[Cineserie] La via dello Xinjiang
| mercoledì 15 luglio 2009 | Scritto da Redazione - 113 letture |
Articolo di Paolo Rizzi
Con una forte sensazione di deja-vù, violenti scontri sono scoppiati in Cina, nella regione del Xinjiang, i nuovo territori, la regione che qualche giornalista con poca inventiva ha prontamente ribattezzato come “Tibet islamico”.
I nuovi territori, in realtà, sono nuovi solo se paragonati alla millenaria storia unitaria cinese; tralasciando i brevi scorci delle dinastie Han e Tang, lo Xinjiang entra a far parte dell’universo cinese a metà del 1700, regnante la dinastia mancese dei Qing, per poi attraversare la prima parte del ’900 seguendo lo stesso destino di instabilità della traballante Repubblica fondata da Sun Yatsen ed essere infine riportato sotto la sovranità cinese con la nascita della Repubblica Popolare.
Risalire al casus belli della rivolta di questi giorni è compito arduo, i dimostranti parlano di un linciaggio di uiguri da parte di operai d’etnia han*, a sua volta causato da voci di violenze uigure. Voci per le quali un giornalista cinese sta passando guai seri, accusato dal governo di aver diffuso notizie false.
In ogni caso, la genesi delle violenze odierne va in realtà ricercata nei fatti dello scorso agosto, quando gli indipendentisti attaccarono vari posti di polizia, uccidendo alcuni agenti e accusando gli uiguri che, numerosi, si arruolano di essere collaborazionisti.
La dura risposta del governo ha sicuramente contribuito a riscaldare gli animi della parte più intransigente della popolazione e lo stringersi dei cordoni del controllo statale ha dato linfa alla propaganda dei separatisti, che a loro volta hanno deciso di alzare il livello: non più come obiettivo gli uiguri “collaborazionisti”, ma gli han “colonialisti e distruttori dell’identità”.
La somiglianza con le argomentazioni del Dalai Lama è lampante tanto quanto lo sono le repliche di Pechino: gli uiguri, come minoranza etnica, godono di più diritti rispetto agli han, non sono soggetti alla legge sul figlio unico, godono del giorno festivo del venerdì legato ai culti islamici etc etc.
Così come col Tibet, anche l’indipendentismo dello Xinjiang ha un leader popolare in occidente, anzi: una leader. È Rebiya Kadeer, in esilio negli Stati Uniti, che col Dalai Lama condivide l’immagine dell’anziana mite costretta a combattere e una certa fascinazione per la retorica dell’aiuto tra le popolazioni indoeuropee oppresse dai “musi gialli”.
I media occidentali, per lo meno alcuni, non si sono lasciati sfuggire l’occasione di poter descrivere un “ Tibet atto secondo”, con parti ben assegnato: il buon militante uiguro, il perfido commerciante han e il poliziotto cinese che copre le soverchierie ai danni delle minoranze.
È però, questo, un gioco fatto col fuoco; la situazione etnica della Cina è molto complessa e, nel solo Xinjiang, lo stato riconosce 13 gruppi etnici, di cui han e uiguri sono solo i maggiori in termini di numeri. Allargando il campo a tutta la Repubblica Popolare, si arriva al riconoscimenti di più di 50 minoranze etnica, per un totale di svariati milioni di persone.
Appare evidente che il governo sia estremamente preoccupato per ogni possibile deriva degli scontri etnici: il precipitoso ritorno in patria di Hu Jintao è il segno che il governo ha preso molto sul serio queste agitazioni, è estremamente preoccupato per non essere riuscito a prevenire un movimento che evidentemente deve avere alle spalle una buona organizzazione e, soprattutto, mostra che devono essere prese delle decisioni gravi.
La balcanizzazione di uno stato con una lunga tradizione sia di multietnicità (han non è sinonimo di cinese, lo è stato, in realtà, solo nella retorica dell’esperimento di emulazione nazionalista di Sun Yatsen) che di terribili rivolte contadine, è un rischio che nessuno può prendersi.
I primi segnali sono già arrivati. Dal punto di vista militare, Urumqi è in regime di coprifuoco e la polizia, nonostante alcune fantasiose ricostruzioni, è nelle strade per impedire che manifestanti di qualsiasi fazione cerchino di far fare un ulteriore salto di qualità agli scontri.
Dal punto di vista mediatico, le fonti ufficiali parlano di circa 150 vittime (ma per altre fonti il bilancio sale in maniera preoccupante), senza specificarne l’etnia in modo che nessuna fazione possa rivendicare un maggiore danno subito. Infine, la già citata notizia del giornalista nei guai per le “notizie tendenziose”, dimostra che le autorità non sono per nulla intenzionate a spalleggiare lo sciovinismo della maggioranza etnica han.
Il messaggio che il governo sta lanciando in questi giorni è chiaro: abbiamo dei problemi seri, ma abbiamo già evitato di finire come la Russia di Eltsin e siamo pronti a tutto per non finire come la Yugoslavia di Mesic.
* Ora, noi sappiamo che l’etnia Han non esiste, ma prendete questo riferimento (e gli altri che ricorrono nell’articolo) con beneficio d’inventario ndRedazione

E’ veramente difficile giudicare cosa accada, e ci sono un po’ troppi riflessi condizionati. Ricordate le rivoluzioni colorate, e in che cosa si sono risolte? In questo la cosa certa è la conclusione: la Cina non vorrà fare la fine di Mesic. Occorrerebbero analisi più puntuali anche sul ruolo internazionale della Cina, al di là dei vaghi schematismi degli articoli di fondo, che ripetono un po’ tutti la stessa orecchiabile canzone.
Completamente daccordo.
Il ruolo internazionale della Cina e dell’intero sud-est asiatico è in rapida evoluzione e in Italia l’analisi è ferma, nei migliori dei casi, all’analisi della crisi del ’97-’99.