenterà la necessità, un compito possibile per le istituzioni europee.
In un articolo sul Sole24Ore del 9 Aprile, Roberto Perotti, docente di Politica Economica in Bocconi, sostiene le stesse tesi che io ho appena descritto (e che io però ho scritto due giorni prima, per essere chiari), tanto che ho utilizzato il suo titolo per presentare il mio articolo su Labouratorio. C’è però un punto fondamentale su cui io e Perotti siamo in disaccordo. Lui, infatti, afferma in chiusura: “E’ dunque irrealistico pensare che Europa e Fmi lascino il Portogallo al suo destino. Fortunatamente, i Paesi nordici insisteranno su condizioni molto dure, quasi punitive per un prestito. Questa è la strategia giusta, nell’interesse dello stesso Portogallo: la speranza è che fornisca l’impulso per quelle riforme che Lisbona finora non ha avuto la capacità di attuare. In caso contrario saranno stati 80 miliardi buttati via.”
E’ vero che l’inerzia politica e parlamentare dei “Paesi periferici” è un atteggiamento estremamente colpevole, così come è vero che lo stato presente delle cose impone azioni nette di contenimento dei rapporti macroeconomici. Ma sperare nell’intervento in qualche misura persino “moralizzatore” di questa entità mistica denominata i “Paesi nordici” è un atteggiamento a metà tra il giansenismo e una falsa ingenuità.
Al Portogallo sarà richiesto, come è stato fatto con Grecia ed Irlanda, di abbattere il costo del lavoro e di ridurre drasticamente la spesa pubblica: data l’incapacità costitutiva della politica di autoriformare la propria amministrazione, tale riduzione si risolverà in una sistematica distruzione dello stato sociale. Né più né meno della formula “Stabilize, privatize, and liberalize” che Rodrik indicava quale il mantra del Washington Consensus. Peccato che si sia già visto, nel Sud-Est asiatico ad esempio, che la pretesa di imporre queste riforme, uniformanti ed eterodirette, è in grado di condurre ad esiti potenzialmente molto negativi.
Dietro alla neutrale “necessità tecnica” di tali aggiustamenti si cela insomma il percorso di uscita da quel connubio tra economia di mercato e tutela delle classi meno privilegiate che ha preso il nome di “welfare state“: un sistema economico caratterizzato dalla fuoriuscita dalla povertà di milioni di individui e dalla conseguente formazione di una grande classe media relativamente benestante, in grado di consumare senza indebitarsi in maniera sistematica, sostenendo in questo modo l’economia continentale.
Pur essendo necessario ripensarne le forme in modo da garantirne la sostenibilità finanziaria, oggi compromessa, il welfare state rappresenta la vera peculiarità storica del modello europeo e occorre dunque essere lucidi nel comprendere il significato che potrebbe avere la decisione di rinunciarvi, optando per un modello in cui la ricchezza è creata da una élite globale, scissa dal resto della popolazione e dal territorio di provenienza, e distribuita agli individui come fossero briciole che cadono dal tavolo, nell’abdicazione dello stato da ogni forma di politica di carattere solidale. La sostenibilità di tale modello, in termini di crescita economica e di stabilità sociale, è tutt’altro che certa.
Insomma, la distruzione dei cascami welfaristici richiede sacrifici enormi nel breve periodo, e non rappresenta il sicuro salvacondotto al benessere di lungo periodo. Non foss’altro che “questo lungo periodo è una guida ingannatrice negli affari correnti. Nel lungo periodo siamo tutti morti. Gli economisti si attribuiscono un compito troppo facile e troppo inutile se, in momenti tempestosi, possono dirci soltanto che, quando l’uragano sarà lontano, l’oceano tornerà tranquillo.” Buon vecchio Keynes, ne abbiamo ancora molte di cose da imparare.

leggo i tuoi articoli e che posso dire……concordo su tutto
caro walter, che dire..mi dispiace per te!!
e nel frattempo i bond spagnoli fanno il record: 5,66%.