Per una nuova politica economica in Europa
| venerdì 25 marzo 2011 | Scritto da Carlo D'Ippoliti - 349 letture |
Siamo troppo curiosi, troppo problematici, troppo tracotanti, perché possano piacerci risposte grossolane. Labouratorio è convinto che molte delle idee in circolazione non siano all’altezza delle sfide con cui ci troviamo a dover fare i conti e che ci sia ancora molto da discutere e da fare. Abbiamo deciso di iniziare pubblicando un estratto dell’appello per una nuova politica economica europea stilato da cinque economisti italiani, Sergio Cesaratto (Università di Siena), Carlo D’Ippoliti (Università la Sapienza), Sergio Levrero (Università Roma 3), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio) e Antonella Stirati (Università Roma 3). Il documento, da cui è stata tratta una dichiarazione sottoscritta da numerose associazioni, parte dal presupposto che le proposte del Consiglio Europeo dello scorso 24 e 25 marzo non siano in grado di condurre l’Unione Europea fuori dall’impasse economica e istituzionale di cui Labouratorio sta dando ampiamente conto, e prova a immaginare una realtà diversa. E’ questa, in fondo, la cosa che in queste pagine più ci piace fare.
La crisi dell’euro, costi sociali e insufficienza delle misure proposte
La crisi economica mondiale, la cui principale ragione di fondo va rinvenuta nella caduta della capacità di consumo dei lavoratori dei paesi industrializzati nell’ultimo trentennio, ha avuto un impatto disomogeneo nell’Unione Monetaria Europea, esaltando la divaricazione tra due aree d’Europa, una “centrale” e forte, e l’altra “periferica” e debole.
A ben vedere, infatti, la crescita registrata negli scorsi anni in alcuni paesi della periferia si è rivelata effimera, dal momento che si è tradotta in un boom dell’edilizia residenziale più che in un vero rafforzamento industriale. Al tempo stesso, l’incremento del debito pubblico in Spagna e Irlanda ha origine nella necessità di coprire l’indebitamento del settore bancario verso le banche dei paesi forti, e non dunque in irresponsabili politiche di spesa pubblica. Il più forte aumento dei salari nominali (sebbene non di quelli reali) nella periferia, che è seguito alla pur fittizia crescita, ha accentuato la perdita di competitività di quei paesi.
In questa vicenda non ci sono paesi buoni e cattivi, ma scelte di fondo sbagliate riconducibili alla filosofia neo-liberista. Questa ha ispirato sia il neo-mercatilismo dei paesi centrali, che attraverso la moderazione salariale ha condotto a bassi consumi interni ed esportazioni competitive, sia il maldestro tentativo dei paesi periferici di importare attraverso la moneta unica (che per definizione impedisce accomodamenti del conflitto sociale attraverso gli aggiustamenti del cambio) ulteriori dosi di disciplina, flessibilità e precarietà nel mercato del lavoro.
In questo contesto, gli aiuti europei a favore dei paesi indebitati sono stati resi disponibili a tassi di interesse elevati che, sommandosi all’imposizione di misure di bilancio restrittive, non potranno che aggravarne la crisi, rendendo vani gli enormi prezzi sociali e occupazionali causati da quelle stesse misure. L’intervento della Banca Centrale Europea (BCE) a sostegno dei titoli pubblici di quei paesi – una interessante novità – è stato del tutto insufficiente.
Purtroppo le misure approvate nell’ultimo summit non modificano tale impostazione. Esse si limitano infatti a un marginale incremento del fondo salva-stati già esistente e a definire l’entità di quello che lo sostituirà nel 2013, con un piccolo ritocco all’ingiù dei tassi usurai praticati alla Grecia. Soprattutto, si deliberano piani di riduzione del rapporto debito pubblico/PIL dei paesi ad alto debito, anche attraverso nuove privatizzazioni, ed un meccanismo di sanzioni per i paesi che non vi si attengono.
Queste misure confermano il perdurante orientamento conservatore delle politiche europee, indifferente all’aumento della disoccupazione, ai tagli allo stato sociale e all’istruzione, alle prospettive di milioni di cittadini europei, in particolare a quelle delle giovani generazioni. Contemporaneamente, la BCE sembra volersi sottrarre al proprio dovere di sostegno dei titoli pubblici dei paesi più indebitati, mentre al contempo si avvia verso un improvvido aumento dei tassi di interesse che nulla può contro l’aumento dei costi dell’energia, alimentari e materie prime.
La filosofia che prevale è quella del rigore. Alla deflazione di salari e prezzi interni, la cosiddetta “svalutazione interna”, è assegnato il compito di far riguadagnare a tali paesi la competitività perduta Si tratta di una logica distruttiva, che nega prospettive al modello sociale europeo e che rischia di mettere in pericolo la tenuta stessa dell’Unione Monetaria, come chiarito nella “Lettera” sottoscritta da oltre 250 economisti italiani e stranieri nello scorso giugno.
Cosa proponiamo in alternativa?
Per una nuova politica economica europea
Per evitare la deflagrazione dell’UME non è possibile fare semplicemente affidamento su un sistema di garanzie all’emissione dei titoli dei paesi fortemente indebitati – i cosiddetti Eurobonds, o l’Agenzia Europea per il debito. Queste proposte, di per sé pure interessanti, sono da sole insufficienti, e diventano null’altro che fumo negli occhi, se accompagnate dall’accettazione di nefaste politiche di bilancio restrittive e da una politica monetaria del tutto indifferente allo sviluppo e all’occupazione e preoccupata solo di contenere l’inflazione. Le forze progressiste e il mondo del lavoro, in Europa e in Italia, devono essere consapevoli che occorre una svolta di politica economica per uscire dalla crisi della zona euro e porre le condizioni per uno sviluppo armonico e duraturo.
