[E poi c'è i giovani ...] L’Italia del merito (ovvero la crisi non è uguale per tutti)
| lunedì 20 aprile 2009 | Scritto da Nicolò Cavalli - 307 letture |

Dopo il caffè, al mattino, le piace correre per una mezz’ora al tapis roulant, per tenersi in forma. 40 anni, single, appassionata di cani, vive con i genitori tra Bologna e Modena: insomma, un perfetto esempio di “bambocciona”… se non fosse che stiamo parlando del presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, associazione che raccoglie i giovani (figli di) industriali italiani.
Stiamo insomma parlando di Federica Guidi, figlia d’arte, Amministratore Delegato di Ducati Energia, laureata in Giurisprudenza dopo aver lasciato la Facoltà di Ingegneria in un secondo anno a cui “non ho resistito”, con un master in “Business Administration” in Profingest e una specializzazione in Rolo Finance.
E’ probabilmente in queste alte scuole che ha imparato ad usare l’inglese invece dell’italiano nelle sue forbite discussioni: vi parlerà di “far east” spiegandovi di come la sua azienda se ne va dall’Italia aprendo stabilimenti in India, Cina, Corea; vi nominerà la “pollution” indicando l’inquinamento dei suoi stabilimenti industriali e dei motori che lì vengono prodotti; esalterà l’ultima “joint venture” messa in piedi dalla sua impresa in giro per il mondo.
Per gli aiuti di stato – quella pioggia di miliardi che nel corso degli anni governi di destra, centro e sinistra hanno “devoluto” alle imprese per poi vedere allegre delocalizzazioni verso il “far east”, appunto, e migliaia di dipendenti cacciati a casa – una parola inglese forse non ce l’ha. Anche perchè quelli se li prende in silenzio, cianciando nel frattempo di “free market” e “competition”.
Una volta formato il curriculum di studi, il primo banco di prova: assunta alla Ducati Energia.
L’azienda di papà Guidalberto, vice-presidente di Confindustria per 10 anni.
Ma non dite che è raccomandata, perchè lei ha addirittura fatto la gavetta. Anzi, e i virgolettati sono tute citazioni autentiche: “una carriera tutta dal basso”. Il suo essere figlia del capo non le ha concesso alcuna corsia preferenziale, nella sua carriera. E chi dice diversamente è in malafede. Pensate che è arrivata al punto che in azienda ha fatto “persino le fotocopie”.
“A questo, si e’ aggiunta una mia esigenza del tutto personale. Essendo un’azienda che produce cose un po’ ‘strane’, io, laureata in legge, ho sentito la necessita’ di inserirmi, di conoscere tutti i prodotti, dalla loro terminologia al loro ciclo di produzione. Insomma, una gavetta che e’ stata una piccola universita’ sul campo. Cosi’ ho potuto formare quel bagaglio tecnico che e’ indispensabile per poter lavorare in fabbrica e per rivestire incarichi operativi’’.
Certo, ha potuto formare quel bagaglio tecnico indispensabile che non aveva, avendo studiato cose del tutto diverse. Però intanto era stata assunta e, a forza di fotocopie, è salita al gradino più alto, diventando Amministratore Delegato, con un bel po’ di zeri sullo stipendio, o forse sarebbe più giusto chiamarla paghetta, mensile.
Un privilegio? “Sarebbe sciocco dire che non sono privilegiata rispetto ad altri. Ma e’ un privilegio di tipo psicologico, che consiste nel non vivere quell’angoscia di temere di perdere il posto. Questo, va detto, e’ innegabile. Ma i privilegi finiscono qui”.
Lavorare nell’azienda del padre, essere assunta nonostante un curriculum con poca o nessuna attinenza rispetto al lavoro che avrebbe dovuto fare, diventare Amministratore Delegato in grazia di non-si-sa-cosa, avere un ruolo assicurato a vita in una delle aziende più importanti d’Italia. I privilegi finiscono qui. Anzi, sono solo privilegi psicologici.
Com’è dura la vita, per i giovani rampolli del capitalismo italiano.

