[Ad un mese dal voto] Oltre le ideologie
| martedì 27 maggio 2008 | Scritto da Redazione - 225 letture |
articolo di Nicola Carnovale

E’ trascorso poco più di un mese dalle elezioni politiche che hanno dato al nostro paese un nuovo governo ed un nuovo leader espressione di un’ampia maggioranza, figlia di una moltitudine di speranze, attese, ma soprattutto paure, che vivono e crescono all’interno della nostra società. Forse, più di ogni altro partito e di ogni altra forza politica, i raggruppamenti che meglio hanno saputo carpire lo stato d’animo reale presente nel paese, sono stati la Lega Nord e L’Italia dei Valori.
Il dato elettorale delle due forze, va ovviamente analizzato nel contesto formatosi del voto utile, che ha finito per incidere notevolmente, in maniera più che positiva, per quelle forze che godevano di un collegamento con il due grandi contenitori, Pd e Pdl. Ma dall’affermare il vantaggio di un collegamento a farlo diventare esclusiva discriminante a cui ricondurre il sorprendente risultato di entrambe le forze in questione – specie per quella dell’anti-bandolero per eccellenza Tonino – meno per la Lega – sarebbe non solo un errore politico per il futuro, ma dimostrerebbe una valutazione superficiale ed una incomprensione profonda, sui processi sociali in atto nel nostro paese.
In un recentissimo articolo a firma di Tito Boeri, lo stesso mette in evidenza, correlando una serie di cifre e numeri, di come non casualmente a riscuotere successo siano stati i due partiti che, pur da schieramenti opposti, si sono opposti all’indulto. Niente di più vero. Il problema legalità nel suo complesso, con la specifica questione della sicurezza, è stato il vero fattore discriminante tra una forza e l’altra in campagna elettorale, e sicuramente, su questo terreno, Lega e Idv erano – pur concentrando l’attenzione su tematiche inerenti ma differenti tra esse – quelle con il maggior numero di carte in regola. Ma anche questa riflessione non può essere considerata, per quanto specifica e correlata di contenuti forti, esaustiva. A mio avviso, vi è da riscontrare un nuovo atteggiamento dell’elettorato, anche tra quello più tradizionalmente politicizzato, indifferente non solo innanzi ad una proposta di tipo prettamente ideologico(comunista, missino, socialista, democratico cristiano…), ma innanzi allo schema destra e sinistra.
Queste due categorie, oggi più che mai, non sono più valide non solo se considerate dal punto di vista ideologico, ma esse risultano valicare schemi anche puramente identitari. La domanda da porsi che manderebbe in crisi molti, è se la Lega sia da considerarsi un partito di destra, oppure se Idv, si alla stregua è da considerarsi di sinistra. Se la logica protezionista di un mercato chiuso in se stesso a difesa ed a tutela del “nostrano” è tipico della cultura delle destre storiche che abbiamo conosciuto negli anni passati in Europa e non solo, beh, movimento più no global della Lega (e del Tremonti pensiero) non c’è. Ed altrettanto, non mi sembra che le proposte dipietriste rispecchino canoni identitari vagamente di sinistra.
Da questa riflessione, non solo sorge la domanda di come sia possibile portare a semplificazione il sistema istituzionale e politico italiano(viste le vistose diversità anche tra alleati), riconducendo tutto a due forze politiche distinte e contrapposte, ma di come sempre più destra e sinistra si scambiano ruoli e posizioni, talvolta anche paradossalmente. Ciò non può né meravigliarci, né destare preoccupazione. In tutto il globo sono in atto processi similari. In Europa i casi sono molti, taluni anche risalenti a molti anni indietro. Un esempio non recente, ma che potremmo definire quasi accademico, può essere il labour bleriano, che spostatosi su un fronte marcatamente liberale ha finito per occupare quasi per intero il fronte avversario, fattore da cui deriva anche la lunga stagione di governo. Insomma, ridefinire destra e sinistra, dandogli una contestualizzazione non semplicemente nazionale non è allo stato affatto facile, anzi, appare una impresa.
Non solo non è un male, ma il tutto è frutto del nostro tempo. E’ frutto delle società postmoderne, la cui dinamicità risulta essere di gran lunga maggiore rispetto alla capacità di esser compresa dalla staticità politica dei rappresentati e più propriamente dei governanti del momento. In questo contesto chi per primo comprende o percepisce anche in minima parte una dinamica in atto, ovviamente la fa propria. Insomma, il revisionismo politico e culturale, se di questo possiamo parlare, oggi parte dal basso, e non dai vecchi salotti pensanti di ottocentesca memoria. E’ forse una novità. Ma serve pur sempre, e questo in piena continuità, qualcuno una mano d’opera attenta.

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