Sono quattro le misure da mettere in campo immediatamente per intraprendere un percorso che contemperi la stabilizzazione della crisi debitoria con una ripresa dello sviluppo e della crescita occupazionale anche nei paesi periferici:
1. occorrerebbe abbandonare le politiche di abbattimento del debito pubblico, chiedendo ai paesi indebitati di stabilizzare nel medio periodo i livelli attuali del rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo, come proposto per l’Italia dall’Appello degli economisti del 2006. Contemporaneamente, i Paesi con surplus commerciale dovrebbero abbandonare le politiche di moderazione salariale ed effettuare politiche fiscali espansive, tali da riportare in equilibrio la loro bilancia commerciale e contribuendo in questo modo al rilancio delle esportazioni dei paesi indebitati e alla stabilizzazione del debito;
2. la politica monetaria dovrebbe essere orientata a promuovere lo sviluppo, assicurando tassi di interesse sui debiti pubblici sostenibili (sostanzialmente tenere molto bassi i tassi di interesse a lungo termine), tali cioè da realizzare l’obiettivo 1 senza mortificare spesa sociale, occupazione e crescita;
3. la dinamica della domanda interna e la politica salariale dovrebbero essere orientate al perseguimento, in particolare nei paesi con avanzi con l’estero, di un tasso di inflazione non inferiore a quello di riferimento europeo – da accrescere al 3%. Al tempo stesso i salari reali dovranno crescere in ciascun paese non meno della produttività. Anche per favorire ciò dovranno essere introdotte forme di tutela quali il salario minimo garantito (come sta scritto in una recente risoluzione del parlamento europeo) e forme di libera contrattazione sindacale atte a garantire quel risultato. I paesi che continuassero a praticare politiche deflazionistiche e restrittive, al fine di realizzare obiettivi d’inflazione inferiori a quello europeo, cercando di guadagnare così competitività a spese dei partners, dovrebbero essere soggetti a misure di pressione volte a incoraggiare un mutamento di quelle politiche;
4. occorrerebbe contrastare la speculazione internazionale e i fenomeni di dumping sociale in particolare da parte dei paesi esterni all’Unione Monetaria, con forme di regolamentazione e imposizione fiscale sulle transazioni finanziarie speculative (come la Tobin tax) e sul commercio sleale e di armonizzazione fiscale.
Le proposte ora delineate non possono non richiedere un mutamento profondo delle istituzioni economiche europee, e in particolare:
a) va ufficializzato il ruolo dell’Eurogruppo (il consiglio dei ministri economici) come sede di coordinamento della politica fiscale e monetaria con l’obiettivo prioritario della piena occupazione
b) lo statuto della BCE va modificato, contemperando l’obiettivo della stabilità dei prezzi a quello della massima occupazione (similmente a quanto avviene per la FED statunitense). Che scelte vitali per milioni di cittadini, quali quelle della politica monetaria, siano nelle mani di una istituzione tecnocratica non vincolata alle scelte popolari espresse dai Parlamenti nazionali ed europeo, dovrebbe risultare intollerabile per la sinistra e i sindacati europei. Quindi va valorizzato il ruolo di indirizzo delle politiche economiche.
Il rilancio delle competitività nazionali, in particolare nella periferia, non potrà mai avvenire in un quadro di caduta di occupazione, spese sociali, istruzione e innovazione. Al riguardo, ciascun paese deve riacquistare la sovranità completa nella politica industriale che includa un intervento attivo del settore pubblico, di programmazione e partecipazione diretta, nei settori industriale, energetico e bancario. I sistemi bancari nazionali vanno in particolare riformati nella direzione di farne strumento di supporto a uno sviluppo reale e sostenibile e non drogato da bolle speculative.
L’Europa a un bivio
Le proposte liberiste e rigoriste che avanzate nel vertice aggraveranno il carattere dualistico dell’economia europea: un “centro” poderoso che persegue politiche neo-mercantiliste allo scopo di vender molto agli altri e comprar poco da loro, e una “periferia” destinata al declino economico, sociale, ambientale e all’instabilità politica. Le misure sul tappeto a Bruxelles sono profondamente sbagliate e non potranno che accentuare la minaccia della deflagrazione monetaria, sociale e politica dell’Europa. È indispensabile una diversa politica economica volta alla crescita concertata ed equilibrata della occupazione e dei consumi sociali, nel rispetto dell’ambiente. Su questi temi il mondo progressista italiano ed europeo deve perciò farsi promotore di una campagna che accresca la consapevolezza e la mobilitazione popolare.

Questo appello mi sembra un buon inizio. La priorità è mettere in luce come le politiche della BCE siano potenzialmente molto negative per i cossiddetti paesi periferici (a me pare ad esempio che nelle “proposte” di riforma non abbiamo fatto molti passi in avanti dal washington-frankfurt consensus). Per cui ora come ora bisogna invertire la direzione delle politiche. A mio parere il passo successivo è mettere in discussione il sistema istituzionale (teorico,politico,culturale,sociale ed economico) che ci conduce ai trade-off irricevibili di cui sopra. Se la scelta è “facciamo macelleria sociale o default”, come si richiede alla Grecia, allora qualcosina da rivedere c’è. Anche perché poi che nel “lungo periodo” gli aggiustamenti strutturali richiesti oggi abbiano effetti positivi è tutto da vedere. Sono però molto meno fiducioso sul ruolo che il “mondo progressista” può avere in questo processo, che peraltro è ancora una storia tutta da scrivere. A breve ospiteremo per esempio un articolo di Lucio Baccaro, docente di sociologia a Ginevra, che mette in luce empiricamente come il ruolo dei sindacati, ad esempio, abbia sostanzialmente cambiato segno nel corso dello sviluppo storico dal dopoguerra ad oggi. Insomma, non so cosa ci sia di buono nell’apparato istituzionalizzato del gioco delle parti interne ad un discorso che è da rivedere dalla base. Anche se, certo, da qualche parte bisogna pur cominciare.
si ma qua, prima ancora, molto prima ancora, bisogna mobilitare le masse. Cioè qua ci si sta giocando il destino di tutte le conquiste positive dei popoli europei degli ultimi 50 anni: il welfare, l’euro, la stabilità politica, la stessa Unione è alla lunga minacciata.
