[It's democracy, baby!]La transizione democratica del dopoguerra
| lunedì 19 gennaio 2009 | Scritto da Angelo Giubileo - 80 letture |

Che cosa dire dell’anno che sta per finire, e quali le speranze per l’anno che sta per entrare?
In Italia, il 2008 ha consegnato il governo del Paese saldamente nelle mani della neo-coalizione di centrodestra, retta dal premier Silvio Berlusconi. All’incirca un anno fa, più o meno di questi tempi, si trattava soltanto di una delle possibili ipotesi, peraltro diversamente immaginata e in definitiva contrastata con forza, anche all’interno dell’allora schieramento di opposizione di centro-destra, da parte dell’Udc. Sul fronte opposto dell’alleanza di centro-sinistra appariva concreto il rischio del crollo dell’allora governo di coalizione, ma nel dibattito rimaneva aperta addirittura anche l’ipotesi della costruzione di una nuova maggioranza sia pur sempre risicatissima. Il ricorso alle urne rappresentava un rimedio senz’altro legittimo alla comparabile e verificata ingovernabilità del sistema; e pur tuttavia, se per gli schieramenti della sinistra parlamentare si trattava evidentemente di una situazione di default, per gli schieramenti della destra parlamentare l’auspicio rimaneva essenzialmente legato all’opportunità di riconquistare il potere perduto soltanto venti mesi prima.
Negli U.S.A., l’elezione del presidente democratico Barack Obama costituiva ancora un anno fa un’ipotesi formulata in maniera piuttosto audace, nel senso che intorno ad essa non apparivano delineati né i principi né le eventuali strategie di “successo”. Le condizioni di potere in generale, e delle vita politica in particolare, non attribuivano infatti molto spazio a questa scelta elettorale che il cittadino statunitense avrebbe poi viceversa, di lì a poco, nell’arco di dieci mesi soltanto, manifestato. A ciò, sono servite prima le primarie, poi il confronto di potere ancora all’interno del partito democratico e infine lo scontro elettorale tra il candidato democratico e quello repubblicano, situazioni che hanno spinto l’elettore americano a proclamare la “vittoria” del senatore dell’Illinois. All’indomani dell’elezione, la stampa internazionale unanimemente ha posto l’accento in prevalenza sul valore ed efficacia del sistema (modello) democratico americano, dimenticando tuttavia che questo stesso sistema aveva permesso appena otto anni prima l’elezione di G.W.Bush con uno scarto di circa 60 voti, a giudizio della Corte Suprema, nello stato della Florida e grazie a un totale di voti validi espressi da circa il 27% degli elettori aventi diritto.
E’ da qualche anno che, anche in Italia, si guarda con sempre maggiore entusiasmo, e in alcuni casi anche con ammirazione, al sistema sia elettorale che di governo degli Stati Uniti. Le ragioni espresse sono tante, ma c’è tuttavia una differenza, e quindi una ragione sostanziale, e non formale, che rende entrambi quei sistemi (ancora) inadatti alla democrazia del nostro Paese. La democrazia americana, così come la conosciamo in Europa, rappresenta in chiave politica il confronto e lo scontro civile tra due organizzazioni di potere, solide, amalgamate da interessi economici e finanziari ma anche culturali. Situazione che non si riflette affatto nella realtà sociale, politica, economica e finanziaria presente oggi in Italia. La lunga transizione politica degli anni cosiddetti della “seconda repubblica” affonda in realtà le radici nella scelta, non completata verso un sistema rappresentativo democratico-liberale, che fu quella di rovesciare il circa ventennale regime fascista; come suggerisce la considerazione che “si deve probabilmente all’esistenza di due soli veramente grandi partiti contrapposti, entrambi dotati di buona organizzazione (oltre che a ragioni di particolare educazione politica e formazione mentale), se il comitato dirigente di uno qualsiasi dei partiti organizzati, dopo aver vinto le elezioni, non ha schiacciato definitivamente l’opposizione portando anche l’Inghilterra a forme politiche simili a quelle dei totalitarismi continentali” (V. Zincone, Lo Stato totalitario).
Se è la storia a trasmettere questo messaggio, allora per l’anno che verrà sarebbe d’auspicio che le forze di sinistra in Italia iniziassero finalmente a prendere in considerazione, seriamente, le “condizioni” che di fatto hanno impedito e impediscono ancora oggi sul piano concreto (sociale, politico, economico e finanziario) la formazione di un sistema democratico-liberale saldo e maturo. Ma, a partire non solo dall’analisi: perché, se di tempo per la riconquista del potere ne deve minimamente passare (quattro anni), viceversa di tempo per la costruzione di un sistema siffatto ne è già abbondantemente trascorso (sessanta anni)!

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