[Storia e Dossier] I protagonisti dell’anarchismo in Italia – Errico Malatesta
| martedì 23 settembre 2008 | Scritto da Redazione - 552 letture |
Labouratorio è orgoglioso di presentare il lavoro di Giovanni – Gionny – D’Anna sui protagonisti dell’anarchismo in Italia. Come già avvenuto in precedenza, Labouratorio pubblica un lavoro preparato per un esame universitario. Una “tesina” di grande interesse, chiara e puntuale.
Quella che segue è la terza ed ultima puntata, dedicata a Errico Malatesta. Qua trovate la seconda puntata, dedicata a Michail Bakunin, dopo la prima dedicata a Carlo Pisacane.
Con questa puntata si chiude il ciclo dedicato agli albori dell’anarchismo in Italia. Ringraziate il prode Gionny per il suo lavoro!
… e ovviamente buona lettura
I PROTAGONISTI DELLA NASCITA E DELLO SVILUPPO DELL’ANARCHISMO IN ITALIA
di Giovanni D’Anna
Errico Malatesta
Si può dire che l’anarchismo in Italia come movimento diffuso e attivo inizi con l’approdo agli ideali anarchici di Malatesta e si esaurisca con la sua morte nel 1932. Sicuramente fu l’unico dei capi storici dell’anarchismo italiano che nonostante abbia più volte rivisitato il suo ideale politico abbia sempre rifiutato il riformismo e il parlamentarismo;probabilmente l’anarchismo si esaurì proprio perché non aveva più motivo di esistere in una democrazia sempre allargata e nonostante il mutamento profondo degli scenari politici l’anarchismo non riuscì mai a uscire da una visione settaria e quasi religiosa dell’ideale politico. Lo schierarsi a priori contro qualunque tipo di riformismo pragmatico fu letale per un movimento che per buona parte dell’800 italiano aveva guidato i tentativi insurrezionali.
Malatesta come molti altri anarchici iniziò la sua militanza politica nell’orbita del repubblicanesimo radicale infatti già a 14 anni fu ammonito dalla questura di Napoli per un epigramma in latino inviato al Re definito “il più impudico di tutti gli uomini”. Ma è all’Università di Medicina che il giovane rivoluzionario inizierà la sua militanza a Napoli infatti dal 1867 frequenta gruppi garibaldini e partecipa a manifestazioni antimonarchiche e anticlericali, fu nel repubblicanesimo più radicale che egli formerà la propria coscienza politica basata sul razionalismo,positivismo e democraticismo. Nel 1870 subisce il primo arresto insieme al fratello Aniello per una manifestazione studentesca che appoggiava i moti mazziniani in Calabria. Nel 1871 con la fine della Comune di Parigi il movimento democratico italiano si spacca sull’analisi politica dell’esperienza parigina, l’aspra polemica fra Mazzini e Bakunin il primo assai critico con la Comune e il secondo fervido sostenitore degli insorti porterà ad un insanabile distacco che fece approdare al socialismo rivoluzionario i più radicali fra i quali Malatesta e molti ex garibaldini che a decine partirono per appoggiare gli insorti francesi. Nel maggio dello stesso anno Malatesta inizia a frequentare assiduamente la sezione dell’Internazionale di Napoli il cui animatore era proprio dallo stesso Bakunin. La rottura con il repubblicanesimo fu totale egli infatti si rese conto che nemmeno nella repubbliche più progredite il proletariato era veramente libero ma sempre schiavo del modello di produzione capitalista tale visione fu certamente dovuta all’entrata in contatto di Malatesta con Carlo Cafiero allora delegato di Engels in Italia.
Insieme a Cafiero Malatesta prenderà le redini dell’Internazionale napoletana e in breve fu insieme ad altri alla guida del movimento insurrezionale italiano, le sue attività a Napoli portarono alla nascita di un giornale “La Campana” e all’istituzione di una scuola per gli operai analfabeti napoletani. L’irreversibile rottura con il repubblicanesimo non contaminerà però l’ethos del mazzinianesimo assai radicato in Malatesta che dedicherà un intero numero del “La Campana” alla morte del grande patriota morto nel marzo del 1872 per cui Malatesta scriverà queste parole “A Giuseppe Mazzini terrore della monarchia. I socialisti napoletani promettono sicura vendetta con la rivoluzione sociale. Sicura vendetta”. Il 4 agosto dello stesso anno vide finalmente la luce a Rimini la Federazione internazionale dei lavoratori italiani primo movimento organizzato su scala nazionale dell’anarchismo formata da ventuno sezioni soprattutto delle Marche dell’Emilia e dalla Campania vide fra i suoi principali animatori Malatesta, Cafiero e Costa. L’organizzazione fu ovviamente improntata su una linea assai libertaria e per nulla verticistica gli intenti politici si riassumono nel nome che fu dato all’organo ufficiale di stampa ovvero “La rivoluzione Sociale” e nel motto di ispirazione Proudoniana “l’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi”e che “ l’emancipazione economica del lavoratore è il grande fine quale ogni movimento politico deve essere subordinato come mezzo”. Il gruppo di rivoluzionari non tarda a mettersi all’opera per l’attuazione della rivoluzione sociale che trova un terreno illusoriamente fertile nella crisi economica dei primi anni 70. Nel 73’ si tiene a Bologna il secondo congresso dell’A.I.L. interrotto dalla repressione poliziesca che cattura Costa, Cafiero e Malatesta.