Questa cosa non può e non deve rimanere un dibattito di economisti. C’è da capire e spiegare il perchè e il percome!
ma che mobiliti a fare le masse se un’idea non ce l’hai? è questo il punto. si è persa l’idea, ci si è convinti o accorti – a piacere – che era sbagliata, e ora stiamo buttando il bambino con l’acqua sporca. il punto è tutto sommato questo: quella che viene spacciata per la fine delle ideologie è in realtà la fine di un’unica ideologia degna di tale nome (per ampiezza teorica e strutturazione), il socialismo. ossia è venuto a meno il pensare il mondo in termini alternativi. la fine dell’ideologia, allora, è la dittatura dell’esistente e la gestione del presente. la politica si trasforma da tecnica regia platonica, che coordina tutte le altre tecniche e guida la sopravvivenza della specie, a puro management guidato dai sondaggi e distribuzione di prebende. allora il compito non è creare un sistema teorico chiuso, che abbia l’ambizione di spiegare tutta la realtà, il compito sensato è quello di mettere in luce le contraddizioni dello stato di cose presente e poi proporre una via d’uscita. sennò puoi mobilitare anche le masse, ma non vai proprio da nessuna parte. puoi anche prendere il potere, ma non sei nelle condizioni di modificare nulla strutturalmente.
“è venuto a meno il pensare il mondo in termini alternativi[...] è la dittatura dell’esistente e la gestione del presente”
Parole sante, Nicolo’. Ma io ancora mi arrovello sul perche’ la fine del socialismo “ideologico”, totalitario e aberrante nella vulgata dominante abbia travolto e stia travolgendo anche le vie laiche e socialdemocratiche al socialismo. Il capitalismo che degenera nella sua versione finanziaria non mi pare abbia una ideologia solida dietro: e’ una corsa a ritmo sempre accelerato verso la perdizione, senza alcun “logos”. Crea danni atroci, ineguaglianze spaventose, eppure chi dice queste cose viene tacciato di vecchiume ideologico. Quando poi il capitalismo e’ ancor piu’ vecchio del socialismo!
L’ obiettivo del socialismo storico e’ superato, finito? A me non sembra, anzi! Sono magari finite le vie “semplici” alla sua implementazione, che oltre a tanti vantaggi hanno causato pure grossi danni. Ma non per questo bisognerebbe rinunciare a sperimentare nuove forme di solidarieta’ e legame, di progettualita’ sociale. La strada che vedo e’ una forte coscienza e rete “globale” nell’ affrontare i problemi storici del nostro tempo coniugate con un rinnovato radicamento locale che includa pure sperimentazioni ardite nel fare-societa’, nel fare-impresa, ecc. Ma magari son dinamiche che richiedono decenni e parecchie crisi… siamo nel fitto degli alberi, e’ difficile scorgere oggi la via oltre il bosco.
E io qui non sono d’accordo. Il capitalismo ha dietro di sé un’ideologia solidissima, che si è costituita addirittura in scienza, tanto apodittiche si ritengono le sue verità. E’ la teoria economica neoclassica. Un poderoso strumento di decifrazione della realtà che viene insegnato, senza la sua necessaria contestualizzazione all’interno della storia del pensiero economico, in tutte le facoltà di economia del mondo. Sia chiaro, la scienza economica è fatta da persone serie e preparate, che lavorano nel sincero convincimento di lavorare in un ambito scientifico. E questo è certamente vero anche se non del tutto. Abbiamo per esempio imparato da Callon e Muniesa che la scienza economica è performativa o performante, ossia modifica la realtà sociale nel momento stesso in cui la descrive e anzi proprio perché la descrive in termini rigorosi, come nessuna altra scienza sociale è in grado di fare. A me questa pare una base forte per spiegare le ragioni della vittoria del capitalismo, se la sfida è “capitalismo vs socialismo” come nei tuoi termini, Pasquale. Basti pensare ad esempio che chi lavora in borsa è istruito per comportarsi esattamente come fanno, altro che “animal spirits”! L’ideologia socialista o la teoria economica marxista, al contrario, non sono penetrati allo stesso modo nel “sapere ufficiale” della società, ed è proprio per questo che Gramsci, che aveva capito tutto da tempo, parlava della necessità di ottenere l’egemonia culturale. Personalmente ritengo però che in questa “disfida” ci sia un esito tutto sommato di selezione naturale. L’epistemologia marxiana era del tutto inadeguata a sostenere un rovesciamento di paradigma. Walras invece, padre della teoria dell’equilibrio economico, ha legato le sorti della teoria economica neoclassica al discorso positivista che permeava la società e continua a permeare la scienza. Una nota poi su “socialismo”. E’ evidente che il socialismo come idea è un modo ancestrale di organizzare la società umana passando persino da Platone. Quel patrimonio di idealità appartiene a chiunque si ponga nell’amnbito dell’unico vero contrasto che genera la politica, quello tra conservazione e cambiamento, dalla parte del secondo. Il socialismo del XX secolo invece oggi viene superato perché è del tutto inadeguato. E’ un prodotto della società industriale, per esempio, e questo è il suo primo limite. Non che non abbia più niente da insegnare, che di cascami della società industriale ne viviamo tutt’oggi, ma sempre di più andiamo verso una società differente e un’epoca altrettanto diversa.I partiti socialdemocratici perdono presa perché hanno perso il sogno del mondo migliore e quindi diventano riformisti ma senza una vera proposta, se non quella di redistribuire le briciole che cadono dal tavolo. Gli rimane l’idealità (a volte nemmeno quella) ma senza l’idea. Serve un pensiero nuovo, “tutto qui”. Un’uscita verso la radura.
Ma il “fallimento” del capitalismo e’ la discrepanza tra quel che insegna e quel che e’. Una scienza che NON descrive il reale non e’ scienza. Non c’e’ alcun equilibrio economico nella societa’ capitalistica odierna e non c’e’ mai stato, probabilmente perche’ non puo’ esistere. Non esiste l’ homo economicus che fa scelte razionali e informate sul mercato, non esiste la libera scelta del prodotto migliore ma solo il marketing dilagante dei detentori del potere finanziario. Almeno nel primo mondo, non esistono bisogni da soddisfare, ma ne vengono creati sempre nuovi della cui necessita’ la gente viene convinta con potenza mediatica enorme. E’ una dottrina coercitiva e totalitaria, con tecniche avanzate e sottili del controllo dell’ opinione, certo, ma non razionale.
