[In direzione ostinata e contraria] Ceux qui marchent contre le vent
| giovedì 14 aprile 2011 | Scritto da Davide Osti - 80 letture |
Che cosa sta succedendo al mondo?
Dopo la rivolta in Tunisia, in Egitto, ecco che ora arriva pure un’insurrezione e una guerra in Libia. Era ora, come si può pensare, dopo quarant’anni di dittatura Gheddaffiana, dopo anni pesanti di semi isolamento dal commercio mediterraneo, che non sia legittima la volontà popolare che si sta affermando?
Cosa sta succedendo nel mondo? La crisi economica, la civiltà post moderna, il consumismo più sfrenato e l’inizio di un terzo millennio che non si preannuncia tanto diverso dai precedenti. La retorica del progresso, la forza dei più forti che si fa sempre più forte, i pochi non illuminati e i tanti ancora meno. La crescita sfrenata di qualsiasi parametro aggregato: la produzione industriale, il Pil, gli scambi commerciali, la popolazione, le emissioni inquinanti, l’innalzamento del livello del mare, la temperatura media, non è possibile proseguire in questa maniera.
Tutto cresce. Le persone crescono. Siamo sette miliardi già. Le risorse naturali sono limitate. Il petrolio finirà, le materie prime minerarie hanno vita breve in confronto alla crescita esponenziale delle attività umane. E’ possibile che non ce ne si occupi di concerto fra i vari governi dei Paesi industrializzati?
Nel 1973 fu pubblicata uno splendido phamplet, sintesi di un’analisi raffinata, condotta da ricercatori dell’MIT, riunitisi ad cosiddetto Club di Roma. In questo saggio venivano elaborati complessi modelli matematici per prevedere l’andamento di variabili aggregate: attraverso gli appena nati calcolatori elettronici, emergeva la tendenza di quelle ad aumentare enormemente nel tempo.
Per la prima volta si frenava l’entusiasmo di uno sviluppo industriale illimitato considerato l’unico metodo per uscire dalla trappola Malthusiana e dalla povertà. Il libretto era scritto in maniera semplice, comprensibile anche dai non tecnici e si prefiggeva l’obiettivo di essere una guida per illuminare le scelte delle classi politiche mondiali. Perché occorreva affrettarsi, secondo gli esperti del Massachussets Institute of Technology, ad affrontare tematiche delicate e controverse. Perché non si poteva pensare di lasciarle scorrere ingenuamente e semplicemente come non toccassero.
E in questi anni cosa è accaduto? Il Trattato di Kyoto non è stato firmato dal G8, le emissioni inquinanti sono aumentate, la litigiosità fra paesi è aumentata e gli organismi internazionali sono stati nient’altro che roccaforti dei più potenti stati Stati Uniti, Russia e ora Cina. In qualche modo anche di paesi più emergenti come India, Brasile.
La possibilità che si potesse creare un dibattito istituzionale sulla diffusione di modelli alternativi di crescita o, ancor più controvento, di decrescita, è scemata sempre più all’alba di episodi di terrorismo transnazionale, di nuove grottesche guerre di religione, almeno apparentemente – in realtà sempre e comunque economiche. Le decisioni dei policy makers sono troppo spesso motivate da questioni breve periodo, miopi di oltre un quindicennio. Gli individui già di per sé sono propensi a guardare poco in là.
E’ il caso che siano i potenti della Terra a guardarsi bene prima intorno, poi dentro, riunirsi in sedi opportune internazionali e capire che non può tutto aumentare. Da qualche parte qualcosa bisogna tagliare, se non altro per poter garantire a qualcun altro di crescere. Per una distribuzione più equa delle risorse.
Una migliore gestione del territorio e un forte contrappeso di organismi pubblici su quelli privati, in primis imprese transnazionali. Pensare al lungo periodo, al destino dei figli dei figli dei nostri figli, e non al godimento immediato. Non è forse questo un modo per mantenersi immortali?
Davide Osti_ 23 anni, un passato da futuro commercialista e un futuro tutto da costruire.

per pietà, la decrescita noooooooooooo !!
Non quando gli USA creano il sale che permette di estrare lo shale oil e lo shale gas dalle sabbe bituminose senza investire immani quantità d’acqua, alla faccia del peak oil e del ritorno al medioevo !
La decrescita è fondamentale. Non per l’Italia. Non per gli Stati Uniti. Per l’intero mondo industrializzato. E’ chiaro che non verrà presa in considerazione seriamente dai vertici: pensiamo tutti al breve, alle necessità immediate, non a quelle durature. E lo dimostra pure quel che hai scritto tu. Ritorno al Medioevo? Naaaah.
Io personalmente non sono un sostenitore della decrescita per un motivo molto semplice, ossia la sua sostanziale improponibilità: la decrescita potrebbe virtualmente divenire un’esigenza, ma mi pare difficile possa diventare un programma praticabile. Chi oggi sarebbe disposto a “decrescere”? Né noi, tantomeno i paesi in via di sviluppo, tantomeno ancora quelli che la “crescita” la stanno solo sognando! Per cui personalmente sono più legato ad un’idea di progresso, che si sostituisca a quella di crescita. O meglio, rivedere le basi attraverso cui valutiamo lo sviluppo o la crescita (si veda la famosissima frase di Kennedy sul PIL ecc ecc) e costituire quelle per una creazione di ricchezza “sostenibile”, come si usa dire. E qui faccio una specificazione sul significato di “sostenibile”. La trappola malthusiana è un concetto virtualmente insuperabile. Non è che la rivoluzione delle tecniche agricole dell’epoca industriale l’abbia falsificato, come si sente dire. L’ha rimandato. Io sono però abbastanza convinto che il genere umano sarà in grado di rimandare i conti con la trappola di Malthus indefinitamente, come dice tutto sommato Manfredi e come dimostrano i movimenti poco pubblicizzati verso la ricerca di fonti alternative (la Cina che va a cercarne sulla Luna, eccetera). Ossia la trappola rimane sempre lì come concetto, ma non so quanto possa avere in futuro ricadute pratiche. Non fosse altro che, come dimostrano le previsioni del club di Roma, il futuro su questo argomento non è prevedibile anche perché avvicinandoci ad una presunta “fine delle risorse” aumentano gli incentivi per trovarne di nuove ed è letteralmente impossibile capire cosa succederà. Per cui la “sostenibilità” io la vedo innanzitutto in termini distributivi. Ossia bisognerebbe che, accanto alla giusta preoccupazione per un migliore sfruttamento delle risorse (più efficiente, più equilibrato, più “pulito”, eccetera), ci fosse un’idea di crescita generalizzata e quindi di uscita dei paesi non sviluppati dalla povertà. Che poi questo richieda una redistribuzione in termini relativi della ricchezza su scala mondiale è evidente. Ma questo, tutto sommato, sta già avvenendo: si vedano le “previsioni” (sempre loro, con tutti i loro limiti) sulla distribuzione del PIL mondiale di qui ai prossimi 50 anni, e si noterà un ridimensionamento fondamentale della ricchezza relativa del mondo oggi industrializzato. Fonte di preoccupazione è però che questa redistribuzione sta avvenendo in maniera del tutto distorta, sia tra paesi (con la divisione sistematica tra “fornitori” di materie prime e “sfruttatori” delle stesse), sia all’interno dei paesi in via di sviluppo (con differenze drammatiche di reddito nelle popolazioni).