[Spunti Congressuali] Da Latina per un congresso rispettoso dei socialisti italiani
| mercoledì 18 giugno 2008 | Scritto da Redazione - 300 letture |

PS Latina: documento sezione di Bassiano
PER LA COSTITUZIONE DEL PARTITO SOCIALISTA DAL BASSO
PER UN CONGRESSO VERAMENTE RISPETTOSO DEI SOCIALISTI ITALIANI
Innanzitutto dobbiamo constatare che il modo con cui si è dato inizio alla fase conclusiva della Costituente Socialista non è dei migliori.
Si era partiti dalle primarie delle idee, ipotizzando la partecipazione di tutti gli iscritti, con pari dignità, al Congresso Costituente, e chiedendo alla base di dare il proprio contributo al documento finale. Si è invece arrivati alla presentazione di tre mozioni ed anche le norme congressuali hanno peggiorato la situazione ricreando vecchie divisioni incomprensibili in un partito sotto l’un percento.È sì necessario analizzare la situazione politica partendo dal momento che stiamo vivendo ma non occorre ripetersi che l’Italia ha bisogno di un Partito Socialista e che il PD non si può collocare all’interno del PSE quasi sperando che questo risollevi le sorti del Partito Socialista.
Non per questo vogliamo andare ad incrementare le file di coloro che si lamentano e basta. Vogliamo al contrario dare il nostro contributo allo svolgimento dell’assise congressuale.
Noi vogliamo ripartire non dalla storia socialista ma dalle esigenze che sono alla base di quella storia.
Davanti a noi stanno i problemi dei salari, delle pensioni, del costo della casa e degli affitti, del lavoro precario, della condizione giovanile, dell’uso dei beni comuni e dell’ambiente.
L’aspetto più importante è che se vogliamo rinascere dobbiamo avere bene in mente l’obiettivo verso cui tendere, quello cioè di rilanciare la proposta riformista e socialista che appare oggi più che mai indispensabile, una prospettiva per la quale vale la pena di lottare.
Tutti dalle sezioni locali alle federazioni dobbiamo dare un contributo per realizzare un partito audacemente nuovo e aperto che faccia dei cittadini gli attori protagonisti delle scelte che contano. Per poter veramente dare un contributo alla crescita di questo partito è importante porsi la seguente domanda: Che cosa vuol dire essere Socialista oggi?
Essere Socialista vuol dire operare pensando che il sociale è l’obiettivo e la democrazia il metodo. Non deve essere uno slogan ma un obiettivo reale da raggiungere.
Siamo noi Socialisti in grado, oggi come agli inizi del movimento, di rappresentare i cittadini e di trovare idee per la soluzione dei loro problemi?
Viviamo in un’Europa che assicura un buon livello di sicurezza sociale. L’Italia è però distante dall’Europa.
E’ caduto il muro del comunismo. La soluzione non è il liberismo selvaggio che muove da una concezione capitalistica della società.
Tuttavia ritenere che la lotta alla povertà debba comportare un ritorno allo statalismo è altrettanto ingannevole. Possiamo affermare che questo è stato un errore anche nel nostro Paese, dove si è pensato che per ridistribuire le ricchezze bastasse gonfiare la spesa pubblica. L’intervento straordinario nel Mezzogiorno ne è l’esempio.
Lo statalismo, oltre, che inefficiente e paternalistico è incapace di suscitare una responsabilità personale e sociale. Esso è fonte di clientelismo ed è al tempo stesso iniquo e inadatto a contrastare la povertà e le ineguaglianze.
C’è la necessità di creare un nuovo rapporto tra Stato ed enti locali. Anche il federalismo va costruito in modo da creare una solidarietà nord-sud est-ovest.
Spazio deve essere dato al lavoro che istituzioni e associazionismo possono, insieme, fare applicando in pieno il principio della sussidiarietà. L’aiuto immediato dell’uomo verso il suo prossimo. Nessuna azione statale potrà mail sostituire il metodo dell’aiuto reciproco. Occorre quindi non uno Stato che regoli e domini tutto, ma uno Stato che riconosce e sostiene nel rispetto del principio di sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali che uniscono la spontaneità alla vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto. Già oggi molte asociazioni svolgono un’azione determinante ed irrinunciabile nei confronti delle fasce svantaggiate.
Dobbiamo accelerare la crescita economica che sia però sostenibile. Senza crescita economica non ci sono risorse da ridistribuire e un periodo prolungato senza crescita porta a far scoppiare i conti pubblici e una riduzione dello stato sociale.
Cosa fare per accelerare la crescita?
Premiare le imprese che investono e crescono attraverso la professionalità dei dipendenti.
