[Donne che parlano di Rivoluzioni] Labouratorio intervista Francesca Biancani
| mercoledì 16 febbraio 2011 | Scritto da Nicolò Cavalli - 113 letture |
Labouratorio è stato hackerato, ormai lo sapete tutti. Questo ci ha impedito di pubblicare prima quest’intervista alla Prof.Francesca Biancani sull’evolversi della situazione in Tunisia ed Egitto (ma per questo leggere Labouratorio 55). Poco male, ci siamo detti. Dove meglio che in un numero che tratta di donne e rivoluzioni si può collocare una donna che parla di rivoluzioni? Se poi è anche rivoluzionaria, come necessariamente è una donna poco più che trentenne, professoressa all’università di Bologna dopo aver girato per Londra e Il Cairo, cosa possiamo volere di più? Qui le risposte, ormai un pò datate, al prode Cavalli, che l’è andata a trovare in trasferta per Labouratorio. Ancora e sempre Gotta Catch’Em All!
1- Professoressa Biancani, che cosa sta accadendo in Tunisia ed Egitto?
La fuga del presidente Ben Ali, che ha lasciato definitivamente la Tunisia dopo 23 anni al potere, ha costituito l’epilogo di un mese di proteste popolari ininterrotte, nonostante la dura repressione delle forze di sicurezza ed un grave bilancio di vittime civili. Il 17 dicembre 2010, Mohamed Bouazizi, un ventiseienne laureato, che si guadagnava da vivere come venditore ambulante di frutta e verdura, si è dato fuoco davanti a un edificio amministrativo di Sidi Bouzid, per protestare contro la confisca della sua merce da parte della polizia. E’ stato questo episodio drammatico a far montare lo sdegno e la rabbia popolare per la mancanza di equità sociale esistente nel Paese: in pochi giorni, tramite il prezioso ruolo svolto dai giovani attivisti della blogosfera, sono state organizzate grandi manifestazioni per chiedere la fine del corrotto regime di Ben Ali. I cortei si sono susseguiti in tutto il paese, culminando nella grande manifestazione del 15 di gennaio scorso. Nel pomeriggio dello stesso giorno, il primo ministro Ghannouchi annuncia che il presidente Ben Ali si trova temporaneamente nell’ incapacità di esercitare le prerogative presidenziali e che lo stesso Ghannouchi ne assumerà la funzione pro-tempore fino alle elezioni anticipate. Di li a poco si diffonde la notizia della fuga di Ben Ali, accolto in Arabia Saudita. Il fenomeno di capitale importanza storica cui abbiamo assistito è stato poi il diffondersi della protesta nelle maggiori piazze del mondo arabo: in successione Algeri, Amman, Kahrtoum e infine la rivolta di Piazza Tahrir, tuttora aperta, contro il governo di Hosni Mubarak in Egitto. Ancora una volta, assistiamo ad una straordinaria partecipazione popolare: lavoratori, giovani, disoccupati, studenti, donne e uomini che sfilano chiedendo a gran voce aperture democratiche e la costruzione di reale equità sociale. Qualcosa di storico e importante sta sicuramente succedendo in Medio Oriente, è ancora presto però per sapere con quali risultati.
2- Per quale motivo la situazione in Tunisia è degenerata così velocemente? Ci si poteva attendere tale esito dopo la prima dimostrazione?
Il regime di Ben Ali, al potere dal 1987, era sostenuto di fatto da tre pilastri: la classe media, che però negli ultimi anni si è vista progressivamente marginalizzata ed esautorata da un circolo di affaristi e speculatori mafiosi vicini alla famiglia del Premier, in particolare i Tarabulsi – clan della moglie di Ben Ali –, i dirigenti e militanti del RCD, Raggruppamento Costituzionale Democratico, al governo, che aveva imposto un sistema di stretto controllo sulla società civile attraverso apparati di delatori e il consuetudinario uso della tortura e delle detenzioni amministrative per stroncare gli oppositori. Il terzo fulcro del regime di Ben Ali, che proveniva dal Ministero dell’Interno, era infine costituito dalla polizia e dalla Guardia Nazionale, principali strumenti di repressione. La svolta, epocale ed ancora più impressionante per la velocità con cui è avvenuta, si è avuta nel momento in cui il regime, completamente delegittimato a causa della corruzione dilagante e dei suoi metodi illiberali, è stato definitivamente abbandonato da quello che storicamente è stato un partner difficile per Ben Ali: l’esercito. Nei suoi 23 anni al potere Ben Ali ha costantemente cercato di mantenere l’esercito più debole rispetto agli apparati di sicurezza che da lui dipendevano direttamente. Come ha avuto modo di sottolineare bene Sami Nair, in un articolo apparso recentemente su El Pais: “All’interno del regime, l’esercito si è vendicato della polizia, che si è dimostrata incapace di guidare la repressione per due motivi: da una parte, L’Unione Generale Tunisina del Lavoro, (UGTT), la confederazione dei sindacati, è scesa in piazza con la gente, dall’altra perché l’esercito si è sostanzialmente “ammutinato” , non collaborando con la polizia alla repressione dei dimostranti.
