Labouratorio

Intervista a Marco Cappato

di Mattia Panazzolo - lunedì 10 dicembre 2007 - 784 views

cappato_ev.jpgMarco Cappato (Milano, 25 maggio 1971), è eurodeputato radicale eletto con la Lista Bonino, iscritto al gruppo Liberaldemocratico (ALDE). Segretario della Associazione Luca Coscioni (per la libertà di ricerca scientifica) è dirigente e attivista radicale, e come tanti altri ha partecipato a Bruxelles, dal 7 all’8 dicembre, ai lavori del Consiglio Generale del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito. In tale occasione abbiamo avuto modo d’incontrarlo e di realizzare con lui questa intervista.

Le elezioni presidenziali francesi sono state attese come una tappa fondamentale sul cammino dell’integrazione europea dopo lo stop dettato dal referendum. Tu, da parlamentare europeo, come giudichi l’operato di Sarkozy in questi primi mesi?

Gli va dato sicuramente atto di una cosa: sta facendo quello che diceva di voler fare, sia nel bene che negli aspetti per me meno positivi. Tra questi ultimi c’è sicuramente la questione dei confini dell’europa. Credo che Sarkozy stia cercando, nel deragliare il processo di adesione della Turchia all’Unione Europea, di tracciare con nettezza dei confini che taglino fuori il mediterraneo. Da questo punto di vista Sarkozy è l’espressione di una strategia “nazionalista”, che considera lo Stato francese e la diplomazia francese comunque al centro, che vede l’integrazione esclusivamente nell’ottica di “europa delle patrie”, di nazioni che si confrontano.
Anche l’unione mediterranea da lui proposta è in realtà una soluzione che riguarda i governi e mai gli individui e i singoli cittadini. Un tentativo di relegare l’integrazione a settori considerati strategici, mettendo in secondo piano ogni altra cosa.
La proposta di Sarkozy si colloca quindi in netta contrapposizione con la nostra, che vede nel superamento del nazionalismo l’urgenza preminente del processo di integrazione e allargamento.

Recentemente sei stato l’artefice di un importante successo, riuscendo a far approvare dal parlamento europeo una raccomandazione sull’ utilizzo dell’ oppio afgano. Il risultato della votazione era tutt’ altro che scontato, come ci sei riuscito?

Facendo si che si discutesse del testo e non di pregiudizi e ideologie che possono stare alla base. Il testo è stato impostato su una questione non risolutiva ma sulla proposta di progetti pilota di utilizzo delle coltivazioni di oppio, al fine di rimediare almeno in parte alla totale assenza di farmaci antidolore per quasi l’80% della popolazione mondiale. Se avessi voluto portare in aula l’argomento antiproibizionista e di legalizzazione questo risultato non sarebbe stato possibile. Invece nella limitatezza pragmatica della proposta anche buona parte del partito popolare europeo e quindi del centrodestra europeo ha votato a favore, con l’eccezione di parti consistenti delle forze politiche italiane.
Ora la palla passa ai governi e vedremo cosa riusciremo a fare.

I radicali per la prima volta nella loro storia sono al governo. Quanto é difficile conciliare la responsabilità governativa con le battaglie per i diritti umani?

Non vedo il problema di conciliare, per noi sono la stessa identica cosa. Sull’economia, sulla giustizia e quant’altro naturalmente ci sono delle forme diverse, dei luoghi diversi o a volte anche dei linguaggi che sono resi necessari dai singoli contesti. Mi pare però che stiamo continuando insieme la stessa lotta, i parlamentari che sono nella maggioranza, emma che è al governo, noi che siamo al parlamento europeo, gli iscritti e i militanti radicali.
Più che un problema di conciliare vedo un problema esterno. Essendo queste lotte sempre più censurate l’unica nozione che rischia di circolare è che anche noi dopo tanti anni siamo parte di tutta questa cosa. Noi sappiamo che non è così. Sia quando eravamo all’opposizione, sia a maggior ragione adesso che siamo al governo, cerchiamo di fare le riforme sia con i referendum, sia con gli scioperi della fame ma ora anche con gli strumenti parlamentari di governo.
Il fatto che forse l’unica vera medaglia che questo governo si potrà appuntare al petto sarà (incrociamo le dita) la nostra battaglia sulla moratoria per le esecuzioni capitali credo che debba far riflettere sul fatto che più che conciliare riusciamo a fare. Ed è questo l’importante.

