[Onda Verde] Iran, Seconda Repubblica, nuovi squilibri, vecchio Medio Oriente
| venerdì 24 luglio 2009 | Scritto da Riccardo Monaco - 258 letture |
Ad un mese di distanza dalle elezioni in Iran, la situazione del rimland mediorientale è lentamente uscita dall’agenda mediatica occidentale, lasciando, coi suoi strascichi sanguinosi, una diffusa quanto inevitabile distorsione analitica nell’opinione pubblica nostrana.
Nel transfert percettivo in atto, l’Iran viene variamente rappresentato come un Paese diviso a metà, schematizzabile nel duopolio costituito dal rigoroso conservatorismo teocratico al potere e dalle colombe riformiste dell’opposizione, falcidiate dalla ben nota repressione, sostanzialmente benedetta da Alì Khamenei.
Tuttavia, le ragioni – o le disfunzioni – dell’affermazione di Ahmadi-Nejad non sono inquadrabili, se non molto parzialmente, nell’ambito di tale dicotomia in salsa occidentale.
Innanzitutto, il comportamento dell’elettorato attivo iraniano si caratterizza per l’elevata fluidità rispetto alle monolitiche esperienze delle altre realtà statuali d’area; e, nel contempo, è scarsamente ancorato tanto al radicalismo ideologico – non essendo maturato all’ombra del partitismo di massa, al contrario delle popolazioni della Vecchia Europa – quanto a quello religioso, datosi che persino una parte consistente del mondo persiano comunemente definibile come “conservatore” ha tendenze separatiste in materia di politica ecclesiastica, contrariamente a quanto si potrebbe intuire dal punto d’osservazione occidentale.
Le ragioni del voto, in Iran, sono guidate dalla domanda di una popolazione dal un tasso di urbanizzazione elevato (67%, contro un 69% dell’Unione Europea), ma di recente tendenza. Consapevole della fragilità su cui si sedimenta tale evoluzione demografica, più che alle tematiche relative ai diritti umani, economico-sociali o ambientali, la mid-class iraniana guarda ai problemi concernenti la redistribuzione del reddito, la crescita economica e le relazioni internazionali a corto raggio, in chiave di prestigio regionale e conservazione delle ragioni di scambio nei confronti dei partner d’area.
L’elettorato universitario, poi, è disincantato, attento alle mancate promesse dei candidati, ed istintivamente diffidente nei confronti dell’eterogeneo schieramento riformista, memore della grottesca repressione ai danni delle manifestazioni studentesche del 1998, operata dall’allora governo Khatami. Nella consapevolezza del consenso intorno ad Ahmadi-Nejad, in grado di tenere in piedi lo schieramento conservatore, nonostante le divergenze crescenti tra le tre anime che lo compongono (radicale, pragmatica e fondamentalista), l’elemento di shock è racchiuso nel comportamento della Guida Suprema. Come trent’anni prima, la caduta dello Scià fu un evento percepito come improvviso dalla popolazione, oggi la sferzata post-elettorale di Khamenei ha costituito un fattore sorpresa per gli iraniani. Da un lato, le forme di dissenso scatenatesi sono qualificabili e quantificabili sul terreno dei valori della Rivoluzione del 1979, più che sullo stato di salute delle libertà democratiche; e, dall’altro lato, la repressione messa in atto, è la rappresentazione di un nuovo corso istituzionale, oltre che un’aperta sfida nei confronti di nemici vicini e lontani.
Così, mentre in Libano, Ḥizbullāh ha quasi auto-ridimensionato il proprio risultato elettorale, indirizzandosi verso un’apparente sconfitta, che permette, però, al Partito di Dio di mantenere il proprio duplice ruolo di “movimento di lotta e di governo” e di giocare la partita sui due tavoli; il sistema-Iran, nei confronti dei Costruttori dell’Iran Islamico ha scelto una strategia di segno opposto.
E’ interessante rilevare come, secondo i centri d’intelligence mediorientali, Mossad in testa, il grado di manipolazione dei risultati elettorali pro-Ahmadi-Nejad sarebbe da considerarsi, di fatto, abbastanza limitato, paragonabile a quello che si manifesta nelle più solide democrazie occidentali. Vista in tale ottica, l’affermazione del Presidente uscente ha un significato ben preciso: la destrutturazione della Repubblica Islamica, attuata dall’interno, e nella contingenza in cui, con ogni evidenza, il regime consolidatosi al potere godeva già di un consistente riconoscimento popolare. Un rafforzamento autocratico in grado di far saltare il banco, scongiurando quel pericolo – tutto teorico – di una “grande alleanza sunnita”, con Israele a completare la morsa intorno al cuore persiano, e sparigliando le carte in mano ai grandi Attori esterni al quadrante.
