[Riformismi]Mi si nota di più se sono riformista o se non sono un c…?
| lunedì 19 gennaio 2009 | Scritto da Gionny - 55 letture |
Si fa un gran parlare a sinistra e anche su labouratorio di riformismo, se ne riempiono la bocca quotidianamente Veltroni e anche Silvio che si ritiene un riformista DOC. Ma in realtà come spesso succede anche in politica la perdita di significato delle parole causa gravi incomprensioni, il termine riformista, ormai inflazionato, mai come oggi ha subito una storpiatura del significato impressionante. Occorre quindi rintracciare nel passato i valori e le idee riformiste per dargli nuova dignità politica. Innanzitutto va specificato che il riformismo nel’900 è sempre stato la bandiere delle socialdemocrazie infatti nell’agire politico della socialdemocrazia il riformismo è insito per definizione. Già dai primi del 900 ma già con Andrea Costa larghe aree del movimento operaio compresero che l’entrare nei parlamenti delle democrazie più o meno borghesi non avrebbe significato tradire le aspettative della classe operaia ma avrebbe bensì favorito una legiferazione di tutela verso le classi lavoratrici. Rispetto quindi a coloro che non ritenevano opportuno far parte di un sistema che andava abbattuto dalle fondamenta i riformisti si posero in un’ottica totalmente diversa ritenendo che l’avvento del socialismo sarebbe potuto avvenire attraverso la democrazia e non con la rivoluzione violenta. A guidare il movimento riformista erano all’ora non tanto il partito ma il sindacato che essendo quotidianamente a contatto con i soprusi subiti dagli operai comprese la necessità di migliorare nell’immediato e concretamente la condizione dei lavoratori senza aspettare la scintilla rivoluzionaria. Già da allora i riformisti furono considerati nemici di classe dai massimalisti poiché attenuavano il conflitto di classe migliorando le condizione dei lavoratori senza però mutare i rapporti di produzione; i massimalisti puntavano all’estensione del proletariato industriale per far scattare la scintilla rivoluzionaria il più violentemente possibile senza che fosse attenuata da possibilità di riforme o di compromesso con il padronato.
In seguito alla scelta di fare anche azione politica all’interno dei luoghi di lavoro la Cgdl perse di credibilità agli occhi della Confindustria e degli altri sindacati nascenti perdendo così anche il suo carattere riformista che fu assunto dal partito anche in seguito all’abbandono dell’ala massimalista. In seguito alla spaccatura della Cgil unitaria causata proprio dal rifiuto delle correnti cattoliche e socialdemocratiche dello sciopero politico(nel 1952 fu indetto un sciopero contro la NATO!!) la bandiera riformista fu sventolate con scarsi esiti solo dai socialdemocratici,poiché il PSI era ancora di fatto marxista, e dai due sindacati nati dalla scissione della Cgil Uil e soprattutto Cisl, ma qualcosa iniziava a muoversi anche nel granitico PCI dove i miglioristi di Amendola e Napolitano se da un lato appoggiarono l’invasione Sovietica dell’Ungheria nel ’56 dall’altro iniziarono a riflettere sulla possibilità di ricongiungersi con i cugini del PSI. Comunque sarà negli anni sessanta con il centrosinistra che si perderà la grande occasione delle riforme in Italia anche se comunque fu un ministro socialista a promuovere lo statuto dei lavoratori nel 1970 sull’onda del radicalismo rivendicati dell’autunno caldo. Bisognerà aspettare la rivoluzione Craxiana del PSI di fine anni ‘70
per vedere un riformismo di governo dispiegato su larga scala che vide nella conferenza programmatica di Rimini del 1982 dove sorse una concezione totalmente nuova di socialismo non più solo riformista ma anche liberale. Tale concezione politica influenzò enormemente molti partiti della sinistra europea come i Labouristi di Blair.
Questo tipo di riformismo a differenza di quello sbandierato da Veltroni non è moderato poiché non era finalizzato a corteggiare l’elettorato moderato o cattolico, era una semplicemente un nuovo riassetto politico dottrinale del socialismo in un paese industrializzato e democratico che faceva propri anche i valori liberali e puntava governare il capitalismo senza farsi sopraffare da esso e senza ostacolarlo senza edulcorare i fondamenti laici e progressisti del socialismo.
Non è credibile che il riformismo di Veltroni sia una nuova concezione politica,è
palese a chiunque che la storia di non “esser di sinistra ma esser riformisti”è un gioco di parole per tenere a galla la barca con a bordo rutelli&co.
Riformismo come ho detto non è quindi una moderazione della sinistra o una sua corruzione ma è una politica tesa a rendere effettivi i benefici dello sviluppo economico anche per le classi sociali più deboli a migliorare nel concreto la situazione trattando con tutte le parti sociali senza preclusioni ideologiche, riformismo è anche pluralismo poiché tende a fare proprie anche tesi acquisite da altri protagonisti della vita economica e politica. Infine riformismo può esser considerato la punta più avanzata del progressismo poiché tende a fare propria la realtà che lo circonda ricalibrando di continuo la ricetta politica.

Commenti recenti