3- E’ noto che l’Italia contribuì attivamente all’instaurazione di Ben Ali a capo del governo tunisino. In quale disegno internazionale si inseriva tale azione?
E’ noto in effetti che l’Italia, insieme a Francia, Stati Uniti e Israele sostenne il golpe di stato morbido che nel 1987 vide il Presidente Habib Bourguiba, considerato il “padre della nazione”, cedere il proprio ruolo all’allora Ministro dell’Interno Zin el Abdin Ben Ali. Tale azione si inseriva nel contesto di un progetto di contenimento di forze anti-occidentali nell’area. Identificata come base prioritaria per le questione di sicurezza, i porti di Biserta, Sfax, Susa e Tunisi vennero immediatamente aperti alle navi NATO e nel 2004 la Tunisia entrò a far parte del “Dialogo Meditarraneo” dell’Alleanza Atlantica, come fedele alleato degli Stati Uniti.
4-Quali sono, e che caratteristiche hanno, le forze che si sono attivate per rovesciare la dittatura?
Il fronte d’opposizione alla dittatura è quanto mai vario e multiforme. Quello che importa sottolineare è pero senz’altro la decisa natura “dal basso” della protesta, che veramente si è alzata dalla società civile nel suo complesso, senza una reale guida politica o carismatica. Il governo provvisorio tunisino, che è stato messo in piedi da Gannouchi, è chiaramente troppo vicino a quello esautorato per godere di alcuna legittimità. Bisognerà vedere chi riuscirà ad esprimere una leader credibile ora.
5- Ritiene che esista una classe dirigente capace di condurre il Paese verso una stabile democrazia?
In questo momento cosi concitato non pare, ed effettivamente incombe l’interrogativo di chi riuscirà a guidare il processo di transizione. Si è messo in evidenza in questi giorni Marzouki, presidente della Lega tunisina per i Diritti dell’Uomo fino al 1994, e co-fondatore del Consiglio delle Libertà in Tunisia, è l’uomo che aveva poi creato il Congresso per la Repubblica nel 2001, su posizioni laiche e di sinistra, illegittimo sotto Ben Ali. Condannato a un anno di prigione nel 2000, è rientrato dalla Francia in cui ha trascorso il suo esilio. Sempre dall’esilio ritorna Rachid Ghannouchi, ideologo ex-salafista, che sostiene a tutt’oggi una linea politica di “riconciliazione nazionale”. Fino a che punto l’Islam darà forma alle nuove politiche tunisine saranno le prossime elezioni a stabilirlo, elezioni che dovranno essere necessariamente riformate, fair and free e autenticamente democratiche.
6- Quale parte le giovani generazioni si sono prese in questa rivoluzione?
I giovani sono i grandi protagonisti di questi eventi. Parliamo di un paese, la Tunisia, in cui il 40 % della popolazione ha meno di 25 anni. Di questi, il 34,6%, sono studenti. Il tasso di disoccupazione dei diplomati è cresciuto dal 10% al 23% tra il 2001 e il 2008. L’elevato livello culturale di questi giovani rende ancora più odiosa una condizione di totale subordinazione politica e sociale. Ora sarà interessante vedere se questo enorme serbatoio di energie e progettualità inespresse sarà in grado di riappropriarsi del proprio futuro o piuttosto propenso ad aderire a forze più strutturate, se e quali tra queste ultime riusciranno poi a interpretare e a dare rilievo e centralita alle istanze dei giovani tunisini. La situazione egiziana è, in questo rispetto, relativamente differente: i giovani studenti continuano a giocare una parte fondamentale di spinta alle ragioni della rivolta, ma allo stesso tempo occorre guardare oltre al Cairo, che è il centro urbano della Nazione, e ricordare che esistono in Egitto sacche estesissime di povertà e scarso sviluppo umano, per cui le immagine potrebbero darci una visione distorta della reale situazione.