Tornati in libertà l’anno successivo trovano il Comitato Italiano per la Rivoluzione Sociale già pronto per l’azione grazie all’aiuto di altri militanti provenienti anche essi dal democraticismo radicale, entusiasmati dalle manifestazioni e dagli scioperi dell’estate del ’74 gli internazionalisti con l’appoggio di alcuni capi repubblicani organizzano l’insurrezione per il 5 agosto a Bologna. Ma a causa degli arresti di tutti i leader repubblicani fra i quali Aurelio Saffi,Alessandro Fortis e Domenico Francolini saranno solo gli internazionalisti a tentare l’insurrezione. Il piano era quello di far convergere da varie zone montagnose del bolognese i rivoltosi in città dove insieme agli insorti guidato da Bakunin avrebbero proclamato la Comune. Ma visto l’arresto dei repubblicani che oltretutto causerà aspre polemiche in parlamento l’insurrezione viene stroncata facilmente dalle forza dell’ordine al corrente di tutto il piano. Moltissimi saranno gli internazionalisti ad essere arrestati fra cui Costa e Malatesta altri come Bakunin e Cafiero fuggiranno in Svizzera. Tutti gli arrestati comunque saranno prosciolti e tornano alla militanza attiva già nell’ottobre del ’76 quando nonostante le continue irruzioni della polizia riusciranno a delineare una mozione unica da portare alla seduta dell’Internazionale Generale di Berna oltretutto in quest’occasione verrà approvata la nuova linea ideologica dell’anarchismo comunista sotto l’influenza di Kropotkin grande amico di Cafiero e Malatesta.
In Svizzera gli italiani insieme agli spagnoli saranno isolati dagli altri anarchici europei che decidono di convocare un congresso unitario con i socialdemocratici di tutta Europa mentre gli internazionalisti italiani si arroccano su posizioni settarie e intransigenti solo Costa inizia qui a meditare un ripensamento sulla strategia dell’anarchismo italiano anche se non abbandonerà ancora i compagni. Dello stesso periodo è la frequentazione da parte di Malatesta della Massoneria che lo accolse dopo il processo in seguito ai fatti di Bologna, nonostante la sua rinuncia a praticare qualunque rito di iniziazione egli fu fortemente voluto dai massoni dai quali però si allontanò allorquando essi applaudirono l’insediamento al governo della sinistra storica. Dopo la rottura di Berna e la breve esperienza massonica Malatesta e Cafiero progettano un nuovo piano insurrezionale nel Sud Italia per la primavera dell’77 sperando di attirare le simpatie delle plebi meridionali che già avevano tradito Pisacane. Le simpatie del proletariato verso Malatesta giungeranno solo nell’aula del tribunale nel quale egli verrà processato in seguito alla disfatta di questo ennesimo tentativo di rivolta, Malatesta infatti alla sbarra non perderà l’occasione per trasformare il banco d’accusa in una tribuna di propaganda dell’anarchismo che riscuoterà solo a parole e tardivamente le simpatie della popolazione locale. Uscito di carcere per Malatesta seguirà un lungo periodo di fuga in giro per il mediterraneo finchè non si stanzierà definitivamente a Londra dove inizia una fruttuosa opera di propaganda e sobillazione negli ambienti operai della città riscuotendo notevoli simpatie. Nell’estate dell’81 proprio a Londra insieme all’amico Kropotkin prenderà parte al Congresso Internazionale che vedrà la partecipazione di tantissimi delegati anche da paesi extraeuropei quali Turchia, Stati Uniti ed Egitto. Nonostante fosse stato designato come responsabile dell’Associazione Malatesta è costretto a ritornare in Italia per occuparsi più da vicino dell’anarchismo che proprio in questo periodo aveva perso uno dei più grandi leader ed animatore, Andrea Costa infatti amico e compagno di Malatesta nelle elezioni del 1882 verrà eletto in Parlamento nelle liste dell’estrema sinistra democratica di Felice Cavallotti. Paradossalmente l’abbandono di Costa grazie anche all’intenso lavoro di Malatesta porterà al rafforzamento del movimento Libertario che prende le redini di tutto il movimento operaio. Ma proprio mentre le associazione Anarchiche stavano attraversando un periodo di ristrutturazione e di ampliamento il carovita fa scoppiare scioperi in tutta la penisola ai quali ovviamente prendono parte tutti gli esponenti dell’anarchismo, seguiranno lunghi processi per cui il movimento ne esce dissanguato. Malatesta sarà fuori dal carcere solo verso la fine del 1886 quando pubblica la sua opera più famosa Fra Contadini.