Da segretario dell’associazione Coscioni, e quindi di uno dei quattro soggetti costituenti la Rosa nel pugno, cosa ne pensi del tentativo perpetrato dai socialisti di cambiare il nome del gruppo parlamentare in “socialisti e radicali”?

Loro vogliono archiviare un’ esperienza che credo non appartenga nè a loro nè a noi, una proposta politica che appartiene innanzitutto a chi se n’è entusiasmato. La proposta della Rosa nel pugno considera le differenze tra laici, liberali, socialisti e radicali superate e superabili, considera questi termini come sinonimi e non come componenti di correnti.
Loro adesso, per obiettivi identitari ma anche politico-elettorali, hanno deciso di puntare tutto sull’unità socialista. La sintesi di Rosa nel pugno in quanto al tempo stesso laica, liberale, socialista e radicale non li interessa più. A noi invece interessa ancora.

Un anno fa sei stato al fianco di Piergiorgio Welby e la sua battaglia. Sicuramente la società civile è stata profondamente toccata da quell’esperienza. Il ceto politico invece è riuscito ad imparare qualcosa?

Intanto diciamo che è stato creato a livello giurisprudenziale un fatto nuovo che è quasi una riforma da solo. L’assoluzione di Mario Riccio è un precedente giurisprudenzale molto importante, che sancisce, in pratica, l’immediata applicabilità della norma costituzionale che prevede il diritto di rifiutare un trattamento medico a cui si è sottoposti contro la propria volontà. Questa è già una riforma, che il ceto politico si è limitato a guardare o a subire.
La vicenda di Giovanni Nuvoli, per come è stata accettata dalla polizia, dal tribunale e dallo stesso Vaticano nel dargli poi i funerali religiosi, è stata un’ ulteriore elemento di crescita del caso Welby, sancendo il diritto di sospendere la nutrizione per volontà del paziente.
A questo punto manca il livello parlamentare legislativo. Se il testamento biologico potrà essere sbloccato dalle secche della commissione sanità, dove pure svolge un ottimo lavoro Ignazio Marino, sarà ancora in parte grazie a quanto nell’opinione pubblica è rimasto della lotta di Piergiorgio Welby.

Questo articolo è stato pubblicato lunedì 10 dicembre 2007 alle 00:12 ed è stato inserito nella categoria: Interviste. Puoi seguire ogni risposta all'articolo controllando l'RSS Feed dei commenti. Puoi lasciare un commento, oppure un trackback dal tuo sito.

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4 Commenti per “Intervista a Marco Cappato”

  1. ciao bruxelles « sobbonituttiamettecenascritta Says:
    lunedì 10 dicembre 2007 alle 09:33

    [...] prima di lasciare il parlamento ho realizzato una breve intervista al mai domo Marco Cappato, uscita oggi sul nuovo numero di Labouratorio. Mi raccomando, leggetevelo [...]

  2. Fabio Cruciani Says:
    lunedì 10 dicembre 2007 alle 10:49

    Complimenti a Mattia!

    Anche nello scorso numero dovevamo avere un’altra intervista, ma è saltata per colpa di…Bacco! :D

  3. fabiobarbetti Says:
    lunedì 10 dicembre 2007 alle 11:07

    Nei punti di Fiuggi venne “descritta” la vulgata radicale e non quella socialista. Fu un “colpo di mano”. Ecco perche’ la situazione e’ esplosa nonostante i 991.ooo voti. Io da socialista mi sono sentito escluso al 50% . Non si e’ saputo coniugare le 2 cose. Scommetto che Pannella , Cappato e Bonino se sentissero le aspirazioni della base socialista in tema di lavoro direbbero ma che vogliono questi. Eppure in quei 5,5 milioni di voti che prese Craxi, c’era si tanto Rosselli ma c’era tanta UIL e 1 terzo di cgil.Per dire, dei miei 800 voti alle comunali della mia citta’ 750 venivano dal mondo del lavoro dipendente. Allora, come si deve fare?

  4. Tommaso Inoz Ciuffoletti Says:
    lunedì 10 dicembre 2007 alle 11:33

    Io invece continuo a credere che quell’accordo per la gestione del simbolo (accordo che non è mai stato reso pubblico) prefigurasse chiaramente un cartello elettorale e non un progetto politico che poteva strutturarsi in soggetto organizzato.

    Per il resto, caro Mattia, hai fatto un’intervista ottima! … pensa che mentre la leggevo Cappato mi sembrava simpaticissimo!

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