D’altro canto, acute riflessioni di economia politica (incluse quelle “socialiste”) si sono dimostrate molto piu’ fondate: basta vedere il divario tra ricchi e poveri che su scala mondiale diventa sempre piu’ estremo. A me pare purtroppo che la vittoria sia proprio quella dell’ ideologia dottrinaria sulla “scienza politico-economica” (con tutti i limiti che un approccio razionale puo’ avere nelle questioni sociali). Non sto rivendicando la declinazione ottocentesca o novecentesca del socialismo, anche perche’ alcune questioni moderne (pensiamo all’ ambiente, all’ energia e alla scarsita’ delle risorse) gli sono estranee e l’ internazionalismo e’ stato sempre piu’ un moloch che un dato acquisito. Sto rivendicando la sostanziale correttezza delle intuizioni di fondo, della “idealita’ ” sottostante. Ciononostante, i suoi stessi fautori son stati convinti dell’ errore. Un cortocircuito psicologico davvero notevole.
Nicolo’ “mettere in luce le contraddizioni dello stato di cose presente” significa discutere di cose molto concrete, che hanno influenza sulla vita di tutti noi. Mobilitare le masse per me vuol dire creare la discussione sul tema, chiarire la posta in gioco e gli attori, le posizioni e le prospettive.
Insomma, tocca fare la relazione introduttiva, per poi innescare il dibattito politico.
Pasq, “scientificamente” sono falliti tutti, tutti hanno insegnato, marxisti e non, e tutti si sono scontrati con le discrepanze tra quello che hanno insegnato e quello che e’ stato. Il Capitalismo pero’, ha ragione Nicolo’, ha convinto tutti di essere davvero scientifico e ha vinto, perche’ aveva ed ha in mano le chiavi del potere.
Il punto non e’ proporre un’altra “pseudoscienza” economica socialista, il punto e’ ripensare i fini, e gli strumenti per attuarli, a partire da un’analisi vera di cos’e’ e come funziona la societa’ oggi.
D’altronde si e’ sempre partiti per l’analisi, il Socialismo e’ nato come Antitesi alla tesi capitalista. E’ mutata la tesi, bisogna prima leggerla e poi scrivere la nuova antitesi.
Sottoscrivo gli ultimi due interventi. E sottolineo che l’idea è che Lab sia nato per questo. Il punto però allora è ancora un altro. Di persone che parlano di ridefinire le categorie ne conosco anche troppe. Che cosa distingue noi dagli altri? Come facciamo noi a capire la tesi e scrivere l’antitesi (o sintesi che sarebbe ancora meglio)? Da dove partiamo?
Vabbe’, Plex, pero’ cosi’ la butti nel qualunquismo. Non e’ che Berlusconi sia “scientifico” perche’ ha convinto la maggioranza e ha dunque in mano le chiavi del potere. Ne’ la millenaria chiesa di Roma “ha ragione”, nonostante abbia messo su un’ organizzazione invidiabile facendo leva sulla preparazione e capillarita’ dei suoi quadri e le debolezze umane.
La visione di Marx e’ decisamente parziale e incomplete e le “ricette” proposte si sono dimostrate inefficaci (soprattutto riguardo ai tempi-scala); ma la parte critica del sistema capitalistico per quanto mi riguarda si e’ dimostrata corretta quasi al 100%. Io non sono d’accordo sul ripensare i fini. Il fine e’ sempre quello dell’ allargamento delle liberta’ degli uomini, sia a livello individuale che di progettualita’ sociale. E un allargamento richiede la giustizia sociale perche’ a differenza di quanto sostiene il liberalismo classico non c’e’ vera liberta’ senza equita’ e giustizia.
Tu dici che e’ mutata la tesi? A me pare che semplicemente abbia “mutato volto”, nel senso che non ha piu’ paura per mostrarsi per quel che e’: sete di potenza e dominio, senza riguardi per barriere o lacci politici di sorta quando questi si interpongono al progresso del profitto. Ma gira e gira cos’e’ cambiato nei “fini” del capitalismo, scusa?
sono d’accordo con pasquale.questa crisi è la più grave smentita delle teorie dominanti.il socialismo va pensato a partire dalle contraddizioni presenti che non sono meno gravi del passato solo perchè in occidente c’è meno industria e più terziario.marx non ha fornito ricette infallibili,ma è ancora il punto di partenza per capire e
cambiare la società presente.il documento degli economisti qui riportato rimanda a un’altra ipotesi di organizzazione dell’economia e ripropone il ruolo del movimento dei lavoratori e della leva pubblica per ottenere più e diverso sviluppo e più giustizia sociale,senza pensare di abolire tout court il ruolo del mercato e dell’impresa privata.è un altro tipo di capitalismo o è socialismo?la discussione può restare aperta.
il capitalismo aveva paura di mostrarsi per quello che era perché esisteva l’alternativa comunista. a partire dagli anni 90 contrattare con i sindacati e le parti sociali è divenuto un costo non più necessario e allo stesso tempo sono sostanzialmente cambiate le condizioni economiche globali. sono state cambiate, anzi, da istituzioni ben precise come il wto, per dirne una. è interessante notare, per esempio, come l’economista francese piketty, richiamando categorie marxiane, abbia sottolineato come il rapporto tra reddito da capitale e reddito da lavoro (i dati si riferiscono alla Francia ma penso sia un campione esemplificativo) era di 6:1 nel 1820, è sceso quasi ai livelli di 2:1 nel dopoguerra, grazie al ruolo equalizzante dei movimenti progressisti (sindacati ecc), ma dal 1990 in poi è tornato a salire vertiginosamente e magari qualcuno si stupirà sapendo che, nel 2008, il rapporto capitale/lavoro è tornato esattamente ai livelli del 1820. per cui è vero che i “fini” non sono cambiati e quelli d’altro canto sono nucleari, sono in qualche misura pre-discorsivi. per le “tesi”, quelle cambiano. cambiano le strutture, le sovrastrutture, le false coscienze, persino le alienazioni. o tu stai al passo di queste oppure la tua opera politica e teorica è inutile.