Essa nasce dall’ampliamento del nuovo programma dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, qui Malatesta si esprime sul problema organizzativo delle società attribuendo ai comuni quali enti territoriali e alle corporazioni quali enti professionali il compito di gestire produzioni e servizi. Sarà proprio in questo motivo che per un’insieme di circostanze il movimento libertario entra in crisi; innanzitutto nei primi anni novanta si concludono una serie di processi pendenti sui maggiori esponenti anarchici verranno quasi tutti incarcerati per alcuni anni, inoltre in questo periodo si diffuse il fenomeno del bombismo espressione degli anarchismo individualista che puntava a sobillare le masse tramite sanguinosi attacchi dinamitardi alle persone e alle cose rappresetnatni l’ordine costituito, Malatesta nell sua opera di riqualificazione del socialismo anarchico condannerà sempre la pratica individualista in ogni caso i vari attentati messi in atto screditeranno pesantemente il movimento anarchico di fronte all’opinione pubblica e al movimento operaio. Infine altra circostanza che graverà sul futuro dell’anarchismo sarà la nascita del Partito Socialista dei Lavoratori nell’estate del 1892 Turati e i dirigenti socialisti scelsero la linea riformista e furono favorevoli all’entrata in parlamento e ad allearsi con il Partito Radicale e tutte le forze democratiche, i militanti anarchici sconfitti dalla maggioranza riformista si trovarono isolati anche da gran parte della base operaia.
Si può dire che con la nascita del Psli il moviemento anarchico abbia perso quel suo radicamento sociale che gli permise di sopravvivere alle numerosissime persecuzione giudiziarie. Gli anni che conclusero l’ottocento furono funestati da violente manifestazione e dalle carestie che colpirono tutta l’Italia, l’occasione per nuove sommosse anarchiche non mancò ma se essi riuscirono a rendersi noti di fronte all’opinione pubblica fu solo per l’omicidio del re Umberto reo secondo il suo assassino Gaetano Bresci di aver premiato con la medaglia il generale Bava Beccaris responsabile della durissima repressione dei moti di Milano del ’98. In quest’ultima fase del secolo Malatesta tenta di rinsaldare al centro il movimento anarchico spaccato a destra dalla nascita del partito socialista e a sinistra dalla sempre maggiore diffusione dell’ideale individualista che trovava il suo organo di diffusione nel quotidiano siciliano “Avvenire Sociale” criticato più volte da Malatesta che non risparmiò dure critiche nemmeno all’”Avanti!” giornale socialista e considerato riformista. Malatesta nel polemizzare con i socialisti sperava di attirare verso il suo movimento quanti di tendenza libertaria ed insurrezionale fossero insofferenti alle derive legalitarie imposte dal partito ai suoi iscritti. Questa manovra politica verrà mossa da Malatesta dal nuovo quotidiano da lui fondata “L’Agitazione Sociale” egli infatti comprese che con l’entrata in parlamento dei socialisti gli anarchici prima di tentare nuove sortite insurrezionali avrebbero dovuto riempire lo spazio lasciato a sinistra dai socialisti. Si può dire quindi che con l’inizio del 900 il movimento anarchico italiano entrerà in una crisi irreversibile che si concluderà con la morte del suo grande ispiratore, Malatesta, che morirà nel 1932, da allora in poi l’anarchismo vivrà relegato ai margini della vita politica e solo dopo il ’68 e specialmente con la diffusione del movimento Punk si ebbe un ultimo canto del cigno stroncato questa volta da agenti esterni quali la repressione e l’eroina.
Di fatto l’anarchismo scomparve perché non riuscì mai ad affrontare ideologicamente il parlamentarismo cosa che invece riuscì a tutti gli altri movimenti di sinistra l’anarchismo morì d’anarchia si esaurì perché le situazioni erano radicalmente mutate, il proletariato e gli umili a cui si riferivano i militanti anarchici come sempre nella storia del 900 non si dimostrarono una classe unita e compatta per la rivoluzione essi potevano simpatizzare certo per quegli ideali che lottavano per i diritti dei più umili ma non era certo interesse primario del proletariato la lotta per costruire una nuova umanità, forse perché di una nuova umanità non c’era bisogno. Per migliorare le condizioni delle plebi contadini furono necessari molti anni di durissime lotta ma nel corso del secolo il proletariato trovò una condizione di vita accettabile proprio all’interno della democrazia borghese e capitalista che gli anarchici volevano abbattere. Resta il fatto che nessun ideologia nelle storia si era spinta mai così avanti nel progettare una società ideale libera sia nell’economia sia nello spirito.
Bibliografia
- Giampietro Berti, Errico Malatesta e il movimento anarchico ed internazionale Franco Angeli storia”2003 Milano
- George D.H. Cole “Storia del pensiero socialista vol I-II” Laterza Bologna 1977
- Errico Malatesta “Epistolario 1873-1932” a cura di Rosaria Bertolucci centro studi sociali Carrara 1984
- www.anarchopedia.org
- www.movimentoradicalsocialista.it

“IL PROLETARIATO TROVO UNA CONDIZIONE DI VITA ACCETTABILE PROPRIO ALL’INTERNO DELLA DEMOCRAZIA BORGHESE E CAPITALISTA CHE GLI ANARCHICI VOLEVANO ABBATTERE”? CHE ASSURDITA’ E’ MAI QUESTA? QUALI SAREBBERO QUESTE CONDIZIONI DI VITA ACCETTABILI? SI PUO’ PARLARE DI UNA “DEMOCRAZIA CAPITALISTA”? DOVE L’HAI LETTA STA COSA, SU WWW. VIVALADESTRA. COM ? SE CONTINUI COSI NEL GIRO DI QUALCHE HANNO TI RITROVERAI IN QUEL DELLA BRIANZA CON LA TESTA RASATA A SCOPPIARE PETARDI IN MANO A BAMBINI ROM.