Ora, il bilanciamento di forze del Grande Medio Oriente si gioca quasi esclusivamente sulla triangolazione tra Teheran, Washington e Gerusalemme. Con l’Unione Europea incapace di offrire una voce unica, data la divergenza di interessi geoeconomici in Iran tra Italia, Francia e Germania da un lato e Regno Unito dall’altra; l’inconsistenza della NATO e i timidi impacci delle Nazioni Unite, la patata bollente resta nelle mani di Obama. Il Presidente americano aveva giocato una precisa mossa diplomatica, alla vigilia delle elezioni, coniugando l’appoggio (più o meno segreto) a Khatami prima e a Moussavi poi, con l’escalation di aperture al regime vigente, culminata col discorso del Cairo del 4 giugno scorso. Ora, di fronte al “Grande Satana” c’è una dirigenza di governo delegittimata agli occhi dell’intera comunità mondiale che, con la sua nuova dimensione apertamente e provocatoriamente autoritaria, innalza il già elevato livello di allerta di Israele, fino a indurre Netanyahu a considerare seriamente l’ipotesi di un attacco preventivo. Ogni mossa di Obama, che sarà guidato dallo stato di necessità ancor prima che dalla Ragion di Stato, nell’approccio con Ahmadi-Nejad produrrà, inevitabilmente, un contraccolpo nelle relazioni con Gerusalemme e, in varia misura, la disapprovazione dell’opinione pubblica occidentale.
Dal canto suo, la nascente Seconda Repubblica Iraniana esordisce spostando il tiro dagli Stati Uniti all’Inghilterra, con lo scopo di iniziare a rimodellare la gerarchia di nemici pubblici, preparando il terreno ad Ahmadi-Nejad, oramai pronto al ruolo di interlocutore di Obama, nonostante la ventennale diffidenza di Khamenei nei confronti della superpotenza americana, dettata, però, più da convinzioni ideologico-morali che da calcoli strategico-militari.
Ad oggi, infatti, Washington e Teheran, condividono più di un interesse strategico e geopolitico. Innanzitutto la stabilità dell’Afghanistan, con lo Stato persiano deciso a respingere l’anarchia del narcotraffico di confine e a favorire il rimpatrio dei quasi due milioni di rifugiati afghani in Iran. In seconda battuta, il consolidamento dell’equilibrio della Repubblica Irachena: per la prima volta dal 1932, infatti, il potere a Baghdad, è nelle mani sciite, e Teheran aspira all’instaurazione di un clima di influenza e sinergia anti-fronte sunnita, nella prospettiva di scoraggiare anche velleità israeliane ed eventualmente degli stessi Stati Uniti. In ultima istanza, Obama e Ahamdi-Nejad condividono la preoccupazione per la parabola di Islamabad: se il Pakistan fallisce, le conseguenze nefaste investirebbero inesorabilmente gli altri due Stati instabili appena citati, per poi estendersi in un effetto domino di eventi catastrofici di portata pressoché mondiale.
Il primo nodo, alla base di ogni futura trattativa, riguarderà la questione nucleare su cui, differentemente da quanto viene lasciato intendere solitamente dai media occidentali, la postura di Teheran è più difensiva che offensiva: l’obiettivo cui guarda l’Iran, essenzialmente, è la cosiddetta “soluzione giapponese”. Ovvero, il possesso di tutto il materiale per produrre la bomba, ad eccezione della bomba stessa. Se si dotasse di un vero e proprio arsenale, infatti, l’Iran, oltre ad innescare una controproducente corsa agli armamenti dell’intera Regione, eserciterebbe un’opzione a dir poco suicida, data per certa la “deterrenza da secondo colpo” di cui sembrerebbe disporre Israele, per mezzo di installazioni sui propri sottomarini nel Mediterraneo.
Per quanto le scale di priorità siano differenti, e per quanto la distanza Iran\Israele resti incolmabile, almeno sull’esclusione di tale soluzione, tutti e tre i vertici sembrano concordare.
Di certa c’è anche la promessa di una deadline, che Netanyahu ha strappato ad Obama: se entro il prossimo autunno le aperture iraniane non si fossero manifestate, si virerebbe verso la linea dura, con l’inasprimento ulteriore delle sanzioni ai danni di Teheran. Il rischio, per la nostra fragile Europa in primis, sarebbe quello di un Iran totalmente isolato, consapevole di non avere nulla da perdere, e disposto ad utilizzare senza alcuna remora ogni mezzo bellico di cui è dotato. O di cui potrebbe subitaneamente dotarsi.
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Riccardo Monaco _ 27 anni, romano, liberalsocialista

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