[LABOURACOULTURA] Angelo Marchese – un ricordo del grande critico letterario.
| giovedì 3 luglio 2008 | Scritto da Redazione - 383 letture |
Introduzione di Antonello Cresti
Recensioni a cura di Lorenzo Lodovichi

Cambiano i nomi dei ministri della pubblica istruzione e le considerazioni sono sempre le stesse: al livello allucinante degli studenti italioti corrisponde l’infima qualità del corpo docente. In effetti il “professore” in Italia è spesso il luogo fisico in cui si concentrano frustrazioni di ogni tipo e sarà difficile avviare una rinascita della società finchè saremo nelle mani di certi incapaci o, forse ancor peggio, di sciagurati cialtroni autonominatisi maestri di pensiero.
Nel mio interminabile percorso di studente ho avuto a che fare con molteplici bizzarrie umane ed ho avuto un unico Maestro… sono stato fortunato: per il poco tempo che ho potuto avere a che fare con l’augusta figura di Angelo Marchese, critico letterario pluritradotto e studioso di Montale (che “al giovane critico genovese” dedicò anche una sua poesia), precocemente venuto a mancare, non ho fatto altro che apprezzarne le intuizioni, gli entusiasmi, le riflessioni. Intellettuale raffinato, profondo, dall’itinerario complesso e sfaccettato Marchese ci ha lasciato diversi lavori straordinari, ma anche saggi più “esoterici” che meritano una lettura. Tra i suoi vari scritti ve ne sono due che non potranno suscitare interesse nei più attenti lettori di Labouratorio.
Abbiamo chiesto di recensirli a Lorenzo Lodovichi, giovane intellettuale di formazioni cattolica, vicino al pensiero di Pasolini e all’ecologismo di Alexander Langer.
Il senso della laicità
È dal portato e nel clima postconciliare che nasce questa opera di Marchese. Fa sorridere ripensare ad alcune sue parole in incipit, quali “…il clericalismo come fenomeno storico del mondo cristiano e in particolare cattolico è ormai superato”. D’altronde il Concilio Vaticano Secondo (terminato nel 1965) è ormai storia vecchia, espressione d’una Chiesa che si vedeva moderna, che cavalcava gli entusiasmi e le contraddizioni feconde di una Italia nel suo primo benessere.
Dunque il discorso di Marchese è utile in due modi. Primo: egli fa un analisi limpida del laicismo, e ci ricorda i termini veri della questione. Secondo: l’opera in questione è, siccome vecchia, al di sopra di ogni sospetto e del tutto scevra da ogni intento polemico. Un’informazione per tutti: “il laicismo…è il rovesciamento di una impalcatura sociologica tradizionale della cristianità espressa in strutture, costumi e atteggiamenti spirituali strettamente clericali…”. Lungi dal laico ogni negazione di Dio, e ancor più ogni negazione di esperienza religiosa. Il Concilio Vaticano II, insomma, ispira Marchese e l’enciclica “Gaudium et Spes” fa ben sperare nel superamento di ogni clericalismo.
Significativo come una recente enciclica richiami nel titolo la “Spes” senza accennare ad un qualunque “Gaudium”. D’altronde, come diceva un poeta friulano, non può essere davvero cattolico chi non è profondamente pessimista; e a onor del vero molte previsioni dei più pessimisti si sono avverate non solo sul piano della fede ma anche e soprattutto della cultura, della solidarietà, della pace. In ogni caso il benedetto Concilio pare a Marchese il segno del rovesciamento auspicato d’una certa mentalità ascetica e di allontanamento dal mondo, vale a dire l’attenuarsi della consueta opposizione di sacro e profano, la scissione definitiva di trono e altare (società decostantinizzata), il prevalere della Carità sulla Legge e della concezione Evangelica su quella politica.