Naaaa Laura, per quello c’è già il Pucci!
Sì, di democrazia borghese e capitalista si può decisamente parlare, libere elezioni si tengono anche in un paese guidato da Milton Friedman.
Condizioni di vita “accettabili” è invece piuttosto discutibile, se non altro per l’arbitrarietà del significato che ognuno dà a “accettabile”: diciamo “nettamente migliori di prima”.
Ad esempio, oggi nelle medie e grandi aziende non si può essere licenziati senza giusta causa…
P.S. Niente Merlino e Caffi?
Sbaglio o solo dove c’è stato il capitalismo c’è stata democrazia.Certo la democrazia capitalista non esiste perchè le due cose legate l’una all’altra anzi forse dovrei dire che dove c’è stato il capitalismo si è poi sviluppato sempre un regime liberaldemocratico.Per capitalismo non intendo il cattivo padrone che sfrutta i bambini per fare i palloni della nike ma la dinamicità economica dell’europa seicentesca dove la dialettica fra ceti sociali in condizioni profondamente doiversi hanno dcato vita alla democrazia che può nascere solo in situazioni di dislivello sociopolitico nella società.La dialettica fra i ceti sociali provoca un milgioramentop generale della vita media di tutti.
Dove si è tutti uguali URRS e molti stati islamici(x motivi diversi) e la cultura deve essere subordinata ad un etica ideologica o religiosa dominante nulla cambia e non solo non si è poi così uguali ma non c’è libertà nè di pensiero nè tantomeno di mercato.
A volte Gionny mi stupisce. Dico davvero! Ultimo commento qua sopra: semplice, ma di una chiarezza esemplare!
Piano, detta così sembra che la sperequazione sociale sia il sale della democrazia: in realtà le disuguaglianze si concentrano maggiormente laddove il potere sia detenuto da un’oligarchia autocratica, e proprio paesi islamici come l’Arabia Saudita o gli emirati del Golfo Persico (o la stessa URSS) ne sono un esempio. Un posto dove si fosse “tutti uguali” devo ancora vederlo.
“tutti uguali” era per dire dove domina un’etica egualitaria assoluta e non concreta.
Caro Gionny, dopo la lettura delle tre puntate mi sembra di scorgere una tua forte simpatia verso il movimento anarchico nonostante tu stesso riconosca l’impossibilità per un siffatto movimento di incidere nella realtà.
Era più o meno lo stesso sentimento che provavo io anni fa e che fu in un certo senso confermato dalla lettura di una lettera di Ernesto Rossi in cui definiva l’anarchico come un liberale non dotato di senso storico (si riferiva al compagno di cella Giobatta Domaschi).
Ma fu proprio la riflessione su quella definizione e la conoscenza diretta di alcuni anarchici (che chiaramente non si possono minimamente paragonare a Malatesta…) che mi portò a concludere che al di là del fascino tipico dell’eroe romantico c’era ben poco che mi potesse interessare in un anarchico.
Più problematico, invece, è, dal mio punto di vista, il rapporto con alcuni autori come Proudhon o Pisacane: furono punti di riferimento per gli anarchici, certo, ma non solo…
Il senso storico, l’accettazione del parlamentarismo e di una pratica riformatrice, un libertarismo coniugato in chiave liberale e non anarchica sono gli elementi indispensabili (forse nemmeno tutti…) per poter veramente affrontare il tema del miglioramento delle condizioni di vita (non solo materiali!) degli individui…
Che poi queste condizioni siano accettabili o meno, oggi, è abbastanza soggettivo dirlo: ah, quanto mi piacerebbe parlare con un contadino di due secoli fa…
Di certo, l’attenzione posta agli ultimi della società dovrebbe ancora essere la nostra stella polare, ricordandoci sempre che quelli che sono veramente ultimi sfuggono in genere alle statistiche e alle interviste ai supermercati(in una parola: non hanno voce), mentre l’Italia muore più di ignoranza e di mancanza di prospettive che di fame….
Il liberismo nell’Internazionale
di Camillo Berneri
Il testo della famosa lettera che Berneri scrisse a Rivoluzione Liberale, la rivista di P. Gobetti.
Caro Gobetti,
m’è accaduto più volte, trovandomi a discutere delle mie idee con persone colte, di dover constatare, per le domande rivoltemi e per le obbiezioni mossemi, che il movimento anarchico, che pure fa parte, e non piccola, della storia del socialismo, è o semi-ignorato o malamente conosciuto. Non mi sono, quindi, stupito, leggendo l’articolo del prof. Gaetano Mosca sul materialismo storico, nel vedere annoverato tra i socialisti utopisti il Proudhon, che rimarrebbe mortificato nel vedersi posto a braccetto con quel Blanc, che egli saettò con la più aspra ironia per aver posto “l’Eguaglianza a sinistra, la Libertà a destra e la Fratellanza in mezzo, come il Cristo fra il buono e il cattivo ladrone”.