mi permetto poi di fare una esegesi del pisauro-pensiero. mi pare che lui dica che il capitalismo “ha convinto tutti” di essere scientifico, perché “ha in mano le chiavi del potere”. non penso lui intendesse che il “capitalismo è scientifico”. anche perché il capitalismo non si pone affatto il problema di essere scientifico: è semplicemente una condizione storica.
la teoria economica che descrive il capitalismo, quella sì, ha convinto tutti della sua scientificità nascondendo i suoi lati ideologici dietro affermazione auto-evidenti. gli economisti più accorti e onesti, però, si rendono conto dei limiti della scienza economica, non foss’altro perché modellizzare il comportamento umano è un’operazione in perdita, anche perché non esiste la possibilità di rendere la scienza economica una scienza strutturalmente basata sul metodo sperimentale, per esempio. però l’apparato formale della teoria da una parte assume un valore notevole se spogliato da pretese di descrizione assoluta della realtà. essa è un’euristica utile per comprendere la situazione normale, ossia lo scostamento da un equilibrio. e d’altro canto la teoria economica e macroeconomica in particolare “funziona”. spiega cosa succede e a volte riesce persino a prevederlo. a me nell’ambito delle scienze sociali non pare poco.
che poi queste sue capacità siano da imputare al fatto che la teoria economica causa, almeno in parte, la realtà che descrive è un altro conto e un altro argomento. anche se, secondo me, è proprio da lì che bisognerebbe partire. io ci sto provando ma per adesso invano!
Nicolo’, non nego l’ utilita’ (e il successo parziale) di strumenti matematico-razionali che descrivano interazioni economiche in particolari situazioni semplici e idealizzate. Nego che questo sia quello che si dovrebbe intendere per “economia politica”. Siamo all’ assurdo di dire che se la societa’ va “contro le leggi economiche”, ebbene e’ la societa’ che va cambiata e le sue domande pilotate e/o represse, non la teoria e pratica della leadership mondiale che si spaccia per scienza economica!
Per me e’ il piu’ grande esperimento totalitario mai tentato e purtroppo sulla via di riuscire. Bisogna recuperare l’ idea che le regole di costruzione della societa’ devono essere espressioni della stessa, non di un’ elite che sta portando al tracollo il pianeta e l’ umanita’. La cosa che mi stupisce e’ che proprio quando i dati indicavano che le ricette socialdemocratiche erano diventate patrimonio comune e la via totalitaria/comunista e’ collassata, da sinistra si sia data carta bianca agli animal spirits, rinunciando alle prerogative della politica. Perche’ sono i socialisti ad aver venduto la tesi che il socialismo era morto? Ad aver paura di chiamare le cose col loro nome?
Poi, che servano nuovi strumenti per “riprendere la battaglia”, non ci piove. Ma innanzitutto serve diffondere la consapevolezza che la battaglia vada combattuta, cosa che si e’ lontani dall’ aver raggiunto. Tu ti arrovelli sulle nuove ricette? Le ricette prendono tempo, pensa alla distanza tra i primi scritti “socialisti” e i primi successi del welfare state. Tutto cio’ che si puo’ sperare di fare ora e’ creare l’ humus per il dibattito e favorire laddove possibile progetti (anche locali) di responsabilizzazione sociale ed imprenditoriale diffusa. Alla base di ogni cambiamento epocale c’e’ la necessita’ di “educare”, si sarebbe detto un tempo: oggi direi di fare e promuovere cultura.
punto 1: “occorrerebbe abbandonare le politiche di abbattimento del debito pubblico”.Non concordo. Bisognerebbe creare un debito pubblico europeo aggredendo in contemporanea il debito pubblico nazionale.
punto 2 va bene
punto 3 è una scala mobile mascherata e l’inflazione non la terresti cosi facilmente a bada.
4 la tobin tax o è universale o fa uscire capitali
a) l eurogruppo non va ufficializzato,va sciolto. non possono decidere i ministri delle singole nazioni o si fa appunto l ‘europa della nazioni a varie velocità e non l’europa unita.
b) la bce non la bilanci rafforzando i singoli governi e i singoli parlamenti cosi distruggi l europa e basta. la bce la bilanci con un governo europeo eletto dal popolo europeo.
In definitiva questo appello è veramente poco europeista e molto nazionalista.
concordo con Maggia, a parte sulla tobin tax, dato che l’europa è comunquemercato molto grande. Ci sono buoni spunti, ma domina una impostazione veterokeynesiana che se può servire short-term non ci permetterà di aggredire i problemi strutturali, oltre a essere comunque di difficile imposizione continentale, almeno quanto i provvedimenti più coraggiosi e rivoluzionari che auspichiamo
Questa Unione Europea è indegna da chiamarsi tale: da un lato dobbiamo tutti pagare per mantenere gli agricoltori francesi spendendo il 40% del bilancio comunitario per uno strumento obsoleto e che ci fa odiare dal resto del pianeta, dall’altra la Germania con il proprio rigore monetario impedisce una rientro equilibrato del debito pubblico e si assicura che negli altri paesi dell’eurozona non si crei un’industria realmente competitiva (chissà perchè il buon Kohl volle l’Italia a tutti i costi nell’Euro); infine poi gli inglesi con il loro cesareo divide et impera chiudono il cerchio. Noi possiamo proporre quanto vogliamo, ma tanto le banche tedesche e francesi sono assetate di soldi: e continuiamo a essere i soliti euro-fessi ^^
il documento ha punte nazional-socialiste. tremonti sottoscriverebbe tanti punti di questo testo.certo poi tremonti vuole pure trasformare milano in un paradiso fiscale, ma si sa,l’uomo è pieno di fantasia..
la mia sensibilità mi porta a fare le considerazioni di sopra mantendendo un’ambizione federalista europea. pensare di combattere il capitale con il culto della nazione è un’illusione gia sperimentata nel secolo scorso da benito e adolfo..