oh finalmente un articolo da socialista!
peccato che si faccia nome e cognome (sempre brutto puntare all’uomo) altrimenti sarebbe stato perfetto
sì in effetti magari è un po’ una “caduta di stile”, però l’articolo è nato anche e innanzitutto come una sorta di sfogo a una delle tante interviste alla guidi pubblicata dal corriere. era sul carattere di quella in cui ha proposto l’abolizione della contrattazione collettiva, e di fronte a cotanto acume ho sbottato! detto questo, e più in generale, forse dovremmo chiederci se ci siano casi in cui “fare i nomi” non solo sia giusto, ma persino necessario..o se invece essere “garantisti” sempre e fino in fondo..è un tema interessante
I nomi vanno fatti, perchè sono sempre i soliti che trasmettono la loro posizione e il loro potere ai figli, e quindi costituiscono loro da soli il sistema. Siccome è un sistema basato su parentele e amicizie, è necessario fare i nomi e tracciare le reti parentali e amicali, sennò non si capisce. Nicolò, ricordi il caso Alitalia? Senza fare i nomi sarebbe sfuggita la ratio di tutta l’operazione. Quindi in questo caso hai fatto bene. Inoltre, quando c’è da far bella figura ci tengono a far sapere chi sono. Gli anonimi siamo noialtri sudditi.
esatto, a volte i nomi vanno fatti e il criterio alitalia è proprio quello che mi ha spinto a scrivere questo pezzo, pur differentissimo per toni contenuti e ambito di interesse. in fondo è anche di questo che si nutre l’informazione, è anche mettendo il focus o il mirino della critica su determinate persone che parte l’identificazione o la repulsione della “pubblica opinione”, che si creano flussi di accettazione o magari addirittura di protesta, quando è il caso (e ora vengono in mente le monetine ecc ecc). quindi ci sta, quando non è calunnia, è anzi forse un sano anche se difficile esercizio giornalistico, in generale..se lasciamo sempre tutto “sul generale” diventa a volte persino difficile comprendere la dimensione di determianti problemi..(vedi report sulla social card ecc)
Per tornare più strettamente sulla questione, i componenti dell’establshment, compresi i loro figli, andrebbero fatti parlare di più di cose private. Verrebbero fuori in modo ancora più esplicito due elementi:
1) Il fatto che, specie i più giovani, vivono fuori dal mondo e dentro il loro mondo: non hanno la più pallida idea di come funziona là fuori, e pensano che la condizione “normale” sia la loro. Secondo me quando dichiarano di sentirsi “persone normali”, con un basso grado di privilegio, non mentono, lo pensano davvero, ed è questo il problema! Prendiamo questa qui: dice che ha fatto “addirittura” le fotocopie. Beh… Adriano Olivetti ha fatto l’operaio nell’azienda del padre, e il padre gli teneva gli occhi addosso perchè lavorasse e imparasse. Poi, solo dopo questa scuola, lo ha mandat ad un’altra, cioè all’estero per vedere che facevano le grandi aziende del suo settore. Il grande Adriano ha studiato, sì, ma prima e durante il paparino gli ha aperto il culo! Chiedo: trattasi di approccio universale alle politiche del lavoro?
2) Il conseguente classismo che trabocca da questa situazione. Quando non è disprezzo per chi lavora, nel migliore dei casi è paternalismo alla Alessandro Rossi… peraltro coevo di Olivetti senior: due approcci diversi, quello moderno (guarda caso, socialista) ha perso.
d’altronde il disprezzo per chi lavora viene espresso in autorevoli “provocazioni” come ad esempio quella dei giovani di confindustria quando guidati dalla stessa guidi proposero il ritorno alla contrattazione individuale. ma io dico, un po’ di buon senso! (e in questo, sì, viene fuori tutta la lontananza dal mondo reale di alcuni di questi personaggi..basti pensare che secondo la stessa guidi per sconfiggere la crisi “abbiamo bisogno di aumentare la produttività tramite l’aumento delle ore di lavoro”). inoltre fare un po’ di nomi sarebbe utile per esempio per dire un paio di cosette sui trascorsi con la legge non proprio edificanti di molti dei “capitani d’industria” italiani, come ha fatto beppe grillo (che poi si scredita da solo per il “modo” in cui lo dice) nel suo intervento a la7 di qualche settimana fa.