Certo Marchese è troppo fine studioso per lasciarsi sfuggire i possibili effetti di certe lusinghe, e individua nella spiritualità dei laici il rischio di una concezione intimistica e delle buone intenzioni, di una mistica pret a portér che oggi in effetti è diventata la regola anche per chi continua a credersi in buona fede cattolico. Il problema di questo testo, ovvero suo maggiore vanto, è che si rivolge ad un certo tipo di persona, se non cattolica certamente cristiana; sarebbe a dire che oltre ad essere battezzata, ha letto i vangeli almeno una volta e possiede una cultura medio-alta (secondo gli standard di trent’anni fa), meglio se di matrice classica. Il geniale implicito qui, involontariamente razzista e che io condivido in pieno, è che non si possa essere cristiani oggigiorno senza una minima base culturale, e quindi non si possa essere nemmeno laici. Questo libro, insomma, è per pochi, e non vale che sia scritto in maniera estremamente semplice e ordinata, né le sue ridotte dimensioni invoglieranno molti a leggerlo. Purtroppo.
Emmanuel Mounier, tra pensiero e impegno
Marchese traccia una sintetica analisi di Mounier e del personalismo. Ottimo è il prologo sull’infanzia e la giovinezza, in cui Mounier rinuncia a medicina per intraprendere studi filosofici. Seguono Parigi, la Sorbona e la libera docenza, e tuttavia non siamo neppure a metà del percorso; la realtà, la società concreta tutta esercita verso il filosofo un’attrazione e gli impedisce di essere solo un teorico. Questa tensione rimane una costante, per lui che da cristiano si interroga sovente sul significato dell’essere “chiamati a qualcosa”, sulla metodologia della scelta. Uomo della mediazione e del dialogo, quando non della meditazione strictu sensu, Mounier paga a tratti i costi etici del compromesso, ma non è mai uomo “politico”. Manca di un qualunque compromesso definitivo, ed egli senza tema di incoerenza, ma con personale sacrificio, alterna impegno nel mondo e raccoglimento in sé stesso, denuncia delle ingiustizie sociali e intima ricerca di salvezza; Mounier rimane “ troppo sensibile a tutto ciò che nell’azione deforma gli uomini”.
Malgrado i contrasti con i compagni di quei giorni come Izard, Mounier ha ben chiaro che il principale ostacolo all’attuazione d’una qualunque dottrina in cui giustizia, solidarismo e verità coincidano sono i beati possidentes, i borghesi. Sostiene la necessità di una rottura tra “valori cristiani e il disordine costituito” della borghesia, ovvero afferma che spirituale e reazionario non possono coincidere e attacca il blocco fascista “proprietà – famiglia – patria – religione”, da intendersi “proprietà capitalistica – egoismo familiare – nazionalismo e pro-fariseismo”. Contro il capitalismo, con il suo ottimismo liberale e la sua cieca fiducia nella libertà, contro il primato della produzione. Contro le mistiche e gli pseudo-valori spirituali del fascismo, inoltre. Non che lo spirituale stia a sinistra, sembra dirci, ma pur dissociando lo spirituale da ogni fazione politica Mounier trova un collegamento decisamente non gratuito e originale per quei tempi (metà anni trenta) tra desiderio di uguaglianza sociale e rinnovamento spirituale.
Si profilano i contorni di una inedita rivoluzione cristiana. Perché la vera rivoluzione in Mounier è quella dello spirito, e questa, a corredo di un socialismo di ispirazione cristiana è nondimeno anticapitalista e antifascista. Non sfugge a Mounier che i partiti cattolici di tutta Europa vengano di fatto a coincidere, purtroppo, con le forze reazionarie. Ma perché personalismo? Mounier non crea sistemi, schemi compiuti. È una sintesi integrale tra punti di vista opposti ma non contraddittori, è una categoria “storica”, personalista (ma anti-individualista) e comunitaria, nonchè una metodologia dell’impegno concreto eternamente sospesa tra i due estremi del dottrinarismo e della apoliticità, a tratti, forse, vago “terzoforzismo”. Tra imperialismo degli interessi privati e tirannide degli interessi collettivi egli opta deciso per la forma democratica. E dunque?
Una figura contrastata e complessa, profondamente umana, che ci dispiace non aver conosciuto. Figura di alto spessore e difficilmente classificabile, sempre in movimento, Mounier ha lo stigma della vera solitudine. Ci piace immaginarlo alla maniera del grande Leviatano di Melville, che non appartiene al mondo in cui, malgrado tutto, nuota.

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