Per escludere il Proudhon dagli scodellatori della zuppa comunista, basterebbe la critica alla formula, che divenne poi il credo Krapotkintano “da ciascuno secondo le sue forze ed a ciascuno secondo i suoi bisogni”, formula che egli chiama una casuistica avvocatesca, poiché non vede chi potrà fare la valutazione delle capacità e chi sarà giudice dei bisogni. (Cfr. L’Idée générale de la Révolution au dix-neuviéme siécle. – Garnier, Paris, 1851, p. 108).
L’errore in cui è caduto il Mosca è interessante, poiché dimostra come sia sfuggito a molti studiosi della storia del socialismo questa verità: che il collettivismo dell’Internazionale ebbe un valore essenzialmente critico. Fatto che è stato negato anche da alcuni anarchici, come da L. Fabbri, che sostiene essere l’anarchismo “tradizionalmente e storicamente socialista” in quanto ha per base della sua dottrina economica “la sostituzione della proprietà socializzata alla proprietà individuale” (cfr. Lettere ad un socialista; Pensiero – 1910, n. 14, p. 213).
Basta una rapida scorsa alla storia della Iª Internazionale per smentire questa affermazione. L’Internazionale nacque in Francia, nell’atmosfera ideologica del mutualismo proudhoniano, e, come dice Marx in una sua lettera relativa al Congresso di Ginevra (1866), non aveva, nel suo primo tempo, espressa alcuna idea collettivista né comunista. Il rapporto Longuet nel Congresso di Losanna (1867) dimostra che Proudhon dominava ancora. E tale dominio si riscontra nel Congresso di Bruxelles (1868), in cui, tuttavia, si affacciò l’idea collettivista, ma in modo generico e limitata alla proprietà fondiaria e alle vie di comunicazione. La collettivizzazione affermata nel IV Congresso, quello di Basilea (1869), fu limitata al suolo. L’influenza praudhoniana, dunque, è parallela all’anti-comunismo e all’anti-collettivismo.
Al collettivismo aderirono Bakounine e seguaci; ma vedendo in esso più che un progetto di forma economica, una formula di negazione della proprietà capitalista. Bakounine era entusiasta di Proudhon. Egli (Cfr. Oeuvres, I, 13-26-29) esalta il liberismo nord-americano [non erano ancora sorti i trusts], e dice “La libertà dell’industria e del commercio è certamente una gran cosa, ed è una delle basi essenziali della futura alleanza internazionale fra tutti i popoli del mondo”. E ancora: “I paesi d’Europa ove il commercio e l’industria godono comparativamente della più grande libertà, hanno raggiunto il più alto grado di sviluppo”. L’entusiasmo per il liberismo non gli impedisce di riconoscere che fino a quando esisteranno i governi accentrati e il lavoro sarà servo del capitale “la libertà economica non sarà direttamente vantaggiosa che alla borghesia”. In quel direttamente vi è una seconda riserva. Infatti egli vedeva nella libertà economica una molla di azione per la classe borghese, che egli afferma essere ingiusto considerare estranea al lavoro (Cfr. Oeuvres, I, pp. 30 e segg.), e non poteva non riconoscere la funzione storica del capitalismo attivo. Interessanti sono anche i motivi delle simpatie del B. per il liberalismo nord-americano, poiché ci spiegano che cosa egli intendesse per proprietà.
Il B. fa presente che il sistema liberista nord-americano “attira ogni anno centinaia di migliaia di coloni energici, industriosi ed intelligenti”, e non si impressiona punto all’idea che costoro divengano, o tentino divenire, proprietari.
Anzi, si compiace che vi siano coloni che emigrano nel Far West e vi dissodino la terra, dopo essersela appropriata, e nota che “la presenza di terre libere e la possibilità per l’operaio di diventare proprietario, mantiene i salari ad una notevole altezza ed assicura l’indipendenza del lavoratore” (Cfr. Oeuvres, I, 29).
La concezione del valore energetico della proprietà, frutto del proprio lavoro, è la nota fondamentale della ideologia economica del B. e dei suoi più diretti seguaci. Tra questi Adhémar Schwitzguébel, che nei suoi scritti (Cfr. Quelques écrits, a cura di J. Guillaume, Stock, Paris, pagina 40 e seguenti) sostiene che l’espropriazione rivoluzionaria deve tendere a concedere ad ogni produttore il capitale necessario a far valere il suo lavoro. La dimostrazione storica dell’anti-comunismo bakunista sta nel fatto che le tendenze comuniste nell’Internazionale italiana trionfarono nel 1867, quando l’attività del Bakounine era quasi interamente sospesa (Cfr. Introd. del Guillaume alle Oeuvres de B., p. XX) e nel fatto che in Spagna, ove l’Alleanza aveva piantato profonde radici, perdura una corrente anarchica collettivista in senso bakunista.
