Labouratorio

[contro-Culture] Fairest Isle. Intervista allo sciamano Antonello Cresti

di Tommaso Ciuffoletti - martedì 13 ottobre 2009 - 135 views

cresti

“Basta con la sinistra dei trombati! Ci vuole una sinistra che trombi!”. Basta questo slogan, con cui il compagno/amico/fratello Antonello Cresti ha condotto la sua splendida campagna elettorale per le comunali di Firenze (insieme al sottoscritto e ad altri sballati) per dare la cifra di un personaggio oltre gli schemi. Provocatorio e fuorilinea, colto e originale – come solo la curiosità intellettuale permette di essere – antidogmatico e libertario. I lettori di Labouratorio hanno già avuto modo di conoscere, leggere e apprezzare lo stile di Antonello, il suo amore per la cultura e la controcultura, la sua capacità di baloccarsi divertito fra sacro e profano.
In attesa di sue nuove su queste pagine, celebriamo oggi (e nei prossimi numeri di Labouratorio) la sua ultima opera editoriale: “Fairest Isle – L’epopea dell’electric folk britannico”, edito da poche settimane dalla casa editrice Aereostella. L’amore di Antonello per l’Inghilterra e per la sua musica, il folk in particolare, trova piena espressione nelle oltre 100 pagine di questo volume, in cui si ripercorre la storia, si recuperano nomi scomparsi e si celebrano quelli più noti di un’esperienza musicale che recupera la tradizione facendone linguaggio moderno, “in una coincidenza d’opposti che costituisce il profondo significato del folk revival”.
A tavola con lo sciamano Cresti, le nostre domande, le sue risposte.

Fairest Isle, la Gran Bretagna. “Madre della moderna democrazia, ma che continua tuttora ad ospitare la più nota monarchia del mondo; ha visto la nascita delle Trade Unions, ma è sempre apparsa fredda nei confronti delle analisi di Karl Marx; patria della rivoluzione industriale, ma che ha partorito fenomeni come il luddismo”. Così descrivi la terra d’Albione.
I britannici sono degli schizofrenici?

Sto scrivendo un nuovo libro… Non vi svelo la tematica prescelta, ma vi posso dire che il fulcro concettuale della questione è ciò che io ho definito “tradizione eccentrica inglese”; facendo delle ricerche appare evidente che una vena di follia sia congenita alla società anglosassone. All’argomento sono stati dedicati parecchi testi e potrei intrattenervi con alcune delle assurdità tipiche di tanti giganti delle arti e del pensiero nati in quel paese (sapevate ad esempio che l’autore di “Gulliver”, Swift era solito contare ogni singolo passo da lui fatto?). Naturalmente tale eccentricità, alla fine dei conti, ha una valenza assolutamente positiva ed è indice, quantomeno di una spiccata predisposizione alla libertà e alla indipendenza, ad esempio. Dunque, estremizzando ulteriormente, non escluderei una possibile schizofrenia incipiente di quella società, ma al contempo non posso far altro che ricordare che da sempre, nella vita come in quello che produco il mio obiettivo è raggiungere la “coincidentia oppositorum”… L’idea di pensare due cose simultaneamente e non alternativamente mi ha sempre affascinato, dunque ammiro un luogo dove si è capaci di fare ciò. Ma, bene ricordarlo, è necessario abbandonare le nostre categorie se si vuole comprendere il mondo britannico; lasciamo perdere subito le nostre “destre” e “sinistre”, altrimenti si finisce per confondersi… Nel libro ad esempio parlo di Ewan MacColl, marxista fervente… Ebbene  leggete e poi mi direte se avete mai conosciuto un marxista simile in Italia!

Prima che scrittore di cose musicali sei tu stesso musicista. In origine furono i Cocainomadi (mitologico gruppo nato nella seconda metà degli anni ‘90 al liceo Machiavelli di Firenze) e una urgenza iconoclasta tardoliceale, poi i Nihil Project e 4 cd (dal primo autoprodotto “Il tramonto dell’occidente” a quel piccolo capolavoro di “Plough Plays”, passando per il delirio salmodiante di “Samhain”).
La musica è meglio farla o raccontarla? O forse le due cose, se fatte con coscienza, non sono poi così diverse?

Sono sempre stato orgoglioso di sentirmi un ascoltatore prima ancora che un “compositore”, dico questo perché il musicista spesso ha un complesso di Narciso che impedisce di nutrire curiosità nei confronti di quello che viene prodotto attorno a lui. La musica che ho fatto è sempre stata una ri-collezione di influenze e esperienze naturalmente mediate dalla mia sensibilità. Dunque non potrei immaginare di fare musica se non ne ascoltassi, quotidianamente, tantissima. Detto questo il ritmo della mia vita è scandito dai suoni degli altri, non certo dai miei! Per tornare alla tua domanda non so darti una risposta… La musica è bene viverla, come farlo sta alle inclinazioni di ognuno.

Da modesto appassionato di folk è stata per me una gioia trovare citati nel tuo libro gente come gli Spyrogyra (For Grandad è a mio parere una delle canzoni più struggenti di sempre), i Comus (genio puro), i Third Ear Band e altri. Quello che mi chiedo è, a conoscere dell’esistenza di questi scellerati saremo sì e no qualche migliaio (e sono generoso) in tutta la penisola, giusto?
E allora come invoglieresti un onesto esponente della maggioranza ad incuriosirsi al tuo lavoro?

