[Quando il simbolismo diventa ingiustizia] I paradossi della sentenza Madoff (e non chiamatemi garantista)
| mercoledì 15 luglio 2009 | Scritto da Redazione - 90 letture |
Articolo di Isidoro Niola
“Symbolism is important”. Se a dirlo fosse un politico nessuno avrebbe nulla da ribattere. Se, invece, a pronunciare tali parole è un giudice, subito dopo aver pronunciato una delle sentenze più strabilianti della storia giudiziaria americana, allora sorgono i dubbi che si trasformano ben presto in voltastomaco (specie per chi è un giurista, che – seppur modesto – sempre giurista rimane).
Eppure, il giudice Denny Chin del Southern District of New York è proprio con queste parole che ha commentato la sua decisione di imporre 150 anni di prigione a Bernard Madoff, autore della truffa più colossale della storia.
Il finanziere Madoff, 71 anni, era stato arrestato a fine 2008 accusato di aver truffato i propri clienti causando loro perdite tra i 50 e i 60 miliardi di dollari (roba che – al confronto – i “nostri” Cragnotti e Tanzi son dei pivellini). Il sistema utilizzato da Madoff funzionava più o meno così: un investitore affidava alla società di Madoff una certa cifra dietro la promessa di ricevere un tasso d’interesse più o meno del 10%, a prescindere dagli andamenti dei mercati finanziari (i principali fondi americani promettevano interessi anche del 20-30% ma a condizione che il trend dei mercati fosse particolarmente positivo). Raccolti i quattrini, il “furbacchione” Madoff versava l’interesse annuo ai propri clienti (la cd. “cedola”) attingendo al capitale dei nuovi clienti che nel frattempo, era riuscito ad accalappiare. Cos’è successo dopo? E’ arrivata la crisi. L’ha seguita la paura e così tutti insieme i clienti di Madoff hanno bussato alla sua porta per chiedere la restituzione delle somme affidate. Naturalmente, Madoff non aveva abbastanza liquidità per soddisfare tutti e il gioco è saltato. Non male.
Veniamo alla sentenza-shock. Prima di tutto, per orgoglio nazionale, diciamolo pure che Madoff non s’è inventato niente ma ha semplicemente applicato il sistema-Ponzi, vale a dire il meccanismo approntato dal nostro connazionale Charles Ponzi, il quale, partito dalla Romagna, è sbarcato in America agli inizi del ‘900 e ha truffato migliaia di risparmiatori, prima tra gli immigrati italiani e poi in tutti gli States. Insomma, la tecnica Madoff è roba vecchia e se il finanziere americano è riuscito con tanta facilità per anni a farne il proprio stile di business, qualcosa non va. Specie se poi si pensa che il buon (si fa per dire) Madoff aveva già destato sospetti tra le autorità di vigilanza. Sembra che nel lontano 1992 la SEC si fosse interessata alle fortune accumulate da questo ex-bagnino senza però rilevare grosse irregolarità.
Nel corso del processo Madoff ha confessato le proprie colpe e ha collaborato con l’autorità giudiziaria che si è quindi trovata sgravata di gran parte del proprio lavoro. In cambio di cosa? Di una delle sentenze più populiste ed ingiuste della storia dei processi.
Insomma, senza mezzi termini, Madoff paga per tutti. Paga la vergognosa commistione tra regolati e regolatori. Paga le debolezze del principio tutto americano del laissez-faire quando si tratta di far circolare i quattrini. Paga l’emotività di una crisi che ha lasciato quasi un americano su dieci senza lavoro e migliaia di famiglie senza casa. Madoff paga le colpe dello Stato più potente della Terra.
Così, la sentenza del forcaiolo Chin (una sorta di Di Pietro a stelle e strisce) riporta in vita il vecchio brocardo “colpirne uno per educarne cento” che – in barba al principio della personalità della responsabilità penale – fa pagare ad uno solo (di solito, naturalmente il più debole o quello che, nel frattempo, è diventato il più sfigato) le colpe, le responsabilità e le schifezze perpetrate da una società corrotta e avida, ormai arrivata al collasso.
Il processo Madoff è stato una sorta di processo simbolico all’America tutta e ai suoi miti. Al capitalismo e al liberismo. Peccato, però, che ad uscirne condannati non siano stati i responsabili delle azioni e delle omissioni che hanno mandato a rotoli l’economia di tutto il mondo, ma un solo individuo, capro espiatorio che – con la sua “condanna esemplare” (quanto mi disgusta quest’espressione) ha fatto sentire tutti gli altri (i veri responsabili della “Grande Crisi) un po’ meno colpevoli.
“Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”, avrebbe detto il più grande dei cantautori italiani. Ma in America tocca sentire un pazzo scatenato in toga che spiega la severità nei confronti di Madoff dicendo che la condanna è stata determinata “according to his moral culpability”! Ma da quando i giudici devono giudicare la colpevolezza morale di un individuo? Ma cos’è la “moral culpability”?
Insomma non chiamatemi garantista ma è profondo il mio disgusto dinanzi a sentenze che lanciano messaggi. I giudici non sono (e non devono essere) chiamati a lanciare messaggi o segnali ma ad applicare la legge. Il simbolismo è importante ma non compete a chi deve decidere sulla libertà di un individuo. Non chiamatemi garantista. Sono solo un giurista che – seppur modesto – sempre giurista rimane.

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