7- La cosa davvero inedita, e forse entusiasmante, è stato proprio l’effetto macchia d’olio che abbiamo visto. Quali ripercussioni potrebbe avere e sta avendo la vicenda tunisina, e poi egiziana, negli equilibri dell’area del Mediterraneo?
Oggi al Cairo siamo nel 14esimo giorno di proteste. Mentre la città cerca di tornare con difficoltà alla normalità, è fallito il primo tentativo di mediazione tra i Fratelli Musulmani di Mursi e il governo provvisorio guidato da Sulayman, l’uomo dei Servizi Segreti che sta dietro Mubarak ed è sempre stato l’uomo forte del governo. Il primo round di colloqui, incontratosi per stabilire una road map che porti alla creazione di un comitato congiunto governo-opposizione per la riforma del sistema elettorale, è naufragato sulla richiesta non negoziabile dei Fratelli: che Mubarak abbandoni immediatamente il Paese e non guidi la transizione, che non ci sia insomma alcun elemento di continuità. Intanto, si organizza il fronte dei giovani, composto dal movimento 6 aprile, il Gruppo per la giustizia e la libertà, la Campagna porta a porta, la Campagna popolare di sostegno a El-Baradei, i Fratelli musulmani e il Fronte democratico. Chiedono la revoca immediata dello stato di emergenza, lo scioglimento del Parlamento, la formazione di un governo di unità nazionale verso la transizione pacifica del potere e la riforma costituzionale.
8- E’ lecito aspettarsi in tembi brevi un cambio di regime anche al Cairo? Quali sono le principali differenze tra Tunisia ed Egitto?
La situazione in Egitto è profondamente preoccupante. Un paese che è una bomba demografica, piagato dalla disoccupazione giovanile, dove milioni di laureati hanno zero prospettive di impiego. E’ dall’inizio degli anni ’70 che l’elefantiaco settore pubblico dilatato a dismisura dalle politiche stataliste di Nasser non riesce a garantire impiego ai diplomati. Le liberalizzazioni non hanno fatto altro che arricchire un nuovo ceto di affaristi, invariabilmente legati alla nomenclatura, lasciando nella miseria la stragrande maggioranza della popolazione. La situazione sociale è da decenni esplosiva. Per quanto riguarda il sistema delle relazioni di potere in campo, Mubarak è meglio collocato di quanto non fosse ben Ali e può contare sulla lealtà dell’esercito da cui proviene. Se nella giornate scorse l’esercito aveva promesso di non sparare sulla folla, giudicando anzi “legittime” le proteste della gente, migliaia di fedelissimi di Mubarak, soldati in borghese, hanno invece ricevuto l’ordine di scendere in piazza e ingaggiare una vera e propria guerriglia urbana con i dimostranti, senza che le forze armate intervenissero praticamente in alcun modo a difesa dei manifestanti pacifici.
9- In che rapporto l’Unione Europea si sta ponendo rispetto agli avvenimenti qui discussi e in che modo la nuova, ancora incerta, situazione istituzionale tunisina potrebbe influire sui processi di cooperazione mediterranea?
In un comunicato ufficiale l’Unione Europea si è detta “pronta a mobilitare tutti gli strumenti per facilitare l’iter delle riforme in Tunisia”, nell’ottica di un rafforzamento delle istituzioni democratiche e partecipative a sostegno della società civile. Provvedimenti di segno del tutto opposto sono stati presi invece nei confronti dell’Egitto di Mubarak, dove l’ostinazione del Ra’is a conservare la poltrona nonostante il montare della protesta popolare, ha indotto l’ UE a minacciare la sospensione degli aiuti economici bilaterali. La strategie unitaria europea appare quindi quella di procedere sulla strada del partenariato avanzato, solo e solamente con quei paesi che daranno garanzie di intraprendere un reale percorso di transizione democratica. Il resto è speculazione.


Onore al grande Nic! Bella ed esaustiva intervista!
beh io nulla feci, è tutta farina del sacco dell’intervistata che è stata gentilissima ed è preparatissima!