Se il collettivismo dell’Internazionale fosse stato compreso dal Mazzini non ci sarebbe stato il fenomeno della sua critica anti-comunista. Così criticava il Mazzini: “L’Internazionale è la negazione di ogni proprietà individuale, cioè di ogni stimolo alla produzione… Chi lavora e produce, ha diritto ai frutti del suo lavoro: in ciò risiede il diritto di proprietà… Bisogna tendere alla creazione d’un ordine di cose in cui la proprietà non possa più diventare un monopolio, e non provenga nel futuro che dal lavoro”. Saverio Friscia, nella “Risposta di un internazionalista a Mazzini”, (pubblicata sopra il giornale bakunista L’Eguaglianza di Girgenti, e ripubblicata dal Guillaume, che la trova superba e l’approva toto corde [Cfr. Oeavres de B., vol. VI, pp, 137-140]) rispondeva: “Il socialismo non ha ancora detto la sua ultima parola; ma esso non nega ogni proprietà individuale. Come lo potrebbe, se combatte la proprietà individuale (leggi: capitalista) del suolo, per la necessità che ogni individuo abbia un diritto assoluto di proprietà su ciò che ha prodotto? Come lo potrebbe se l’assioma “chi lavora ha diritto ai frutti del suo lavoro”, costituisce una delle basi fondamentali delle nuove teorie sociali?”. E dopo aver analizzato le critiche del Mazzini, esclama: “Ma non è questo del puro socialismo? Che cosa volevano Leroux e Proudhon, Marx e Bakunin, se non che la proprietà sia il frutto del lavoro? E il principio che ogni uomo deve essere retribuito in proporzione alle sue opere, non risponde forse a quell’ineguaglianza di attitudini e di forze ove il socialismo vede la base dell’eguaglianza e della solidarietà umana?”.
In questa risposta del Friscia è netta l’opposizione della proprietà per tutti alla proprietà monopolistica di alcuni; il principio dell’eguaglianza relativa (economica); ed in fine il principio dello stimolo al lavoro rappresentato dalla ricompensa proporzionata, automaticamente, alle opere.
Non pensi, caro Gobetti, che potrebbe essere utile, su R. L., una serie di studi sul liberalismo economico nel socialismo? Credo colmerebbe una grande lacuna e leverebbe di mezzo molti e vecchi equivoci. Credo ne risulterebbe, fra le tante cose interessanti, questa verità storica: essere stati gli anarchici, in seno all’Internazionale, i liberali del socialismo. Storicamente, cioè nella loro funzione di critica e di opposizione al comunismo autoritario e centralizzatore, lo sono tutt’ora.
Tuo C. BERNERI.
se non è gia in programma nella ricerca di Gionny mi riprometto e vi prometto di scrivere qualcosa su Camillo Berneri uno dei padri , a mio avviso , da anarchico, del socialismo liberale.
quello che mi affascina dell’anarchismo è chiaramente la ricerca sfrenata di libertà senza alcun compromesso,anche se questa poi ha portato il movimernto anarchico a seguire strade di fantismo ideologico.Spesso si dice che l’anarchi è un utopia e non è plausibile come forma di governa perchè irrealizzabile bè io non sono per nulla d’accordo.
Perchè sono sempre più convinto che forme avanzate di federalismo libertario non facciano altro che avvicinarsi ad un’anarchia non comunista ovviamente perchè non è quello che mi interessa.Penso quindi che l’anarchia,ovvero la totale condivisione delle regole che gli uomini si danno fra loro senza che esse ledano la libertà di ognuno ma la difendano, non sia altro che una pura liberaldemocrazia antipartitocratica,laica e federalista.
E l’unico partito che per prassi rispetta queste idee è il partito radicale con la sua costante battaglia antipartitocratica,insiema al fu partito d’azione.Per il resto tutti gli altri partiti si sono comportati in un modo o in un altro sempre in modo verticistico e illibertario più simili al monolite comunista.La dianmicità radicale si siega bene guardando gli alleati politici che ha avuto a parte il PSI craxiano vorrei ricordare che Panella per molti anni fu molto più vicino a Lotta continua che a PLI.Anzi quando finì la prima repubblica cioè con le elezioni del ’76 all’opposizione vi erano insieme Democrazia Proletaria e i Radicali.E questa scelta fu pagata col sangue da entrambi.Sinceramente ci vedo una certa analogia con oggi.
Alt, alt, non vorrei esser frainteso e non vorrei risultare troppo tranchant.
Non vi è dubbio che possiamo riscontrare nel pensiero di taluni anarchici (anche e soprattutto in quelli di difficile “etichettatura”) quella dose di libertarismo, liberalismo e financo di liberismo (bellissima la lettera di Berneri in questo senso) di cui difettavano i grandi partiti di massa della sinistra italiana (comunisti e socialisti) e di cui si sente bisogno anche oggi. E non vi è dubbio che nella critica al dogmatismo, all’autoritarismo e al collettivismo comunista le migliori menti anarchiche furono forse inarrivabili (il mio pensiero va anche alla guerra civile spagnola).