Pasquale, mi ero espresso male, ma vedo che Nicolò mi ha ben interpretato.
Io vorrei ora ampliare un pochino il campo da gioco, visto che nel campo della teoria economica, onestamente, non so giocare.
Quello che voglio dire io non è che i fini del capitalismo o del Socialismo siano cambiati. In parte, come ha detto Nicolò, sono cambiate le sovrastrutture, le strutture, e le manifestazioni terrene dei fini e delle pulsioni ultime.
Ma se volessimo pensare in termini storici, alcune delle istanze e delle aspirazioni fatte proprie dal Movimento Socialista sono nate proprio a partire dalla Rivoluzione Industriale. Il Capitalismo, forza rivoluzionaria, ha creato le condizioni di sfruttamento tali da generare una teoria dello sfruttamento, e per contrasto, una teorizzazione della necessità della libertà dallo sfruttamento. E’ cioè dall’osservazione della realtà intorno a lui che l’uomo, si è spinto a pensare e a ricercare dei nuovi “fini” per sè stesso.
Ora il mondo moderno è nei suoi meccanismi economici, al netto di un pò di terziario in più come diceva Lanfranco, simile a quello del tardo ottocento. Ma, checchè ne pensasse Marx, non c’è solo l’economia, nella nostra esperienza terrena. Più ancora, le relazioni economiche non dicono tutto. E’ vero, il rapporto tra reddito da capitale e da lavoro, è a livelli dell’ottocento, ma il reddito da lavoro campa molto meglio di quanto campasse nell’ottocento.
Ma il Socialismo, nato da una riflessione economica, ha enunciato fini che non si possono ridurre a obiettivi di politica economica. La libertà dal bisogno e dalla tirannia, la realizzazione piena dell’individuo, sono concetti più generali. Investono il senso stesso della nostra esistenza biologica. Allora io credo che la riformulazione di una politica socialista, si possa dare nella misura in cui si colgano le “rivelazioni” del mondo moderno tanto quanto le ha colte Marx nella metà del secolo passato.
Di che sto parlando? Di Internet, della della nuova socialità virtuale, della società dell’Informazione, della “Modernità Liquida”, delle devastanti scoperte della biologica molecolare e, in futuro, delle neuroscienze, della Globalizzazione intesa come processo di creazione di un’unica comunità umana, del Cambiamento Climatico e dell’esaurimento delle risorse. Un’accozzaglia di concetti? ESATTO! Il mondo di Marx era fatto di fabbriche e gente che ci lavorava 14 ore al giorno. Il mondo nuovo è una babele di cose. Il nuovo Socialismo, a partire dai fini che si è dato, deve ricercare, capire la tesi e proporre l’antitesi. Ed eventualmente aggiornare i fini.
Plex fa propaganda occulta chiedendo alle persone di intervenire. Comunque, eseguo.
Non vedo cosa rispondere ad Alessandro Maggiani verso che esprime valutazioni senza argomentarle. Nel dibattito Plex-Nicoló-et al., non mi sembra siate cosí discordi tutto sommato. Il dibattito mi sembra peró un tantinello astratto.
Da volgare economista, la vedo cosí: nell’ottocento c’erano classi sociali definite e prioritá altrettanto evidenti, da entrambe le parti (anche se le classi anche per Marx sono sempre state 3, non 2. ci sono i rentiers, coloro che vivono di rendita, che mi sembra tornano di grande attualitá).
Nel corso del Novecento assistiamo a due fenomeni: da un lato le classi sociali si rimpiccioliscono e si frammentano (entrano sulla scena i liberi professionisti e gli autonomi, i pensionati, le casalinghe, …). D’altro lato altre “identitá” oltre le classi diventano categorie politiche centrali (il genere, con il femminismo, il territorio, con la xenofobia, ecc.). Questi due fenomeni portano a un progressivo stordimento della socialdemocrazia che pensa di aver perso il suo tradizionale elettorato di riferimento (e in parte ha ragione). E cosí é ben felice di abbracciare la Terza Via e l’idea che le elezioni si vincono al centro (ovvero che l’elettorato da conquistare non sono piú i lavoratori dipendenti ma le classi medie). Questo processo, secondo me, é profondamente fallimentare sia perché non ci serve una sinistra che fa politiche di destra, sia perché le stesse classi medie sono una roba piccolina. Quindi, primo obiettivo del manifesto, e delle altre iniziative per un ritorno “a sinistra” deve essere secondo me quello di ribadire che la sinistra é la posizione politiche che, quando c’é un conflitto distributivo, prende la parte di chi ha meno e chiede un minimo di redistribuzione. Se vogliamo, é una specificazione di quanto dice Nicoló sul “cambiamento vs. conservazione”.
Arriviamo al secondo problema: caduto il muro, la globalizzazione (che c’era sempre stata a parte la parentesi guerra fredda) riprende piú veloce e forte di prima. La politica estera diviene un tema divisivo per la socialdemocrazia (che o é internazionale o non é), cosí come lo era stata allo scoppiare della Guerra mondiale, con il fallimento dell’Internazionale Socialista. Su questa seconda questione non saprei bene che posizione prendere. Esistono interessi nazionali, nel senso che alcune cose fanno bene a tutte le classi (ma in misura diversa) di una stessa nazione, purtroppo spesso a scapito di altre nazioni. Che si fa? Fare le anime belle e chiedere che noi siamo gli unici a non perseguire interessi nazionali sarebbe auto-designarsi vaso di coccio tra i vasi di ferro; ma allo stesso tempo l’egoismo non é precisamente un valore su cui si puó coerentemente fondare la sinistra. Ad ogni modo, come punto piú generale, la politica estera mostra che la politica economica non é l’unico tema su cui la socialdemocrazia europea deve prendere una posizione, e il sovrapporsi di temi e di obiettivi é un altro rischio di deflagrazione, dopo la Terza Via.
Insomma, le prospettive elettorali si mettono malino in tutta Europa, senza sterzate significative. Sono daccordo sia con Plex, che bisogna mobilitare la gente, perché l’economia é una cosa che riguarda tutti, sia con Nicoló, che attualmente alla “gente” non sappiamo bene cosa dire. Le due cose insieme hanno giá scritto la roadmap, no?