Bisogna investire sul lavoro, che è un valore costituzionale dal quale non si può prescindere, ma è anche il futuro su cui far leva per vincere la sfida della competitività. Il lavoro è sempre stato creazione, e come tale va difeso non solo per il salario, non solo per la dignità, ma per “l’espressione di sé”. Il valore del lavoro deve essere perciò la chiave di volta nella costruzione di un’Italia socialmente forte, coesa e competitiva.
Come coniugare le esigenze di flessibilità delle imprese e la certezza di un lavoro?
Per questo ci viene in aiuto la “flessicurezza” che la comunità europea definisce come l’azione che può: “promuovere la competitività, l’occupazione e la soddisfazione sul lavoro combinando la flessibilità e la sicurezza per i lavoratori e le imprese. Le strategie di flessicurezza possono contribuire a modernizzare i mercati del lavoro europei e a meglio affrontare le sfide e le opportunità della globalizzazione. Esse comprendono nel contempo soluzioni contrattuali flessibili e affidabili, politiche attive del mercato del lavoro, strategie globali di apprendimento permanente e sistemi moderni di protezione sociale atti a garantire un adeguato sostegno dei redditi durante periodi di disoccupazione”.
L’esperienza mostra che questo approccio è più efficace della forte tutela del posto di lavoro adottata in alcuni Paesi. L’impegno di noi socialisti è pretendere che la flessibilità sia affiancata da progressi concreti nella sicurezza dei posti di lavoro.
Non sarebbe oggi affatto arduo illustrare a giovani che affollano le nostre scuole la corposa realtà che sta dietro il primo articolo della Costituzione Italiana: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Per questo quando, in fabbrica o in cantiere, muore un lavoratore, non è un incidente, ma un suicidio della nazione, che si priva della bellezza del lavoro per la miseria del profitto. Squallida vergogna.
In materia d’incidenti sul lavoro occorrono fatti, sia sotto il profilo dei controlli sia dell’applicazione delle leggi, con la necessaria durezza. E’ necessario porre mano a norme che, automaticamente, disciplinino il ristoro del danno verso i superstiti e le famiglie dei morti senza la necessità di ricorrere alle vie legali.
Attenzione particolare deve essere posta alla gestione di alcuni servizi essenziali che non possono essere, per la loro natura, lasciati nelle mani dei privati. Parliamo dei beni comuni e dell’ambiente inteso in tutte le sue componenti: acqua, aria, terra e fuoco. Questi beni vanno considerati strategici e non sono lasciati, in nome di un insano liberismo, nelle mani di multinazionali che hanno il solo scopo del profitto e non la tutela del bene.
Nel nostro paese solo le aziende legate ai servizi riescono a produrre grossi utili. I profitti li fanno ENI, ENEL, Autostrade e le società che gestiscono l’acqua. Queste società operano in mercati privi di concorrenza e, in alcuni casi, in posizioni di vero e proprio monopolio. Vivono di tariffe e sono in grado di rendere i prezzi dei servizi, una variabile indipendente dai costi reali di produzione. In Italia i consumatori-utenti di queste aziende, sono sottoposti ad una vera e propria tassa occulta. Noi paghiamo la luce, il gas, i pedaggi e l’acqua più alti d’Europa a fronte di servizi inadeguati e sempre a rischio. Inoltre in questi servizi al riparo del mercato, si sono riciclati tutti i nostri grandi imprenditori, di fatto trasferendo i loro investimenti dall’industria, esposta alla concorrenza internazionale, verso queste aziende a rendita sicura.
Sempre più la globalizzazione spaventa e i cittadini premiano i partiti che promettono protezione dalla concorrenza internazionale. Accade in Italia, ma accade anche nella campagna elettorale americana. Questi timori nascono dalla percezione che la globalizzazione ha accentuato le disuguaglianze sociali e sta cancellando la classe media.
Il nostro futuro, e soprattutto quello dei nostri figli, dipende in gran parte dal modo in cui affronteremo questo problema. Possiamo lasciarci sedurre da chi promette protezione, chiudere le frontiere, prima agli immigrati poi alle importazioni, magari rimpiangere la lira e le svalutazioni che prima dell’euro ci consentivano, di tanto in tanto, di dare un pò di respiro alla nostra economia. Ci avvieremo così verso una “dolce” fine. L’atto finale sarebbe violento. Possiamo invece cercare di capire perché la disuguaglianza cresce e perché la classe media è in difficoltà.
Tutto secondo noi dipende dai livelli di istruzione.