Quello che io contesto (e credo qui siamo tutti d’accordo) è l’incapacità strutturale del movimento anarchico di incidere nella realtà, di prospettare riforme concrete e perseguirle, di durare nel tempo non come movimento nostalgico o di testimonianza, ma come vero e proprio attore politico.
Te lo dice uno che è stato anche lettore di Umanità Nova (non le edizioni storiche, i numeri del 2000!) e che fra tutti gli anarchici conosciuti non ne troverebbe manco uno disposto a sottoscrivere al 100% l’assunto: “Penso quindi che l’anarchia, ovvero la totale condivisione delle regole che gli uomini si danno fra loro senza che esse ledano la libertà di ognuno ma la difendano, non sia altro che una pura liberaldemocrazia antipartitocratica,laica e federalista”.
Quando, caro Gionny, tu dici che l’unico partito che rispecchia queste idee è il Partito Radicale con me non sfondi una porta aperta, ma ti butti a capofitto in una stanza enorme e aperta 24 ore su 24 al pubblico: non c’è dubbio che lì alberghi tutto il meglio della tradizione libertaria italiana. E tanto più tu ci vedi rispecchiati gli ideali anarchici, tanto meno io considero l’anarchismo progenitore (quanto meno unico) del radicalismo (per certi versi potremmo dire, anzi, che è proprio l’opposto).
Tanto per citare Pannella: “Amo speranze antiche, come la donna e l’uomo; ideali politici vecchi quanto il secolo dei lumi, la rivoluzione borghese, i canti anarchici e il pensiero della Destra storica”. E’ questo mélange esplosivo che affascina e che fino ad oggi ha incarnato l’unica vera alternativa libertaria italiana, molto più degli anarchici del secondo dopoguerra.
Insomma, io al motto bakuniniano: “Là dove c’è lo Stato non c’è libertà. Là dove c’è libertà non c’è lo Stato” contrappongo il proudhoniano: “Ben lungi dal subordinare la libertà individuale allo Stato, è lo Stato, la comunanza, che bisogna sottomettere alla libertà individuale”.
Un ultima citazione di Elie Halévy e finisco di ammorbarvi: “I partiti socialisti chiedono l’estensione indefinita delle funzioni dello Stato e, nello stesso tempo, l’indebolimento indefinito della sua autorità”.
vorrei dire anche io qualcosa in tema.
1) Capitalismo e democrazia liberale sono stati in simbiosi per circa due secoli. Il capitalismo sgretolava il sistema socio-economico feudale mentre la liberaldemocrazia(leggasi:cultura illuministica) ne smontava i presupposti teorici. Probabilmente l’uno non si sarebbe evoluto senza l’altro e viceversa. Da rilevare che oggi capitalismo e democrazia liberale si stanno scindendo(la dittatoriale Cina) e sono entrati in conflitto(l’attacco al welfare in Europa). Dopo aver sconfitto le rigidità socio-economiche e politico-culturali del feudalismo sembra ripresentarsi una nuova rigidità , quella capitalistica, ad imbrigliare la libertà umana.
2)anche io penso che per una storia dell’anarchismo italiano sia utile inserire Berneri e Merlino.
Di Berneri ( bella la citazione di Maggiani) si può trovare materiale qui:
http://www.socialismolibertario.it/profililib.htm
Di Merlino, è in rete il dibattito con Malatesta, avente come tema proprio la questione parlamentare . Per chi non lo conoscesse in formato .pdf è disponibile:
http://www.geocities.com/anarchia_liberta/Anarchismo_Democrazia.pdf
vorrei dire anche io qualcosa in tema
1) Capitalismo e democrazia liberale sono stati in simbiosi per circa due secoli. Il capitalismo sgretolava il sistema socio-economico feudale mentre la liberaldemocrazia(leggasi:cultura illuministica) ne smontava i presupposti teorici. Probabilmente l’uno non si sarebbe evoluto senza l’altro e viceversa. Da rilevare che oggi capitalismo e democrazia liberale si stanno scindendo(la dittatoriale Cina) e sono entrati in conflitto(l’attacco al welfare in Europa).
Dopo aver sconfitto le rigidità socio-economiche e politico-culturali del feudalismo sembra ripresentarsi una nuova rigidità , quella capitalistica, ad imbrigliare la libertà umana.
2)anche io penso che per una storia dell’anarchismo italiano sia utile inserire Berneri e Merlino, soprattutto in un luogo socialista.
Di Berneri ( bella la citazione di Maggiani) si può trovare materiale qui:
www(PUNTO)socialismolibertario(PUNTO)it/profililib(PUNTO)htm
Di Merlino, è in rete il dibattito con Malatesta, avente come tema proprio la questione parlamentare . Per chi volesse leggerlo, in formato pdf è disponibile:
www(PUNTO)geocities(PUNTO)com/anarchia_liberta/Anarchismo_Democrazia(PUNTO)pdf
.