Sono scettico dal punto di vista giuridico. Non è sufficiente chiedere politiche monetarie espansive per garantire la creazione e il mantenimento dell’impiego. Dovrebbero essere i governi nazionali ad occuparsi della regolazione del mercato del lavoro, mentre le parti sociali dovrebbero concorrere a fortificare le relazioni industriali e a promuovere la garanzia dei diritti lavorali nelle attività produttive. Insomma la BCE, piu che regolare i tassi di cambio con le banche commerciali e a definire i tassi di interesse, non può fare. Certo, le transazioni finanziarie giocano un ruolo importante nel circolo famiglia-impresa, ma spetta alla ‘politica’ occuparsi attivamente dell’erogazione di prestazioni social; dell’approvazione di normative lavorali a tutela di determinati interessi; della sicurezza sociale per chi sia disoccupato o cassintegrato. Come l’UE possa far tutto questo, oggi sembra poco chiaro visto che gli ultimi Trattati non attribuiscono forza normativa vincolante a quella rete intergovernativa che dovrebbe occuparsi di politiche lavorali e sociali su scala comunitaria. Percio, da una prospettiva politica, sarei maggiormente interessato alla dimensione istituzionale e alla sua efficacia dinnanzi al rapporto problematico il criterio efficientistico della libera circolazione e la garanzia di politiche sociali condivise fra gli Stati membri.
carlo per forza non argomento,plex ha copiancollato miei interventi sommari su facebook mica interventi in simposi filosofici alla sorbona.
ora scrivo direttamente qua.la mia critica non è tanto sulle proposte,che seppur hanno i limiti che ho esposto sommariamente sono modulabili e quindi rivedibili senza stravolgerle.
critico il fatto che anche la proposta più di ”sinistra” se non ha respiro almeno europeo non è tale,è nazionalistica quindi egoistica e tendente a dividere la classe operaia/consumatrice. Pensare,ad esempio, di ”ufficializzare l’eurogruppo” con la speranza della piena occupazione o è da ingenui o è da nazionalisti.In entrambi casi è qualcosa di poco europeista.Anche nell’ipotetico caso in cui ci fossero 27 ministri dell ‘economia del PSE,questi sarebbero sempre di 27 nazioni diverse e quindi con 27 apparati industriali militari da tutelare.
Non credi che un ministro unico di un governo legittimato da voto popolare possa essere più efficace in una qualsiasi politica macroeconomica?
Mi riallaccio quindi a quel che dice Demi con parole meno dotte delle sue:o si crea un impianto istituzionale europeo,per semplificare gli stati uniti d’europa, o anche la piu progressita delle proposte economiche si rivelerà fondamentalmente nazionalista o atta a tutelare francia e germania,i padroni della moneta. Tema moneta e BCE appunto,BCE che ad oggi ha come contrappeso alla sua quasi insindacabile volontà il governo tedesco e le banche ad esse collegato. Non vi pare vi sia un problema di contrappesi? Pensate di risolverli con un coordinamento di nazioni?La piu forte guiderà le altre..
Biosgna in definitiva arrivare al governo europeo eletto dal popolo europeo,all’europa politica per avere politiche economiche legittimate dal voto che bilancino gli altri poteri.
Depotenziare gli stati nazione è un dovere per ogni socialista e per chi ambisce alla pace.
E Ale, tu hai ragione da vendere e Labouratorio proprio per questo ha scelto di pubblicare il Manifesto di Ventotene in questo numero.
Carlo ora, avrà la bontà di rispondere, però tocca anche a noi che ci crediamo fermamente l’onere dell’immaginare degli strumenti operativi che rendano l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa non soltanto una bella immagine, ma il dichiarato obiettivo di associazioni organizzate di cittadini europei che si danno una strategia per raggiungerlo.
Io, a lungo, ho pensato e mi sono forse illuso, che le organizzazioni socialiste, continentali e nazionali, potessero essere questo strumento operativo. Mi chiedo però perchè, dopo due anni di profonda crisi economica, nulla di concreto è stato ancora detto
in questa maniera spostiamo il tema dalla politica economica all’assetto istituzionale.
ammesso e non concesso che i ministri perseguano solo l’interesse nazionale, proposte federaliste o simili richiederebbero tempi di realizzazione tali che comunque per allora o la crisi sará risolta o gli attuali disoccupati saranno anziani pensionati, quindi il tema in ogni caso esula dall’articolo.
comunque, volendo parlarne, credo che i Paesi europei sono ancora cosí tanto diversi (e divergenti) in termini linguistici (in primis), culturali, economici e sociali, che prospettive di unificazione attualmente si allontano, anziché avvicinarsi
La politica economica europea non si puo’ fare senza cambiare assetto istituzionale. C’e’ bisogno di una classe politica europea che risponda ai cittadini-elettori europei, che dibatta di temi transnazionali e faccia l’ interesse generale della “Federazione” (politica estera, energetica, frontiere-immigrazione, militare, formazione e ricerca,welfare, diritti civili, ecc.)
E’ difficile? Certo. E’ una sfida? Di sicuro non maggiore di quella che si presentava nel dopoguerra ai “padri” dell’ Europa. Se i socialisti vogliono coglierla cambiando struttura e senso del PSE in senso federalista avranno un modo per rilanciarsi e gettare un guanto di sfida, anziche’ inseguire arrancando. Se invece ci si vuol rassegnare al ritorno degli stati-nazione europei (che nel mondo del XXI secolo faranno la fine di quelli italiani nel rinascimento…) basta continuare cosi’. Finora un’ Europa senza responsabilita’ e’ convenuta a tutti, per scaricare colpe e tensioni nazionali contro un ex-amico divenuto ostile e disfarsi delle proprie responsabilita’.
Sulle sfide linguistiche, culturali, economiche… beh, faccio notare che esistono esempi di armonizzazione nelle differenze, uno ai confini di casa nostra che si chiama Svizzera. E comunque, tra le giovani generazioni europee l’ inglese e’ gia’ una lingua franca. Giusto per citare uno strumento di “unificazione”, basterebbe una diffusione capillare di programmi in lingua originale sottotitolati (film, documentari, shows, ecc. come accade gia’ nei paesi scandinavi) per catalizzare tale avvicinamento “culturale”.