Dal dopoguerra e fino agli anni Ottanta la distanza fra il reddito dei laureati e quello di lavoratori poco istruiti è rimasto relativamente stabile. Negli ultimi vent’anni quella distanza è esplosa. Innovazione tecnologica (internet, i computer, l’uso sempre più frequente di modelli fisici e matematici nella finanza) e la globalizzazione hanno concorso a far crescere il premio all’istruzione. La globalizzazione premia l’istruzione perché le imprese, per sopravvivere, devono dedicarsi a produzioni che richiedono lavoro con un elevato livello di specializzazione. Chi ha smesso troppo presto di studiare, o chi ha avuto la sfortuna di frequentare scuole cattive è perduto. In Italia ciò è aggravato dal sistema educativo che non ha tenuto il passo con i progressi della tecnologia e ha lasciato indietro un numero crescente di giovani.
Le nostre scuole funzionano ancora mezza giornata. All’estero vi sono i college dove i ragazzi entrano alle 8 del mattino ed escono alle 7 di sera. Una scuola dove oltre allo studio tradizionale si fa sport, teatro, cinema, musica. In alcune si possono apprendere attività artigianali di cui la società ha un assoluto bisogno come, per esempio, l’elettricista, l’idraulico, il falegname, il cuoco, il giardiniere, e da cui si esce avendo già un mestiere. Una scuola che richiede insegnanti preparati, motivati, pagati bene, che credono nel loro compito educativo cui va restituita l’autorevolezza e il potere necessario. Certo, si tratta di un impegno economico colossale, che non può essere realizzato in un istante. Ma se non ci si mette su questa strada avremo delle famiglie sempre più in difficoltà, dei giovani sbandati e gravi problemi di sviluppo economico.
Al di là dei tanti altri campi e settori di eccellenza, è del tutto evidente che la globalizzazione riconosce all’Italia, anche e forse soprattutto, il ruolo di essere una grande destinazione turistica. Già adesso il settore turistico vale circa 27 miliardi di euro l’anno, più di una manovra finanziaria. In molti segmenti della produzione turistica, il nostro paese può considerarsi quasi un monopolista; si pensi alla culla della cristianità e all’immenso patrimonio artistico e culturale. Il turismo rappresenta uno dei principali motori dell’economia e della società e la tendenza è di una ulteriore crescita. Stupisce dover constatare che, al momento, le misure di sostegno al turistico risultano frammentate e frammentarie e, se confrontate al sostegno che ottengono altri settori produttivi, del tutto risibili.
Occorre avere chiaro in mente che cosa vuole essere l’Italia fra 30 anni, in quali settori vuole operare. È indispensabile saperlo adesso, non domani. Un conto è immaginare e prepararsi all’industria del turismo del 2038, un conto puntare a un’industria spaziale per andare su Marte. In assenza di lumi in proposito, si finisce col preparare persone che non servono, creare imprese destinate a morire, dilapidare la spesa sociale in rivoli di politiche di supporto alla domanda finale.
E’ una pia illusione pretendere dai politici la chiarezza prospettica e la volontà che il momento richiede?
Una politica di programmazione è oggi fuori portata delle nostre attuali forze politiche ed amministrative. La Francia ha alle spalle l’Ena, la scuola di eccellenza della burocrazia progettuale, e un corpo amministrativo che conosce il paese meglio degli operatori economici, capace quindi di orientare e di imporre le scelte. Noi non abbiamo nulla del genere; con un’aggravante, che se al governo arrivassero i massimalisti ci ritroveremmo la riedizione delle partecipazioni statali.
Occorre allora impegnarsi nella formazione di quadri dirigenti all’altezza della situazione.
In questo anche la politica deve riformarsi.
Occorre anteporre una visione profetica che guarda lontano e non si accontenta di basse manovre elettorali. La chiave risiede in un’espressione il lungo termine. Manca oggi la volontà e il coraggio di riforme che penalizzano i propri elettori a breve ma che danno certezza per il futuro.
E’ necessario cambiare radicalmente il rapporto tra politici ed elettori.
Questo non richiede solo un ripensamento della legge elettorale o la rinuncia alle tessere di partito, ma un profondo cambiamento culturale. Dare ascolto e spazio alle idee che arrivano anche dalle forze minori riconoscendo loro dignità di partecipazione alla vita del Paese anche al di fuori delle sedi istituzionali.
Il riformismo quello vero, si costruisce giorno per giorno, avendo chiari gli obiettivi da raggiungere e gli ostacoli da superare. E tutto questo va fatto ascoltando le esigenze e le priorità dei cittadini e nella certezza che le scelte che ne seguiranno saranno comunque utili per i cittadini.
Per il futuro non chiediamo grandi trasformazioni ma segnali di rinnovamento in grado di convincere i cittadini, che si vuole davvero modernizzare questo paese.
In ultimo un invito ai firmatari delle tre mozioni: facciamo un passo indietro per costruire un partito unito, superando le mozioni congressuali per formulare tutti unitariamente un documento politico che sancisca la fine della diaspora e la ritrovata unita socialista.
La Sezione “G. Bernardini”
Bassiano

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