E’ giusto quello che dici… Il folk britannico non ha mai avuto grande fortuna nel nostro paese, però io parto da un presupposto molto semplice: musicalmente parlando l’Italia è sempre stato un paese a vocazione anglocentrica e se pensiamo alla musica dei ’60 e dei ’70, che è poi quella di cui mi occupo in questo libro, ci accorgeremo che generi come il progressive, il cantautorato (si pensi al caso di Nick Drake), la psichedelia godono di un vasto seguito di appassionati, dunque essendo il folk o motivo ispiratore di tanti di questi artisti (da Donovan ai Jethro Tull, passando per i Traffic e i Beatles di “White album”) oppure crocevia di queste e tante altre influenze, non vedo perché non si debba iniziare a scoprirlo o riscoprirlo. In questo senso il mio libro è un piccolo contributo per aprire una porta dimensionale su questo mondo musicale che, sono certo, ha tantissimo da offrire ai nostri ascoltatori più attenti. Il folk in Italia potrebbe diventare il “caso” collezionistico dei prossimi anni, per quanto mi riguarda…

Da qualche anno, ormai, il folk è tornato di moda nell’underground soprattutto statunitense. Il wild-folk, weird-folk ocomediavololovoglianochiamarequellicheseneintendono. Oggi, a differenza di allora, si pubblica tanto, forse troppo e non poche opere di questa nuova “scena” sono francamente trascurabilissime.
Dacci un consiglio anche per l’oggi. Due, tre nomi di artisti di cui vale la pena scaricare qualcosa per provare e poi, magari, comprare per finanziare.

Rimanendo in ambito britannico citerei senza dubbio i Circulus che, per restare in linea con quanto si diceva prima, sono una band che al folk aggiunge la musica medievale come la psichedelia dei Gong ed il jazz-rock. Nancy Elizabeth, per quanto giovanissima, dimostra di avere una ispirazione ben salda. Poi gli scozzesi Pumajaw… Ho avuto il privilegio di collaborare con artisti folk britannici, tra questi citerei i Kitchen Cynics, autori di brani davvero notevoli e Sedayne, compositore sperimentale di grandissimo livello. Infine mi permetto l’immodestia di ricordare che anche il nostro “Nihil Project – Plough Plays”, che tu citavi prima, è stato un apprezzato omaggio alle musiche di cui parliamo.

A bruciapelo. Qual’è il miglior modo di sposare insieme psichedelia e folk?

Viaggiare. La psichedelia difatti rappresenta l’altrove, mentre il folk ci riconnette con le nostre radici. Dunque conoscere noi stessi (e quindi il viaggio interiore), prima di avventurarsi alla scoperta dell’altro da sé (il viaggio più propriamente inteso).

Vacanza in Inghilterra. Voglio vedere qualcosa di inaspettato. Dammi un consiglio prima di congedarci e di darci nuovo appuntamento sul prossimo numero di Labouratorio.

Volentieri! All’argomento ho dedicato un libretto (“Fish and Chips”- Jubal Editore 2006) e da pochissimo ho aperto uno spazio su Flickr (http://www.flickr.com/photos/psychoshaman80) dove mensilmente inserirò set fotografici dedicati a zone meravigliose e pressoché sconosciute del Regno Unito. Mi sento innanzitutto in dovere di affermare al popolo a) che Londra mi ha rotto le palle b) che un italiano che va in Inghilterra a visitare le città è a mio avviso totalmente pazzo… Detto questo un paio di suggestioni: il primo set su Flickr è dedicato alle Isole Scilly, un arcipelago a sud-ovest della Cornovaglia che è un vero e proprio paradiso naturalistico. Anche il Pembrokeshire, nel sud del Galles, è una regione costiera di fascino incredibile. La mia contea preferita è il Dorset, offre praticamente tutto in uno spazio esiguo… Infine Rye è la mia piccola cittadina preferita, andare là significa prendere la macchina del tempo ed immergersi nel 1500. Non scherzo!

Antonello Cresti _ E’ ricercato da tutte le polizie del mondo per aver pronunciato barzellette sessiste in un film, è un criminale che non bisogna lasciarsi scappare. Se fa resistenza l’ordine è di sparargli addosso.

Tommaso Ciuffoletti _ E’ Labouratorio … e molto altro

Questo articolo è stato pubblicato martedì 13 ottobre 2009 alle 15:11 ed è stato inserito nella categoria: Interviste, Liberatorio, Società e Cultura. Puoi seguire ogni risposta all'articolo controllando l'RSS Feed dei commenti. Puoi lasciare un commento, oppure un trackback dal tuo sito.

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2 Commenti per “[contro-Culture] Fairest Isle. Intervista allo sciamano Antonello Cresti”

  1. Plex Says:
    giovedì 15 ottobre 2009 alle 17:24

    con i consigli del compagno Cresti, tra Folk and Fish and Chips, domineremo la perfida Albione….

  2. antonello Says:
    giovedì 15 ottobre 2009 alle 22:01

    …ricordo a tutti che il libro lo si trova o lo si ordina regolarmente in tute le librerie. inoltre l’album di nihil project è scaricabile (quasi) gratuitamente su http://www.soundrecords.it

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