Ma non pensi che in Cina se mai ci sarà la democrazia il capitalismo non favorisco democraticamnte appunto anche fasce di popolazione oggi ipersfruttate??…il capitalismo senza democrazia ci può essere ma la deocrazia senza di esso zoppica anzi non vivrebbe affatto.
non vedo impossibilità teoriche in una democrazia senza capitalismo. L’uno è una forma di organizzazione socioeconomica , l’altro un sistema politico.
Del resto, se accettassi il capitalismo quale modello giusto e non superabile della società
non sarei socialista.
Il capitalismo è il sistema vincente, un sistema da ammirare per la grande capacità di smuovere forze inerti ,
ma è un sistema assolutamente da disprezzare per i danni ambientali e culturali che si porta dietro e per la rendita da capitale che crea(“ogni volta che qualcuno percepisce un reddito non prodotto , vi è qualcun altro che ha prodotto non reddito non percepito”),
rendita che sta assumendo, in molti luoghi, caratteristiche di barriera talmente alta da cristallizzare la società .
personalmente così come mi limito a constatare che storicamente capitalismo e democrazia liberale si sono sviluppati insieme ,
constato che oggi il capitalismo sembra procedere indipendentemte dalla democrazia ed anzi, laddove era saldamente uniti come in Europa, il capitalismo sembra propenso a distruggere la democrazia.
non è affatto detto che la storia debba procedere sempre e dovunque allo stesso modo. A creder ciò finiremmo per fare la fine del tacchino a Pasqua.
pertanto, senza velleità avanguardiste nè difese identitarie di socialismi novecenteschi(riusciti come la socialdemocrazia europea o fallimentari come il socialismo sovietico) e dei loro comatosi apparati partitici e sindacali ,
credo che i socialisti debbano riscoprire la loro ragion d’essere: il superamento del capitalismo (oppure cambiarsi nome e dirsi semplicemente liberal-capitalisti)
una piccola nota/dubbio: siamo sicuri che la Francia della rivoluzione francese fosse più capitalistica dell’inghilterra? che ruolo gioca Haiti nella “universalità” della rivoluzione francese? quali le differenze di democrazia e capitalismo nell’Italia e Germania pre guerra mondiale?
tra l’altro, visto che si parla di anarchia e qui siamo socialisti(e suppongo libertari) ,
dovremmo sempre tener presente che la democrazia non è certo un sistema da idolatrare o per dirla con Bobbio(mi pare):
“La democrazia non è il migliore dei beni, ma il minore dei mali. Temo che ci dobbiamo rassegnare a sostenere che in fondo la dittatura è peggio”
che non siamo mica liberaldemocratici noi.
la democrazia liberale non è una meta,
è solo un argine.
Apparte che ora sti discorsi si stanno facendo troppo astratti e ci eravamo ripromessi un pò tutti di discutere su argomenti un pò più terreni…cmq penso che l’essere liberaldemocraici possa anche comprendere l’essere socialisti(riformisti)o liberalsocialisti.
E quindi contrombilnciare le inequità sociali che può produrre il capitalismo senza però presupposti ideologici volti all’ostacolare la libera iniziativa privata.
…so benissimo che il mercato incontrollato può portare anche alla distruzione del sistema di cuoi esse stesso vive.
semmai è l’essere socialisti che comprende l’essere liberaldemocratici aggiungendovi qualcosa(l’analisi della società reale o detto comparandosi: l’uscire dalla torre d’avorio liberale).
il socialismo non interviene ad ostacolare l’attività privata , interviene perchè si rende conto che le imbellettate teorie liberaldemocratiche quando calano nella realtà lasciano inalterato lo sfruttamento del più debole, fino a fare delle costituzione democratiche soltanto della carta igienica.
pertanto chi si dice capitalista, non si dica socialista: nel conflitto tra capitale e lavoro, i socialisti stanno con il lavoro(non sto citando l’unione sovietica, fidatevi)
E per questa rivolta contro la banalità modaiola liberale che vorrebbe appropriarsi di tutti i meriti(pur avendoni ben pochi… e si chieda all’Africa invasa e massacrata dai liberali Stati europei) fino a negare il diritto all’esistenza di altre ideologie politiche, fino a far vergognare giovani socialisti del socialismo stesso,
chiedo:
che ruolo ha giocato Haiti nell’universalità dei diritti? quale il grado di sviluppo capitalistico della Francia rivoluzionarie ed illuminista rispetto all’ Inghilterra? la Francia dei diritti umani universali e gli USA della “libera ricerca della felicità” sono frutto di riformismi o rivoluzioni?
siamo sicuri che il concepire la democrazia come qualcosa di immutabile non si ciò che impedisce oggi di rinvigorirla in un momento di evidente stanchezza?
attenti a stabilire cosa è teorico e cosa no:
è teorico dire ad una persona che in nome del libero mercato deve essere disoccupato o sottopagato mentre altri vivono nel lusso,
è teorico dire che le banche possono guadagnare denaro senza produrre nulla (mentre estorcono denaro a chi lavora),
è teorico pensare che il contadino debba votare il fighettino liberal perchè questo gli porta il “progresso” anche se gli toglie i finanziamenti all’agricoltura e vuole annullare le uniche cose che permettono la sua salita sociale(il valore legale del titolo di studio, il pubblico impiego)
saluti