[La racchetta nel pugno] ovvero: Di Adriano Panatta e della anomalia politica italiana
| mercoledì 15 luglio 2009 | Scritto da carlo magnani - 370 letture |
Esistono diverse anomalie italiche rispetto all’Europa, e di elezioni europee si è da poco trattato, alcune risalenti altre invece più moderne. Sono dati fattuali che hanno sedimentato l’identità nazionale alcuni ritardi storici come la recente formazione dello stato unitario, per tacere poi della mancata riforma protestante le cui conseguenze sono ancora vive e brucianti.
Un altro capitolo importante, e qui ci avviamo alla sostanza più politica, riguarda la diversità italiana rispetto alla sinistra europea: la mancanza di una grande formazione socialista o socialdemocratica o liberalsocialista in grado di alternarsi al governo del paese rispetto ai partiti conservatori o popolari o liberaldemocratici. Da noi la sinistra è stata rappresentata da quel corpaccione grande e burocratico costituito dal Pci.
Infine un anomalia ulteriore, questa volta meno politica, rispetto ai nostri vicini francesi o spagnoli o tedeschi, l’assenza prolungata di un grande campione di tennis. Coincidenze? Ragioniamoci sopra.
Dal 1861 ai giorni nostri un solo capo di governo di sinistra, Craxi, due se contiamo D’Alema e Parri, finiti lì per scelte di palazzo più che di urne, e, rovinandoci, al massimo due e mezzo con l’Amato tecnico (la sinistra storica liberale e Bonomi ci permettiamo di escluderli dalla sinistra del movimento operaio).
Con le racchette non andiamo meglio. Pietrangeli negli anni ’60 che onora il boom economico con metodicità di allenamento e forma fisica. Poi Panatta a metà dei ’70 a sancire il clima progressista nella società, sintesi tra l’esclusivo circolo tennis dei Parioli e il figlio talentuoso del custode che si fa largo a suon di rovesci liftati lungolinea. Panatta che nel 1976 vince a Parigi e va a giocare la finale di Coppa Davis in Cile, imponendo al fido Bertolucci la polo rossa nella partita di doppio, perché si doveva vincere anche per la libertà. Già, il 1976, la grande avanzata delle sinistre che però non sfondano al governo, poi il Midas.
A questo punto nasce l’anomalia di un paese che non sa produrre più un solo campione, solo giocatori buoni o decenti, ma niente che sappia coinvolgere o costruire un clima significativo. Quei pochi che ci hanno preso sul serio se ne sono pentiti poi per tutta la vita. Prendete Santiago Carrillo, il vecchio segretario del Pce, costruì tutta la sua strategia sul modello berlingueriano di un grande partito comunista serio e moderato egemone a sinistra, con un ottimo rapporto con il centro (Carrillo fu un grande sostenitore di Suàrez). Alle prime elezioni del 1977 il Pce prende il 9% e il Psoe quasi il 30%, nel 1982 Gonzàlez va al governo con una maggioranza mai vista in Spagna successivamente.
Questa è la storia, noi siamo un paese in affanno che non produce né buon tennis e né buona politica, soprattutto, che è quello che qui interessa, buona politica di sinistra. Non può reggere neppure l’analogia con la crisi della scuola svedese, prodiga di talenti nel dopo Borg, perchè il modello socialdemocratico di welfare in crisi, da noi, ulteriore specificità, nemmeno si è mai affacciato (Keynes era Fanfani, e Cirino Pomicino e Remo Gaspari i suoi profeti).
Una infelice anomalia europea che continua e si perpetua, noi con Franceschini e Volandri, Berlusconi e Seppi, mentre altri hanno Zapatero e Nadal.
Coincidenze? Non so, ragioniamoci sopra.
p.s. “E il tennis femminile?”. L’obiezione non sarà accolta, almeno per ora.

Ed e’ un peccato perche’ la politica femminile non e’ che proprio faccia faville, al pari di quella maschile!
a proposito segnalo una splendida storia
su panatta
pubblicata su repubblica it
questo è il link
http://www.repubblica.it/2009/05/rubriche/la-storia/panatta-wimbledon/panatta-wimbledon.html
Il tennis femminile è anche peggio: la Schiavone è smaccatamente berlusconiana…
Ottima disamina, però, anche se il parallelo “non c’azzecca”, ovviamente…
Ma come negare che SOLO NEGLI ANNI ’70, proprio tra quei ragazzi che sfilavano e si dimenavano tra movimenti più o meno libertari-anarchici o comunisti, si annidava l’unico moto di sinistra MODERNA E LIBERAL italiana della storia?
Ma sì, i precedenti erano state nicchie elitarie di liberali progressisti, MAI c’era stata nella BASE, nel POPOLO una coscienza libertaria… tranne che negli anni ’70.
Poco importa che poi molti scambiavano questo moto interiore per “maoismo”, “marxismo-leninismo”, e altre menate ideologiche: negli anni ’70 la gente per le piazze cercava di “LIBERARE” la nostra società, tant’è che molti dei suoi più noti esponenti oggi appoggiano le battaglie iper-libertarie di Pannella, non certo la solita politica consociativista…
Abbiamo perso un treno formidabile con quegli anni ’70, talmente martoriati e messi in cantina come fossero il diavolo da oscurarne anche la carica liberatrice, e abbandonare ogni tentativo di politica liberal-libertaria a sinistra. Che c’abbiamo guadagnato? Per caso a sinistra si vince? ‘Sto famigerato “centro” serve a qualcosa?
Complimenti per l’analisi.