Carlo, pensa all’India, alla Russia, per certi versi anche alla Cina. Un unica lingua e cultura in un unico Stato? E dove sta scritto? E poi, le divergenze diminuiscono, non aumentano. Perchè la prospettiva di unificazione dovrebbe allontanarsi?
Standing ovation per Pasquale “gli stati-nazione europei nel mondo del XXI secolo faranno la fine di quelli italiani nel rinascimento”.
concordo che l’India é uno straordinario esempio di grande democrazia multiculturale (non senza ombre), ma non vedo come esempi tratti da Paesi con storia del tutto diversa dalla nostra o in condizioni del tutto diverse possono illuminarci sul caso europeo. da noi, che le divergenze si riducano é una tipica notizia da TG1. lo sappiamo tutti, tant’é vero che nessuno lo ha provato e, secondo me, in molte variabili importanti é falso.
di ció che accadrá nel XXI secolo non so, ripeto che la prospettiva dell’articolo gentilmente postato da Nicoló parla di come uscire dalla crisi: oggi, non di come programmare il rilancio del PSE, domani.
saluti
Pietà, ancora i “manifesti” degli economisti non-mainstream? Ma sì, impicchiamoci al keynesismo d’antan, e alle “prerogative della politica”. Fa molto vintage.
A proposito, visto che viene citata la “Lettera degli economisti”, facciamo parlare anche i feroci kapitalisti con “in mano le chiavi del potere”: http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/L%27economia_politica_de_%22gli_economisti%22_
A parte che questo non è un manifesto ma un modo di aprire un dibattito. A meno che la tua idea di Unione Europea, Magar, sia quella in cui la BCE decide ex-cathedra e gli altri stanno zitti. Poi, l’articolo che hai linkato l’ho visto. Sinceramente è il classico articolo ideologico, che punta il dito non contro l’ “avversario”, ma contro una sua rappresentazione grottesca ed enfatizzata. Se non si concorda, lo si faccia almeno sulla base di ciò che si dice, e non rispetto a ciò che si presume un certo tipo di economisti dica. Siamo insomma sempre al solito punto. Messi all’angolo dalle proprie ideologie. Noise, appunto. Rumore di fondo. Né più né meno.
Io semmai vedo una marea di parole “classicamente ideologiche” nell’appello sopra, e ancora di più nei commenti all’appello stesso, in cui si dà voce alla retorica (vagamente “complottista”) del grido al “Washington consensus!”, e ci si autoconvince che le teorie economiche “alternative” siano vittime di una cospirazione neo-liberista che le ha allontanate dalla ribalta del mondo accademico con l’appoggio dei poteri forti.
L’articolo di NfA cita, in continuazione, le parole dell’avversario. Ad essere grottesca non è la rappresentazione…
La mia idea di Europa non è nemmeno quella di una versione ingrandita dell’Italia della Prima Repubblica, molto poco attenta al debito pubblico, e molto concentrata sul “breve termine”. Nell’Europa che ho in mente non si usa il “primato della politica” per mettere la mordacchia ai paesi più produttivi e competitivi, e non si scaricano i problemi sulle generazioni successive (chiamate a pagare il debito pubblico).
Quello che intendevo è che dipende anche cosa si cita e se lo si fa in maniera strumentale e distorsiva. Ogni documento ha dei “punti deboli”, non è un contributo al dibattito tentare di isolarli e di metterne alla berlina le presunte inadeguatezze. Insomma, se il dibattito si fa lo si faccia seriamente e su dati condivisi. Si noti invece il tono assolutamente pamphlettista delle citazioni di NfA che ripoterò sotto. Con la differenza che cercherò di utilizzare i dati per mettere in luce la strumentalità delle critiche. Poi, non è che io condivida totalmente la lettera, ma ormai è una sorta di questione di “principio”!
“Proviamo a riassumerla. Il cattivo sistema capitalistico diventa sempre più efficiente – come? Non si sa … – quindi sempre più produttivo: produce, o sarebbe capace di produrre, sempre più merci. Però, siccome è cattivo, paga i suoi lavoratori sempre meno, aumentando i profitti. [...] L’incoerenza logica è nota, e nemmeno tanto nascosta.”
Si veda questo link:http://www.cesos.org/progetti/MATERIALI/RAPPORTOCESOS/20062007/Rapporto/sez4.pdf, grafici 1 e 2, pag.180-181. In più mi pare fosse stato un certo Draghi a dire che i salari italiani sono troppo bassi (http://www.libertadiscelta.com/draghi-salari-troppo-bassi-in-italia.html). Mica un economista tardomarxista.
“I tedeschi, come i capitalisti della storiella del sottoconsumo, diventano sempre più produttivi, ma non acquistano beni e servizi per un valore pari a cio’ che producono; evidentemente amano “tesaurizzare”, come direbbero costoro, ossia nascondere i soldi sotto il materasso. [...] Le analogie tedeschi=capitalisti vs altrieuropei=lavoratori giocano un ruolo chiave nella retorica populistica che sottende la “Lettera”. ”
Si veda: http://www.econbrowser.com/archives/2009/12/bmf0.gif , e si notino gli squilibri commerciali intraeuropei.
Mi fermo qua solo perché non ho tempo per andare avanti punto per punto!
Gli economisti di NfA conoscono la relazione di Draghi, e non stanno sostenendo che in Italia non ci siano bassi salari, stanno notando le incoerenze logiche della teoria del sottoconsumo , che postula che i capitalisti si arricchiscano ma non spendano.
E al grafico rispondono già loro (sempre relativamente alla teoria sopra citata, volta a spiegare l’indebitamento di PIIGS e dintorni): “la grandezza dell’indebitamento pubblico in paesi come l’Italia [...] è incommensurabile al minuscolo surplus commerciale della Germania con l’Italia!”
In certi casi, non avere tempo è una bella fortuna…